Viaggio a Lalibela

di Fausto Toccaceli –
7 aprile – Addis, Dese.
Kidane è puntuale, noi un po’ meno. Alle sette di mattina l’aria è ancora fresca e l’umore delle terra non del tutto svanito. E’ appena trascorso un giorno dall’arrivo di Alice e Manuele, il loro entusiasmo e la loro curiosità, figli della giovane età, li spinge a sorridere quando ancora gli occhi nascosti da occhiali scuri, lamentano riposo. Si esce dalla città direzione nord est; la strada asfaltata cessa di colpo dopo pochi chilometri, grossi mezzi gialli, attorniati da manovali, anche loro gialli –cinesi-, muniti di pale e picconi, si muovono lentamente trascinando con essi terra nera e madida. E’ una gimcana, con la sola differenza che al posto di mobili birilli, ci sono immobili caterpillar e grader giganteschi; le sortite sui campi verdi, che ospitano deviazioni improvvisate, sono frequenti tra i villaggi di paglia che si susseguono regolari; insediamenti, che prima dell’istallazione dei cantieri erano ben distanti dal rumore dei mezzi in transito. 
La Land Rover è confortevole e ben equipaggiata, Kidane, l’autista tigrino, sicuro si sé; ha percorso la stessa strada appena una settimana prima e per questo non è certo meravigliato dalle continue interruzioni che succedono con regolarità, al pari dei giorni e delle ore. Dopo 130 chilometri arriviamo a Bebre Berhan; nulla da rilevare: cittadina estesa priva di attrazioni a pochi minuti dal Guassa Plateau, montagna imponente, la cui cima è ancora nascosta dalla nebbia del mattino. Quando si inizia a salire,appena fuori la città, l’altimetro segna 2800 metri, le tempie lentamente ma inesorabilmente comprimono il cranio, il respiro è cosa impegnativa, l’andatura a passo di mulo; si sale su ampi tornanti privi di vegetazione e ciò permette di avvistare sopra di noi i numerosi pullman e camion che fanno rotta, nel nostro senso di marcia, verso Macallè o Lalibela. Quando la strada spiana e raggiunge il culmine della salita siamo a quota 3400, la cima è a portata di braccio; si respira velocemente, è opportuno, mentre la testa ha un peso doppio e le parole escono a fatica; a bordo pista, nei pressi di un laghetto prodottosi con le ultime piogge, due uomini, mostrano tendendo le braccia e occupando la carreggiata, cappelli colorati di lana, sul genere peruviano, multicolori; pecore al pascolo con fitto vello e sullo sfondo, spaziati da nuvole basse, babbuini gelada: immobili sulle zampe, sembrano osservare le contrattazioni per l’acquisto dei copricapo; al loro fianco, seduto nei pressi di un minuscolo tucul, sta un vecchio, coperto da un pesante gabi e da una folta barba, osserva, medita, rincorre l’infinito senza sussulti; è verde tutto intorno, ma non è erba, è colo appena germogliato. Le terrazze che lo contengono sono ben curate e divise da tracciati di pietra: un’immagine di vita ornata di euforia. Dopo aver raggiunto il culmine ora si scende; il panorama sottostante è vasto e un poco velato, ci stiamo dirigendo a Debre Sina.  Ciò che rimane del trionfante passaggio dell’esercito italiano nel 1936, che aveva alla testa il generale Badoglio, sono solo tre gallerie scavate nella roccia, di cui una, la più lunga, misura circa settecento metri: priva di asfalto e costellata di buche, buia e angusta. All’uscita del terzo tunnel due soldati armati, appoggiati allo stipite della porta di una costruzione simile a una casa cantoniera, anch’essa costruita dagli italiani, controllano il passo dei mezzi in transito; la loro presenza è sicuramente dovuta alla la tutela dei “monumenti bellici”; Debre Sina è sotto di noi, tra cipressi ed acacie i tetti di lamiera luccicano come piccoli laghi comunicanti; la attraversiamo, non prima di esserci fermati ed aver acquistato colo tostato e banane da una delle tante donne che lungo la strada lo espongono su cesti appoggiati sopra il capo. La discesa ripida ci porta in pochi minuti sotto i 2000 metri; la temperatura è salita di parecchi gradi ed a ragione di ciò, iniziano a scorrere frutteti di mango, papaie, arance e banani. La piana raggiunta testimonia la sede di un antico lago, ora sostituito da verdeggianti colture attraversate da un piccolo fiume; il terreno è fertile, nero e rosso; i trascorsi di fuoco della spaccatura della Rift Valley sono ben evidenti. Ci fermiamo in un bar che ostenta, proiettata in parte sulla sede stradale, una colorata veranda di plastica, piantonata ai lati da due grossi sicomoro; ragazzi con carriole colme di arance circondano l’auto e ci invitano, con espressione gioviale e segni eloquenti, ad acquistarle: quattro birr il chilo, un vero affare visto che in Addis il loro prezzo è almeno il doppio; ne facciamo scorta, beviamo un caffè e riprendiamo la via. Dese, nostra prima meta, è ancora lontana. Come per incanto i cantieri che ci hanno accompagnato per i 200 chilometri percorsi, scompaiono: ora, finalmente, percorriamo una strada vera, diritta e asfaltata. Qualche goccia di pioggia ci accompagna per un breve tratto non spaventando di certo i contadini che in fila percorrono la via, diligentemente a lato, accompagnati da muli e a volte da cammelli, che a capo chino trasportano paglia o legna. La gente in questa parte dell’Etiopia, siamo nella regione Welo, a nord est di Addis, a differenza di quella incontrata al sud nel precedente viaggio verso Konso, è meno numerosa sulla strada e anche più ordinata, non mostra eccessiva curiosità al nostro passaggio anche se le auto in transito sono pressoché nulle; solo capre e vacche, in gran quantità transumando indisturbate, creano qualche brivido: la velocità di rotta è per questo molto lenta. Combocha ci appare all’improvviso dietro una curva sovrastata da un roccione a picco sulla strada; la attraversiamo velocemente pensando che da quel punto Dese è a soli 23 chilometri; siamo a dir poco affaticati, Kidane è già da qualche chilometro che non proferisce più parola e la sua postura da pilota di formula uno è da tempo più avanzata, il petto quasi incollato al grosso volante e la testa a un palmo dal cristallo; lo guardo ogni tanto nella preoccupazione che si addormenti: sono sette ore che siamo in viaggio e vista la particolarità della strada percorsa ritengo che il tempo trascorso si possa considerare doppio. Manca veramente poco ad un meritato riposo ma la strada si inerpica di nuovo. Una fitta boscaglia è aggrappata ai costoni e in essa si evidenziano, dentro un verde più chiaro, gigantesche euforbie; qualche tornante dopo ci fermiamo ad osservare il panorama sottostante, i colori della sera a contatto con la terra rossa e arida della valle, proiettano verso l’alto il calore raccolto durante il giorno, creano un’atmosfera marziana, considerato anche il silenzio, che assoluto ci sta intorno.
“… Perché il viaggio è di per sé un continuo preambolo, un preludio a qualcosa che deve sempre ancora venire e sta sempre ancora dietro l’angolo; partire, fermarsi, tornare indietro, fare e disfare le valigie, annotare sul taccuino il paesaggio che, mentre lo si attraversa, fugge, si sfalda e si ricompone come una sequenza cinematografica, con le sue dissolvenze e riassestamenti, o come un volto che muta nel tempo” C. Magris –

Dese, Hotel Ghoa
Ecco Dese, sta in alto, in mezzo a due picchi, dentro una valletta che dolcemente scende in mezzo a una fitta vegetazione; è il capoluogo della regione Welo, gli italiani vi passarono del tempo, viste le costruzioni che ancora troneggiano al centro della città: un vecchio albergo e la casa del fascio. La strada principale che l’attraversa è completamente sotto sopra, probabilmente stanno realizzando la rete fognaria considerati i tubi di cemento che stazionano ai lati e le grosse voragini che la seguono su entrambe i fianchi; passerelle di legno si susseguono per permettere il collegamento tra la strada e i vari suk e negozi: tutto ha dell’incredibile, la gente freneticamente scorre incurante della polvere e del macello generale, alcuni sostano seduti in terra sopra pelli di capra esibendo polli e cosce di ovini; la pasqua ortodossa è vicina ed il pennuto insieme al brucante saranno il principale alimento, dopo due mesi di digiuno. Saigon, ecco cosa mi fa venire in mente tanto trambusto, Saigon, la cittadina sembra la città vietnamita nel giorno del forzato abbandono da parte degli americani: incedere precipitoso e caos. La attraversiamo completamente, siamo alla ricerca del nostro albergo prenotato da tempo; presa una stradina parallela e secondaria ce lo troviamo davanti. Un grosso cancello aperto, appoggiato ad un muro di cinta, ci consente di entrare nel parcheggio: siamo gli unici presenti. Scesi dall’auto, notiamo una perdita d’olio dal mozzo di una delle ruote posteriori; Kidane è preoccupato, ma un suo conoscente, incontrato per puro caso nell’albergo, lo rassicura, lì vicino, dice lui, c’è un meccanico che provvederà a sistemare il danno. Dalla reception, nel frattempo erano uscite due persone, un uomo e una ragazza che incuriositi ci stavano osservando. –Buonasera, è questo l’hotel Fassa? – – Sì certo, cosa desiderate? – – Mi chiamo F. T., da tempo ho prenotato due stanze doppie per questa notte, la ricevuta della prenotazione e del pagamento è presso di voi, un amico ha provveduto a regolarizzare il tutto, e visto che non poteva venire in Addis a consegnarcela l’ha lasciata qui, in albergo … Può controllare … – La signorina alquanto sorpresa, osserva l’uomo, suo collega, un istante, poi si dirige verso l’ufficio, invitandomi a seguirla; si siede, apre il cassetto ed estrae un quaderno a righe doppie, in uso nelle terze elementari, dove presumibilmente sono registrate le prenotazioni; sfoglia, scruta, gira, rigira, ne prende un altro continuando nella stessa operazione: intuisco che qualcosa non va. -Scusi c’è qualche problema?- Non risponde, mentre scuote il capo. Poi di colpo: – mi scusi ma a suo nome non c’è nessuna prenotazione, è sicuro che sia questo l’albergo? A Dese ce ne sono altri quattro … Anzi cinque- – Può guardare meglio, sono sicuro che per questa data … – – Mi dispiace, non c’è nessuna prenotazione e poi, poi le stanze sono tutte occupate, non ci sono camere disponibili, su questo non ho nessun dubbio -. Sono le sei del pomeriggio, siamo sudati, sporchi e a dir poco stanchi, l’auto ha dei problemi e a quanto sembra noi più di essa, mi giro verso la via sottostante, ben visibile da dove mi trovo: la gente continua a scorrere e ad esibire polli, voci confuse di ogni tipo si susseguono tra la polvere che si alza a seguito di folate regolari, come telecomandata; mi appoggio con i palmi sudati sulla scrivania della reception, non ho più la forza di ribadire, chiedo solo: – … Potrebbe per cortesia, via telefono, chiedere agli altri alberghi della città se esiste una prenotazione a mio nome? Forse ho fatto confusione sul nome dell’hotel … -. Cosa che la signorina, molto gentilmente provvede a fare, ma da ogni albergo la risposta è sempre la stessa: –nessuna prenotazione sotto questo nome -. A quel punto, Kidane, che fino a quel momento non era intervenuto in merito alla disquisizione, si fa avanti e dice: – forse c’è una soluzione. A Dese esiste l’albergo governativo, potremmo recarci lì e chiedere se hanno camere libere; non è gran che, ma vista la situazione … – – Senti Kidane, cosa vuol dire “non è gran che?” E poi per quale motivo la signorina non lo ha consultato? – La guardo, la signorina, sorride ma non alza gli occhi. – Bene andiamo a vedere, non è poi così lontano. Quando lo avrete visto deciderete sul da farsi – . Due minuti e, rompendo la gigantesca siepe che costeggia la strada, un viale si apre, all’inizio del quale, inequivocabile, sta piantato un cartello con su scritto: “ Hotel Ghoa”. Nessuna sorveglianza quando valichiamo il cancello aperto, dopo di esso si apre un prato, non curato, l’erba è alta e i fiori reclamano acqua e un po’ di pietà. La struttura, edificata ad “U”, pare una baracca di un campo di concentramento, ( e qui affiora la frase sibillina della ragazza della reception … “Ce ne sono altri quattro … Anzi cinque” … Eccolo, il quinto) e, nello stesso tempo un asilo di provincia degli anni 60’, manca solo la giostra in ferro, da un lato c’è anche del filo spinato che unisce le altre tre parti di fratta. Nessuno parla, la luce del sole ha già detto che domani sarà un altro giorno; non c’è luce artificiale: non hanno generatore, è ovvio. Kidane provvede subito ad aprire il portello posteriore della Land Rover e fa per scaricare i bagagli: – alt! Kidane, alt. Io penso che una sbirciatina all’interno sia doverosa, se questo dovesse essere come l’esterno, preferirei dormire in macchina, non pensi!? – . Richiude il portellone e ci avvicendiamo ai tre gradini che portano all’ingresso del presunto albergo. In un silenzio segreto, una signorina in divisa verde e nera, in piedi dietro un bancone, illuminata da una candela, ci osserva con occhio languido e sconsolato; alla sua destra un frigo, fatalmente spento, con impresso il marchio della coca cola e un televisore, sopra un banchetto, di lato il frigo, con a proteggerlo dalla polvere e dal disagio esistenziale, una tendina acrilica marrone, arricciata, passata dentro un filo di ferro fissato sul muro da una parte e sul frigo dall’altra; sulla sinistra un piccola hall con poltrone prebelliche a fiori, dietro di esse il bancone del bar e dietro il bancone due figuri in penombra, semi mummificati, vestiti comunque con la decorosa divisa governativa; sopra la mensola in vetro alle loro spalle: una bottiglia di Ouzo, una di Red lable e una di Amarula, null’altro. Resto immobile, nella indecisione se uscire subito o se farmi avanti e chiedere alla attonita signorina di farci visitare le camere ancora libere. In seguito a consulto, decidiamo in massa di affrontare la seconda opzione. Estratta la torcia dalla borsa, dopo aver atteso che la ragazza accendesse un’altra candela, la seguiamo, scendendo le scale, per visitare le camere poste sull’altra ala del palazzo. Tante parole da colmare una pagina sarebbero state insufficienti per descrivere l’interno delle due stanze; fatto è, che la notte, a dire il vero tranquilla, l’abbiamo passata all’Hotel Ghoa, dopo aver pasteggiato sulle fiorite poltrone della hall, (essendo questa l’unica stanza illuminata, con una lampada a petrolio), con marmellata, burro e omelet. (Avendo chiesto per cena l’omelet, la cameriera ha pensato che fosse nostra particolare abitudine fare la prima colazione la sera e quindi, ci ha serviti anche di marmellata e burro).
“… Nel viaggio, ignoti fra gente ignota, si impara in senso forte ad essere Nessuno, si capisce concretamente di essere Nessuno. Proprio questo permette, in un luogo amato divenuto quasi fisicamente una parte o un prolungamento della propria persona, di dire, echeggiando don Chisciotte: qui io so chi sono.” – C.Magris

8 aprile -Verso Lalibela
L’auto è nel parcheggio, sono le sette. Kidane ha provveduto a sistemare la ruota, meno male. Appena saliti prima di muoverci, facciamo un censimento dei segni che le pulci ci hanno lasciato durante la notte, nessuno di noi evidenza più di cinque pizzichi, poteva andar peggio; Alice racconta che un grosso scarafaggio, presente nel bagno, è stato allontanato prima che si coricasse, poco male. Si parte verso Lalibela, Kidane ci informa, che con due o tre tappe potremo raggiungerla nel pomeriggio, si prospettano altre otto ore di marcia. Dese è quasi deserta, gli abissini non sono mattinieri, anche i mezzi sono fermi e nessun operaio è sul posto di lavoro, poca polvere, mentre riattraversiamo la via principale ed usciamo in modo definitivo dalla città. Pochi chilometri oltre, sopra un dirupo che permette una vista straordinaria sulla valle sottostante, due carri armati russi, a suo tempo in dotazione alle truppe governative di Menghistu, innalzano i loro cannoni verso il cielo,come per misericordia; ci fermiamo ad osservare le grosse carcasse non ancora arrugginite, spogliate dei cingoli e di tutto ciò che è stato possibile trasportare; la guerra civile che ebbe il suo tragico epilogo nel 1991, con la sconfitta di Menghistu e relativa fuga nello Zimbabwe, è passata anche di qui. Kidane nel frattempo ci informa che a due, tre chilometri di distanza, facendo una sortita di poche centinaia di metri per una mulattiera, si può osservare il lago Hayk, dice che ne vale la pena e vi lasceremo solo qualche minuto. Eccolo il lago, è piatto come fosse ghiacciato, non un’increspatura, non un movimento, una linea scura lo taglia come la lama di una spada, divide un verde marcio da un azzurro grigio che si confonde con la lontananza; Acacie, euforbie e sicomori lo contornano come in una pittura ben eseguita: è tutto fermo, anche il pastorello che accompagna un gregge di capre; di lato, solo un contadino con frusta in mano, cammina dietro un aratro di legno, trainato da due buoi ; ci ignora e continua costante nel suo incedere, emettendo ogni tanto urla di incitamento verso le bestie aggiogate. Stiamo in silenzio, mentre osserviamo la pace fattasi acqua; lo specchio, con l’evolversi del sole, adesso è grigio perla, e trasuda appena, l’altra sponda, visibile, è costellata di alberi dal color della cenere, indistinti: quell’orizzonte di acqua, di alberi e solitudine è un infinito raccolto e cordiale. Prima di riprendere a salire verso Wichale, la strada percorre ampie zone di piano, probabilmente un tempo regno di laghi: aree sterminate, contornate da alti picchi che superano i 3500 metri, la terra è rossa come il fuoco, quella arata, altra verde, destinata a pascolo; a tratti, la via a mezza costa permette di osservare i vari riquadri di terreno di diversi colori, sopra i quali, una cortina fumosa, vista l’ora, vi sta aggrappata, solo più in alto l’aria è tersa e impalpabile. I primi tornanti, dopo un paio di deviazioni che ci hanno permesso di attraversare due villaggi, sono aspri, secchi: procediamo lentamente su una strada ridotta a una sola corsia, è impresa ardua rimanere in carreggiata ogni qualvolta un altro mezzo procede in senso opposto. Wichale dista ancora venti chilometri e sono tutti in salita; fiumare di sassi, dai pendii, si susseguono regolarmente, immagino guardandole, quale potrebbe essere lo spettacolo dopo il periodo delle piogge. Cammelli e muli, diligentemente a lato, non ci abbandonano mai, sono carichi, ma di carichi leggeri: paglia e canne. Quasi in vetta, ci fermiamo per delle foto di rito, il panorama lo consente. Da un nucleo di tucul, alcuni bambini escono sulla strada deserta e di corsa ci raggiungono in un attimo; non si avvicinano, rimangono a distanza, non chiedono niente vogliono solo osservare; un ragazza con un cesto in mano ci raggiunge anche lei, ha qualcosa da vendere: fave cotte; ce le porge, decido di acquistarle, tre birr chiede, gliene offriamo dieci, rimane senza parole osservando la moneta, poi guardando sempre i birr, torna gioiosa sui suoi passi. La cresta della catena montuosa ci fa percorrere altri dieci chilometri prima di arrivare al bivio; grossi cantieri sono sparsi tutt’intorno, è surreale la vista dei grossi tubi di cemento e dei tanti mezzi in movimento, tra quelle conche e gli sterminati pascoli intramezzati da villaggi. Giunti a Wichale il cartello stradale indica a destra Lalibela, proseguendo diritti si va verso Bahr Dar, la strada che dovremo percorrere tra due giorni. La discesa è ardita; terrazze ovunque, tra le pietraie laviche; molti i contadini che arano, all’ombra di se stessi, in una immagine anni ’50; la fitta boscaglia di eucalipti è da tempo cessata. Ci interroghiamo sul fatto se il medio evo da queste parti sia terminato d’avvero, se i contadini al lavoro abbiano la minima idea che si possano, oggi, usare mezzi meccanici, per arare e seminare il tef. Sono decine, ognuno nel suo recinto, ognuno con la sua coppia di buoi, ognuno con lo sguardo rivolto al terreno, al cibo, alla vita; La totalità di questa gente vive la semplice storia del lavoro e delle sue rare pause di gioia e di piacere; insieme a loro un secondo sguardo, rivolto al vuoto. Si transita, si osserva e tutto rimane immutato e chissà per quanto tempo ancora; si fissa qualche immagine nella camera, non tutto quello che si racconta può essere fidato e ancora, penso, non tutto quello che si vede può essere ricordato. Il percorso ora è arido: roccia rossa e sparute acacie cospargono il terreno, piccoli solchi provocati da torrenti, alcuni con acqua, anch’essa rossa. Di villaggi ne incontriamo parecchi; per la strada, incessanti migrazioni di ragazzi in divisa: ogni villaggio un colore diverso, la scolarizzazione anche in queste aree deserte è rilevante; tutti vanno a scuola, dalle otto di mattina alle otto di sera, a turni, tre turni a giornata. Una famiglia di babbuini gelada attraversa la strada, una ventina penso, tra cui la metà cuccioli; è per questo che il capobranco, rimasto in coda, li allontana da noi, che nel frattempo ci siamo fermati. Cinquanta metri e anche loro si fermano, ci osservano, qualcheduno si arrampica sugli alberi. Kidane, nella piana che lentamente è avanzata, ci indica l’aeroporto, stiamo per avvistare Lalibela, bisognerà risalire per circa dieci chilometri per arrivare ai 2600 metri della cittadina; attraversiamo su un ponte di recente costruzione, moderno, il fiume Tekeze; è una fiumara più che altro, larga circa cinquecento metri, solo un rigagnolo la divide a metà; (anche in questo caso c’è da rammaricarsi di non poterlo attraversare nel periodo dopo le piogge.)
“… Dove siete diretti? Sempre verso casa” – Enrico di Ofterdingen – Novalis



Lalibela
La strada sale e l’emozione aumenta; Il monte Abune Yosef si staglia lontano, Lalibela è tra noi e la cima che supera i 4000 metri, non è visibile mentre saliamo, Kidane, indicandoci la zona, ci dice che è incastonata tra l’amba e il vallone, adagiata sul pendio a nord; la raggiungeremo tra poco. Ancora pastori, ancora terra di fuoco, arida. Giriamo a destra, duecento metri di pista di sabbia ed ecco presentarsi un grosso taglio naturale sulla costa che ripida scende a valle , non siamo ancora a Lalibela; incastonato da mille anni, sotto un roccione sporgente, sta il monastero di Neakutelaab. Appena fermi e usciti dall’auto, la nostra vista si incanta sull’eremo e sul piccolo villaggio, edificato da pellegrini ora diventati stanziali, che sta ai suoi piedi. Pretendere di vivere –ha scritto Ibsen – è da megalomani; questo paesaggio essenziale e assolato di colore, insegna la nostalgia per la vita vera e invita a conservare un poco di megalomania, ed io, lì, vagabondo tra i vagabondi, viaggiatore e curioso ho un sussulto di verità, di libera persuasione: invito alla pace assoluta. Mentre sorridenti fanciulle, arrivate di corsa alla nostra vista , accomodano chincaglie e preti pizzuti di terracotta sui loro gabi, scendiamo i gradini ed il vorticoso sentiero che porta al monastero. Fievoli rumori che intercorrono tra litigi di uccelli e pacate cadute di gocce d’acqua ci aprono al monastero. E’ appena terminata una funzione e i fedeli, scalzi, lentamente escono dall’ ingresso principale assieme ad un dolce odore di mirra. Abbiamo tempo per osservare l’esterno: la costruzione che risale al XII secolo è su un piano, in parte scavata nella roccia mentre la facciata è edificata con tufo; il costone naturale la sovrasta ammantandola, come la custodisse da ogni intemperie sia naturale che divina. Si cede ad un sussulto di grazia appena ricevuta e poi presto svanita: i canti e i lamenti dei fedeli erigono scudi contro il tempo e le sue terrene disgrazie, si ha la sensazione di un trapasso regolato di un esistere effimero e fuggevole. Il pavimento interno, in pietra, è quasi interamente coperto di tappeti, ai lati teche in legno custodiscono scritti e croci, coppe e figure dipinte; leggii, costruiti con verghe di ferro, esistenti da tempo indeterminato espongono manufatti colorati su pelle, rappresentanti santi e re. E’ essenziale l’interno, tre sale divise da muri di pietra sono sovrastate dalla roccia e non hanno tetto artificiale, il canto degli uccelli vi si amplifica, così come lo scendere regolare delle gocce d’acqua.
“ … In un viaggio vissuto in tal modo i luoghi diventano insieme tappe e dimore del cammino della vita, soste fugaci e radici che inducono a sentirsi a casa nel mondo.” C. Magris –
Il prete pizzuto l’ho comprato e anche un leoncino in coccio; la ragazza soddisfatta di aver concluso l’affare, nel momento che ci ha visti risalire in macchina, ha riposto tutto il materiale sacro in uno scatolone e di corsa è tornata a casa.
“ … Rimandare il più possibile l’arrivo, l’incontro con l’essenziale, come la prefazione differisce la vera e propria lettura, il momento del bilancio definitivo e del giudizio. Viaggiare non per arrivare ma per viaggiare, per arrivare il più tardi possibile, per non arrivare possibilmente mai.” C. Magris –
Kidane sorride nel leggere nei nostri occhi e nelle nostre parole monastica soddisfazione. Lasciato l’ eremo nel suo incanto a picco nel vuoto, percorriamo circa un chilometro aggirando lo sperone che adagia la montagna al nostro fianco e finalmente scorgiamo Lalibela. Sta lì il borgo e al momento suscita nessuna meraviglia anche solo per il fatto che gli occhi sono colpiti dai soliti bagliori dei tetti di lamiera, si sta in silenzio aspettando di raggiungerla, attraversarla e capire il motivo della nostra presenza. Sono studenti, coi loro grembiuli colorati, a riempire la strada che lentamente raggiunge le prime abitazioni, poi alcuni contadini, di corsa dietro i loro asini, con ognuno il suo moschetto a traverso sul collo a mo di “Dula”. Sono le sei del pomeriggio, il sole è ancora caldo ma già di traverso, la terra rossa, per lo più roccia viva, tufo millenario, assume colori di pastello, tenui e agonizzanti; la montagna, nel suo versante nord, che sovrasta la cittadina, non priva di alberi sulla sommità è già scura. Ora una via lastricata, prima dolcemente poi bruscamente scende, nel momento in cui le abitazioni, tucul in pietra su due piani, si infittiscono; questi differenziano il paesaggio per altro monotono, costellato dalle solite baracche. Kidane ci dice che stiamo raggiungendo l’albergo, l’hotel Roha, governativo, che porta il nome antico della città. Lambiamo le zone archeologiche, visibili, o più che altro, intuibili , solo perché ricoperte da strutture moderne, giganti, per preservarle dalle intemperie; il fido Kidane ci racconta che ad istallarle sono stati gli italiani, non molto tempo fa, e che gli stessi sono stati gli ultimi ad eseguire le ristrutturazioni e i consolidamenti delle chiese sottostanti. Le visite sono rinviate all’indomani, come da programma; prenotiamo una guida, amico del nostro autista navigato: ore otto, puntuali mi raccomando, -ci dice-, altrimenti non farete in tempo, prima che faccia buio, a vistare tutte le chiese.
Prima di addormentarmi, assaporo ciò che andremo a vedere, quanto tanto decantato e non per questo, ancora, tanto conosciuto; Lalibela, quanto è leggenda e quanto è storia è ancora oggi da verificare. La dinastia Zagwe è sicuramente l’artefice, tra il XII e XIII secolo, di questa opera pietrificata. 24 anni, si dice, occorsero per scolpire la roccia e creare tanta magnificenza. Il re Lalibela andò in esilio a Gerusalemme? Volle simbolicamente ricostruirla tra queste rocce vulcaniche? Le chiese furono scolpite e non edificate per nasconderle agli invasori musulmani madisti? Forse sì, forse no. Ciò che stupisce e che tutt’oggi desta ancora meraviglia è come sia stato possibile, con i mezzi a disposizione di allora, realizzare un’opera di queste dimensioni. Undici chiese divise in due gruppi e Bet Giyorgis isolata dal resto: “rappresenta il culmine dell’ arte rupestre e con essa si raggiunge l’assoluta perfezione formale del genere, con un plinto a tre livelli alto quindici metri a forma di croce greca.” – Lonely Planet-
Ore otto – Il nostro accompagnatore è un ex prete; per sette anni ha curato, vivendoci, la chiesa di Bet Maryam, sposato e poi divorziato con sette figli, ha dovuto abbandonare l’incarico per volontà divina – applicata dagli uomini -. Dentro le chiese: passi sordi sopra roccia levigata; un sunto di semplicità e magnificenza; canti: diaconi, accarezzati dalla luce del sole e da candele profumate; sotto, tappeti stagionati, pulci in letargo; sordità dei suoni dei lamenti, chiusi dentro le mura; in abiti da cerimonia preti espongono croci, nei loro visi il segno del tempo, le rughe indurite hanno il simbolo del simbolo: canali scolpiti (fiume Giordano); polvere sottile si rincorre tra i pertugi insieme a bianche sagome di fantasmi, dove il sole sta acquattato. Il mondo ritorna dopo qualche ora. Nel momento che oltrepassiamo il tunnel che conduce a Bet Maryam, il prete spretato allarga le braccia e rivolge gli occhi al cielo, si avvicina alla colonna di lato l’ingresso, prostrato appoggia le mani su di essa: emozione; la accarezza come fosse una giovenca, come fosse viva ed emanasse calore divino: emozione. “Guarda!!” Ripete all’infinito, ogni qualvolta ci indica un dipinto, una volta, una croce: la magnificenza trabocca dai suoi occhi.
Ben al di là di ciò che è già stato scritto su una base storico-artistica, l’immagine collettiva che si ha, marciando tra cunicoli, ripide scalinate, attraversando strette fessure che mettono in comunicazione ogni chiesa, passa attraverso il colore del tempo –un orlo secco di una foglia di faggio -. Il tempo ha modificato il rosso del tufo lavico, rendendolo simile a verde muschio, a giallo ocra, ad arancio appassito, come se, da una grande tavolozza di un pittore, questi colori si fossero rovesciati sulla sommità di ogni chiesa mescolandosi e adagiandosi ai monumentali lati. Poi, chiudendo gli occhi ecco un tonfo, sordo: il primo colpo, il primo rotolare di roccia infranta. La genesi. Adamo; Fiume Giordano; Ararat; Betlemme; natività; giogo; cedro.
“… La luce e la trasparenza dell’aria che fanno risaltare le cose sfidano la capacità di vedere, di accorgersi dell’inesauribile superficie del mondo… Ma per impossessarsi di quel trascolorare dell’erba o delle nuvole c’è bisogno di quella preliminare impressione di vuoto, di niente.” C. Magris –

Il lento rumore del nulla
Su una roccia sospesa
Che guarda l’infinito
È buio, il vuoto è nei tempi
Nei popoli che lì sotto passarono
Non una luce, non un lamento
Non il fragore del vento
Solo buio, assoluto.

Verso Bahr Dar – Lago Tana – Nilo Azzurro
I primi sessanta chilometri sono gli stessi di due giorni fa; ci si ferma sui particolari, si riconoscono i villaggi e anche i contadini che con l’aratro in spalla, è ancora presto, stanno raggiungendo i loro appezzamenti petrosi. I babbuini non ci sono più, ma le acacie sì, in un verde più vivo misto a rugiada sospesa. Weldiya la raggiungiamo presto, si va verso Bahr Dar. Il paesaggio non muta e neanche la strada polverosa, siamo costantemente sopra i 3000 metri, l’aria è fresca e ci tiene svegli. Regolarmente, procediamo, fino a quando un costone di terra tagliata da una frana, ci fa meraviglia e ci consiglia uno stop. E’ terra, terra di ogni colore, colori che sfumano per poi riprendere; è un’opera d’arte, d’arte naturale; la scala dei colori, dei colori tutti, un arcobaleno di terra. Leggeri solchi prodotti dall’acqua, solchi ramificati, infinitesimali, tracciati a regola. Nell’osservare questo incantamento, mi sono sentito spogliare di tutto ciò che in quel momento era superfluo, relativo: ho creduto di afferrare il senso della vita, mi son sentito libero da ogni ingranaggio dell’esistenza, quelli che impediscono di vivere. Come mi stessi togliendo una pelle dopo l’altra, mentre a scorrere era la felicità: percezione di avvicinamento ad un nucleo così essenziale così puro da assomigliare al nulla. Non ho osservato altro per diversi chilometri, pensando anche al mio amico Bruno, e alle sue “terre”: chissà se è passato di qui.
“ … I colori sono un alfabeto del mondo; non solo il mare, il prato, il fuoco, ma anche sentimenti, parole, situazioni, perfino idee hanno dei colori” C. Magris –
L’orizzonte non mostra più picchi ma solo azzurro intervallato da bigie nuvole, non dovremmo essere molto lontani dalla piana che annuncia il lago Tana; ambe, un monolito solido ed energico poi, annuncia la fine del paesaggio roccioso, ed apre a campi ariosi attraversati da un vento teso e fastidioso che alza una polvere sottile dalla pista arsa; alle nostre spalle un temporale si prepara, ma noi di lì, siamo già passati. Non faccio in tempo a chiedere a Kidane quando comparirà il bivio che indicherà la strada per Gondar, a nord e Bahr Dar, a sud, che eccolo comparire davanti. Dopo mille chilometri, percorsi in quattro giorni, su piste montane, si prospetta una strada ben asfaltata e completamente in piano; la sensazione, appena presa la piana , è quella di essere scesi da un cavallo imbizzarrito alla fine di un rodeo: liberazione, sollievo. Compaiono i primi baobab e i sicomori giganteggiano, poi, coltivazioni di ogni genere: l’acqua è vicina anzi vicinissima; il lago appare dopo pochi chilometri e con esso Bahr Dar: si intravede tra la fitta vegetazione che accompagna la costa del Tana; ci siamo quasi, assaporiamo un meritato riposo. Un ponte, sotto un fiume color terra, quasi in piena: è il Nilo Azzurro, per gli etiopi, l’Abay. Bahr Dar fa un po’ meraviglia: le strade sono lisce di catrame nero appena steso, spartitraffico scorrono regolari, aiuole curate, vegetazione sui viali, principalmente gigantesche palme. Kidane ci porta subito all’hotel Tana: ingresso principesco, lungo viale contornato di alberi di ogni tipo e fiori variopinti. Sta su una penisola, sembra di essere in mezzo al lago, ovunque guardi c’è acqua dietro euforbie alte tre metri. Capisco ora, perché la città, sia da re, quindi da tempi lontani, che dagli attuali governanti è stata presa in considerazione come possibile capitale dell’Etiopia. L’albergo governativo è confortevole e il paradiso floreale notevole: miriadi di uccelli frequentano il parco attraversato da sentieri lastricati, ognuno dei quali si adagia nel lago, che vista l’ora, nemmeno respira, tanto è piatto.
“ … Perpetua vi regna la primavera e vi abbonda tutto ciò che l’uomo può desiderare” – James Bruce –
Il mattino dopo si parte per la gita: visita guidata a tre monasteri; la barca, di piccole dimensioni ospita solo noi e per questo abbiamo il privilegio di scegliere i tempi e le destinazioni. Dopo alcuni minuti di navigazione, incrociamo un pescatore, seduto sul suo tanqwas, una piccola canoa costruita con il papiro, a vederla sembra quasi impossibile che possa galleggiare; la guida dice che possono essere usate per non più di due mesi, poi si gonfiano d’acqua e affondano. La superficie del lago sembra caffè macchiato, le piogge al nord dei giorni scorsi hanno ingrossato i fiumi che lo alimentano e con essi è scesa melma grigia e rossa che ha trasformato il colore del lago, in altri periodi, azzurro. Siamo a cinque giorni dalla pasqua etiopica, e per questo, è vietato l’accesso all’interno dei monasteri (solo i preti ne hanno facoltà); è possibile sbarcare sugli isolotti, visitarli, visitare poi l’esterno degli edifici (tutti uguali, circolari, in legno) e i relativi musei collocati su piccole costruzioni all’esterno, con l’immancabile frate che fa da cicerone. L’avvento imminente della pasqua non vieta però ai monaci di vendere frutta e chat, chincaglie e pelli di serpente; è per il loro sostentamento, ci dice la guida. Il silenzio è assoluto, mentre si torna; chiediamo di far visita alla sorgente del Nilo azzurro, ci siamo proprio vicini. Ad un tratto l’acqua del lago si increspa, assume un colore più chiaro: stiamo solcando i primi metri del fiume: emozione e disincanto; quelle acque, che scorrono leggere danno inizio al fiume più lungo e più necessario del mondo, quel fiume che permette la vita e fa scaturire la poesia, che ristora e riempie gli occhi, che fugge ma anche resta: Etiopia, Sudan Egitto, Mare Nostrum: eccitazione da infante, trepidazione, tra pellicani bianchi e cormorani.
“ … Uno sguardo rivolto obliquamente al vuoto.” C. Magris –

Cascate del Nilo – Tis Isat
Quando partiamo per le cascate del Nilo (18 chilometri di pista per arrivarci) sono le 3 del pomeriggio. Il sole traspare dietro nuvole innocue e si sente appena. Costeggiamo il lago nel suo color limo, e questo, ci dice il fido, che è di buon auspicio: il Nilo sarà ingrossato e le cascate gonfie e rumorose, speriamo. Attraversata Bahr Dar, prendiamo una strada ampia e polverosa; è sabato, giorno di mercato; si nota subito dalla moltitudine umana che ordinata solca i lati della strada: le vendite e gli acquisti sono terminati si torna a casa. Sono scalzi, poco vestiti, moltissimi a piedi con sulle spalle pezzi di lamiera, sacchi di tef, capre. Le donne, sopra la testa in perfetto equilibrio, protetta da un panno arrotolato, trasportano in un contenitore a volte in paglia, altre in cuoio, cibo e acqua. I villaggi che devono raggiungere sono nei pressi delle cascate, c’è molta strada ancora da fare. I più fortunati e benestanti hanno un calesse o un mulo, altri, i più giovani, passano in bicicletta tra i ciottoli aguzzi. Ragazze distese sul lato, dormono, si riposano, prima di riprendere il cammino. La strada è diritta le persone in gran numero, noi transitiamo in mezzo, andatura leggera, per non alzare polvere: – Vai piano Kidane, piano – mi guarda – Mi devo fermare!? – . –Si! -. Mi guarda ancora, sorride, ma non si ferma. Un canale che ha origine dal lago costeggia a pelo la strada, a volte la attraversa, per diramarsi nei campi coltivati a riso e canna da zucchero per poi proseguire, sempre costeggiando la strada, silente; animali e persone si dissetano e si ristorano; ragazzi, hanno i piedi immersi e si bagnano la testa; è acqua, solo acqua: nessuno, come i popoli conoscitori del deserto, delle lande assolate e della sete sa cogliere la misteriosa grazia dell’acqua, della sua incolore trasparenza, che riflette luce e desiderio, dello scorrere e mutare in cui essa rimane uguale e se stessa, del suo impeto che diviene canale, irrigazione, esistenza… Tutto. Mi guardo nello specchio retrovisore mentre sorseggio da una bottiglia di plastica, cedo quasi al desiderio di scendere e mischiarmi alla carovana, allungarmi nel canale, sbattere i piedi e toccare qualcuno ; non lo faccio, perché io sono un ferenji, ho addosso la civiltà, abiti bianchi… Ma non il coraggio di essere per qualche minuto uno tra loro; continuo a prendere lezioni, una dopo l’altra; forse prima o poi imparerò qualcosa, forse.
Il villaggio dove la strada termina si presenta disteso sulla strada. Al culmine di essa immancabili venditori. Paghiamo il dovuto è assoldiamo un ragazzo per farci da guida; questi, in bicicletta ci precede fino a che arriviamo al punto di imbarco per attraversare il fiume, il sentiero che conduce alle cascate è dall’altra parte; un piccolo molo, costruito con rami di eucalipto unisce la sponda all’acqua torbida del Nilo; è ben largo, Kidane non si sbagliava: -Tana color terra Nilo in piena-. Due barconi vuoti ci vengono incontro, sopra ognuno di essi stanno due uomini, uno a prua e uno a poppa con palanche lunghe e sottili, le appoggiano sul fondo con forza e grazia mirabile per dirigersi verso l’attracco; ci avviciniamo per salire, ma il ragazzo dice che non sarà quello il mezzo di guado mentre indica la folla indigena che ordinata sosta qualche metro distante e che in silenzio, incuriosita, ci osserva;- saranno loro, -dice-, ad usare quei barconi, noi aspettiamo la barca a motore, sarà più sicura e veloce.- – Quanto costa, – chiedo incuriosito – attraversare il fiume con i barconi e quanto, con la barca a motore? – Un birr, venti birr -. Ora sono io che li guardo e li osservo con attenzione; sono gli stessi che erano in strada, ma loro non verranno a far visita al salto del fiume, torneranno alle loro capanne e non so certo dove, c’è polvere su di loro, stanchezza, e negli occhi, misericordia e durezza nei nostri riguardi: mi sento “un diverso” e torno a guardare il fiume. La barca a motore arriva; siamo gli unici a salirci, gli unici ferenji presenti. L’acqua è calma in quel punto e scorre piano, non un’increspatura, niente fa pensare che da lì a cinquecento metri ci sono le cascate più belle di tutto il continente. Il ragazzo dice che ci vorranno venti minuti di marcia per raggiungerle, ma poi guardandomi appoggiato al mio “dula”, rettifica e dice – forse anche mezz’ora -. Sono le quattro ma non fa caldo, ideale per una passeggiata; il sentiero costeggia il fiume nascosto da una fitta vegetazione e attraversa campi non coltivati dove mucche brucanti pascolano indisturbate; ragazzini di non più di dieci anni le guidano suonando un flauto di canna; intonano brevi motivi e si rispondono a distanza, non chiedono soldi è solo un loro svago. Ci siamo, appena dopo aver incrociato altri turisti di ritorno, un rumore sordo, trattenuto, giunge chiaro e inconfondibile; non sono ancora visibili ma il leggero tremolio della terra e dell’aria fa presagire che al di là degli eucalipti e dei bassi cespugli si apra da lì a poco lo spettacolo delle cascate del Nilo. E così è, la vegetazione di colpo si interrompe un fronte largo circa 500 metri per lo più di roccia nera, umida, distanzia le due rive. La cascata è dall’altra parte, l’acqua precipita con un fragore assordante, per parlare, tra di noi, si deve alzare il tono tanto è il rumore che provoca . Scendiamo per il sentiero che ci porta davanti il muro bianco: ci fermiamo, oltre non si può andare. L’acqua che cade genera una pioggerellina sottile che si alza impalpabile e poi si riposa, fin alla nostra postazione: Tis Isat, “l’acqua che fuma”, è il nome che i nativi hanno dato a queste cascate; la vegetazione lì sotto è lussureggiante, luccica al sole, rigagnoli si diramano e si ricompongono poco più a valle, ma ora il fiume non è più calmo e oleoso, ma torbido e scomposto, l’acqua acquista forza e scende tra i dirupi. Restiamo a guardare tanto spettacolo in silenzio, cercando di fissare quanto più possibile, lasciando i pensieri intersecarsi tra loro, liberi, come quel tonfo regolare, come quell’acqua che scorre ma rimane sempre la stessa: attoniti. E’ ora di tornare, la luce sta cambiando mentre il verde diventa scuro, solo il fragore, insensibile, è sempre lo stesso. Giunti all’imbarco ad aspettare la barca a motore, mi soffermo su una ragazza che dal greto del fiume si abbassa e raccoglie un po’ d’acqua con le mani per bere; incredulo la osservo, mentre sorseggia l’acqua marrone mista a fiocchi di paglia. – Kidane, ma si può bere quest’acqua? – sorride – Lei sì, tu no -. La strada al ritorno non è mutata: la gente è sempre in cammino, solo l’acqua del canale è ora color argento e decorata da uccelli che scherzano e si bagnano indisturbati. – Kidane, vai piano … – – Sì, sì, ho capito -.
“… Nei luoghi lussureggianti, brulicanti di vita, si rischia di non vedere ; la ridondanza della realtà da percepire ne impedisce la percezione.” C. Magris

Bahr Dar – Addis Abeba
Mentre carichiamo i bagagli, osservo il lago, ora tornato azzurro. Si parte, si ritorna in Addis, 650 chilometri tutti asfaltati. Il fertile e verde Gojam ci aspetta; Attraversiamo Debra Markos, così tanto citata nei libri di storia, così ben conosciuta dagli italiani, nel loro breve soggiorno. Poi solo praterie, vaste, sconfinate, intervallate da dossi dolci e ombreggiati; migliaia, forse milioni di capi e praterie, vaste, sconfinate. Il taglio della valle del Nilo è una fossa gigante: l’altopiano del Jarso è spezzato di netto, tra di esso e il fiume ci sono 1200 metri di dislivello e la temperatura sale di dieci gradi ; si passa dai 24-25 del Jarso ai 35 nel culmine della valle. Sul primo tornante, a scendere, c’è già un mezzo fermo, un camion pesante, stava salendo, stava: è un cimitero di ferro e gomme la strada, la scena si ripete all’infinito causa la salita ripida e assolata; soprattutto camion stracarichi ma anche pullman e qualche vecchia auto che sputa acqua bollente; bulloni, marmitte, mozzi, giunti, di tutto si vede, sulla strada, poi null’altro. Il ponte che attraversa il Nilo –sempre color “macchiato”- è di recente costruzione, unisce le due rive su tre arcate, il vecchio è di fianco, un po’ più in basso, sembra ancora transitabile. Quando si risale, tra costoni tagliati di basalto, la scena non muta; solo che stavolta i mezzi fermi sono nel nostro senso di marcia: alcune persone fuori dai veicoli abbandonati, risalgono la strada con passo lento e sconsolato alla ricerca, nel più vicino villaggio, di qualcuno che possa aiutarli; c’è silenzio nella nostra auto che procede lenta, nella mente di ognuno c’è la paura di fare la stessa fine: non accadrà. Fa caldo, la caligine sulla valle è testimone di una aumentata umidità, oltre al calore davvero insopportabile, si spera di raggiungere l’altopiano il più presto possibile. Debra Libanos, ora restano solo 100 chilometri; inizia a piovere e l’Entotto appena si intravede, manca davvero poco.
“… Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, d’isole, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto.” – Borges

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