Da Trieste a Sarajevo in bicicletta

di Alessio Vremec –

1. 22 maggio. Trieste – Rijeka.
92 km – dislivello 800 m.
Partiamo da Trieste, piazza Unita’ assieme ad un migliaio di ciclisti che stanno partecipando alla festa di Bicincitta’.
Saliamo lungo la ciclopista della Val Rosandra fino a Kozina, poi sosta alle grotte di San Canziano, dove il Timavo si inabissa per attraversare tutto il Carso e ricomparire a San Giovanni di Duino. Pausa pranzo e visita ai dintorni, dopodiche’salutiamo gli amici che ci hanno accompagnato fino qui, e che se ne tornano a Trieste. Su strada poco trafficata, costeggiamo il Timavo fino a Ribnica, dove ci immettiamo sulla Postojna-Rijeka, abbastanza trafficata, ed arriviamo a Rijeka (Matulje) tutto in un fiato.
Ci sistemiamo nella casa della signora Antonia, che parla a ruota libera e ci racconta, tra l’altro, il suo pensiero sulla guerra in Bosnia.
Antonia dice che, quando c’e’ fame e miseria, e’ facile manipolare la gente: cosi’ e’ successo con Milosevic, e cosi’ succede con la mafia.
Antonia aggiunge che, come il divorzio tra due persone sagge puo’ avvenire senza discordia, lo stesso vale per gli stati: possono essere governati da politici saggi, come ad esempio la Repubblica Ceca e la Slovacchia, che si sono divise senza traumi, oppure possone essere governati da gente rozza ed ignorante che ha portato la Yugoslavia alla guerra.

2. 23 maggio. Rijeka – Senj
82 km. – dislivello 750 m.
Visitiamo il centro di Rijeka, poi pedaliamo sul lungomare facendo una deviazione verso l’interno su strade secondarie per evitare il traffico. Ci sono continui saliscendi.
Dopo Novi Vinadol, nella prima baietta, sostiamo in una spiaggetta solitaria, per un bagno rinfrescante.

3. 24 maggio. Senj – Plitvice
94 km – dislivello 1.200 m.
Da Senj, 15 km di salita costante e con bora contraria ci portano fino al passo Vratnik (700 m. slm). Lungo la salita, quasi alla fine, si materializza come un miraggio una fontana, fatta costruire nel 1837 da Ferdinando d’Asburgo, da cui sgorga l’acqua purissima del Velebit.
Poi leggera discesa e saliscendi fino a Otocac. Qui iniziano i cartelli di pericolo per la presenza di vasti campi ancora minati, prati verdissimi, abbandonati.
Siamo a 200 km da Trieste, i segni della guerra sono evidenti. Molte case sventrate e razziate, il tetto fatto saltare e il terreno circostante minato, affinche’ i proprietari serbi, se sopravvissuti, non possano farvi ritorno mai piu’. Ancora moltissime facciate portano i segni di spari, mitragliate, schegge, granate. I campanili delle chiese serbo-ortodosse sono distrutti da cannonate.
La gente si chiede ancora come sia potuto accadere. Prima della guerra, tre etnie vivevano da secoli una integrazione che era citata come esempio di convivenza. Quando hanno iniziato a giungere le prime notizie di scontri, si credeva che si trattasse di episodi sporadici, dovuti probabilmente a banditismo oppure a qualche antica ruggine tra famiglie. Nessuno pensava che la guerra sarebbe arrivata fino qua. Invece, poco alla volta, la propaganda dei mezzi d’informazione dei regimi nazionalisti, falsando la verita’, ha sconvolto i rapporti sociali, di amicizia e di parentela.
Pedaliamo in silenzio, attoniti.
Risaliamo fino a Cudin Klanc, dove un bivio a sinistra ci porta verso i laghi di Plitvice.
Al tramonto, assaporiamo la magia di percorrere in bici i sentieri solitari e silenziosi del parco.

4. 25 maggio. Plitvice – Bihac (Bosnia)
40 km – dislivello 100 m.
Oggi tappa tranquilla. Ci prendiamo tutto il tempo per visitare di nuovo il parco dei laghi di Plitvice, questa volta con piu’ calma, a piedi, e pagando l’ingresso 😉
Al pomeriggio una veloce pedalata ci porta in 2 ore a Bihac, in Bosnia.
Prima del confine, la strada scorre con dolci saliscendi tra verdissime pinete e profumo di acacie in fiore. Piu’ avanti i campi minati contrastano con i prati colorati di nontiscordardimé.
Il posto di confine e’ un container adibito ad ufficio. Per entrare in Bosnia basta la carta d’identita’ e non e’ necessaria alcuna formalita’. Il poliziotto bosniaco ci raccomanda “voziti polako”, “andate piano”.
Polako: questa parola ci accompagnera’ per il resto del nostro viaggio in Bosnia. Qui tutto e’ polako, lento. Il ritmo della vita e’ polako, il traffico e’ polako, i nostri pensieri diventano poco alla volta anch’essi polako. E’ uno stile di vita nel quale sono privilegiati i rapporti umani; una chiacchierata sull’uscio di casa o sotto agli alberi, davanti ad una tazza di caffe’ fumante, per riscoprire i valori che ci accomunano e le differenze che ci arricchiscono.
Dopo il confine, scendiamo lungo una valle verde, punteggiata di nuovissimi minareti: siamo nella parte della Bosnia a maggioranza musulmana.
A Bihac siamo accolti da Paola, vulcanica giornalista free-lance che lavora anche per promuovere il turismo sostenibile ed il commercio equo-solidale (miele, grano macinato a pietra riattivando vecchi mulini ad acqua). Paola ha 3 figli. Marta, la piu’ grande, 12 anni, sgranocchia una cipolla. A Silvano, che le chiede “ma come fanno a piacerti le cipolle?” risponde “se tu abitassi qui, piacerebbero anche a te”.
Cena all’aperto, in una fattoria della zona, accanto al falo’.



5. 26 maggio. Bihac – Martin Brod
54 km – dislivello 600 m.
A colazione, prima del caffe’o del the, ci offrono un bicchierino di jabuka rakija, la grappa di mele.
Prima di dirigerci verso Martin Brod, facciamo un giro per Bihac.
Di fronte alla piazza centrale, Paola ci mostra la statua della Dea del fiume Una. In bosniaco (come in tedesco) la parola fiume e’ femminile e la Dea del fiume si ricollega ai tempi antichi, quando le divinita’ erano femminili, il patriarcato non esisteva, e, aggiunge Paola, il mondo viveva in pace ed armonia.
La messa di Corpus Domini viene celebrata all’aperto, nello spazio di quella che era una chiesa, davanti al campanile. La chiesa e’ stata distrutta da una bomba inglese durante la seconda guerra mondiale.
La moschea e’ costruita sui ruderi di una chiesa gotica, e ne mantiene la caratteristiche.
Al mercato un’anziana contadina vende erbe aromatiche e collane fatte con radici, utilizzate per profumare le case: basta metterne un pezzetto in una ciotola e versavi sopra dell’acqua bollente.
Lungo la strada per Martin Brod, ancora case sventrate.
Martin Brod e’ un paese di poche decine di case abitate da serbi in una zona prevalentemente musulmana e croata.
Il paese a’ attraversato dai fiumi Una ed Unac, la cui acqua e’ talmente pura, che gli abitanti la possono bere.
Facciamo una breve escursione a piedi per visitare il paese e le cascate del fiume Una.

6. 27 maggio. Martin Brod – Bosansko Grahovo
66 km. – dislivello 1.100 m.
Facciamo colazione a casa della signora Safka, che ci ha ospitato anche per la notte. Safka ha cotto per noi gli ustipci, una specie di focacce calde accompagnate con il miele d’acacia e di tarassaco, e la marmellata di pere e pomodori, fatti da lei. Da bere, un infuso di erbe: sambuco, tiglio, timo, menta, buonissimo.
La strada da Martin Brod a Dvar e’ assolata e solitaria; il tratto fino a Bosansko Grahovo e’ piu’ trafficato.
A Bosansko Grahovo ci fermiamo a pernottare in una specie di motel; dall’esterno sembra carino, ma le stanze sono talmente piccole che per riuscire ad entrare in tre dobbiamo smontare una porta. C’e una sola doccia calda, ma lo scaldabagno e’ spento. A cena nessuno riesce a mangiare cio’ che ha ordinato.
Per fortuna la simpatia di Ela, la cameriera, ci fa perdonare molte cose.

7. 28 maggio. Bosansko Grahovo – Livno
87 km. – dislivello 200 m.
Primo tratto e’ in discesa, attraverso un paesaggio carsico di doline e rocce. Poi giriamo a sinistra attraverso una bella palude, per una strada di collegamento a numerosi insediamenti sparsi, distrutti dalla guerra. Sono villaggi e case che una volta erano abitati dai Serbi. Ora la zona e’ piena di cimiteri serbi. Molte le tombe. Alcune recano incisa solo la data di nascita, manca la data di morte: si tratta di persone disperse.
Anche questa zona è minata, non dobbiamo abbandonare la strada asfaltata.
Gli uomini seduti fuori dalle poche case abitate, ci salutano sorridendo. Qualcuno ci invita a fermarci per offrirci una tazza di caffe’ alla turca, o un bicchierino di rakija.
Facciamo una deviazione per una strada nuova, non segnata sulla carta, verso Listani, e poi verso Livno sempre su strade secondarie. La deviazione ci porta fortuna, perche’ riusciamo a dribblare 2 temporali senza bagnarci.
A Livno (15.000 abitanti), ci fermiamo al motel San, che significa sonno, il miglior posto dove abbiamo finora alloggiato: stanze nuovissime, pulite, abbondanza di docce e di acqua calda, merce preziosa per i ciclisti sporchi e sudati.
Prima di cena, visitiamo la sorgente risorgiva del fiume Bistrica ed alcune moschee; Glavica, la piu’ grande, e’ aperta e ci fanno entrare.
Una ragazzina musulmana ci fornisce preziose informazioni in un inglese perfetto. E’ la prima volta che riusciamo a parlare inglese da quando siamo in Bosnia. Per il resto ci arrangiamo con le nostre reminiscenze di Croato, che assomiglia tantissimo al Bosniaco.
Cena nel ristorante MB: non bello dall’esterno, ma ottima cucina bosniaca. Ci fanno anche assaggiare una fetta della torta che hanno preparato per una festa che si svolgera’ tra poco.
Dopo cena facciamo un giro in centro. E’ sabato sera, e la piazza principale e’ circondata da disco-bar con musica a tutto volume. E’ pieno di ragazzine tiratissime e bellissime: la piu’ brutta potrebbe essere miss Italia…

8. 29 maggio 2005. Livno – Lago Rama
74 km – dislivello 1.000 m
Sull’altipiano a circa 1.000 metri di altitudine che porta la lago Rama non ci sono paesi, non ci sono alberi, solo erba verdissima e rocce bianche. Troviamo una tabella di legno che indica una fattora, farma Smiglianic, prodaja sira, vendita formaggio. Ci accoglie Ilija, che vive con la moglie Danka, entrambi agronomi, e la figlioletta Maria di 4 mesi.
Ilija ci ospita nella sua casa, ci offre formaggio fresco e vino bianco dei suoi amici di Medjugorje, e ci racconta della vita della fattoria. Ilija sta ricostruendo la sua azienda, competamente distrutta durante la guerra. Ha chiesto aiuto a varie associazioni umanitarie internazionali. Sono venuti, hanno visitato la zona, lo hanno frastornato di “bla bla”, ma non gli hanno dato niente. Alla fine Ilija si e’ arrangiato da solo, chiedendo denaro in prestito alle banche.
E’ stato aiutato dagli artificieri dell’ONU per sminare la sua terra. E’ stato anche colpito di striscio dallo scoppio di una mina.
Nella fattoria non c’e’ corrente elettrica ed Ilija, con l’aiuto del cognato e del cugino, munge a mano 500 pecore, 2 volte al giorno, per ottenere il latte da cui ricava il formaggio, che viene venduto giu’ in paese, a Tomislavgrad.
In inverno fa freddo, anche 20 gradi sottozero e 1 metro e mezzo di neve, e ci si scalda con la legna.
Ilija ci racconta dei progetti di ampliamento: non appena arrivera’ la corrente ed avra’ finito di pagare i debiti, vuole costruire della stanze per gli ospiti, acquistare dei cavalli e creare un agriturismo, tutto prodotti naturali e biologici della sua azienda e della sua terra.
Al momento di salutarci, Ilija non vuole essere pagato, siamo stati suoi ospiti. Ci chiede solo una cartolina dall’Italia. Ma la nostra mentalita’ non prevede ospitalia’ gratuita e regali, e, per il principio di reciprocita’, prima di andarcene, ci sentiamo obbligati a lasciare qualche banconota nascosta sotto ad un piatto.
Arriviamo ancora commossi al lago Rama ed al convento francescano, dove alloggiamo.

9. 30 maggio 2005. Lago Rama – Mostar
92km – dislivello: 400 m
Scendiamo velocemente lungo le valli verdissime prima della Rama e poi della Neretva fino a Mostar.
La citta’ reca ancora ben visibili le distruzioni della guerra, ma ci sono anche case, chiese, moschee, edifci pubblici nuovissimi. L’antico ponte turco, lo Stari Most, distrutto dalle bombe croate, e’ stato ricostruito. Alla sera, in un bar del centro, vestita come una ragazza occidentale, conosciamo Sanja, una studentessa musulmana, orgogliosa del suo essere pacificamente musulmana. Sanja ci contagia con il suo ottimismo, la gioia, la voglia di vivere, l’entusiasmo per la sua citta’, la sua loquacita’. Sostiene che Mostar e’ la citta’ al mondo in cui si vive meglio. Tanto ottimismo e’ la miglior garanzia per il futuro di questo sfortunato paese.

10. 31 maggio. Mostar – Nevesinje (repubblica Srpska)
41 km – dislivello: 1.050 m
La mattina proseguiamo la nostra visita a Mostar, poi partiamo lentamente in direzione Nevesinje.
Oggi non c’e’ troppa voglia di pedalare: stiamo ancora rielaborando, assorti nei nostri pensieri, quanto abbiamo visto in questa citta’, cercando risposte che non arrivano.
Inoltre fa caldo. Facciamo una deviazione per le sorgenti della Buna a Blagaj, dove ci tuffiamo nell’acqua a 12 gradi.
Lungo l’aeroporto, campi immensi di lavanda in fiore.
Salita lunghissima fino al passo a quota 1100 m. La temperatura passa dai 35 gradi della pianura ai 18 della collina.
Improvvisamente tutti i cartelli stradali sono in alfabeto cirillico: siamo entrati nella repubblica Srpska.

11. 1 giugno 2005. Nevesinje – Kalinovik
63 km – dislivello: 750 m
Saliamo per uno sterrato fino agli splendidi altopiani che sovrastano la Neretva.
I paesaggi sono sconfinati, prati verde smeraldo colorati di nontiscordardimé azzurri e ranuncoli gialli. Le cime dei monti sono ancora ricoperte di neve, e lingue di neve scendono fino ai lati dello sterrato.
Fa freddo: un ragazzo ci dice che da queste parti ci sono solo 2 stagioni: l’inverno con neve e l’inverno senza neve.

12. 2 giugno 2005. Kalinovik – Sarajevo
90 km – dislivello: 1.000 m
L’alfabeto passa da cirillico a latino e viceversa per un paio di volte, segno che stiamo attraversando il confine contorto tra la federazione della Bosnia-Erzegovina e la repubblica Srpska.
Poi saliamo sul monte Igman, dove si sono svolte le gare delle olimpiadi invernali del 1984, e da dove l’artiglieria serba ha bombardato Sarajevo per piu’ di 3 anni. Anche qui, a pochi chilomeri dal centro di Sarajevo, ci sono tanti campi minati
Una veloce discesa e siamo a Sarajevo.
La periferia mostra ancora ben visibili i danni della guerra, mentre il centro e’ stato in gran parte ricostruito o in fase di ricostruzione.
Bascarsija, l’antico bazar turco, è stato quasi completamente restaurato ed oggi pullula di vita.
Qui incontriamo Zoran, che studia a Milano e che ci fa da guida nell’esplorazione della citta’. Zoran, a differenza della altre persone conosciute finora, si mostra piuttosto pessimista riguardo al futuro della Bosnia. Ci parla di clientele, burocrazia, nepotismo, mafia, arricchimenti improvvisi, ruberie ed intrallazzi vari che, secondo lui, la guerra ha contribuito a creare e che continuano ad autoalimentarsi e gonfiarsi.
Restiamo 2 giorni in questa fantastica citta`, dopodiche’ ci attende il viaggio ritorno in treno, una notte “balcanica”, da Sarajevo, a Zagabria, a Lubiana, a Trieste: 4 stati, 3 confini, 3 biglietti ferroviari compilati ogni volta a mano, pagati in valuta locale e validi solo fino al confine successivo. Ma questa e’ un’altra storia.

Potete vedere le foto del viaggio nel sito di Alessio Vremec

 
Commenti
Maurizio Zambelli

Ciao,
questa estate avevo pensato di Partire da Spalato e arrivare a Trieste, quindi con senso inverso al tuo, passando però dagli stessi tuoi punti.
Poi ho trovato in rete la tua relazione e allora mi permetto di chiedere un contatto per avere qualche info in più.
Nei Balcani in bici ho già percorso da Trieste a Budapest e da Trieste al Montenegro sulle isole-costa.
Grazie per una risposta

Maurizio