Marrakech, la rosa del deserto

Di Fernando Petrone –
Da un personale diario di viaggio compiuto in una terra sahariana e sub-sahariana nel 1974 in un’ epoca nella quale l’area non era ancora aperta alle vie del turismo moderno.
Il Sahara, quella vasta distesa di sabbia arida e di spettrali petraie che si estende a perdita d’occhio, perché senza limiti di orizzonte, dal Mar Rosso ad est fino all’Oceano Atlantico ad ovest ed occupando buona parte di quell’Africa Settentrionale posta a nord della linea dell’equatore, è giustamente considerata una delle aree più inospitali del mondo anche se colà, contro ogni più logica considerazione, riescono a vivere grazie ad un antico e consolidato adattamento un numero notevole di tribù nomadi e dove, per contro, altre genti, come era da aspettarselo, vanno ad aumentare quel già grande numero di popolazioni che nel mondo intero a stento riescono a sopravvivere presentando tra l’altro i più alti indici di mortalità infantile e le medie di vita tra le più basse. Ma non a tutti è noto che il Sahara è anche un immenso ed inesauribile ‘serbatoio’ di importanti testimonianze umane di alto valore archeologico ed etnologico, quali necropoli pre-islamiche e pre-romane erette con pietre a secco e che sono state datate in prevalenza in quell’arco temporale che va dal 2000 a.C. al 1000 a.C., incisioni rupestri (ne sono state catalogate e contate, fino ad oggi, molto più di seicento) raffiguranti aitanti guerrieri gagliardamente eretti su carri in corsa tirati da cavalli, profili di animali domestici e feroci, nonché rudimentali scene di caccia e semplici ‘quadri’ di primitiva vita in comunità.

Alcune di quelle vestigia sono le preziose testimonianze di preistoriche tribù che popolavano l’area nei tempi dei tempi e delle quali poco o nulla oggi ancora noi sappiamo. Altre sono invece le testimonianze dei fieri ed orgogliosi popoli Bèrberi, dei superbi ed altèri Tuaregh, i quali ancora oggi possono essere considerati i sovrani del ‘regno delle sabbie’. Ed ancora: affascinanti sono le tracce storiche di quei misteriosi Garamanti i quali ebbero nel cuore del Fezzan il loro regno che durò un millennio circa dal 500 a.C al 500 d.C. e dei quali hanno parlato Erodoto, Tolomeo, Plinio il Vecchio, Tacito. E poi tante altre minori tribù nomadi in continuo spostamento che hanno popolato e popolano tutt’ora (e che in certi periodi della tormentata storia dell’Africa vi hanno anche riccamente prosperato) l’area occidentale del Grande Deserto, quella cioè attraversata dalla così detta “Via dei Carri”.
E’ quest’ultimo un percorso, detto anche ‘grande pista madre del deserto sahariano’, che si perde a vista d’occhio da qualunque delle sue direzione tu ti appresti a guardarlo e lungo il quale correvano appunto i superbi carri dei guerrieri o si spostavano le lente carovane delle numerose tribù nomadi impegnate nelle loro periodiche migrazioni a dorso di cammello. E’ pertanto la “Via dei Carri” un interminabile itinerario della lunghezza di qualche migliaio di chilometri il quale, dipartendosi a nord dal Golfo della Sirte posto sulla costa libica del Mediterraneo centrale, scende decisamente a sud verso gli inospitali territori del Centro-Sahara che sono oggi divenuti addirittura infernali perché solo una loro assai ridotta parte riesce ad essere bagnata dal grande fiume Niger, il quale però molto spesso si trova a versare in uno stato di ferocissima ‘secca’ laggiù, proprio nel cuore del Sahara. In quel ‘cuore’ dove si trova, esso pure diventato oggi assolutamente povero di acque, anche il Lago Ciad, un esteso specchio d’acqua, che era una volta florido e pescoso, ma che purtroppo ha oggi imboccato la via senza ritorno di un lento ma inesorabile prosciugamento, la cui deleteria causa deve essere ricercata proprio in quell’inarrestabile processo di veloce e feroce ‘iper-desertificazione’ che ha colpito tutta l’intera e vasta area sahariana e peri-sahariana. La “Via dei Carri” finisce poi il suo lungo e tortuoso percorso andando a terminare sugli altipiani meridionali della massiccia ed alta catena montuosa dell’Atlante, il cui lungo crinale, che si presenta alla vista molto tormentato perché assai accidentato, costituisce il rigido spartiacque tra il rigoglioso versante marino-atlantico e quello caldo-arido sahariano.
La “Via dei Carri” ha visto durante tutto il lungo incedere degli anni, lento ma inarrestabile, il transito di un infinito numero di carovane le quali mai hanno lasciato tracce del loro passaggio oltre quelle effimere delle orme dei loro cammelli. Effimere perché tracce labili destinate a scomparire al semplice levarsi della più delicata bava di vento. Scomparse nel silenzio, proprio come ebbe a dire un anonimo narratore arabo: “i cani abbaiano, le carovane passano”. Abbaiano fino a che la lunga teoria dei viandanti non scompare oltre l’orizzonte e poi tacciono. Ed anche le eco del latrare dei cani a loro volta vengono sempre annullate nell’assurdo silenzio del deserto. Così è stato nel passato e così sarà anche per il futuro, perché nel Sahara il tempo è fermo. Fermo nel nulla in ossequio all’etimo della parola ‘sahara’ che vuol dire appunto ‘nulla’.
Quindi il Sahara è il Nulla.

Ma è un ‘Nulla’ del tutto particolare perché è un ‘Nulla’vitale, dal momento che le tante tribù nomadi della vasta area desertica si sono dimostrate nel tempo essere sempre autosufficienti. Esse costituivano delle comunità ‘chiuse’ ma tra di loro molto solidali, il che ne permetteva la sopravvivenza e ne garantiva la sicurezza di fronte agli attacchi dei predoni che sempre hanno compiuto nel deserto sahariano scorrerie molto spesso sanguinose. Quelle fiere tribù traevano dalla caccia e dalla loro fiorente pastorizia l’indispensabile per la vita di tutti i giorni; le donne, da parte loro, tessevano invece, con rudimentali ma pratici ed efficienti aspi, le lane delle loro greggi, riuscendo a farne stoffe anche delicate e mirabili filati con i quali poi, una volta da loro stesse tinti con una vasta gamma di colori tutti assolutamente vegetali, creavano manualmente e con rudimentali ma efficaci telai dei preziosi tappeti. Ed erano, e lo sono tutt’ora, proprio quei tappeti con i quali i nomadi, Berbèri o Tuaregh che siano, da sempre si adoperano per ornare, arredare e ‘vestire’ gli interni delle loro tende di abitazione. Le varie tribù del deserto poi scambiavano, durante certi periodi di tempo che erano, e che tutt’ora ancora lo sono, ben definiti dal calendario lunare, i loro prodotti rappresentati da tessuti, filati, tappeti, prodotti caseari e piccoli agnelli con quelli loro offerti dalle non meno famose tribù di quella piana costiera che è posta ad ovest dell’aspra catena montagnosa dell’Atlante ricavandone, a loro volta, l’insostituibile sale per la loro sopravvivenza, il pesce essiccato necessario al loro nutrimento, nonché utensileria, armi e quant’altro potesse ancora loro servire per sopravvivere nella assurda, ma per loro familiare, inospitalità desertica.
Infatti, a ridosso di quelle imponenti catene montuose che circondano a nord-ovest e ad ovest il grande Sahara, erano sorti, nel corso di parecchi secoli, alcuni punti fissi di incontro e di mercato i quali vennero poi chiamati in lingua araba i ‘souk’. Attorno a questi punti d’incontro, che erano dapprima di sola ed esclusiva natura mercantile, sorsero di volta in volta nel tempo, ma solo dopo l’affermarsi dell’Islam su tutta l’area, numerosi villaggi a formare modeste comunità. Queste comunità, le quali svolgevano poche attività lavorative di tipo elementare, pastorale e di piccolo artigianato, conducevano tutta la loro esistenza entro il perimetro delle prime sorte ‘medine’, nell’assoluto rispetto di quelle che sono le immutabili regole del Corano. E’ forse questo il grande merito dell’Islam: quello, cioè, di aver fatto assumere coscienza di se stesse alle tante tribù nomadi sahariane e di averne poi, con l’andar del tempo, trasformate molte di queste in stanziali, perché irresistibilmente attratte dalle comodità offerte dalle ‘medine’ stesse. E questo è stato reso possibile perché proprio le medine, tutto sommato, rappresentavano i primitivi inurbanamenti di tutta quella vasta ed in parte spesso anche inospitale area occidentale, offrendo vantaggi molto più favorevoli per la vita di tutti i giorni rispetto a quelli concessi dalla non facile e spesso neanche tranquilla vita nomade.



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Il più antico di questi ‘suk’ deve essere considerato quello che oggi, dopo essere andato incontro ad una lenta e lunghissima trasformazione, è divenuto la città di Marrakech, ovvero quella che è una delle sette ‘storiche’ capitali imperiali dei Re del Marocco.
Conosciuto infatti da oltre duemilacinquecento anni, e forse più, (addirittura tremila anni secondo alcuni storici sulla base di recentissimi studi e ricerche non ancora pienamente accettate dagli etnologi), esso è l’unico sito-suk che a tutt’oggi abbia funzionato ininterrottamente dalla lontanissima sua prima costituzione senza mai sospendere la sua attività, neanche per un solo giorno. Esso inoltre viene univocamente riconosciuto come il più rigoglioso centro di scambi mercantili del mondo arabo: è riuscito infatti a resistere vittoriosamente all’usura del tempo ed alle tante trasformazioni socio-economiche e religiose succedutesi nei secoli assai lentamente ma in maniera inarrestabile, avvenute non solo nei confronti delle molteplici tribù, ma anche nei confronti di tutto il vastissimo territorio sahariano Esso ha visto, infine, perfino l’esaurirsi di quasi tutti gli altri centri mercantili di scambio che nei precedenti decenni erano sorti in tutto il territorio berbero.
Quel suk è stato il nucleo primigenio della città di Marrakech la quale, in quanto tale, è stata ufficialmente fondata nell’undicesimo secolo. Infatti attorno a quello storico suk era venuto formandosi spontaneamente un agglomerato di tende prima e di baracche poi, che mai aveva avuto un nome e che senza nome e senza storia si è spontaneamente accresciuto.
Attorno a quell’antichissimo punto di incontro ed all’ombra di uno dei più rigogliosi palmizi spontanei del mondo, che conta oggi all’incirca settantamila altissime piante (in media una ogni sette metri quadrati) tutte disposte su una medesima area la cui ampiezza supera di molto i cinquecento chilometri quadrati, è sorto inizialmente un assai misero nucleo di tende prima e di capanne di paglia impastate con fango, poi delle modeste baracche ad un solo piano ora in legname ed ora in pietra a secco, erette su terra battuta le quali erano dapprima senza un qualsivoglia tipo di copertura che potesse costituire in qualche modo da ‘tetto’ riparatore. Poco a poco quel nucleo e andato sempre più allargandosi. Esso si estese inarrestabilmente e si sviluppò fino a diventare quella che oggi è diventata la meravigliosa città di Marrakech, da tutti considerata una delle più belle e suggestive dell’intero continente africano e senz’altro da classificare come la più superba tra le sette famose e fastose capitali imperiali dei Re del Marocco.
La città fu il più importante centro religioso, commerciale e politico del Regno del Marocco per tutto il Medio Evo e per buona parte dell’Evo Moderno e cioè fino al tramontare del XVIII secolo, ovvero sino a quando le coste atlantiche non divennero malsicure a causa delle frequenti scorrerie compiute in continuazione dai pirati e dai corsari saraceni, algerini e tunisini i quali erano arrivati persino a costituire le loro principali basi-rifugio nei porti atlantici di Casablanca e di Tangeri. Questi pirati e questi corsari, crudeli e sanguinari, assai spesso si spingevano in profondità penetrando anche nel vasto e immediato retroterra, mettendo tutto, senza pietà alcuna, a ferro e a fuoco, uccidendo ogni maschio anziano e deportando tutti gli uomini giovani e validi che vendevano poi come schiavi nei numerosi e frequentati mercati dislocati lungo tutte le coste dell’Africa Settentrionale e infine sequestrando le donne, giovani e meno giovani, che erano destinate ad infoltire i vari harem degli innumerevoli sultani piccoli e grandi del mondo islamico, dopo aver ferocemente soppresso la vita di quelle impietosamente giudicate ormai ‘vecchie’. Era, quello della pirateria e dello schiavismo, un commercio fiorente che arricchiva gente senza scrupoli e gettava per contro nella disperazione più nera intere popolazioni inermi e indifese.

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Maestosa, rigogliosa e superbamente regale, Marrakech è detta anche, da tempo immemorabile, la “Rosa del Deserto”. Nessuno ne conosce l’esatto motivo, ma forse ebbe a meritarsi quell’attributo perché alle tribù nomadi ed ai viandanti, i quali qui giungevano sfiniti per l’interminabile percorso compiuto nel riarso Sahara dopo lunghissimi giorni di faticoso cammino da est ad ovest, essa doveva apparire senz’altro come un miraggio incantevole, addirittura paragonabile per la sua bellezza ad un vero e proprio Eden terrestre.
Ed in questa città esiste ancora, ed è sempre la stessa ed immutata attraverso i secoli, l’area dove si svolge in ogni giorno dell’intero anno solare -così da duemilacinquecento anni e forse più- il famoso mercato, quel ‘suk’ che è uno dei più grandi e rigogliosi del mondo arabo. E’ la ormai celebre Piazza Djema El F’na, sita proprio al centro della storica ‘medina’, la quale è chiusa tutt’intorno dai muraglioni di argilla e pietre eretti nel XIV secolo e che la cingono come gelosi custodi, rigidamente inflessibili. Dentro questo ormai storico perimetro la vita che vi si svolge è, ancora oggi, quella di cento e cento anni fa. Essa vi si perpetua in ogni suo aspetto ed in ogni sua manifestazione nel pieno rispetto, come è ovvio, degli indiscutibili canoni del Corano. Nella vasta Piazza Djema El F’na si dà convegno giornalmente, e da sempre, ogni tipo di tribù: queste vi giungono infatti in continuazione a piedi, a dorso di mulo o di cavallo, o in groppa ai fedeli cammelli sia quelle provenienti dal versante marino-atlantico sito ad occidente, sia quelle provenienti dall’area desertica sita ad oriente e a sud, sia quelle berbere che più a nord abitano i villaggi dell’Atlante.
E così è con immutata maniera da oltre venticinque secoli…..
La superficie di quella assai vasta piazza destinata a piccoli e a grandi affari brulica di mercanti, di pastori, di cammellieri, di venditori di chincaglierie, di abilissimi incantatori di serpenti, di giocolieri, di guaritori, di storpi che chiedono con sconcertante ed infinita petulanza il tuo obolo, di venditori ambulanti d’acqua, di venditori ambulanti di uova lesse da consumare sul posto onde calmare momentaneamente i morsi della fame, di spacciatori di portentosi elisir dalle misteriose doti, di venditori di pianete della fortuna, di presagi del tuo futuro, di aedi-cantori che snocciolano interminabili nenie e così via….. Un mondo vario, strano, originale, completamente al di fuori del nostro tempo ma che ancora resta presente e vivo in quel tempo antico il quale incessantemente si ostina a vivere, chiuso dentro il perimetro di quella grande muraglia e malgrado che all’epoca della visita di quegli struggenti ‘siti’ da parte di chi oggi scrive queste note l’umanità si stava avviando con decisione e a grandi e veloci passi verso la tanto attesa linea di passaggio tra il XX secolo ed il nuovo -tanto atteso ma per molti versi incognito- XXI secolo. In entrambi questi secoli, il ‘vecchio’ ed il ‘nuovo’ -così ricchi di storia proprio mentre l’uomo già da tempo viaggia con navi da fantascienza inimmaginabili solo qualche decennio fa attraverso i misteri per lo più ancora impenetrabili del cosmo immenso e senza confini proiettandosi in tal modo in quella che è la più folle e la più ardimentosa delle imprese dell’umanità- Marrakech vive immutata la sua vita, a modo suo frenetica, in quell’ antichissimo suo ‘suk’.
Ai lati della vasta Piazza Djema El F’na, che solo qualche anno dopo verrà asfaltata perché quando noi vi arrivammo era ancora in terra battuta e cosparsa di ancestrale ‘polvere’, le tante tribù si accampano con tutti i loro averi: le donne, rigidamente coperte dalla testa ai piedi oppure solamente con gli occhi ed il volto velati a seconda il gruppo etnico di appartenenza e che potrebbe essere più o meno rispettoso dei canoni coranici, cucinano all’aria aperta per i loro uomini i quali di tanto in tanto si affacciano nella tenda insieme all’acquirente di turno o al venditore contattato a sancire, davanti al tradizionale piatto di fave (detto ‘fuks’ nella lingua araba), il patto di acquisto o quello di vendita stipulato oralmente e che viene poi sancito con la sovrapposizione delle quattro mani, stretta sovrapposizione la quale è univocamente considerata sacra e quindi indissolubile.
Poco distante, ad un altro lato della piazza, si trova l’antico e storico ‘caravanserraglio’, ovvero il vasto stazzo, immutato nel tempo e recintato, laddove sostano i muli, gli asini, i cavalli e i dromedari delle varie tribù presenti e accampate nell’antica area del grande mercato. Oggi, e solo da poco tempo, l’accesso e l’uso del ‘caravanserraglio’ è a pagamento e la novità ha suscitato i tanti risentimenti ed i tanti malcontenti, chiaramente espressi da parte di coloro che ogni giorno ne usufruiscono; la gente, come in ogni altra parte del mondo, non vuole mai capire (o per lo meno fa fatica a capirlo e ad ammetterlo) che pulizie, manutenzioni e guardiania sono un costo che, ovunque, diviene di giorno in giorno sempre più rilevante. Anche nell’ancestrale Marocco…..
Dal XIV secolo agli inizi del XX secolo su questa piazza si svolgevano anche i periodici mercati delle schiave bianche e di colore, razziate dai pirati algerini e tunisini nei porti del Mediterraneo e dell’Africa Occidentale, esposte alla morbosa ed attenta folla degli aspiranti acquirenti e vendute all’asta per il ‘rifornimento’ dei vari harem.
Assai spesso, e questo fin dai primi secoli dell’Islam, nella piazza Djema El F’na si eseguivano le pene capitali inflitte dalle corti di giustizia che furono dapprima popolari, poi coraniche ed infine imperiali. Il condannato, come voleva la dura legge, veniva bendato e ‘passato a fil di spada’, cioè decapitato con un unico, secco e preciso colpo della lama inferto dai provetti boja della città. I boja erano ritenuti dei veri maestri di quella che essi stessi consideravano una vera e propria arte. Ne erano talmente gelosi che non la insegnavano ad alcuno e la tramandavano in maniera riservatissima da padre in figlio, perpetuando quella prima investitura fatta nel passato dal Visir, o dal Sovrano, o dall’Imperatore di turno. Una immensa folla muta assisteva a quello che era un vero e proprio rito: il silenzio sospeso veniva poi rotto di colpo con il fragoroso, liberatorio ed isterico applauso esploso all’improvviso rotolare della testa mozzata in quel mucchietto di terra polverosa, precedentemente accumulata sul preciso punto di caduta, in conseguenza del secco e preciso colpo inferto che faceva sprizzare per un solo istante (e cioè al compimento dell’ultima sistole che precede il definitivo arresto del cuore) un fiotto rosso che andava a macchiare il barracano bianco del condannato.
Ma al centro della piazza era posto anche lo ‘storico’ ciocco sul quale veniva mozzata con un colpo solo la mano del ladro condannato secondo la legge del taglione: la sinistra se era la prima condanna, anche la destra se era la seconda condanna. E il reo veniva colà trascinato in catene: ma prima di incatenarlo gli veniva somministrato, se richiesto, solo del caffè ovviamente preparato alla turca. Mai del vino onde stordirsi, perché per la legge coranica il vino ed ogni altro tipo di alcolico è rigidamente bandito dall’uso comune.
Ma la storica piazza è stato per lungo tempo anche il luogo della crudele lapidazione delle donne adultere. La severa condanna ‘coranica’ vi si svolgeva in tutta la sua impressionante crudezza: dopo che l’area era stata sgombrata dai banchi, dalle tende e da ogni altra cosa eventualmente colà presente, venivano accatastati due alti cumuli di pietre ai lati del patibolo che era di solito un palo di legno al quale veniva legata all’impiedi e scoperta dal capo sino alla cintola la vittima, a differenza di altre sedi patibolari, quelle medio-orientali e saudite, dove la donna veniva semi-sepolta e a capo scoperto in una fossa sino alla cintola. I due cumuli di pietre erano posti ad una ben calcolata distanza che potremmo definire ‘strategica’ ed erano situati uno ad oriente e l’altro ad occidente della piazza a simboleggiare il confrontarsi della nascita e della morte, della origine e della fine. Quindi una folta moltitudine di soli uomini tutti scompostamente vocianti e maledicenti la adultera, ad un preciso comando del rappresentante della corte che aveva emesso la dura sentenza e dopo il primo simbolico getto di un sasso lanciato proprio dal marito tradito o in sua fisica assenza dal suocero della donna oppure dal più anziano dei suoi cognati, iniziavano a scagliare con precisione e con violenza dapprima i sassi più piccoli perché la morte non sopraggiungesse troppo presto, per poi, una volta esauriti i cumuli, passare al lancio di quelli sempre più grossi, sino a che la infelice condannata, sussultando continuamente ad ogni colpo, non diveniva un informe ammasso sanguinolento, per essere infine preda già predestinata di una morte atrocissima la quale avanzava, purtroppo per lei, con una crudele e quanto mai estrema lentezza. Più arretrate rispetto alle file degli uomini intenti a compiere il loro occasionale ma crudele ‘mestiere’ di boja, le donne, spesso tenendo in braccio i loro figli più piccoli, ai quali per altro non pensavano affatto di dover risparmiare l’atroce spettacolo, non mostravano pietà alcuna per quella povera disgraziata, pietà dovuta, se non altro, per solidarietà di sesso: aizzavano invece con veemenza e con sadismo inaspettato i lanciatori dei sassi, applaudendone ora la estrema precisione del tiro, ora dileggiandoli con motti spesso scurrili se imprecisi nel lancio stesso.
Sostare laddove il ‘tempo trascorso’ aveva vissuto delle scene così impietosamente sanguinarie scene metteva brividi addosso che si susseguivano uno dopo l’altro senza un attimo di sosta.
Brividi di orrore per la crudezza di quegli eventi?….. brividi di pietà per certe dure punizioni?….. brividi di inconscia solidarietà per chi colà aveva sofferto inenarrabili sofferenze sia psichiche che fisiche prima di essere preso da terribile morte?…..
E’ stato molto duro per chiunque restar immobili senza batter ciglio ad ascoltare, mentre il berbero-guida, ancorché assai gentile, spiegava il tutto con ricchezza di particolari e far finta di non esser vinti da quell’orrore che immancabilmente prendeva chi in silenzio ascoltava.
Ed io lì con gli altri…..

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Tutt’intorno a Piazza Djema El F’na si è sempre svolto, in un dedalo inestricabile di viuzze larghe non più di due metri, uno dei più famosi e vasti mercati del mondo musulmano, quello che è considerato il ‘suk’ arabo per antonomasia: spezie, tappeti, prodotti di artigianato locale, preziose filigrane d’oro e d’argento, fibbie incastonate, stoffe favolose, frutta secca (soprattutto datteri e pistacchi), serrature in legno caratteristiche della casbah antica, pergamene, meravigliosi vasi finemente decorati dai sopraffini vasai di Sahfj, grezze pelli conciate di montone, coperte, tuniche, sandali e mocassini.
All’esterno delle trecentesche mura di pietra e di argilla che circondano la storica medina si stende, pigra, la città immensa ed opulenta, la quale si concede con vezzo puramente femminile al visitatore mostrandogli le sue vestigia di vecchia capitale dove fa mostra di sé, per bellezza architettonica e per ricchezza dei suoi interni, la reggia imperiale. Offre la città alla vista del visitatore incantato i suoi viali interminabili fiancheggiati da alberi secolari, le sue piazze vastissime, gli immensi giardini di Agdal e di Menhara, i sontuosi palazzi di El Baudi e di Al Bahja, il Museo Berbero di Dar Si Said di altissimo interesse storico-culturale, il parco rigoglioso delle tombe sahadjane. E poi alberghi di sogno con piscine favolose, casinò e campi di golf e dovunque fiori a siepi, rampicanti, a fasci dai mille colori e dai mille profumi penetranti e inebrianti.
Allorché chi scrive ebbe a soggiornare nella città nell’ormai lontano 1974: ricorda che con la modica spesa di otto dirham l’ora era possibile compiere un meraviglioso percorso della Marrakech nuova e della Marrakech antica su una comoda carrozzella, anche se un po’ sgangherata, molto simile alla nostra ormai scomparsa ‘botticella fiorentina’: il cocchiere (quello che sta in cassetta è quasi sempre un berbero che ha innato in sé il senso della gentilezza, della cortesia e dell’ospitalità) vi farà da valida guida masticando un po’ di francese, un po’ di inglese e, abbastanza spesso, anche un po’ d’italiano. Non chiedete loro però qualcosa in lingua spagnola: vi guarderanno storto.
Non ne ho mai saputo il perché: sarà forse per una qualche oggi dimenticata nemesi storica?….. Ho cercato di saperne di più ed ho chiesto: non ho ricevuto risposta alcuna.

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Ma Marrakech, la dolce “Rosa del deserto”, offre all’uomo due sublimi spettacoli, irrinunciabili a vedersi: il sorgere ed il tramontare del sole. Non possiamo proprio chiudere queste note senza descriverli.
Lo spettacolo del ‘sorgere’, che segna l’inizio delle consuete attività della giornata, si snoda in tre ben distinti atti o sequenze, proprio come suole avvenire in ogni teatro del mondo che si rispetti. Esso è magnificamente interpretato da tre impareggiabili attori: l’Alba, l’Aurora, il Sole.
Nel primo atto l’Alba tinge il cielo di vividi colori bianchi i quali vanno ad accendere di colpo tutto l’orizzonte di oriente. E’ come se un invisibile elettricista avesse girato la chiavetta di un immaginario e grande interruttore per chiudere uno smisurato circuito elettrico. Il buio della notte, che fino ad allora aveva dominato sovrano, viene così ad essere squarciato e le tenebre si ritirano in grande confusione, lasciando padroni della immensa scena gli esseri viventi più mattinieri di tutti gli altri, ovvero gli uccelli, i quali vanno a riempire di trilli armoniosi l’immenso vuoto che va facendosi ‘luce’.
Nel secondo atto l’Alba si ritira ed avanza maestosa l’Aurora che, ben più superba dell’Alba, inonda di riflessi rossi, a guisa di fantastiche strisce colorate di mille invisibili fari, le quinte dell’immensa scena le quali, dapprima bianche, si accendono rapidamente per una irreale fantasmagoria di colori e si vivacizzano per uno sbalorditivo insieme di suoni e di movimenti in attesa del supremo momento della ‘vera’ luce.
E nel terzo ed ultimo atto entra sulla fantastica scena proprio quella ‘vera’ luce con l’erompere esuberante e violento del Sole. E’ come se la mano del misterioso ed ipotetico elettricista avesse voluto accendere tutta insieme una miriade infinita di sfarzosi lampadari. E’ una sinfonia di colori che convergono rapidamente, sì che tutto balena di rosso: si potrebbe dire che quella stupenda sinfonia voglia rappresentare la Vita. La città di Marrakech in questo terzo ed ultimo atto si risveglia, si popola mentre l’aria, meravigliosamente pura, si riempie di suoni, di rumori, di voci. E su tutto e su tutti il Muezzin che, chiudendo la scena del fantasmagorico spettacolo del mattino, si porta sul sommo del più alto (71 mt.) e del più bello dei minareti sahariani decorato con maioliche bianche, turchesi e blu e istoriato con arabeschi incisi su ognuna delle sue quattro facciate una diversa dall’altra e che è poi il minareto della più grande moschea esistente in quella storica medina, la Moschea Kutubiya, per invitare ogni uomo a chinarsi, umilmente genuflesso, nella direzione della Mecca e a colloquiare, pregando, con Allah.
Il secondo spettacolo, quello del tramonto, è più breve e si svolge in un unico atto: ma non per questo esso deve essere considerato meno emozionate e meno fantasmagorico del primo, quello, cioè, del sorgere del sole.
Esso, infatti, non è altro che una incantevole trasformazione in technicolor della luce da quella del giorno in quella della notte attraverso un passaggio stupendo, caratterizzato da una sapiente gradazione di toni e di intensità. La luce del cielo, infatti, ripercorre a ritroso tutte le variazioni che si erano succedute nello spettacolo mattutino, divenendo piano piano rossa, poi sempre più intensamente rosso-cupo, fino a precipitare, scomparendo oltre l’orizzonte di ponente per far posto prima al blu-zaffiro della sera attonita ed infine al blu-fondo della notte, allorché ultimi cessano i voli degli uccelli i quali, per primi, si erano mossi nello spettacolo del mattino. E mentre si vanno spengendo uno ad uno le voci, i suoni ed i rumori, il Muezzin risale per la quinta ed ultima volta della giornata sulla sommità del più alto minareto della più grande moschea di quella storica medina per invitare ancora una volta, la quinta da quella delle prime luci del giorno, gli uomini a chinarsi umilmente, genuflettendosi verso la Mecca, per ringraziare Allah del sublime godimento del sole vivificante che, nella Sua immensa generosità, ha voluto loro donare.
Ed ecco, in chiusura, presentarsi, come in ogni serio spettacolo, il ‘buttafuori’ nella persona del Silenzio che, con il suo incedere sovrano così come solo esso sa fare a quelle latitudini che sono comprese tra il Tropico del Cancro ed il Tropico del Capricorno, avverte tutti che la grande rappresentazione è ormai terminata invitando così i ‘tecnici’ a ‘calare’ su ogni cosa l’immenso sipario del sonno……

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