Sulle orme di Sigerico (ma mica a piedi)

La Via Francigena in gravel bike

di Pierluigi Cortesi
18-25 maggio 2018

Premessa: Si è concluso, a cinque anni di distanza dal primo, il secondo cicloviaggio sulla Via Francigena. Rispetto al precedente la differenza principale consiste nel fatto che quello era in solitaria e seguiva il percorso per biciclette, su asfalto o su buone strade bianche; questo invece ha seguito senza quasi eccezioni l’impegnativo tracciato “pedonale”, risultando così più faticoso e più lento.

Infine, sono partito non da solo ma insieme a Francesco, il compagno di mia figlia Alice.
In considerazione di ciò, ho deciso di utilizzare la robusta bici da corsa che uso comunemente in città e di apportare qualche modifica (larghezza copertoni da 28, anziché da 23, tripla anteriore e cambio posteriore 14-34, borsa al manubrio e doppio nastro in gel, pedali con puntapiedi ma senza cinghiette, parafanghi anteriore e posteriore, sellino imbottito e arretrato di 1 cm …). Insomma ho cercato di farla assomigliare un po’ a una gravel per renderla più adatta a un terreno accidentato e caratterizzato da frequenti strappi e salite impegnative; ma queste modifiche sono risultate comunque inadeguate sui pendii più ripidi e ghiaiosi o nei sentieri dal fondo molto irregolare e fangoso, su cui anche le mtb procedevano a fatica.
Per dormire ci siamo avvalsi sia di ostelli comunali sia delle cosiddette strutture di ospitalità pellegrina (a cui ci dava diritto l’apposita credenziale), in entrambi i casi con spese decisamente contenuti (max. 15 €); spesso anche il pasto principale (solitamente la sera) ha usufruito dei costi molto ridotti riservati ai pellegrini.
In viaggio non ho utilizzato cartine ma solo l’app Komoot, su cui avevo precaricato l’itinerario e che si è rivelata particolarmente utile e precisa quando si è trattato di ritracciare e calcolare un nuovo percorso, districarsi fra i sentieri nella boscaglia o di ritrovare la strada smarrita.
Se prima della partenza avevo previsto una media più alta e solo cinque tappe, le difficoltà, i frequenti tratti a piedi e la fatica hanno impedito di rispettare le previsioni, allungando il tour di ben tre giorni.
La durata è stata di 8 giorni, compreso il viaggio di ritorno in treno, per un totale di circa 500 km in 38 ore pedalate e 8.760 m. di salite.
E questo è il diario di viaggio.

 Foto Pierluigi Cortesi

VIA FRANCIGENA – PRIMA TAPPA PISA – SANTA MARIA A CHIANNI

Pedalo da Livorno fino a Pisa, per incontrarmi con Francesco. Da lì ha inizio il nostro tour. Si pedala su asfalto ma per strade non molto trafficate; aggirati i rilievi del M. Serra, si raggiunge la periferia nordoccidentale di Altopascio; qui andiamo in cerca della antica badia benedettina di Pozzeveri procediamo un po’ alla cieca, perché non troviamo cartelli che la indichino e, incredibilmente, tutte le persone a cui chiediamo non l’hanno mai sentita nominare o ci indirizzano verso altre strutture religiose. Finalmente, un po’ muovendoci a intuito e un po’ grazie alle indicazioni di altri due pellegrini, avvistiamo l’abbazia, un tempo meta quasi obbligata dei numerosi viandanti che da Lucca si dirigevano verso Roma; ma oggi l’edificio, disabitato e reso inaccessibile da una rete, è in mediocre stato di conservazione, nonostante i lavori di restauro che vedono impegnati in periodiche campagne di scavo volontari e docenti dell’Università di Pisa e della Ohio State University, come leggiamo su dei pannelli esplicativi.
La sosta successiva è nella vicina Altopascio, il cui centro storico è stato il luogo di nascita della confraternita dei Cavalieri del Tau e sede di un antico Ospitale che accoglieva e curava i pellegrini della via Francigena diretti verso Roma.
Nel cuore del centro storico, caratterizzato da una piazza vagamente triangolare con tre porte ad arco e chiusa da edifici bassi su cui svetta alto il campanile della duecentesca chiesetta dedicata a S. Jacopo (il santo dei pellegrinaggi per eccellenza). Una delle sue campane prendeva nome “la Smarrita”, perché nelle sere nebbiose i suoi rintocchi servivano a indicare la direzione dell’Ospitale ai viandanti persi nella foschia di quelle zone allora paludose
In una seconda piazzetta adiacente alla prima si trova appunto l’Ospitale dei Cavalieri del Tau e, vicino, la sede di questo Ordine religioso cavalleresco, considerato il più antico d’Europa (attestato già intorno al Mille) e divenuto molto importante per tutto il medioevo anche fuori della Toscana e d’Italia.
Uscire dal centro storico significa abbandonare la piazza deserta e silenziosa per tuffarsi nella ben più rumorosa e frequentata via Lucchese Romana; ma dopo dieci minuti stiamo già percorrendo solitarie e polverose stradine alla ricerca di un improbabile Passaggio a Sud-Est.
Finalmente, all’altezza di Galleno,troviamo un’indicazione inequivocabile e ci addentriamo baldanzosi nei boschi delle Cerbaie lungo un antico tratto di Francigena; che procede in leggera salita su sentieri sterrati nella boscaglia, costeggia un paio di laghetti coperti da ninfee, per poi scendere a Ponte a Cappiano e sbucare di fronte al ponte fortificato mediceo che oggi ospita un moderno ostello e oltre il quale c’è un prato ombreggiato in cui riposarsi o pranzare.
Ripartiti, non troviamo alternative possibili all’asfalto e siamo costretti a raggiungere Fucecchio e San Miniato sulla trafficata strada regionale. È un tratto piuttosto sgradevole, in mezzo al traffico automobilistico quotidiano, accresciuto dalla rumorosa (e maleodorante) manifestazione delle Mille Miglia, con 700 auto in sfilata.
La salita a San Miniato Alto non è lunga, ma piuttosto faticosa (100 m. di dislivello in poco più di un km): ne approfitto per farmi mettere il primo timbro sulla Credenziale, rifornirmi d’acqua e riposare all’ombra per qualche minuto.
Poi si riparte e, finalmente, inizia la parte più vera della Francigena La strada corre su un percorso di crinale parallelo alla SR429 e al fiume Elsa. Dopo pochi kilometri, infatti, si lascia l’asfalto per scendere su un buono sterrato e ci si inoltra nelle colline della Val d’Elsa: un alternarsi di poggi e discese, terra battuta o ghiaia, campi coltivati e prati incolti ci porta a sfiorare i cascinali di località come Campriano, La Poggerella, Coiano. Qui c’è la bella Pieve dei santi Pietro e Paolo a Coiano, ma è impossibile visitarla: i restauri sono fermi da anni.
La Francigena prosegue in un sentiero inizialmente molto ripido e ghiaioso; non fidandomi della tenuta di strada della mia bici, ci dividiamo: io proseguo sulla via più lunga ma asfaltata, Francesco, che ha la mtb, per il sentiero. Ci rincontreremo poco dopo il podere Cominignoli. In realtà il tratto percorso da me è tortuoso, ripido e privo di interesse, mentre – quando vado incontro a Francesco – mi rendo conto che l’altro è una bella carrareccia che si snoda fra morbide colline tappezzate di sulla e pittorescamente sfiorate dal sole al tramonto.
L’ultima fatica (ma anche la più dura e interminabile a fine giornata) è quella di risalire in quota su una carrareccia che diventa sentiero, poi prato, poi sparisce, poi aia di un cascinale, poi sterrato… poi discende, infine risale… Le Colline e Maremmana, San Michelino e Santa Adele, caparbiamente attraversate o solo sfiorate pedalando in silenzio a testa bassa, sono nomi che si susseguono, si sovrappongono, sbiadiscono senza lasciare altra traccia di sé nella memoria, se non un senso di stanchezza.
Finalmente ancora pochi kilometri e arriviamo in vista di Santa Maria a Chianni: l’alta e austera facciata della pieve è inondata dal sole del tramonto.
Quello che oggi sembra semplicemente una chiesa, in realtà è stato molto di più: prima del Mille Sigerico, vescovo di Canterbury, di ritorno da Roma, fece qui la sua ventesima sosta, come annotò nel suo diario di viaggio giunto fino a noi. Anche se la chiesa attuale è posteriore di un paio di secoli rispetto a quella visitata da Sigerico, la sua funzione di luogo di preghiera e di accoglienza è rimasto intatta; oggi, infatti, collegato alla chiesa si trova un ostello, destinato principalmente all’ospitalità dei pellegrini francigeni, che prende il nome di Sigerico proprio in onore di quell’antico visitatore.
Aggiriamo l’intero complesso entrando dal retro in un cortile interno su cui si affacciano le camere riservate ai pellegrini, il refettorio e gli altri locali di servizio dell’Ostello e un ingresso laterale della Chiesa. Entriamo per una breve visita, prima della cena. Come l’esterno, anche l’interno ha una sua elegante sobrietà: la pareti sono in pietra, due file di colonne scandiscono la divisione in tre navate e sorreggono, su capitelli zoomorfi o fitomorfi ognuno diverso dall’altro, delle arcate a tutto sesto.
La camera, con il bagno annesso, ha sei letti, disposti a castello; non è molto ampia ma è ariosa e molto curata.
La cena è semplice, ma abbondante e dai sapori genuini, ma soprattutto è comunitaria e ciarliera: in tre lunghe tavolate sono affiancati italiani, tedeschi, olandesi, francesi, americani, alcuni di loro parlano un italiano più che corretto e fluente (faccio fatica a rendermi conto che la signora seduta accanto a me è americana), tutti si capiscono e scambiano volentieri un bicchiere di vino con brandelli delle proprie esperienze, un consiglio sulla strada da fare o il suggerimento di monumento da visitare l’indomani.
Faccio alcune foto al cortile e al vicino paese di Gambassi di cui s’intravede qualche luce, ma so già che sono destinate a un sicuro insuccesso a causa del buio. Quando rientriamo gli altri occupanti della stanza dormono già, anzi ronfano; io e Francesco raggiungiamo più silenziosamente possibili le nostre cuccette, ci spogliamo un po’ alla cieca e ci infiliamo nei sacchi a pelo. Fuori l’aria notturna di collina era fresca, ma all’interno si avverte un piacevole tepore, che, per associazione di idee (e con l’aiuto di un paio di scarponi vicini), mi fa venire in mente una stalla.
Come quattro anni fa la tappa è stata lunga (oltre un centinaio di kilometri in 6 ore pedalate) e stancante (1050 m. di dislivello, stando a Komoot), ma non priva di soddisfazioni per le gesta compiute (soprattutto se le consideri rilassato su un comodo materasso).

VIA FRANCIGENA – SECONDA TAPPA SANTA MARIA A CHIANNI – SIENA

Sveglia tutt’altro che mattiniera e lauta colazione a buffet; qualcuno si attarda a tavola, ma la maggioranza degli altri pellegrini – come è normale – è già in cammino o è in procinto di partire. Nel cortile interno, impreziosito da un bel pavimento in cotto, da orci e da una fontana in ferro battuto con ruota a manovella, facciamo conoscenza con un giovane che viaggia in bici, da solo. Proviene da Piacenza ed è diretto a Sud; mostra la sua Credenziale, ma – spiega – non necessariamente percorrerà la Francigena e d’altra parte non è nemmeno sicuro di raggiungere Roma. Quello che ci incuriosisce, però, è soprattutto la sua bici: è una “gravel”, la prima che posso esaminare da vicino: ha i copertoni di una misura e di una tassellatura intermedie fra una bici da corsa e una mtb; così anche il suo telaio, più disteso e adatto ai lunghi percorsi; il manubrio è simile al mio, ma con le appendici inferiori svasate verso l’esterno; il cambio, poi, utilizza una sola corona, ma il range dei rapporti fa capire che sono destinati ad affrontare salite molto dure, sterrati interminabili o velocissimi falsopiani su asfalto. Infine i bagagli, sono tali da rispondere alla nuova filosofia del back-packing, cioè del viaggiare sostituendo alle tradizionali borse su portapacchi, delle sacche più leggere e morbide da appendere ai tubi del telaio, del sellino o del manubrio, in modo da ingombrare meno e rendere più maneggevole e aerodinamica l’andatura. Immagino che il mondo delle due ruote, un tempo molto tradizionale (fino a una cinquantina di anni fa esistevano solo due modelli di bici, quelle da città e quelle da corsa), e diventato col tempo sempre più avido di novità e sensibile alle sollecitazioni del mercato e dei produttori, non tarderà molto a far diventare la gravel un prodotto di massa, anziché di nicchia. Peccato che il costo di bici ed equipaggiamento sia notevolmente superiore alla media e dubito che arriverò mai ad acquistarne una. D’altra parte, mi consolo, la mia è una gravel a metà, in fondo (molto in fondo).
Rammento che Gea, nella sua toccata e fuga di pellegrinaggio francigeno insieme a nostra figlia Arianna, era partita da San Miniato e al termine della prima tappa si è fermata a dormire proprio in questo ostello, rimanendone entusiasta; perciò nel doveroso messaggio che invio a casa accludo qualche foto dell’edificio e del paesaggio circostante. Infine, pagato il conto (25 € per cena, pernottamento e colazione), lasciamo l’ottimo Sigerico e ripartiamo.
In tutta calma percorriamo in salita il kilometro che ci separa da Gambassi, mentre ai lati ci sfilano distese di oliveti; dopo un breve giro per il centro della cittadina, le cui stradine e abitazioni conservano intatto l’impianto urbanistico medioevale, prendiamo la provinciale in direzione Certaldo, ma solo per lasciarla dopo poche centinaia di metri di discesa, per imboccare sulla destra uno sterrato.
Inizia qui la seconda tappa. Anche stavolta il percorso non scenderà nella pianura segnata dal corso sinuoso del fiume Elsa e dalla Regionale di Val d’Elsa che collega centri urbani importanti come Castelfiorentino, Certaldo e Poggibonsi, ma seguirà una via collinare tortuosa e disagevole, punteggiata perlopiù da casolari e piccole frazioni.
Superiamo così Riparotta e Casanuova, dove le iscrizioni sul muro di una casa colonica e un’ insegna di legno riportano simboli, frasi e distanze riferibili alla Francigena: meno di 300 sono i kilometri che mancano a Roma. Pochi? Tanti? Mah, difficile stabilirlo su base unicamente kilometrica. E infatti ciò che rimane più impresso sono i gli zig zag alla ricerca di un sentiero perduto, gli stretti tratturi soffocati ai lati da roveti invadenti, le ampie pozzanghere di cui ti accorgi quando è ormai troppo tardi e la bici si blocca al centro di una di esse, le salite spezza-gambe su un’erta di fango secco, il guado di un torrente dove guado non c’è, le discese a freni tirati sul pietrisco di ripidi pendii; ma anche gli squarci d’azzurro e gli ampi orizzonti che si aprono all’improvviso uscendo da un bosco, il rumore dell’acqua che scroscia, morbide colline colorate di verde dalle diverse sfumature.
Nella prima parte della mattina fino alla località La Piazzetta, il percorso è impegnativo a causa di qualche salita piuttosto dura, ma corre prevalentemente su sterrati e sentieri in buone condizioni; da La Piazzetta in poi torna l’asfalto, su una strada che potrebbe essere benissimo considerata una ciclabile, data l’assenza quasi totale di mezzi a motore. Breve sosta a Pancole, per il timbro sulla credenziale e dare un’occhiata alla chiesa del santuario e al caratteristico presepe a grandezza d’uomo un po’ kitsch che pare tanto attrarre i visitatori.

Proseguendo verso S. Gimignano, di cui ben presto si intravede da lontano il profilo incerto per la foschia, lasciamo nuovamente l’asfalto per inerpicarci su un sentiero per Collemucioli, dove giungiamo di fronte alla Pieve romanica di Santa Maria Assunta a Cellole, suggestiva nella sua fresca e silenziosa solitudine, tanto più considerando che a pochi kilometri in linea d’aria ci attende la massa vociante e pacchiana dei turisti mordi e fuggi di San Gimignano.
Il complesso della Pieve, che oltre alla chiesa comprende alcuni fabbricati, oliveti e vigneti, è stato restaurato e gestito a cura della Comunità di Bose. L’assoluta assenza di persone, salvo un guardiano, la facciata semplice, ma non povera, la semioscurità che avvolge le tre navate sottolineano l’aspetto raccolto e ricco di spiritualità di questa chiesetta romanica.
Scendiamo sull’asfalto della Provinciale per Cellole e finalmente entriamo in San Gimignano attraverso Porta San Matteo, dopo aver dribblato torpedoni e bancarelle. Ora aggirando, ora fendendo la fiumana di turisti (meno fastidiosa comunque, rispetto alla mia precedente esperienza), raggiungiamo prima il centro, poi nella parte più alta di San Gimignano, la Rocca di Montestaffoli che domina non solo le torri della cittadina, ma l’intera Val d’Elsa.
Qui, al centro di una piazzuola chiusa su due lati da case in pietra, udiamo un uomo recitare a memoria dei versi con voce stentorea: è vestito con una sorta di tonaca rossastra e in testa da un cappuccio dello stesso colore che copre in parte un’infula bianca: non c’è d sbagliarsi: è la controfigura di Dante Alighieri e anche l’oggetto della sua declamazione è altrettanto riconoscibile: il canto XXVI della la Divina Commedia, quello di Ulisse; ma quasi nessuno lo sta a sentire, se non per una manciata di secondi e non si capisce se il suo cipiglio corrucciato sia dovuto a questo pubblico frettoloso e superficiale oppure alla vicenda di Ulisse. Così, quando col suo “infin ché ‘l mar fu sovra noi richiuso” conclude la sua performance, anche noi lo lasciamo contrariato e probabilmente deluso per la mancata offerta.
Riscendiamo verso il Duomo e Piazza della Cisterna, prendendo l’uscita da Porta San Giovanni. Qui non è semplice districarsi fra le indicazioni per la via di San Gimignano, la “via vecchia” per Poggibonsi, quella per Monteoliveto, la provinciale per San Donato. Un cartello con i simboli della VF per pedoni, finalmente, ci indica la direzione di Santa Lucia. Dopo qualche kilometro di saliscendi tra campi incolti, poderi ben curati, prati e boschetti, raggiungiamo Santa Lucia, e la superiamo senza trovare il minimo accenno alla Francigena. Dopo mille giri e incertezze e indicazioni contrastanti dei pochi abitanti del luogo, si riesce a capire che occorre tornare indietro fino all’inizio dell’abitato e prendere un viottolo diretto a Sud.
Il percorso è tortuoso con ripide salite e improvvise discese, ma è soprattutto il terreno a creare problemi: specialmente laddove è ombreggiato dalla vegetazione, il suolo è impregnato dell’acqua delle recenti piogge e soprattutto in salita la mia bici non può competere con la mtb di Francesco, dotata di ruote spesse e artigliate, per cui devo spesso scendere di sella e spingere o tirare la bici.
Dopo Torraccia di Chiusi, guadiamo il torrente Foci e un’ultima, dura, salita ci riporta in quota fino alla contrada Camaggiori e di qui alla “civiltà” di Le grazie e di Colle Val d’Elsa. Breve sosta per orientarci davanti alle fortificazioni di Porta Nuova, poi al convento di S. Francesco, infine da via Del Secco a Piazza S.Agostino.
Siamo in pieno centro e i negozi abbondano, anche se chiusi, ma di persone per strada non se ne vedono, data l’ora e un caldo già estivo. Ne approfittiamo per pranzare con un ottimo e gigantesco panino vegetariano dalle parti del Museo del Cristallo ospitato all’interno delle antiche fornaci vetrarie di Colle, note per una qualità di produzione tra le più elevate a livello europeo.
Il tratto successivo da Gracciano fino a Strove è una salita continua, ma non impossibile (da 190 a 330m. slm) su strade bianche all’aperto o sentieri immersi nel verde.
A Badia a Isola giungiamo dalla cosiddetta strada del Giubileo ed varchiamo la porta che conduce al borgo storico legato alla Abbazia dei santi Salvatore e Cirino. La chiesa è semichiusa; mentre Francesco dà una rapida sbirciatina all’interno, io suono al campanello dell’attiguo edificio che accoglie l’ Ospitale dei Santi Cirino e Giacomo gestito dalla Confraternita di S. Jacopo di Compostela. L’intenzione è quella di farmi timbrare la Credenziale, ma anche di salutare quegli ospitalieri che quattro anni fa, durante la mia prima Via Francigena, dettero acqua, cibo e conforto a un povero bicigrino smarrito e stremato dal caldo e dalla fatica. Purtroppo nessuno risponde, allora curiosando ci avviamo verso il chiostro dell’abbazia, in cui sono evidenti lavori di trasformazione già conclusi e altri ancora in corso, tutti collegati all’inclusione del borgo nelle attività di Slow Travel Fest. La riprova sta nel fatto che in uno degli stand aperti nel chiostro una signorina che di fest ha ben poco ci spiega sbrigativamente che Abbadia fra i vari “services and facilities” offre anche un ostello per i viaggiatori francigeni. Quando io le chiedo se per caso c’è qualche collegamento con quello della Confraternita di S. Giacomo di Compostela, prima mentendo spudoratamente mi risponde che non ne ha mai sentito parlare, poi seccata replica che con “quelli” loro non hanno nulla a che fare.
Riprendiamo su una bella strada bianca il nostro percorso diretti a Monteriggioni. La salita al borgo dalla base della collina alla sua porta nordoccidentale è così severa che dopo poche centinaia di metri desisto senza alcun rimpianto e proseguo a spinta, mentre Francesco tiene duro e, ad una velocità di poco superiore alla mia, arriva in cima altrettanto sudato.
A Monteriggioni, oltre al giro delle mura perimetrali e all’affollata piazzetta, in cui ci facciamo timbrare la Credenziale, c’è poco da vedere, per cui, dopo aver tirato un po’ il fiato e riempito la borraccia, ripartiamo, scendendo però dalla più comoda porta sudorientale.
Attraversata la provinciale dopo Monteriggioni il cammino si fa faticoso per i continui saliscendi, su sentieri sassosi e soprattutto fangosi nella boscaglia. Più di una volta ci troviamo ad un incrocio di sentieri senza che vi sia un’indicazione e oltretutto Komoot pare essere entrato in sciopero perché il GPS non riesce a individuare la nostra posizione.
Finalmente un cartello indica la Francigena per ciclisti in direzione di una vicina strada asfaltata; ma Francesco è irremovibile: niente asfalto per noi, dato che dobbiamo percorrere gli stessi sentieri degli antichi pellegrini, che si spostavano a piedi e mica avevano le biciclette. Qualche metro più avanti, davanti a un macchione e sui bordi di un’ampia pozza, è parcheggiata un’auto; Francesco chiede agli occupanti se il sentiero della Francigena si trovi nei paraggi e la risposta è che sì, forse, chissà, magari, mah!… Francesco la interpreta come un “Sicuramente sì” e parte baldanzoso verso la pozza e il macchione. Io lo seguo, ma l’acqua arriva a lambire la moltiplica, perciò, per non bagnarmi i piedi, evito di dare delle pedalate complete, così a metà del guado la bici si ferma e devo proseguire coi piedi a mollo. Troviamo una lastra di pietra su cui si legge malamente che Siena è a 2… non-si-sa-cosa: ore? miglia o kilometri? Troppo pochi. Comunque, incoraggiati – si fa per dire – da quella segnalazione, continuiamo seguendo un sentiero zigzagante incassato nella boscaglia che non sarebbe nemmeno stretto, ma è talmente melmoso da obbligarmi a camminargli a lato, per non sdrucciolare o affondare nel fango, cosa di cui non risente Francesco le cui ruote gli permettono di muoversi con relativa sicurezza su quel tipo di terreno.
Poco prima di Petriccio ritroviamo una strada decente, ma anche una salita rompepiernas che ci fa salire di 100 m. in meno di un kilometro. Ma siamo ormai alla periferia di Siena, per fortuna. Da qui a via Cavour e a Porta Camollia il passo è breve. Entrando nel centro storico costeggiamo gli antichi palazzi, per lo più trasformati in uffici, banche, botteghe o negozi in franchising, facendoci quasi trasportare da un’eterogenea fiumana di persone, alcune abbigliate elegantemente, altre in abiti da fatica, o vestite molto dimessamente: non è difficile identificare tra loro facoltosi turisti, lavoratori, immigrati, vagabondi .E tutto questo in un’atmosfera cosmopolita e un po’ falsa, accentuata dalle luci di insegne e vetrine accese. L’impressione è che strade, vicoli, monumenti, palazzi e chiese siano fedeli alla Siena del passato, ma non le persone che vi si muovono.
È l’imbrunire quando arriviamo in Piazza del Campo, ma la nostra attenzione non è concentrata sulla torre del Mangia o su Fonte Gaia, bensì sulla ricerca dell’ostello in cui passare la notte. Data l’ora, infatti, non è pensabile di proseguire oltre Siena, come avevo ipotizzato in mattinata, e raggiungere l’ostello di Ponte d’Arbia, dove mi fermai nel corso della mia prima Francigena. Dopo vari tentativi, scorrendo l’elenco degli ospitali, troviamo una risposta positiva da parte delle suore della “Accoglienza Santa Luisa”. Non è facile trovarlo, perché le indicazioni che ci vengono date sono piuttosto discordi e pare che nessuno ne abbia mai sentito parlare; solo un tale ci risponde con aria quasi di scherno o commiserazione: “Ah, l’ospizio che accoglie i vagabondi…”. E in effetti stanchi e infangati come siamo…
Trafelati arriviamo in via de’ Servi che sono le nove passate e bussiamo al portone con qualche ansia, ma nonostante l’ora tarda veniamo accolti con grande calore e inviati subito al refettorio, prima che la cucina venga chiusa. La stanza è grande con alcuni lunghi tavoli ai quali stanno terminando di mangiare alcune suore, dei pellegrini e un gruppetto di donne, di cui una di pelle scura, che evidentemente ricevono ospitalità dalle suore secondo la regola della carità verso i più bisognosi. Le suore infatti sono quelle della Carità di San Vincenzo, che in nome della solidarietà e raccogliendo un’antica tradizione, hanno creato in questo convento una struttura, che accoglie indistintamente sia i pellegrini sia tutte le persone in difficoltà, offrendo loro una mensa e un tetto. L’animatrice di questa istituzione è una dinamica suor Ginetta, che abbiamo modo di conoscere, mentre gira tra i tavoli scambiando parole cordiali coi commensali, controlla che ci sia cibo a sufficienza per tutti e organizza le incombenze per l’indomani. Le attività solidaristiche delle suore non sarebbero possibili senza il contributo anche della Caritas, di centri commerciali, di privati e di volontari, anche per questo ai singoli pellegrini non è richiesta una cifra determinata, ma la somma è a donativo, cioè lasciata discrezione della persona. È tempo di andare a dormire; la camera è ampia, affollata di letti disposti come capita, ma non di persone: ci sono solo altri due viaggiatori oltre a noi. Ognuno sceglie a suo piacimento un letto come giaciglio e un altro per poggiarvi le sue masserizie, dopodiché, completata con qualche goffaggine le operazioni di spogliarello e di infilamento nel sacco a pelo, registro i dati della tappa odierna (70 km in quasi 7 ore, con ben 1600 m di dislivello: tutti quei maledetti saliscendi che continuo a sentirmi nelle gambe!); poi si spegne la luce e magicamente con il buio arriva anche il sonno. A domani.



 Foto Pierluigi Cortesi

VIA FRANCIGENA – TERZA TAPPA SIENA -SAN QUIRICO

La colazione, come anche la cena, è stata semplice, ma generosa per qualità e quantità. Abbiamo lasciato una trentina di euro nella scatola dei donativi e non li rimpiangiamo davvero. Francesco si incarica di lasciare un messaggio di ringraziamento sul registro degli ospiti, come già ha fatto all’ostello Sigerico: d’ora in poi questa incombenza sarà sua.
Ce ne andiamo salutando cordialmente Suor Ginetta e le sue indaffarate compagne. L’Accoglienza Santa Luisa si trova praticamente a metà strada fra Piazza del Campo e Porta Romana, che segna l’uscita dal centro storico. Varcate le mura, prendiamo a sinistra per strada della Certosa, costeggiata, oltre che dalla Certosa di Maggiano anche da altre chiesette, edicole sacre e cippi votivi. Sempre puntando a sud-sudest di Siena, sfioriamo le crete senesi, pedalando ora su strada asfaltata, ora su pista ciclabile, ora sulla temibile Cassia, ora su una strada bianca. Attraversiamo così un’area industriale, Isola d’Arbia, Ponte a Tressa. Il paesaggio intorno è dominato da collinette in cui filari di cipressi conducono a un casolare, distese erbose già punteggiate di papaveri, campi di grano che trascolora dal verde al dorato e si muove a onde sotto la spinta lieve del vento.
Giungiamo in vista della Grangia di Cuna (la imponente fattoria fortificata che fin dal Medioevo raccoglieva il grano destinato a Santa Maria della Scala e ospitava bisognosi e pellegrini nel suo Ospitale), ma ancora una volta, la terza nell’arco di dieci anni, il tentativo di visitarla è vanificata dal fatto che sono in corso dei lavori di restauro interminabili.
Lo sterrato che corre ora parallelo alla Cassia è in buone condizioni ed è frequentato da qualche ciclista sia locale che a lungo raggio, oltre che da tre o quattro pellegrini a piedi, gravati da zaini troppo grossi e pesanti per i miei gusti. Da stamani ne ho superati una buona dozzina ed è una constatazione che rincuora se considero che nella mia Francigena di qualche anno fa dovetti arrivare nel Lazio per vedere dei pellegrini in cammino, oltre ai pochi incontrati negli ostelli. Segno che le cose stanno cambiando e che il turismo lento (grazie alla crescita delle strutture di accoglienza) si sta ritagliando una fetta sempre più ampia nella torta del turismo tout court.
All’altezza di Monteroni d’Arbia saltiamo senza accorgercene le indicazioni della Francigena per il paese e continuiamo a diritto, ritrovandoci ad affrontare salite, anche impegnative e discese con molte curve nel continuo saliscendi da una collina all’altra. Fa caldo e la sete è tanta: la mia unica borraccia è vuota da un pezzo, quella di Francesco -è la seconda- sta per prosciugarsi.
L’ultima salita ci porta a Radi, dove abbiamo la fortuna di trovare una fontana e un signore che ci spiega che ormai non conviene tornare a Monteroni, ma piuttosto proseguire fino a Vescovado e Murlo su una strada secondaria gradevole e per nulla monotona; a Buonconvento, poi, ci si potrà immettere nuovamente sulla Francigena.
Quella di Murlo è un’area che, oltre a essere ricca di ritrovamenti archeologici risalenti alla civiltà etrusca, è passata alla cronaca in anni recenti per l’ipotesi che i suoi abitanti siano i discendenti più diretti e incontaminati degli Etruschi, come dimostrerebbero le forti rassomiglianze fra i volti dei Murlesi contemporanei e quelli rappresentati dalle arti figurative di duemilacinquecento anni fa; ipotesi affascinante ma tutta da dimostrare, anche se un test del DNA, peraltro contestato, avrebbe provato affinità tra gli abitanti dei due periodi.
Seguiamo il consiglio ricevuto: i fatti gli dànno ragione: il percorso non solo si rivela molto bello e quasi per nulla trafficato, ma è anche quello ufficiale dell’Eroica. Un’ora dopo scendiamo nella piana di Buonconvento. È la prima volta che entro nel paese che si allunga da Nord a Sud, stretto fra l’Ombrone e la Cassia: le volte precedenti mi ero limitato a sfiorarlo da Est, lungo la Regionale, limitandomi a cogliere da lontano le mura in pietra e mattoni rossicci, qualche bastione merlato e un paio di porte al cui invito avevo saputo resistere spinto dalla fretta. Stavolta invece, complici l’appetito, la sete e il caldo, la curiosità ha la meglio.
Legate le bici, compriamo qualcosa da mangiare nell’unico locale aperto, una panetteria-pasticceria, ma il sole picchia forte e non è facile trovare un po’ d’ombra per sedere e consumare il nostro pranzo improvvisato. Dopo aver girato in lungo e in largo per il paese, finalmente scopriamo un bar aperto e facciamo fuori le nostre provviste integrandole con tramezzini, gelati e caffè. Quando ripartiamo il caldo non è diminuito, ma se non altro abbiamo avuto modo di visitare questo paese che ha conservato nel nucleo più antico, quello a Nord, la struttura e l’aspetto del borgo medioevale.
Lasciato Buonconvento, dopo poco più di un kilometro di Cassia prendiamo a destra un sentiero parallelo alla strada per Montalcino (mi guardo bene dal suggerire a Francesco una deviazione verso la città del Brunello), per poi seguire la direzione per Torrenieri, nuovamente su uno sterrato dell’Eroica.
Una serie di colline, prevalentemente in salita, e una strada che non risparmia curve e tratti aspri ci separa dalla meta finale di oggi San Quirico d’Orcia, a 450 m. di altitudine. È forse la parte più difficile della giornata, responsabili anche il caldo e la somma di dislivelli accumulati fin qui, ma è anche la più bella: abbiamo pedalato immersi nello stupendo paesaggio della val d’Arbia e della val d’Orcia, caratterizzate da ampie distese coltivate a cereali, da vigneti e da morbide colline in cui spiccano isolati boschetti o i tipici cipressi. Affascinanti sia le strade bianche dell’Eroica, sia, per altro verso, i borghi medioevali di Buonconvento e S. Quirico d’Orcia.
Entriamo a S. Quirico dalla porta nord-occidentale che immette in via Dante e, al termine di una breve salita ci si para di fronte il portale strombato della Collegiata fiancheggiato da due coppie di curiose colonnette a forma di nodo e appoggiate su due leoni corrosi dal tempo, mentre subito sopra il portone due animali mitologici scolpiti a rilievo, forse coccodrilli, sembrano combattere tra loro. Altri due bei portali si trovano sulla fiancata meridionale della Collegiata.
La strada prosegue fiancheggiata da palazzi medioevali rimaneggiati in epoca rinascimentale e successiva; riconosco dalla facciata un edificio a due piani in cui finestre cinquecentesche sono state aperte sotto archi a sesto acuto ed è stato aggiunto un ampio balcone; nulla lascia intuire che all’interno ospiti un lussuoso B&B a quattro stelle, nel quale mi è capitato di dormire con Gea e Arianna qualche anno fa. Altri edifici tradiscono la loro origine medioevale con la presenza delle cosiddette porte del morto (tipiche soprattutto delle città umbre e per lo più murate al giorno d’oggi) dietro le quali si celava una scala ripida e diritta, l’unica in grado di far scendere la bara col morto dal primo piano sulla strada.
Dopo aver gironzolato qua e là, ripassiamo davanti al bel Palazzo Pretorio che ospita il Comune e al Palazzo del Pellegrino, anche per dare un’occhiata a dei possibili alloggi per stanotte. Dal mio elenco delle accoglienze, infatti, risulta che in paese ci sono due ostelli, uno parrocchiale e l’altro comunale. Seguendo un gruppetto di pellegrini arrivati a piedi poco prima di noi, aggiriamo la chiesa, superando un bel pozzo in pietra ed entriamo nell’edificio parrocchiale che al primo piano ospita l’ostello. L’impressione iniziale è di una certa trascuratezza, ma quello che mi fa storcere un po’ il naso è il piccolo e unico bagno che dovrebbe sostenere le esigenze di otto persone (quante ne conto adesso) e forse più.
Convinco Francesco a venir via e poco più avanti, quasi di fronte al Comune, troviamo l’altro ostello, il Palazzo del Pellegrino: è all’interno di un edificio storico, ma è stato di recente ristrutturato in maniera moderna e funzionale con ampie camerate su due piani, capaci di ospitare decine e decine di persone con bagni e docce in quantità. Il costo del solo pernotto è di 11 € soltanto. Affare fatto.
La giovane della Reception, che ha interesse a concentrare gli ospiti in poche stanze, ci conduce al primo piano e bussa ad una porta da cui si affacciano due ragazze straniere, alle quali chiede se hanno nulla in contrario a dividere la loro stanza con noi. Le due, australiane mi par di capire, dopo aver squadrato i nostri pantaloncini impolverati, le zampe pelose e le facce più o meno stravolte dalla stanchezza e dall’esposizione al sole, dicono subito: “No, no!” e chiudono la porta. Non ci resta che salire al piano di sopra, una specie di ariosa mansarda, scegliere due letti a piacere fra i tanti di una grande e vuota camerata e darci ai sacri lavacri.
Quando abbiamo terminato, scendiamo e, utilizzando le chiavi che l’impiegata ci ha dato, portiamo le bici all’interno della foresteria e usciamo chiudendo a doppia mandata, come ci era stato raccomandato e senza preoccuparci di sapere se anche le due ospiti straniere, uscite prima di noi, sono in possesso o meno di chiavi analoghe. Giriamo a lungo per il paese, seguendo soprattutto il percorso sulle mura che offre una suggestiva veduta panoramica sulla Val d’Orcia al tramonto, ma non disdegniamo di dare un’occhiata anche ai menu e ai prezzi dei vari ristoranti o trattorie. Alla fine ci infiliamo nel primo che avevamo trovato e scartato giudicandolo troppo caro; ma l’atmosfera calda e accogliente dell’interno, il vino rosso e corposo, preceduto da un calice di prosecco, e i piatti ben cucinati e ben presentati, fanno passare in secondo piano il costo della cena.
Al rientro all’ostello, troviamo le due australiane che aspettano noi per entrare: non avevano la chiave. Le faccio passare per prime, come vuole la buona educazione, ma il mio sorrisetto è perfido.
Dal mio letto a castello posso dominare tutta la stanza: l’angolo in cui è andato a rintanarsi Francesco, il soffitto con le travi di legno lucide, l’accesso alle scale e quello ai bagni, i tetti e il cielo stellato che intravedo da una fessura lasciata aperta nella finestra. Mi sento un po’ in colpa perché con i kilometri fatti oggi (meno di una sessantina in 4 ore con 1.000 circa di dislivello) difficilmente saremo di ritorno a casa nei cinque-sei giorni preventivati.

 Foto Pierluigi Cortesi

VIA FRANCIGENA – QUARTA TAPPA SAN QUIRICO – RADICOFANI

Andiamo a far colazione in un bar vicino, in una strada che si riempie dell’odore di pane appena sfornato e qui troviamo i pellegrini che ieri sera erano rimasti nell’ostello parrocchiale. Francesco lamenta il fatto che il nostro era praticamente deserto e quindi non aveva potuto offrire quel calore umano e quella possibilità di scambiarsi esperienze e riflessioni che sono di regola la caratteristica più positiva di quel tipo di alloggio. Gli altri però replicano che nella struttura parrocchiale i disagi relativi alla ristrettezza degli ambienti e la loro scomodità avevano comunque limitato le opportunità di dialogo e conoscenza reciproca. Oltretutto, quell’ostello era immotivatamente più caro del nostro, anche se solo di 1 €.
Facciamo un ultimo giro per il borgo. Dai depliants dell’ostello e da qualche manifesto per strada, abbiamo scoperto che San Quirico è ricca di eventi d’ogni genere, dal festival dell’olio a quello del vino, dalle manifestazioni teatrali alle mostre fotografiche o artistiche, dai laboratori letterari per adulti a quelli musicali e creativi per i bambini; e fra tutte le manifestazioni quella storica che commemora l’incontro del 1155, proprio qui, lungo la via Francigena, tra Federico Barbarossa e gli emissari papali, che lo incoronarono Imperatore avendo come contropartita la consegna dell’eretico Arnaldo da Brescia. La rievocazione culmina tra sfide spettacolari di tiro con l’arco e gare di bandiere, mentre nelle taverne dei vari quartieri rivivono i piatti della antica tradizione popolare al suono di strumenti e melodie medioevali.
E proprio mentre scendiamo lungo via Dante, all’altezza della chiesa della Madonna di Vitaleta ci imbattiamo in una esibizione di sbandieratori che da soli o a coppie lanciano alte nell’arie gli stendardi del loro rione, per poi riprenderle al volo e farle volteggiare acrobaticamente al suono di trombe e tamburi. Questa non è ancora la Gara delle Bandiere, che si svolgerà a Giugno del corso della Festa del Barbarossa, ma una sorta di prova generale che vedrà ogni settimana alternarsi gli sbandieratori di ciascuno dei quattro quartieri. Assistiamo (Francesco appassionato anche più di me che invece comincio a scalpitare per il tempo che scorre veloce) per più di un’ora allo spettacolo. Possiamo dire, a questo punto, di aver assaggiato, oltre ai colori, agli odori e ai sapori della Val d’Orcia, anche i suoni.
Prima di lasciare San Quirico, passiamo accanto agli Horti Leonini, un bel giardino all’italiana del XVI sec. composto da una parte bassa suddivisa geometricamente in aiuole triangolari bordate da siepi e da una parte alta, più in fondo, con un boschetto di lecci; il parco prende il nome dal suo creatore Diomede Leoni; questi, su un terreno ricevuto in dono dai Medici, volle creare un giardino riservato non allo svago dei Signori –come era allora uso- ma aperto a tutti i cittadini, in particolare ai “viandanti” che allora gremivano la Francigena diretti a Roma e che trovavano alloggio nello Spedale di S. Maria della Scala, vicino alla chiesetta di S. Maria Assunta.
Lasciamo San Quirico scendendo per via Garibaldi e seguendo i cartelli marrone che indicano la Francigena. Ben presto la strada prende a salire, ma il fondo è uno sterrato in buone condizioni e la pendenza è accettabile, salvo quando si impenna per raggiungere Vignoni, di cui si intravedono le mura esterne e una torre. Sono due o trecento soltanto i metri necessari per raggiungere il centro abitato; ma sarebbe più corretto dire disabitato, perché a parte un gatto sulla soglia di una casa e qualche vaso di gerani, non c’è traccia di vita: odori, suoni, fumo, movimento, animali. Seguendo il selciato della via principale (l’unica?) tra muri di pietra scura raggiungiamo la chiesetta, dedicata a San Biagio, di questo borgo fantasma. È aperta; entriamo, ma la visita non è molto significativa.
È uscendo che restiamo colpiti dalla unicità del luogo e ne comprendiamo l’importanza: aldilà di un arco in pietra che delimita la porta d’uscita dal borgo si apre un ampio panorama in cui l’alternanza di boschi, prati, vigneti, oliveti ha confezionato un arlecchinesco abito che l’uomo e le stagioni hanno regalato alle vallate sottostanti. La posizione sopraelevata, la porta, le mura rivelano l’origine di questo luogo, oggi semideserto, ma un tempo probabilmente un borgo fortificato o un castello eretto a dominare e controllare la regione.
Proseguiamo sulla stessa stradina, una mulattiera infida per la ripidità estrema e l’acciottolato instabile del terreno, fino a raggiungere la strada bianca diretta a Bagno Vignoni. Ogni tanto la pendenza sembra diminuire, ma è un’impressione ingannevole e il brecciolino mi ammonisce a procedere coi freni prudentemente tirati.
Finalmente, preceduti dalla segnalazione di agriturismi in zona e da un ampio parcheggio per auto e torpedoni, lo sterrato e la discesa terminano e ci troviamo a Bagno Vignoni.
Se a Vignoni dominavano il silenzio e la solitudine, qui posteggi, rotonde, cartelli, hotel, moto, auto in sosta, ciclisti su bici d corsa, viavai di persone e un brusio incessante rivelano che l’attuale Bagno Vignoni è ben diversa da quello in cui Santa Caterina da Siena, Papa Pio II, o Lorenzo il Magnifico vennero a godere dei benefici delle sue acque termali.
Bagno Vignoni è diventato ormai un’attrazione turistica. Come è prevedibile, l’affollamento raggiunge il massimo davanti ad alberghi, bar e ristoranti e soprattutto intorno alla grande vasca rettangolare che occupa lo spazio che altrove sarebbe riservato a una piazza; secondo le informazioni che mi dà Internet, le acque, che sgorgano con un discreto impeto da delle fessure sul fondo, emanando un calore avvertibile anche in questa calda giornata di maggio, sono benefiche soprattutto per la pelle e per la struttura osteo-articolare, giustificando così la fama che le ha accompagnate dall’età antica a quella rinascimentale, fino ai giorni nostri.
Lasciamo Bagno Vignoni con difficoltà, perché subito fuori dall’abitato spariscono le indicazioni per riprendere la Francigena. Giriamo un po’ a vuoto, poi è Francesco, a supplire a questa mancanza col suo senso dell’orientamento: scendiamo in direzione della Cassia, finché a un certo punto non ritroviamo nel bosco il sentiero.
Scendiamo fino al fiume Orcia, nel cui letto punteggiato di grossi macigni scorre abbondante l’acqua, resa torbida dalle recenti piogge, e lo attraversiamo su un ponte di pietra che ha visto tempi migliori. E subito ricominciamo a salire; più che il terreno sconnesso è la pendenza che rende lenta e faticosa l’andatura (la mia almeno, perché quella di Francesco è meno sincopata e più regolare della mia. Così, nel tratto più duro scendo definitivamente dal sellino e lo invito ad aspettarmi più avanti, al primo incrocio o casolare. Ed è qui che ci perdiamo: quando, dopo un costone in cui ci tenevamo visivamente in contatto, raggiungo un bivio presso un cascinale, non lo vedo più. Non mi preoccupo, anzi approfitto della presenza di una fontana per bere a garganella e per svuotare la borraccia e riempirla d’acqua fresca. Solo allora sopraggiunge un contadino che mi avverte che l’acqua non è potabile; poi, vista la mia espressione, rimedia dicendo che “tanto non è morto mai nessuno”. Beh, se non altro la sete me la sono levata…
Lo sterrato è buono, i saliscendi non sono proibitivi, perciò l’andatura è rapida e mi fa sperare di raggiungere presto Francesco. Che però non scorgo nemmeno di lontano. In compenso, una volta risalita la collina e proseguendo sul crinale, la vista è magnifica. Anche se mi trovo solo a 400 m. o poco più, la sensazione è quella di essere, come il Viandante di Caspar Friederich, in cima a una vetta e da lì dominare il mondo: lo sguardo spazia a 360 gradi su un’immensa distesa verde, macchiata qua e là da qualche cespuglio fiorito o da rari casolari e in cui la mia stradina traccia una sottile linea bianca che gioca a rimpiattino dietro le sinuosità del terreno. Anche il richiamo rauco della mia trombetta con cui ogni tanto rompo il silenzio si perde tra le colline.
Mi concedo una sosta presso un bivio contrassegnato da un grosso cardo selvatico. A dritto continua la mia bella strada bianca, a destra parte uno stretto sentierucolo. Ingrandendo la mappa di Komoot constato che entrambi si ricongiungono dopo pochi kilometri, ma su un masso squadrato insieme alla figura di un pellegrinetto è incisa la scritta RADICOFANI ? La freccia indica inequivocabilmente la destra, così mi avventuro a malincuore sul sentiero campestre. Mi si rafforza la convinzione (già emersa dalle parti di San Gimignano) che chi ha ricostruito il perduto tracciato della Francigena, tra due vie ugualmente verosimili abbia preferito la più lunga, tortuosa o impervia, chissà, forse con l’intenzione di far provare al viandante del XXI secolo una parte almeno delle difficoltà del pellegrino di mille anni prima.
In realtà il sentiero si rivela meno spiacevole di come era parso. Discendendo tranquillamente dalla collina mi porta fino sulla riva del torrente Vellora, nelle cui acque ottengo un sacro lavacro, dopo che un sasso interrompe la marcia trionfante della bici proprio a metà del guado. In cambio ottengo la grazia dell’arrivo di Francesco, il quale non mi precedeva come io credevo, ma era rimasto indietro ad aspettarmi da qualche parte.
Ripartiamo insieme pedalando con calma per colli e per valli, sotto il sole cocente e all’ombra de’ cipressi (ma non dentro l’urne). Sfioriamo anche, presso il podere Le Briccole, la chiesetta di S. Pellegrino che era una delle tappe riportate da Sigerico nel suo itinerario, nonché luogo di sosta di Matilde di Canossa in uno dei suoi innumerevoli viaggi e di un non ricordo quale re di Francia di ritorno dalla Terrasanta; come se non bastasse, proprio da queste parti avvenne la cattura da parte di Federico Barbarossa di Arnaldo da Brescia che venne poi consegnato a papa Adriano IV: potenza di quelle quattro pietre baciate dalla Storia!
Solo che noi non ce ne accorgiamo subito e proseguiamo oltre
Procediamo su una strada prevalentemente pianeggiante che ritrova poi l’asfalto quando si innesta sulla vecchia Cassia: il fondo stradale è un po’ dissestato, ma non c’è ombra di auto, anche perché il traffico a motore si è riversato interamente sulla nuova Cassia, la superstrada SR 2 che è stata costruita a Est rispetto alla vecchia.
Qua e là una siepe di bosso ben curata o un viale affiancato da una fila di cipressi sottolineano la presenza di agriturismi o di aziende agricole ben avviate; ma per lo più il paesaggio è abbastanza solitario. Ci troviamo a una quota relativamente bassa, circondati da colline la cui modesta altezza non ci impedisce ogni tanto di scorgere in lontananza la massa scura dei rilievi su cui svetta la Rocca di Radicofani.
La traccia indicata dal GPS, convalidata da una segnaletica chiara e puntuale, ci porta ad attraversare la Cassia e a proseguire su un sentiero stretto fra la strada e un torrente . Quando poi ci immettiamo nella provinciale per Sarteano, entriamo in ballo: qui inizia ufficialmente la salita che ci porterà ai 900 m. circa del covo di Ghino di Tacco, il famigerato bandito gentiluomo che sequestrava perfino i Papi, ma si preoccupava di guarirli dalla gotta, il Robin Hood della Val d’Orcia che derubava tutti i viandanti, ricchi e poveri, ma i poveri un po’ meno. La posizione sopraelevata di Radicofani infatti gli permetteva agevolmente di sorvegliare i confini di Toscana, Lazio e Umbria e di controllare i transiti sulla Via Francigena.
Il ricordo della faticosa ascesa a Radicofani di quattro anni fa, mi incute un timore reverenziale, che non tocca minimamente Francesco, il quale sale baldanzosamente. La salita, comunque, tra aspri calanchi e boscaglia, è lunga ma con una pendenza abbastanza costante. La montagna, su cui spicca l’antica Rocca, è ben visibile da lontano ed è sempre presente, ma, forse anche per questo, sembra non avvicinarsi mai. Il paesaggio è scuro, scabro, aspro, ben diverso dalle morbide colline della Val d’Orcia (di cui peraltro fa ancora parte), ma non meno suggestivo.
Quando avvistiamo un cartello col solito pellegrinetto giallo che invita a prendere a destra, Francesco non ha esitazioni e si addentra nella macchia, mentre io pavidamente preferisco continuare a pedalare con regolarità restando sull’asfalto, anziché avventurarmi tra i rovi per balze impervie; tanto –come vedo su Komoot- le due vie si ricongiungeranno alle porte del paese.
Raggiungo così, in un quarto d’ora, la base di Radicofani, che nella parte più antica si mostra perfettamente conservato in perfetta sintonia col paesaggio grazie alle sue abitazioni di pietra scura, probabilmente di origine basaltica come il massiccio su cui poggia il paese. Non devo aspettare molto che da un viottolo fra gli alberi spunta Francesco, tutto entusiasta per il bel bosco di conifere che ha attraversato, pedalando oltretutto su un sentiero scorrevole e abbastanza pianeggiante. Non mi resta che mordermi le mani.
È pomeriggio avanzato quando, sotto un cielo bigio e attraversando una nebbiolina impalpabile, raggiungiamo il centro e come nel film “Non ci resta che piangere” ci troviamo catapultati nel medioevo: la strada principale è un lastricato su cui si affacciano abitazioni prive di segni di vita, senza peraltro dare l’idea di trascuratezza o abbandono; non ci vedono botteghe aperte, né gente per strada; pare quasi che, avvertiti che è iniziata “l’ora di buio”, gli abitanti si siano chiusi dentro.
Per la verità qualcuno lo troviamo: in un locale dove andiamo a prendere un the caldo il barista ci informa che in paese ci sono ben due ostelli, quello comunale “Gestri” e quello parrocchiale, l’ Ospitale di S. Pietro e Giacomo. Andiamo a dare un’occhiata al secondo, che è nella vicina piazzetta, attiguo alla omonima chiesa. Andando in cerca del prete, incrociamo un signore, che inizialmente scambio per il sacrestano che ci fa visitare l’interno della chiesa, suggestiva nella semioscurità, l’edificio è del 1200 e contiene varie opere, alcune delle quali attribuite alla scuola dei Della Robbia. Poi ci spiega che l’ostello si trova di fianco alla chiesa, ma a gestirlo non è il parroco, bensì lui stesso con altri laici, facenti parte della Confraternita di San Giacomo di Compostela; la stessa che abbiamo incontrato a Badia a Isola e che dà ospitalità anche a Roma nello Spedale della Provvidenza di San Giacomo e a Puente Fitero nell’Hospital de San Nicolás. Quello di Radicofani, oltre a un letto, offre anche l’uso di cucina e, come a Siena, è ad offerta libera. È fatta, non abbiamo nemmeno bisogno di vedere l’altro ostello.
In una specie di cantina, dove vediamo le mtb di due cicloviaggiatori, mettiamo le biciclette al sicuro dalla pioggia (più plausibile di improbabili ladri) saliamo e ci troviamo in un lungo corridoio su cui si affacciano la cucina e varie stanze-dormitorio. Facciamo conoscenza con altri pellegrini, quelli in bici e quelli a piedi; tra loro riconosciamo quei due stessi che ieri sera a San Quirico erano rimasti all’ostello parrocchiale che noi invece avevamo scartato. Ci raccontano che in effetti non si erano trovati bene e oltretutto li avevano fatto pagare più del dovuto. Sono Fabrizio, estroverso vigile del fuoco della provincia di Arezzo, e un suo più taciturno amico friulano e insieme hanno già percorso il Cammino di Santiago. Sono arrivati un’ora appena dopo di noi, ma il fatto è che noi siamo andati in bici e loro a piedi!
Decidiamo di utilizzare la cucina per prepararci la cena, perciò partiamo in cinque in una sorta di spedizione paramilitare alla ricerca di pane, pasta, sughi, formaggio e vino. Procedendo lungo la via principale e qualche vicolo secondario, troviamo una piazzetta su cui si affaccia una bottega di alimentari “Pane e Companatico”.
Dentro c’è tutto quel che si può immaginare di commestibile: dall’anguilla allo zenzero, passando da pesto o panforte fatti in casa, agli affettati, ai pecorini e ai vini tipici della zona. Mentre confabuliamo tra noi sulle scelte la padrona del negozio sta servendo una signora (il tasso di affollamento del paese è così schizzato a quattro!), ma appena ci avviciniamo al banco smette subito per rivolgersi a noi con una valanga di consigli e offerte-da-non-perdere. Per correttezza le preghiamo di finire di servire la signora, ma lei è irremovibile e l’altra cliente non pare aver fretta.
Silvana – così si chiama la bottegaia – ci spiega che un tempo Radicofani era se non la meta almeno un luogo di transito e di sosta per un buon numero di turisti curiosi di conoscere il paese; ma, dopo la costruzione della nuova Cassia, una strada di fondovalle che grazie a una lunga galleria bypassa il paese, da qui passano ormai in pochi, salvo qualche pellegrino romeo. La popolazione, già dimezzata rispetto agli anni Sessanta, si sta ulteriormente riducendo e ora raggiunge a malapena il migliaio, concentrandosi soprattutto in alcuni quartieri. Questo spiega l’aspetto semi-disabitato di Radicofani. Per ovviare a questo progressivo spopolamento (che del resto ha colpito tutta questa parte della Val d’Orcia, causando abbandono delle colture e rimboschimento “selvaggio” di vaste aree) il comune, con la costruzione di un ostello capace di ospitare un’ottantina di persone, ha cercato di attrarre visitatori e turisti e rilanciare l’interesse culturale e religioso che nel medioevo portava a Radicofani migliaia di pellegrini: ospitati in ben otto strutture di accoglienza.
Da quando siamo entrati è già passata una buona mezzora, intervallata dalle fugaci (e silenziose) apparizioni del marito e Silvana col suo smaccato accento tosco-laziale e la voce roca dei grandi fumatori, continua a parlare come un fiume in piena, passando dalla storia di Radicofani, ai problemi economici della zona, alle ricette di cucina, mentre –ed è ancor più incredibile- la cliente non dà segno di nervosismo, anzi ascolta con interesse. Anche noi, subendo un po’ il fascino di un personaggio così inusuale, stiamo a sentire, talvolta intervenendo con qualche domanda, se il fuoco dell’argomento sta per languire.
Infine quando il tema torna sugli acquisti da fare, riusciamo a concretizzare i nostri desiderata, comprando (e in parte ricevendolo in dono: Silvana è anche generosa, oltre che chiacchierona) l’occorrente per una cena magari poco varia, ma di sicuro molto abbondante.
Appena all’ostello, ci dividiamo i compiti: chi cucina (Fabrizio), chi apparecchia (Francesco), chi rigovernerà (io). Altri due si aggregheranno ai lavori per guadagnarsi il diritto di partecipare al banchetto. Mezz’ora dopo non resterà più niente dei nostri acquisti: un kilo e mezzo di fettuccine, un plateau di pomodori freschi e un barattolo di pelati, quantità imprecisate di parmigiano e di pecorino un kilo di pane e due litri di vino, mentre sale, peperoncino e olio sono stati generosamente offerti dalla cucina dell’ostello. Gli oltre due etti a testa di tagliatelle, annegate in un mare di sugo piccante e accompagnate da un vino robusto, sortiscono l’effetto di farci stravaccare sulle sedie intorno al tavolo e lasciarci andare in chiacchierate rilassate, come tra vecchi amici.
Si parla delle esperienze di cammini passati e di progetti futuri, del percorso fatto e di quello che ci attende domani. Anche oggi pochi kilometri: ne abbiamo percorsi solo una trentacinquina in quasi quattro ore di pedalata, quindi a una media inferiore ai 10 km/h; è stata la tappa finora più breve, ma, anche se non abbiamo mai forzato e le soste sono state numerose, la fatica si è fatta sentire, tanto più che anche stavolta si sono superati i 1000 m. di dislivello. Domani dovrebbe andare meglio, anche perché dovremo pur scendere da Radicofani!
Sì, la discesa non ce la toglie nessuno, ma purtroppo basta un’occhiata alla finestra per renderci conto che il cielo non lascia presagire niente di buono: non c’è vento, non ci sono tuoni o lampi, ma sta cadendo una pioggia insistente, di quelle che promettono di durare a lungo.
Andando a dormire ci salutiamo, sapendo che domani gli altri partiranno ben prima di noi che siamo in bici.

 Foto Pierluigi Cortesi

VIA FRANCIGENA – QUINTA TAPPA RADICOFANI-MONTEFIASCONE

E invece l’indomani, quando ci alziamo, li troviamo tutti ancora lì, radunati nella sala, ad aspettare che il tempo si rimetta. In effetti la pioggia di ieri sera è diventata una pioggerellina quasi impalpabile, ma in compenso si è levata una nebbia così fitta sa impedire di vedere al di là dei vetri. Ieri dalle stanze si scorgeva, oltre la Canonica e la chiesa, la mole incombente della Fortezza; oggi una cortina bianca impedisce di scorgere anche il muro della chiesa a due metri di distanza.
Colazione lentissima: almeno per il momento non piove più, ma la nebbia, se possibile, si è intensificata e solo pochi degli altri si sono avventurati fuori. Utilizziamo il tempo dell’attesa per mettere nella scatola delle offerte i nostri (meritati) 15 € a testa e per scrivere sul registro degli ospiti delle frasi di commento e ringraziamento che per Francesco si trasformano nella stesura di un testo equivalente alla bozza di Guerra E Pace.
Gli ultimi minuti sono dedicati ad analizzare sommariamente il percorso che ci aspetta e che inevitabilmente risentirà delle condizioni meteo.
Ieri la tappa è stata molto breve (un tratto pari a quello dei pellegrini a piedi), ma impegnativa per l’afa, il fondo stradale ghiaioso, le frequenti salite, di solito non molto lunghe, ma dure, e alcune ripidissime discese, di quelle che costringono spesso a portare la bici a mano. Oggi, tempo permettendo, dovrebbe essere meno faticoso, dato che dagli 800 m. alla partenza dovremmo scendere fino al lago di Bolsena e poi magari puntare su Viterbo. Ma non mi illudo più di tanto né sulla fatica, né sulla possibilità di raggiungere effettivamente Viterbo: a parte la prima tappa, non siamo riusciti ad avanzare più di una sessantina di km al giorno.
Lasciamo l’ostello per ultimi quando sono le dieci passate; la visibilità è salita a un paio di metri, ma un fastidioso bagliore ci bombarda dall’alto appena usciamo dall’ombra delle case. Ci fermiamo da Silvana per ritirare il poderoso panino che abbiamo ordinato ieri sera e che è ripieno di ogni ben di dio, grondante di condimenti. Nel salutarla noto dei particolari che non avevo osservato ieri: oltre a un pellegrinetto attaccato allo stipite di una porta del suo “Pane e Companatico”, c’è un ombrellone con una sedia e un tavolino riservati ai viandanti a cui viene offerta acqua e cibo. È vero che dare di sé una bella immagine e farsi una buona pubblicità sono l’anima del commercio, ma da quel che ho capito dai discorsi di Silvana e dai cenni di testa del marito nelle sue rare e silenziose apparizioni, lo spirito di accoglienza non è solo apparenza.
Usciamo dalla porta in fondo a via Roma e prendiamo via Matteotti fino al punto in cui La Francigena conduce a un bivio, davanti la sp 24, la provinciale asfaltata, a sinistra la ripida strada bianca che avevo già provato a percorrere quattro anni fa coperta di brecciolino e resa ora ancor più infida dalla pioggia.. Francesco, la cui mtb ha ruote ben scolpite e dalla sezione generosa, scenderà dalla strada bianca, io da quella asfaltata. Ci rincontreremo poi all’altezza di Ponte a Rigo, sulla Cassia.
Infilo la mantellina, accendo le due lucine e via!. Ma già dopo un paio di curvoni ritmati dal Flap-Flap della mantellina svolazzante, mi rendo conto che non solo non piove, ma la nebbia si è completamente dissolta e mostra una campagna ricoperta di impalpabile rugiada.
Raggiunta la Cassia, pedalo senza forzare e giungo al punto del rendez-vous. Dato che sono in anticipo, mi soffermo a leggere degli avvisi rivolti appunto ai pellegrini Romei: per raggiungere Acquapendente, si può scegliere fra il percorso a lato della Cassia (e in parte coincidente) e quello più lungo che, passando tra le colline, attraversa Proceno, ma che a causa degli allagamenti dovuti al nubifragio notturno è probabilmente intransitabile al momento. Arriva anche Francesco. Consultandoci con altri viandanti sopraggiunti nel frattempo (tra cui i due della cena di ieri sera), finiamo per scegliere la via meno bella, ma più sicura.
Il gruppo, formato da una dozzina di persone, si sgrana subito alle nostre spalle e noi perdiamo di vista gli altri ciclisti, troppo veloci per i nostri gusti, che peraltro non ci hanno comunicato in alcun modo di voler compagnia. Superato Centeno, si continua in leggera discesa fino al fiume Paglia, dove ricomincia il tratto di salita che porta ad Acquapendente, nuovamente sul percorso classico della Via Francigena. Tralasciamo le indicazioni per l’Ospedale di Santa Maria della Scala (nome comune a tanti antichi Ospitali, filiazione di quello senese) e raggiungiamo il municipio, fermandoci sotto le sue arcate per mangiare i mega-panini di Silvana. Qui veniamo incredibilmente raggiunti di nuovo da Fabrizio e dal suo compagno: in pratica da S. Quirico ad Acquapendente, con le nostre bici abbiamo percorso la loro stessa distanza e in un tempo di poco inferiore.
Ripartiamo, lasciandoceli alle spalle e arriviamo a San Lorenzo Nuovo; lo attraversiamo per intero, nella vana ricerca di una fontana o di un bar in cui rifornirci di acqua, fino ad arrivare alla balaustrata che offre un’insuperabile panoramica sul sottostante lago di Bolsena; ma anche qui, nonostante ci siano tanto di cartelli che indicano la Via Francigena e un ostello, l’unica fontana risulta inservibile. Irritato forse da questo o per un insopprimibile pregiudizio verso Komoot, Francesco non prende la stradina indicata dalla mia app e confermata dai cartelli, bensì un vicoletto che dopo poco si addentra in un bosco fitto e diventa una rete di sentierini sdrucciolevoli che si separano, si rincorrono, e si riuniscono di nuovo, serpeggiando tra gli alberi stillanti gocce di umidità. Francesco riesce a prodursi in una serie di slalom, mentre io cerco per un po’ di imitarlo fino al momento in cui incontro due massi che strozzano il sentiero e contro cui vanno a sbattere violentemente i pedali, per fortuna senza conseguenze.
Scendo di sella, un tantino irritato nei confronti del mio compagno e del suo maniacale aborrire l’asfalto. Proseguo in discesa per lo più a piedi finché gli alberi si diradano e il sentiero si allarga fino a prendere l’aspetto di una carrareccia; non mancano tratti in terra battuta e perfino asfaltati e la pedalata assume un ritmo più regolare, anche se non mancano le salite. Il percorso ha subito tante di quelle giravolte da far perdere completamente il senso dell’orientamento, non fosse per i cartelli. L’impressione, dopo essere tanto discesi di quota da San Lorenzo, è che dovremmo essere più o meno all’altezza del lago e quindi vicini a Bolsena; ma in realtà nulla ci autorizza a crederlo, anche se i boschi hanno lasciato spazio a prati e campi coltivati, ci sono case isolate e qualche piccolo agglomerato qua e là e perfino qualche agriturismo. Poi, finalmente, l’apparizione del lago in lontananza, sopra gli alberi, e le indicazioni di un ostello ci dànno conferma di essere ormai in prossimità di Bolsena.
Pochi minuti ancora e siamo alla Rocca Monaldeschi; entriamo in città, e l’attraversiamo passando da una lunga stradina selciata e leggermente a schiena d’asino, su cui si affacciano muri irregolari di pietre e mattoni. La mancanza di negozi, le pietre smussate dai secoli e un odore di pane abbrustolito, contribuiscono a ricreare quell’atmosfera un po’ fuori dal tempo che si respira ancora in qualche paesino toscano verso il tramonto.
Ci fermiamo, ma è una sosta rapidissima, giusto per rifornirci d’acqua e poi Francesco ci conduce via in un nuovo spericolato zigzag nel bosco che fa impazzire il mio GPS, il quale entra in sciopero per cinque kilometri di tracciato. Fatto sta che una buona mezzora dopo ci ritroviamo a Bolsena a 200 m da dove eravamo partiti. Qui mi impongo io che chiedo a una vigilessa per dove proseguire.
Usciamo dalla città sulla Regionale lungolago, che lasciamo dopo un paio di kilometri per prendere a sinistra un bello sterrato, mediamente in leggera salita e a cielo aperto che si conclude su un poggio dal quale torniamo a scorgere il lago azzurro cenere, chiazzato dall’ombra delle nuvole in rapido movimento. Dopo poche centinaia di metri, dietro una curva, ci appare Montefiascone, adagiata anch’essa su un colle. Non so se esista in santo patrono dei beoni e degli ubriachi, ma di certo un posto d’onore andrebbe riservato a quel prelato germanico che di ritorno da Roma si soffermò nel borgo che il suo segretario gli aveva segnalato con una triplice indicazione di gradimento “est-est-est!” relativa al vino lì prodotto. E qui, dice la leggenda, si trattenne tanto a lungo, da non tornare più in patria e morire a Montefiascone.
Noi, che abbiamo ambizioni un tantino diverse, ci accontentiamo di fermarci per una sola notte. Perciò scendiamo dal nostro poggetto avviandoci verso la periferia della città Ci fermiamo presso la Parrocchia del Corpus Domini per farci timbrare la credenziale e chiedere se ospita pellegrini, ma il parroco, col quale avevo fatto un’interessante chiacchierata quattro anni fa, non c’è. Ci riempie però di legittima soddisfazione un cippo nel quale a lettere bianche su sfondo ruggine spicca la frase “100 km alla tomba di Pietro”. Abbiamo dunque coperto circa tre quarti del nostro ciclo pellegrinaggio (sempre che Francesco faccia la grazia di non aggiungere qualcuna delle sue scorribande per selve e per valli).
Ci tuffiamo a cuor leggero nell’inevitabile ingorgo che caratterizza l’incrociarsi di più strade in entrata e in uscita da una città e risaliamo il poggio fino ad arrivare a san Flaviano. La chiesa, punto saliente del cammino Francigeno che attraversa Montefiascone, è caratterizzata da uno strano stile: scandiscono la facciata tre alti archi gotici al di sopra dei quali corre per tutta la larghezza dell’edificio una specie di loggiato. Ci fermiamo non tanto “devotionis causa”, quanto per chiedere dove si trova l’ospitale dei pellegrini. Entriamo dal grande portone centrale; la chiesa è immersa nel silenzio e nella semioscurità ma, nonostante aspettiamo per qualche minuto, nessuno compare.
Perciò via di nuovo in sella diretti, lungo via San Flaviano, al cuore storico di Montefiascone, nella parte alta della città a cercare in fretta (la sera avanza) un luogo in cui poter posare il capo. Sono due gli ostelli, entrambi religiosi: il convento “Raggio di sole” dei cappuccini e il monastero di S. Pietro delle benedettine; proviamo a chiamare il primo, che però non risponde, ripieghiamo perciò sul secondo, che è anche più vicino.
Siamo più fortunati e nel giro di pochi minuti raggiungiamo il Monastero di S. Pietro delle suore Benedettine in via Garibaldi. Viene ad aprirci una suora di colore, che parla uno strano italiano con tipiche cadenze laziali. Il costo ci fa arricciare un po’ il naso: 28 € a testa, il più alto finora incontrato, ma considerando che comprende anche cena e colazione, è tutto sommato accettabile. Il monastero è semi deserto, ma ben tenuto, molto ampio, con alti soffitti dove i nostri passi e le voci echeggiano nel silenzio generale.
In un chiostro, dove scorgiamo un’altra coppia di bici (probabilmente dei due che ci hanno superato dopo Radicofani), lasciamo i nostri mezzi dopo aver prelevato i rispettivi bagagli e arriviamo al grande corridoio su cui si affacciano le camere e i bagni. La suora ce ne propone una in parte già occupata, chiedendoci se abbiamo nulla in contrario, poi, dandoci appuntamento per la cena, se ne va.
La camera comprende sei letti (uno affiancato all’altro tanto da ricordare la casetta dei sette nani) di cui solo l’ultimo è occupato, come dimostrano lo zaino e degli indumenti appoggiati sopra.
Noi ci prepariamo ad andare in cerca delle docce e in quel momento entra l’altro compagno di stanza. Non ci vuole molto a rendersi conto che è una donna e la cosa ci mette un po’ a disagio, perché, penso, è a lei che la suora avrebbe dovuto chiedere se aveva nulla in contrario a condividere la stanza con degli omaccioni brutti e pelosi come noi. Ma con grande disinvoltura lei ci rassicura e dissipa il nostro imbarazzo. Doris, questo è il suo nome, è tedesca (viene infatti da Brema), è al suo primo cammino, ma è abituata a percorrere quotidianamente parecchi kilometri e conta di arrivare a Roma in quattro giorni. Il suo non è un pellegrinaggio religioso: è semplicemente appassionata dell’Italia, dei suoi paesaggi, del clima, del cibo, delle città d’arte, delle persone… Si sente più vicina all’Italia che alla sua “grigia” Brema, dice, e, almeno per quanto riguarda il clima, non posso che darle ragione.
L’ ampia sala mensa ospita solo noi tre, gli altri due ciclisti sono andati probabilmente a cena fuori o non ci hanno aspettato a mangiare. A servirci non è la suora di colore, ma un’altra che parla anch’essa un buon italiano, ma con accento latino-americano; è peruviana, infatti, e ci racconta con un po’ di nostalgia del suo Paese e dell’impatto con la vita nel monastero, che essendo di clausura, non le offre grandi occasioni di stare a contatto con la gente. Per fortuna, ultimamente, è stata destinata all’accoglienza dei pellegrini e così riesce a vedere persone e a parlare, cosa che, evidentemente, le piace e le riesce molto bene. Non mi è chiaro però, date queste sue inclinazioni così poco claustrali, il motivo per cui ha scelto di farsi suora, oltretutto di clausura. Sospetto che, come avviene spesso soprattutto per persone provenienti dal terzo mondo, il prendere i voti non abbia rappresentato tanto la risposta a una forte istanza religiosa, quanto la possibilità di evadere materialmente oltre che socialmente da un mondo che offre poche speranze di cambiamento.
Le portate sono abbondanti e molte a base di verdure, sia crude che cotte, con grande soddisfazione mia e degli altri. Appena abbiamo finito di servirci per la seconda volta, la suora interrompe il suo racconto per portar via il vassoio, ma il disappunto sulle nostre facce e poi una mia richiesta esplicita la convincono a riprender il filo del discorso e a lasciar stare piatti e tegami finché non sono vuoti e lucidi.
Quando mi alzo da tavola, mi sembra di essere al nono mese di gravidanza, ma tutti quei carboidrati, grassi e proteine che ho ingurgitato sono andati in buona parte a rimpiazzare le calorie spese in giornata. Oggi, infatti, i kilometri sono stati un po’ più del solito, una settantina circa, ed hanno comportato un dislivello globale di ben 1500 m, nonostante che ieri io avessi previsto un percorso quasi privo di salite: beata ingenuità…
Doverosa la telefonata a casa, anche per spiegare che il ritorno, previsto originariamente per oggi, subirà uno slittamento di almeno un giorno: la parola “almeno” la pronuncio in fretta e a voce più bassa, comunque Gea non gradisce molto questo ritardo che farà sballare alcuni suoi impegni.
Dopo una doverosa visita ai bagni e alle docce, stranamente sprovvisti di chiusura, ci infiliamo a turno nei nostri letti all’estremità della stanza, per lasciare a Doris un po’ più di privacy. Io provo a leggere un po’ per facilitarmi il sonno, come d’abitudine; ma il mio stesso russare sommesso mi risveglia subito dopo. Spengo la luce e buonanotte

 Foto Pierluigi Cortesi

VIA FRANCIGENA – SESTA TAPPA MONTEFIASCONE – SUTRI

Francesco e io scendiamo a far colazione nella stessa stanza dove abbiamo cenato ieri sera. C’è già Doris alla quale abbiamo dato la precedenza dovuta ai pellegrini appiedati che devono partire per primi rispetto ai “bicigrinos”; non vediamo invece, neppure stavolta i due ciclisti misteriosi che –ci confida la suorina peruviana- ieri non avevano voluto dividere la loro camerata con nessun altro, le pudiche damine ottocentesche.
Latte, caffè-orzo, biscotti e pane sono a volontà e non ci facciamo pregare, preparandoci un’abbondante scorta di viveri per il pranzo e il dopopranzo. Ieri il costo dell’ospitalità ci era parso un po’ caro, ma in effetti non si può dire che non l’abbiamo sfruttata. Dopodiché salutiamo Doris, che è già pronta a incamminarsi, andiamo a ritirare i nostri bagagli, li carichiamo e finalmente partiamo; destinazione, per lo meno, Sutri.
Questo mio secondo viaggio sta durando più del preventivato e, sicuramente molto più di quello di quattro anni fa: allora ero arrivato a Bolsena la sera del terzo giorno, mentre stavolta ci sono passato a metà del quinto, ma è anche vero che allora privilegiavo la velocità rispetto alla lentezza e preferivo le strade asfaltate e diritte, evitando del tutto i sentieri. Stavolta invece, la lentezza dovuta alla natura del terreno, ma anche alla rilassatezza della pedalata (e dello spirito) fa sì che il tempo del viaggio risulti più dilatato, permettendo d’altro canto, di cogliere più in profondità gli aspetti paesaggistici, antropici e umani che lambiscono la nostra attenzione. Allo stesso modo, immagino, un pellegrino a piedi, e quindi ancor più lento di noi, godrà di una percezione ancora più ampia di chi procede in bici.
Mi dico tutto questo perché stamani, appena sveglio, avevo fantasticato di arrivare a far tappa a Formello in serata, così da raggiungere Roma nella mattina di domani, ma non ero ancora abbastanza lucido da tener presente i ritmi, i percorsi e le deviazioni che per fortuna il mio compagno è solito imporre al nostro viaggiare, tenendo sotto controllo la mia istintiva ansia di arrivare.
Lasciatoci alle spalle il monastero delle benedettine, prendiamo a salire per via Cavour un po’ in bici, un po’a piedi, perché siamo contromano; superiamo sempre in salita anche alcune scalinate che ci portano nel cuore della città vecchia, che si presenta abbastanza ben conservata e in cui gli inevitabili restauri non hanno snaturato le strutture originarie. Siamo dunque in prossimità della Rocca dei Papi che per la sua mole ricorda più una fortezza che un edificio religioso.
Seguendo i cartelli, entriamo nel parco antistante la Rocca, con viali, alberi e aiuole ben curati; ma a colpire l’attenzione è senza dubbio il panorama che da una spalletta si può ammirare sul lago e tutta la regione intorno, ancora soffusi da una leggera foschia. Scatto qualche foto, poi, vagabondando, ci avviciniamo alla Rocca, dove il classico cartello marrone della via Francigena indica l’accesso alla Torre del Pellegrino.
Due impiegati (?) che indolentemente appoggiati a un’inferriata stanno chiacchierando animatamente, solo ora si accorgono di noi e ci vengono incontro gesticolando “Aho, che non lo sapete che la Rocca è chiusa? Che, non sapete leggere?” “La rocca sarà anche chiusa, ma da nessuna parte c’è scritto che non si possa entrare nel giardino che è pubblico…” “Ma qua non sono ammessi gli estranei” Come non sono ammessi? Ma se c’è anche questo cartello che prevede il transito dei pellegrini della Via Francigena…” “E comunque per andare in bicicletta ci sta il divieto…” “ E comunque noi stiamo andando a piedi.” “E vabbè, volete avere sempre ragione voi… È sempre così con i turisti: vogliono fare sempre quello che gli pare”. E bofonchiando si allontana col suo collega, mentre noi lasciamo perdere ogni replica polemica. Il diverbio si spegne così, senza vincitori né vinti, ma a me rimane un po’ di amaro in bocca a pensare come certi atteggiamenti arroganti e indisponenti possano influire negativamente su visitatori italiani e, ancor più, stranieri.
Torniamo sulla strada e giriamo intorno alla Rocca, ammirandone dal basso la mole; peccato che la foschia che si è levata dal lago sia aumentata e tolga i contorni e il colore delle cose. Continuando sul lastricato e seguendo l’ottima segnaletica, scendiamo lasciandoci alle spalle la periferia di Montefiascone una stradina dapprima asfaltata e poi sterrata ci conduce in aperta campagna; ai lati le siepi cedono il posto a cespugli o macchie di rovi e infine a una vegetazione di alberi e arbusti.
Poi ad un bivio segnato da un’edicola votiva un cartello notifica che stiamo percorrendo la via Cassia Vetus; difatti pochi metri dopo dal terreno affiorano dapprima sparse, poi sempre più regolari le lastre di pietra della antica via Cassia
La sezione non è molto larga per la verità e lascia pensare che solo un carro per volta potesse passarvi, ma è possibile che una parte della strada si trovi ancora sotto la terra; le commessure tra le lastre di pietra sono evidenziate dalle linee verdi dell’erba che vi è cresciuta e qua e là è stata asportata qualche pietra ben squadrata per essere utilizzata nella costruzione di un muro. Nel complesso comunque questo tratto di strada conserva intatta la sua funzionalità. E calpestare il basolato della Cassia antica che emerge dal terreno quasi intatto dopo oltre 2300 anni fa davvero un certo effetto, anche se è la seconda volta che lo percorro. La strada, che ora prende a digradare leggermente, non è più chiusa ai due lati dalla vegetazione, ma scorre diritta a cielo aperto, con un’ampia veduta tutt’intorno sulle campagne in fiore. La scenografia è purtroppo è dissacrata dal transito di qualche auto e da una quantità di villette (che tutto lascia pensare siano abusive). Inoltre si fanno più frequenti i tratti in cui il vuoto delle pietre che sono state evidentemente asportate, è stato riempito da cemento o asfalto.
Quando il basolato scompare definitivamente, non più riemerso dopo una delle tante alluvioni, ci sentiamo chiamare: è Doris, che ci sta aspettando dimostra di essere davvero una buona camminatrice: in meno di due ore è arrivata qui prima di noi che abbiamo fatto 11 km in bici. Si chiacchiera un po’ della strada che verrà; poi ci facciamo scattare una foto e infine, con la promessa di tenerci in contatto via Whatsapp, ci salutiamo.
C’è qualche blando saliscendi, ma si procede senza fatica su strade bianche abbastanza ampie e regolari (nonostante qualche tratto con brecciolino o argilla molliccia e appiccicosa per la pioggia recente). Il cielo è coperto, un mare di grigio ora più cupo, ora più chiaro, con pochi sprazzi di sereno e a momenti dà l’impressione di voler piovere, ma questa ridotta luminosità ha l’effetto di far risaltare la vivacità dei papaveri e degli altri fiori che colorano il bordo della strada e i campi intorno. Tagliamo una provinciale (della Commenda, sta scritto su un cippo) e proseguiamo sulla nostra Francigena lungo Strada Casetta, sempre a diritto in direzione Sud, mentre in lontananza già si intravede Viterbo.
Ogni tanto c’è una deviazione ben segnalata, ma che io regolarmente non vedo; fortunatamente c’è Francesco a correggere la rotta. La strada è ora argillosa, di un rosso intenso, dovuto a ossidi di ferro, sfiora abbeveratoi, fontanili, case sparse, poderi, qualche piccola edicola votiva intitolata al Cammino.
Su una larga strada bianca raggiungiamo le Terme del Bagnaccio, in cui un ampio parcheggio, ombrelloni, sdraio e qualche bagnante testimoniano della possibilità di utilizzare come alternativa al mare queste vasche di acqua calda e sulfurea (almeno a giudicare dall’odore). Francesco sarebbe tentato di fermarsi, io molto meno; alla fine proseguiamo.
La strada conduce fino a una rete oltre la quale si stende un campo d’atterraggio che delimita l’aeroporto (o forse l’eliporto) di Viterbo. Non ci sono indicazioni di sorta per raggiungere la città; a lume di naso, io svolterei a destra, Francesco a sinistra. Quindi giriamo a sinistra. Naturalmente è la direzione giusta. Costeggiando la rete, dopo un po’ avvistiamo la periferia di Viterbo e raggiungiamo una circonvallazione molto trafficato, che seguiamo restando sul marciapiede.
Come per molte periferie, il quadro che ci si presenta è piuttosto squallido: qualche casa bassa, baracche di lamiera, capannoni, ponteggi arrugginiti di edifici rimasti a metà, cemento, asfalto, guardrail e erbacce. Faccio notare a Francesco che sta percorrendo una strada intitolata a Giorgio Almirante, ha quasi uno sbandamento, e non certo per l’entusiasmo. Immortalo l’attimo fotografandolo mentre leva diritto il braccio destro con la mano aperta e gli ricordo che, nel Lazio e nel Sud soprattutto, non sono infrequenti piazze, strade, viali e perfino istituti pubblici dedicati a personaggi come Almirante, Ciano, Vittorio Emanuele III, dei quali la Storia ha dato un inappellabile giudizio negativo.
Lasciamo la circonvallazione e dopo un lungo rettilineo arriviamo sotto le mura medioevali che attraversiamo passando per Porta Fiorentina. Dopo aver degnato a malapena di uno sguardo la massiccia Rocca Albornoz e dedicato molta più attenzione all’individuazione di una fontana, , ci avventuriamo in uno zigzagante contromano sugli acciottolati che portano verso il centro
In realtà finiamo a con lo scendere fino a porta Faul all’estremo Sud di Viterbo: perciò, compiendo un ampio giro risaliamo verso il cuore della città raggiungendo finalmente Piazza San Lorenzo, il luogo più significativo di Viterbo.
Per la verità la piazza, su cui si affacciano la Cattedrale e il Palazzo dei Papi, è abbastanza piccola, e sembra strano che possa essere stata nel XIII secolo la capitale di tutta la Cristianità , ma questa caratteristica la rende più raccolta e più genuina.
A destra si riconosce il profilo allungato del Palazzo dei Papi Un’ampia scalinata conduce al piano rialzato in cui sotto una lunga merlatura spiccano le Bifore della sala del Conclave. Accanto si stagliano contro il cielo i resti di un elegante loggiato da cui –come oggi a San Pietro- si affacciavano i Papi appena eletti. Sul lato opposto, invece, domina la chiesa di San Lorenzo: la facciata è seicentesca mentre il campanile presenta in basso una parte più antica in pietra in stile romanico e in alto una in stile gotico con marmi bicolori e finestre a sesto acuto.
Dirigendoci verso il Palazzo scendiamo alcuni gradini e troviamo il Centro di Documentazione Diocesana; entriamo per farci timbrare la credenziale, ma non è il luogo più adatto: rimediamo un banale timbro d’ufficio; in compenso abbiamo modo di ammirare nelle teche una collezione veramente pregevole di pergamene, incunaboli, miniature e testi risalenti agli albori della stampa, che spaziano nei vari campi della conoscenza, ma un particolare interesse destano le opere dedicate ai pregiudizi di epoca preilluministica sulle donne o alla stregoneria e al modo di estirpare il famigerato “Malleus Maleficarum”.
La piazza si riempie di persone e io vorrei ripartire senza troppi indugi, perché i kilometri percorsi sono pochi e Sutri è ancora lontana; ma Francesco è intento a parlare di biciclette e ciclo viaggi con dei giovani. Non mi inserisco nella conversazione per non prolungarla ancora di più e per un po’ lo aspetto, poi decido nel frattempo di andare in cerca del timbro sulla mia credenziale. Tra il duomo e il campanile noto un vano; non ho capito bene se è un ufficio turistico, un organo della curia, un locale tenuto da qualche organizzazione del posto; comunque entro. Ci sono due ragazze premurose che non solo mi timbrano la credenziale, ma mi raccontano particolari della storia del Palazzo dei Papi (ad esempio di quel conclave che si protrasse tanto a lungo che prima di decidere chi dovesse essere il nuovo Pontefice passarono oltre 1000 giorni; oppure dell’infelice morte di un Papa che pochi mesi dopo la sua elezione venne travolto dal crollo di una parte del loggiato. Mi narrano anche delle infinite diatribe scoppiate tra il Convento dei Cappuccini e un altro ente religioso per la gestione di un ostello, lite finita in tribunale e non ancora definita. E poi…. E poi…
Finalmente lascio l’ufficio colmo di informazioni, di depliant ma anche di ansia per il tempo trascorso. Ritrovo miracolosamente Francesco, che sta spuntando da un angolo della piazza e infine lasciamo il Palazzo dei Papi.
Facendo il cammino a ritroso, ci ritroviamo in Piazza della Morte, uno slargo asimmetrico su cui si affacciano alcuni palazzi antichi, più o meno rimaneggiati o restaurati, un ristorante, un edificio religioso e un crocicchio di strade Al centro, gradevolmente ombreggiata dagli alberi, c’è un’area triangolare con panchine e tavolini, che si conclude con una bella fontana circolare , è sicuramente medioevale, al centro ha un fusto bombato che culmina con una pigna, elemento ricorrente nella simbologia funeraria.
Attraversiamo il quartiere di san Pellegrino tanto ben curato da conservare intatto il fascino dell’ antico borgo medioevale: semplici chiesette di quartiere, sobrie case in pietra, palazzi signorili e case torri, strette viuzze lastricate e graziose piazzette, cortili, archi, logge, scale e sottopassi tra le case sono in grado di regalare al visitatore, soprattutto nelle ore di minor transito un tuffo nel passato.
Nell’uscita dal cuore della città si ripropone la seccatura della carenza di segnaletica nei punti cruciali: in centro un cartello indica una direzione ma al primo incrocio la mancanza di successive indicazioni costringe a tirare a sorte e così per due, tre quattro volte, fino a ritrovarci da capo in centro. Oltretutto, per motivi sconosciuti, ancora una volta il GPS rifiuta di funzionare. Nei pressi di Porta Romana imbocchiamo per qualche centinaio di metri anche la provinciale Cimina, che riconosco per averla percorsa quattro anni fa e che conduce al lago di Vico. Finalmente tornati nuovamente alla cattedrale, riusciamo a lasciare Viterbo attraverso la porta di via Faul.
Ci inoltriamo nella campagna, con qualche titubanza, perché non abbiamo più scorto segnali della VF e anche il senso d’orientamento ci dice che stiamo andando a Ovest da troppo tempo, mentre dovremmo puntare più a Sud. Pure Komoot, ora che il GPS ha ripreso a funzionare, indica alle nostre spalle la direzione corretta.
Non è la prima volta che l’ambiguità o l’assenza di indicazioni per la VF, ci costringe a una serie di giri a vuoto, deviazioni o percorsi alternativi,: anche in Toscana, ad esempio dopo San Gimignano, c’era stata qualche difficoltà, ma mi sembra che il Lazio sia organizzato peggio.
Poco dopo la località Terme dei Papi, incrociamo un ciclista che ci consiglia non di tornare verso Viterbo ma di proseguire su una ciclabile che si immetterà sulla Francigena all’altezza di Vetralla; inoltre si offre di accompagnarci per un buon tratto.
Pedaliamo per lo più in silenzio su una stradina secondaria senza incontrare un solo mezzo a motore, in compenso la campagna intorno offre uno spettacolo simile a quello che deve essere apparso ai turisti tedeschi, inglesi o francesi del Gran Tour: ondulati pianori verdi, silenziosi, semideserti che mostrano macchie di arbusti e alberi, qualche rudere (non necessariamente antico) e greggi di pecore intente a riposare sotto un cielo di nuvole cupe.
Lasciato il nostro accompagnatore, proseguiamo sicuri per quanto riguarda il percorso, costituito ora da viottoli campestri e sentieri erbosi che si addentrano tra campi coltivati, frutteti e noccioleti. In uno di questi appare tra gli alberi la sagoma di una torre in rovina e subito dopo a breve distanza la forma massiccia di un altro rudere: dalla mappa di Komoot e da una rapida ricerca in Internet ricavo che si tratta delle cosiddette Torri d’Orlando, costituite da quello che resta di due monumenti funerari di epoca romana, mentre la costruzione più alta è il campanile diroccato appartenente a un complesso religioso medioevale, di cui non rimane più nulla. Il toponimo deriverebbe, secondo la leggenda, dal celebre Paladino nato appunto da queste parti, e solito venire da adulto a riposarsi sotto gli alberi; questo spiega anche il nome della vicina frazione, Querce d’Orlando.
La sosta dura pochi minuti giusto il tempo di qualche foto prima di ripartire. Il sole infatti comincia a declinare e non abbiamo ancora fissato l’ostello.
Ancora campi, boschi e prati: la carrareccia avanza zigzagando tra la Cassia e la ferrovia; finalmente, lungo un sentiero dal nome significativo di Strada Valle dei Santi, raggiungiamo Capranica. Ci fermiamo per consultare l’elenco delle ospitalità pellegrine: ce sono due, una in via Garibaldi, l’altra in collina, in direzione di Ronciglione. Telefoniamo: al primo convento nessuno risponde; proviamo allora col secondo: quando Francesco esordisce con la solita pia giaculatoria: “Siamo due pellegrini in bicicletta e vorremmo…”, una suora lo interrompe e con tono quasi di rimprovero fa: “Ma come mai non siete ancora arrivati? Avete chiamato un’ora fa dicendo che eravate vicini… Ormai la cucina è spenta e possiamo darvi solo un letto per la notte.” Francesco cerca di farle capire che i due ciclisti non siamo noi (è molto verosimile che si tratti dei due ciclisti misteriosi che ci precedono da Radicofani) ma senza successo.
A questo punto è importante arrivare a Sutri prima possibile, dato che gli orari di accettazione (e di cena) delle religiose sono più stringenti di quelli ospedalieri. Riprendiamo dunque il cammino. La Francigena ora è costituita da una bella stradina solitaria spesso incassata tra due pareti tufacee è davvero stretta (ma non incontriamo auto) e presenta qualche strappo, però ha un fondo stradale accettabilmente asfaltato e scorrevole.
Dev’essere per questo che a un certo punto Francesco decide di non seguirla più e di avventurarsi per uno stradello erboso, anche se la freccia gialla segnala come direzione corretta la provinciale Capranichese. Il tratturo dopo poco si trasforma in un sentiero che prende a scendere in una specie di forra.
Altra biforcazione e il sentiero, che si fa sempre meno marcato sul terreno, quasi precipita fino a un torrente: il corso d’acqua, alimentato dalle piogge dei giorni scorsi, scorre con un certo impeto e sulle due rive si sviluppa una fitta vegetazione stillante gocce d’acqua che bagnano gambe e scarpe. Più in alto un intreccio di alberi, arbusti e rampicanti costituisce un tetto verde da cui la luce del sole non penetra.
In questo ambiente degno di una giungla vietnamita, dove l’umidità regna sovrana, ci aggiriamo come due vietcong in fuga: Francesco procede ora in sella ora a piedi, io abbandono ogni velleità ciclistica, anzi sono io a portare in braccio la bici, saltabeccando qua e là da una roccia all’altra, incespicando, finendo in acqua e dilapidando in moccoli tutte le eventuali benemerenze guadagnate da questo ciclo-pellegrinaggio.
A un certo punto mi trovo davanti a una gradone di terra ristretto ai lati da due grossi arbusti; scalarlo con la bici a braccio si rivela impossibile. Chiamo in soccorso Francesco, ma, figurarsi, il suo cellulare risulta spento. Provo a salire io e dopo vari tentativi e scivoloni sulla melma viscida riesco a issarmi, stando carponi, ma poi non ce la faccio a tira su la bici con un braccio solo; tento allora di gettare la bicicletta e lo zaino aldilà dell’ostacolo e poi di arrampicarmi. Ci vogliono cinque minuti buoni di sforzi, ma alla fine supero quel muro di fango; sono stremato e completamente bagnato, non so più se dall’acqua del torrente, dall’umidità soffocante o dal mio sudore.
Con fatica (la bici sembra non voler avanzare, come se fosse sempre in salita) raggiungo il mio compare e da quel cupo crepaccio verde insieme emergiamo in tutt’altro ambiente, fatto di cielo, prati e case. Siamo alla periferia di Sutri; un viale in terra battuta rossastra (come la maggior parte delle case intorno) ci porta vicino alla Torre degli Arraggiati, una costruzione in rovina di cui posso a malapena intravedere una porta con arco ogivale e niente più, dato che il cancelletto d’ingresso è sbarrato; ma se non altro abbiamo la conferma di essere finalmente tornati sul percorso ufficiale della Francigena).
Tiro il fiato e metto in pausa Komoot (dimenticando poi di farlo ripartire), mentre cerchiamo nell’elenco delle ospitalità pellegrine gli indirizzi utili; quindi ripartiamo. La strada, infine, si immette sulla Cassia, che noi attraversiamo per varcare le mura da Nord Ovest accedendo da Porta Morone, vicino alla quale ricordo che si trova un convento delle monache di clausura Carmelitane.
Raggiungiamo via Garibaldi e troviamo subito il Carmelo della SS. Concezione. Suoniamo il citofono e dopo una lunga attesa, una vocina ci chiede chi siamo, cosa vogliamo (sembra un rifacimento della gag di “Non ci resta che piangere” e mi verrebbe voglia di rispondere “Un fiorino!” se non fosse irrispettoso). Alle nostre richieste rispondono che purtroppo non hanno più posto, ma sono disponibili a timbrarci la Credenziale; gliela passiamo attraverso una “ruota” che potrebbe benissimo contenere un “gettatello”. Durante l’attesa diamo un’occhiata intorno e in un angolo del cortiletto scorgo due bici legate; mi chiedo se sono stati i due ciclisti misteriosi a soffiarci l’ultima camera. Finalmente la ruota torna a girare e, recuperate le Credenziali, ripartiamo con un po’ di fretta, perché sta sopraggiungendo la sera.
Scartiamo l’idea di risalire il colle verso Ronciglione per tentare all’altro convento, quello delle suore Francescane, dove erano attesi i due ciclisti di cui sopra, ma là non c’è possibilità di cenare, per cui dovremmo poi ridiscendere a Sutri per mangiare un boccone e infine tornare su. Inoltre una ruota della mtb di Francesco è sgonfia per una probabile foratura. Decidiamo perciò di tentare la sorte a Sutri, consultando Internet. Escludiamo subito un paio di hotel dal pericoloso numero di stelle, ma anche i B&B sembrano piuttosto cari. L’ufficio del turismo locale, data l’ora, è già chiuso; ci rivolgiamo allora alla gente del posto per un consiglio. Finalmente in un negozio di alimentari ci suggeriscono di recarci in piazza Oca, dove una signora affitta delle stanze.
Ci rechiamo all’indirizzo suggeritoci: è in una piazzetta a cui si arriva da un vicolo della strada principale. Suoniamo al portone una, due volte, ma nessuno risponde. Noi siamo un po’ preoccupati e stiamo per andarcene, quando da una finestra del primo piano si affaccia – come la Fata Turchina a Pinocchio – una signora che ci dice di non avere stanze libere, ma di aspettare comunque un momento. I momenti diventano due, tre, quattro e proprio quando, pensando di aver capito male, stiamo per andarcene, dal citofono una voce ci chiede: “Siete ancora lì? Scendo subito”. Stavolta non si fa attendere e ci spiega che, sì, le sue stanze sono tutte occupate, però possiede un appartamento che sta finendo di arredare per poi farne un B&B.
Ci conduce a vederlo in uno slargo non lontano. Da fuori sembra un vecchio rustico in pietra che non ha nulla di particolare, ma quando ci porta all’interno devo riconoscere non solo che è stato restaurato in modo assai gradevole, ma l’arredamento è completo di ogni suppellettile desiderabile e pronta all’uso, compresi cucina, frigo e dispensa, al cui contenuto possiamo tranquillamente attingere. Quanto al prezzo, lascia a noi decidere, non sapendo quale sia il costo medio dell’alloggio in un ospitale: la nostra proposta di 30 € in tutto viene accettata e noi ci troviamo padroni di quella piccola reggia.
La prima preoccupazione è quella della doccia; mentre Francesco si lava, io mi preoccupo della mia bici: è tutta sporca di schizzi di fango, ma, soprattutto, dei grossi mozzi di terra – lo vedo solo ora – si sono infilati fra i freni, le ruote e le forcelle, rallentando così la marcia. Il fango è secco e duro e devo lavorare sodo per togliere tutte le incrostazioni. Quando ho terminato do il cambio a Francesco, che si occupa a sua volta della propria bici. Effettivamente risulta forata, trapassata da un pruno regalatoci dalle allegre escursioni silvestri; lo strano è che la foratura abbia colpito non i miei normali pneumatici da città, ma i ben più robusti copertoni da mtb.
Quando siamo entrambi pronti, andiamo in un negozio di alimentari del centro e facciamo scorta di pane, cipolla, pomodori e frutta. Al ritorno ci prepariamo la più sostanziosa cena mai fatta finora, perfino più abbondante di quella di Radicofani: in dispensa troviamo spezie, condimenti e una confezione di spaghetti da mezzo chilo, che decidiamo di calare per intero, ritenendo sconveniente lasciare un avanzo di 100-200 grammi; un quarto d’ora dopo ci spartiamo un padellone fumante in cui la montagna di pasta è annegata in un sugo di pomodorini, pelati e peperoncino (in parti quasi uguali) sormontata da una generosa coltre di parmigiano. Non bastassero i 250 grammi di spaghetti a testa, con robuste fette di pane procediamo a fare una scarpetta come si deve: non sia mai che sprechiamo del cibo! Effettivamente, quando vado a rigovernare, piatti e pentole sembrano non averne bisogno.
Nel dopocena non c’è molto da fare: dopo una passeggiata alla luce delle lampade nel centro di Sutri, semideserto, facciamo ritorno al nostro “ostello” e portiamo dentro i nostri mezzi infangati, previa una sommaria ripulitura sugli scalini, non volendo abusare della gentilezza della padrona di casa; quindi scegliamo un letto ciascuno, approfittando del fatto che ci sono due camere; infine, fatti un po’ di calcoli e previsioni per domani (dovremmo arrivare dalle parti di Formello), ce ne andiamo a dormire.
Francesco quando riesce a tuffarsi nei sentieri tra rovi, o rocce o fango è felice come un bambino a cui hanno regalato una scatola di cioccolatini; io un po’ meno. Tuttavia sono più che soddisfatto di questa ottantina circa di kilometri pedalati con qualche affanno in 6 ore e dei 1.500 m. di dislivello superati.

 Foto Pierluigi Cortesi

VIA FRANCIGENA – SETTIMA TAPPA

Man mano che ci avviciniamo alla meta il tempo sembra scorrere più veloce e probabilmente anche le nostre azioni subiscono una medesima accelerazione. Sta di fatto che la colazione, pur non lesinando sul latte, le marmellatine e i biscotti messi a disposizione dalla padrona di casa, si completa a tempi di record; poi. con pane, formaggio e pomodori avanzati ieri sera prepariamo i panini per il pranzo. Rigoverniamo, diamo un’ultima rassettata alla casa e lasciamo le chiavi dove ci è stati detto. Dopo un ultimo controllo alle bici (la foratura di quella di Francesco e il fango residuo sulla mia) siamo pronti per partire.
Scartata l’ipotesi di prendere per Trevignano e costeggiare parte del Lago di Bracciano, il road-book prevede come tappe intermedie Monterosi e Campagnano per poi pernottare a Formello, e compiere domani l’ultimo balzo per San Pietro; per la verità il tratto odierno sarà così breve (meno di 40 kilometri), che potremmo allungare la pedalata (per altrettanti kilometri) direttamente fino a Roma, ma in realtà il tempo guadagnato ci farebbe anticipare il ritorno a casa solo di poche ore, visto che dovremmo comunque aspettare mezza mattinata per ottenere il Testimonium. E poi, diciamo la verità, l’ultima tappa voglio godermela: quattro anni fa tra pioggia e traffico fu una sofferenza.
Il primo colpo di pedale ci fa sfrecciare velocemente in discesa sul selciato della via principale che ci conduce rapidamente al parco archeologico aldilà della Cassia. Qui Francesco dice mi dice che vorrebbe esaminare con calma un monumento che abbiamo intravisto ieri sera presso Porta Morone; io invece sono più interessato a rivedere quelle parti del parco che nelle mie visite precedenti ho trascurato, perciò decidiamo di dividere momentaneamente le nostre vie, dandoci appuntamento davanti all’anfiteatro nel volgere di una mezzora.
Pedalo blandamente sui tracciati ciclopedonali di terra battuta che costeggiano un banco tufaceo assolutamente verticale; alla base, a più riprese nei secoli, sono state scavate numerose grotte, la maggior parte delle quali in età romana a scopo funerario: alcune tombe sono molto semplici, costituite da uno o due ambienti scavati rozzamente, altre risultano assai più elaborate presentando successioni di stanze di forma regolare decorate con colonnine, cornici, nicchie… La necropoli prosegue per un centinaio di metri per interrompersi davanti a una vasta apertura prospiciente un botteghino: è l’Anfiteatro.
C’è gente che fa la fila per comprare il biglietto, in attesa dell’impiegato; io mi sporgo soltanto un po’ oltre il cordone che delimita l’ingresso all’anfiteatro, a dare un’occhiata, ma non c’è molto da vedere che già non abbia esaminato nel mio precedente viaggio (allora l’ingresso era libero). L’opera è di pianta ovale dalle dimensioni ridotte e, più che costruita, risulta scavata direttamente nel tufo. Le porte d’accesso, contrapposte e segnate dal classico arco romano, sono due si affacciano sul prato, un tempo occupato dall’arena; la cavea, come di consueto è suddivisa su più fasce a seconda del peso sociale e politico degli spettatori; inoltre alcune ampie nicchie individuano gli spazi riservati alle autorità. I gradini sono molto consumati, non so se dall’incuria umana o dagli agenti atmosferici, ma per quel poco che si riesce a vedere sembrano piuttosto piccoli.
Lascio l’Anfiteatro e ripercorro la via lungo la necropoli fino ai resti del cosiddetto Mitreo. Una apertura rettangolare scavata nel tufo e chiusa da un portone di legno non lascia capire cosa si cela dietro i battenti, ma un pannello lo descrive sommariamente. Tra il I secolo a. C e il I d. C. un insieme di locali ricavati dall’utilizzazione di ipogei preesistenti, era stato dedicato al culto, di origine orientale, del dio Mitra; successivamente, con l’affermarsi del Cristianesimo, tale ambiente era stato trasformato in una chiesa intitolata dapprima a San Michele, poi alla Madonna del Parto. Questo avvicendarsi di culti non ha impedito che pregevoli reperti dei vari periodi (delle colonnine, un fonte battesimale, alcuni affreschi) giungessero ai giorni nostri per offrirsi agli appassionati di antichità; eppure, né quattro anni fa, né in una precedente visita, mi è mai riuscito visitare questo complesso, che anche stavolta risulta accessibile solo su prenotazione e per piccole comitive.
Poiché mi resta ancora una manciata di minuti per l’ora dell’appuntamento, decido di approfittarne per salire sull’alto dell’acrocoro che vedo cinto da una fitta corona di alberi. La salita è breve, ma proprio per questo piuttosto impegnativa. Il pianoro è dominata da una chiesa (della “Madonna del Monte”) e dalla villa Savorelli, una costruzione settecentesca, imponente e sobria al tempo stesso: a partire dalla villa un ampio spazio è dedicato a un curatissimo giardino all’italiana, con le aiuole a forma geometrica bordate di siepi di alloro o di bosso; a completare il parco un bosco prevalentemente di lecci, che i cartelli identificano come “Bosco Sacro” (forse per la sua vicinanza alla chiesa, al Mitreo e alla necropoli). In fondo all’acrocoro un sentiero ombreggiato conduce a una terrazza naturale che domina l’anfiteatro sottostante. Vista da qui è ancora più evidente l’erosione operata dalla natura e il contrasto cromatico col tenero colore verde del prato che ha ricoperto l’arena di un tempo..
Torno precipitosamente in basso, perché mi accorgo di aver mancato l’appuntamento di un buon quarto d’ora. Infatti, di Francesco, nemmeno l’ombra. Sarà nei paraggi a curiosare o a cercarmi, poi ritornerà qui, mi dico e, per non sbagliare, mi dispongo ad aspettarlo. Passano i minuti, i quarti d’ora, le mezzore; niente. Provo a chiamarlo: “Telefono irraggiungibile…”, naturalmente! Intanto arriva il bigliettaio, i turisti, in fila ordinata, sciamano dentro l’anfiteatro. Altri quarti d’ora, altre telefonate, altri messaggi: Tutto tace. Altri turisti formano una nuova fila… guardo l’orologio: ho perso più di un’ora oltre alla pazienza e alla speranza. Decido di partire.
Il GPS, però, non mi è d’aiuto e imboccare la direzione giusta, che per altri sarebbe facile e intuitivo, per me diventa un rebus degno del miglior Bartezzaghi. Prima una freccia bianca e rossa mi indirizza verso una tal via Creti (che contribuisce a farmi sentire davvero un cretino), poi la segnalazione molto approssimativa di un passante mi indirizza verso il camposanto. Finalmente torno sulla Cassia e imbocco la via giusta. E finalmente si fa vivo il mio compare che mi spiega l’arcano: presso la Porta Morone ha incontrato un tizio particolarmente colto e interessante con cui ha approfondito lungamente non so quali questioni. Poi visto che aveva ormai superato l’ora del rendez-vous aveva deciso unilateralmente che io non potevo averlo aspettato ed era ripartito. Tralascio i commenti. Ci diamo appuntamento a Monterosi, una decina di kilometri più avanti.
Procedo sulla Cassia, poi giro a destra al bivio per Trevignano, ma con qualche incertezza, perché non trovo il segnale della Francigena. Proseguo ancora un po’, ma quando vedo che la strada piega decisamente verso Sud-Ovest, torno sui miei passi. Seguo la Cassia per un altro po’, quindi prendo a destra una strada secondaria, che mi ispira perché poco battuta e anche poco curata.: è la strada di Monte Topino, che costeggia un lussuoso impianto sportivo per il golf, ampi frutteti, campi coltivati, prati, cascinali, villette e agriturismi; anche se la strada è stretta e l’asfalto screpolato, questa dà l’impressione di essere una zona piuttosto ricca. Poi da lontano avvisto prima uno isolato, poi una coppia di giovani che procedono a piedi e con un grosso zaino sulle spalle. È fatta, sono sulla strada giusta e solo allora, all’ennesima biforcazione, un cartello mi conferma che sto calpestando la Francigena per pedoni!
Nel centro di Monterosi, finalmente, ci rincontriamo; brevi spiegazioni del tipo “io ritenevo che tu credessi che io avessi pensato che tu…” e poi si riprende a pedalare insieme. Cioè, riprendiamo insieme a pedalare, ma separati, nel giro di pochi kilometri; cerchiamo infatti la chiesa di S. Giuseppe che dovrebbe segnare il punto di svolta per la Francigena pedonale, ma invano. Finché, passato il cimitero, ci immettiamo poco convintamente sulla famigerata Cassia, che a momenti abbiamo imparato a conoscere come una tranquilla stradina di campagna e a momenti, invece, si atteggia a grande arteria fornita di segnaletica di tipo autostradale, quattro corsie, corsia d’emergenza, spartitraffico, svincoli. Ed è appunto quest’ultima la versione di strada su cui stiamo pedalando, ma è un sacrificio di pochissimi kilometri, prima di trovare lo svincolo d’uscita per Campagnano Romano. Mi volto per rincuorare Francesco, che poco fa mi ha rivolto non so quale rimbrotto lamentoso, ma non lo vedo più, ovvero lo scorgo che pedala nella direzione da cui siamo venuti. Sta tornando alla ricerca del suo Graal, la chiesa di S. Giuseppe e gli erbosi sterrati zigzaganti che conducono in direzione del “Cuppolone”.
Torno indietro anch’io, di qualche centinaio di metri, ma la distanza tra noi è aumentata. Troppo tardi per seguirlo, o forse troppo potenti le lusinghe del demone dell’asfalto: liberato il puledro che scalpita in me, rientro sulla Cassia e mi metto a correre, pedalando a tutta forza verso Sud, complice anche un falsopiano favorevole e un venticello alle spalle. La strada, contrariamente alle previsioni, è poco trafficata e vado che è un piacere (alla faccia del percorso, magari lacrime & sangue, che probabilmente avrei dovuto affrontare se avessi seguito il mio compare). Salto il bivio per Mazzano Romano (che potrebbe riportarmi a intercettare la Francigena e magari ritrovare Francesco) e proseguo sulla Cassia; così, in una ventina di minuti raggiungo lo svincolo e prendo la provinciale per Campagnano.
Non riesco a riconoscere nulla di quanto ricordavo della zona, che probabilmente ha affrontato notevoli trasformazioni: anche se siamo in aperta campagna l’opera di urbanizzazione deve aver fatto passi da gigante a giudicare dalle villette, dai capannoni e dagli edifici industriali che costeggiano qua e là la strada; ma, naturalmente, non mancano colture, prati e pascoli, in cui biancheggiano greggi di pecore. Scopro pure che proprio qui si trova l’Autodromo di Vallelunga, circuito che, oltre alle prove di collaudo per automobili d’ogni tipo, ospita anche gare motociclistiche. Me lo lascio alle spalle senza rimpianti.
Finalmente dopo una salita costante ma non dura, entro in Campagnano. Le prime case del paese, com’è naturale, sono di recente realizzazione, ben tenute, colorate, anonime. Il resto si rivela un po’ un paesone, non particolarmente curato e privo di spiccata personalità. La parte più significativa è, in centro, quella che seguendo via Vittorio Emanuele raggiunge piazza Leonelli: qui una fontana fiancheggiata da due delfini, una chiesa con incorporata un’insolita torre con l’orologio, alcuni edifici antichi tra cui uno dei tanti Palazzi Chigi di Toscana e Lazio e il Municipio d’aspetto vagamente goticheggiante costituiscono le singolarità del paese. Gironzolo qua e là, poi nella vicina piazzetta Garibaldi mi siedo su una panchina all’ombra a consumare quel che resta dei miei viveri, in attesa dell’arrivo di Francesco. Campagnano infatti ha due vie di accesso per i pellegrini romei: una da Sud Ovest, da cui sono arrivato io, e l’altra da Nord Est, qui in piazza Garibaldi, per chi proviene da Mazzano Romano.
Neanche mezzora dopo, sopraggiunge Francesco che mi decanta la bellezza (ma anche qualche difficoltà) del suo percorso. Nel vicino municipio ci facciamo apporre il timbro sulla Credenziale, appena in tempo, perché è ora di chiusura, quindi torniamo alla panchina per una breve siesta prima di ripartire. Mentre chiacchieriamo, arriva un vu’ cumpra’ nostrano che propone insistentemente i suoi prodotti di dubbia autenticità; io lo liquido con un sorridente “No, grazie”; lui allora con una calata ora romanesca (che ricorda un po’ il “Noio vulevòn savuàr” di felice memoria) ora partenopea si rivolge a Francesco, il quale attingendo alla propria simpatia per tutto ciò che è in odor di napoletanitudine intavola una lunga chiacchierata. Quando l’ambulante si allontana soddisfatto, una trentina di minuti dopo, non ha venduto niente, ma ha fatto il pieno di belle parole.
Scendiamo per via Vittorio Emanuele, usciamo dalla ‘Arco e prendiamo subito a sinistra, anche se Komoot e i cartelli segnalano un’altra direzione, ma non mi attira contraddire il mio duce-che-mi-guida-e-mi-conduce. Ci lasciamo sulla sinistra anche via Campagnanese che tra l’altro collega la Via Francigena alla Ciclopista del Sole; questo itinerario (il N° 1 di Bikeitalia), che parte dal Brennero, quando sarà completata in tutti i suoi tratti, prevede di collegare anche Firenze a Roma. Prendiamo quindi una stradina secondaria: è asfaltata e tranquilla, ma la sindrome di pellegrino talebano spinge Francesco a lasciarla appena può per salire su qualche proda e infilarsi in qualche vigneto, salvo poi riscendere cento metri dopo infangati e sudati. L’unica (magra) consolazione è che tra bici e bagagli deve portare un peso maggiore del mio di una dozzina di kili. In compenso, però, io debbo trascinare il peso di tre dozzine di anni più di lui…
La strada prende ora a salire in maniera più decisa; il tratto più aspro, però, non dura più di uno o due kilometri; poi comincia una discesa che ci porta a immetterci in una strada dal piacevole nome di via delle Piane. Mi illudo che le nostre tribolazioni da arrampicata siano terminate, quand’eco che uno strappo micidiale ci porta di nuovo in alto, fino a un santuario, quello della Madonna del Sorbo. Sul piazzale troviamo solo una coppia di turisti (loro però sono arrivati in macchina). Il prete non c’è e le porte della chiesa sono chiuse. In compenso il panorama sulla valle del Sorbo è incantevole. Il complesso religioso poggia su uno sperone tufaceo, parzialmente eroso, tanto che un angolo del piazzale e una costruzione che vi poggiava sopra sono franati.
Scendiamo dal santuario e affrontiamo un’altra serie di saliscendi sulla nostra stradina, indicata da un cartello come via del Sorbo, che scorre stretta e tortuosa tra due irregolari muri di verde, senza che un’auto, un trattore o una casa lascino intravedere la possibilità che la zona sia abitata. Anche quando in un piano il bosco si interrompe bruscamente, le uniche tracce di presenza umana sono le nostre. Poi un cartello “Vendesi ville con vista panoramica” ci riporta coi piedi per terra. Dai kilometri fatti so che non manca molto a Formello e difatti la strada si allarga, il verde diminuisce, le case e le strade laterali si infittiscono e finalmente, dall’alto scorgiamo il paese.
Pochi minuti dopo varchiamo l’ampia porta ad arco che introduce nel centro storico di Formello. Visto che contrariamente agli altri giorni non siamo in ritardo, ce la prendiamo comoda: gironzoliamo per la piazza, intitolata a San Lorenzo, diamo un’occhiata all’ omonima chiesa, ammiriamo la costruzione massiccia, ma elegante del Palazzo Chigi percorriamo l’acciottolato di via XX Settembre, che scende fino alla chiesa di San Michele Arcangelo, punto di contatto tra il percorso dei pellegrini Romei e quelli che transitavano sulla Via Sacra Longobardorum, cioè del percorso Micaelico che partendo da Mont Saint Michel si concludeva a Monte Sant’Angelo. Continuiamo fino al parapetto con cui terminano la strada e il paese e poi risaliamo verso Palazzo Chigi zigzagando tra i vicoli. Tutto questo senza disdegnare un’occhiata a trattorie in cui tornare per cena.
Quindi entriamo dentro Palazzo Chigi, dove ritrovo, come un vecchio amico, l’ostello Maripara, nostra sicura destinazione finale di oggi (anche perché è l’unico ostello del paese). Ci accoglie il vasto cortile rinascimentale, sicuramente restaurato di recente. Qualche informazione la ricordo dalla mia precedente visita, qualche altra la ricavo dai pannelli qui esposti o da una rapida consultazione di Internet. L’edificio, appartenuto prima alla famiglia degli Orsini, poi ai Chigi, infine al Comune, oggi, dopo un lungo restauro è sede della Biblioteca comunale, del museo civico e dell’ostello, a cui si aggiungono vari spazi riservati al consiglio comunale. convegni, mostre, esposizioni.
Al piano terra si trova l’ufficio in cui una cooperativa di giovani gestisce l’ostello. I ragazzi sono cambiati rispetto a quelli che ho conosciuto quattro anni fa, ma la disponibilità e l’entusiasmo sono gli stessi. Ci accompagnano su per una scalinata di vetro che ad ogni gradino porta inciso il nome di ciascuna delle 80 mansio del cammino di Sigerico: la sosta a Formello viene registrata dall’arcivescovo inglese come submansio III Bacane, dal nome di un laghetto ora scomparso. La scala del tipo a chiocciola è larga ed è imperniata su un tubo verticale che sale per tre piani, poi fuoriesce dall’edificio continuando con una struttura metallica a forma di libro aperto, che permette di vedere dall’alto non solo il borgo antico e gran parte del paese, ma tutta la vallata e il territorio circostante fino a Roma, o almeno così ci dicono. Certo la torre di forma moderna e di colore rosso scuro, contrasta fortemente con lo stile rinascimentale dell’edificio in cui è inserita (come del resto anche lo scalone di vetro), ma è un connubio antico-moderno che non risulta sgradevole.
Ci fermiamo poi al terzo piano in cui ci vengono mostrati i servizi e le stanze e assegnati, oltre al letto, anche coperte e lenzuola. Pure stavolta, come a San Quirico, non ci sono altri ospiti oltre a noi e questo un po’ ci dispiace. In attesa del mio turno–doccia, giro per i locali dell’ostello: è tutto esattamente uguale a quattro anni fa: ampi spazi, pulizia, ordine, gentilezza. Funziona anche il computer a disposizione dei pellegrini, che allora era privo di collegamento internet; ne approfitto per cercare le migliori combinazioni di treni da Roma a Livorno per domani e per scaricare su una pennetta USB le foto dalla macchina fotografica. Comunico infine a Gea l’ora presunta del mio arrivo.
Uscendo, mostro a Francesco la statua di Maripara (ora spostata in un piano ammezzato del palazzo) che dà il nome all’ostello: si tratta di una cosiddetta statua parlante che, come il più noto Pasquino di Roma, faceva trovare fogli, ovviamente anonimi, contenenti invettive, accuse, sbeffeggiamenti diretti ai potenti del luogo. La statua, a grandezza naturale e in marmo bianco, raffigura sicuramente un Priapo con attributi sia femminili che maschili (attualmente scomparsi però) che regge la veste alzata sul davanti colma di frutti simbolo di fertilità; il nome, invece, è di incerta interpretazione: si spazia da Maria Para (cioè “donna, copriti”) a M’Aripara (cioè “mi protegge”)
Usciamo fuori da Palazzo Chigi, ora che il sole non inonda più di luce la piazza e si è levata una brezza leggera, l’aria fresca regala qualche brivido; la reazione più immediata è quella di camminare a passo svelto lungo via XX Settembre; ma lo scopo, nemmeno troppo nascosto, è quello di ripetere velocemente il censimento dei ristoranti presenti in zona e infine decidere dove fermarci.
E la scelta è rapida e felice: di fronte all’ostello ci sediamo ai tavoli della Locanda degli Angeli dove seguiamo i consigli premurosi di un oste simpatico e gentile, senz’altro, ma anche interessato a non perdere troppo tempo con due avventori indecisi come noi; così davanti alle nostre difficoltà a orientarci nel menu, ci consiglia una carrellata di assaggi di diverse pietanze in quantità ridotta, insomma una specie di tapas spagnole. Così tra formaggelle alla piastra, insalata di rucola e fragole in agrodolce, crostini vari, e schiacciatine la cena vola via leggera al costo di un “menu del pellegrino”. Chiacchiere e vino sono comprese nel prezzo.
Ci intratteniamo più a lungo possibile, poi ci ritiriamo dentro Palazzo Chigi praticamente deserto; quindi, per non dover perdere tempo domattina nel caricare i bagagli, diamo una controllata veloce alle nostre cose sulle bici, parcheggiate in un apposito sgabuzzino; infine saliamo all’ostello. Potendo scegliere, ci posizioniamo in due letti lontani uno dall’altro, così da poter leggere senza disturbare Francesco. Trascrivo gli appunti della giornata, che ci ha visto percorrere una quarantina di kilometri (Francesco una decina in più) in tre ore scarse di effettive pedalate e superare un modesto dislivello totale di 600 metri. Insomma la tappa più tranquilla e riposante di tutto il viaggio, anche se le mie gambe non sono del tutto d’accordo.

VIA FRANCIGENA – OTTAVA TAPPA
www.komoot.com/tour/33312356

Ci alziamo e ci prepariamo, come al solito, senza fretta. Per non correre il rischio di quella domenica di quattro anni fa, quando per un’interminabile ora rimasi prigioniero all’interno del palazzo disabitato e col portone chiuso a doppia mandata (e solo il casuale rientro di un’ impiegata mi salvò dal passare 24 ore seduto ai piedi di Maripara), vado subito a sincerarmi degli orari presso l’ufficio a piano terra. Ne approfitto anche per farmi spiegare la strada da fare per raggiungere Roma nel modo più indolore possibile: ci consigliano di attraversare il borgo scendendo fino a uno stradello che segna l’ingresso nel parco di Veio, di grande interesse archeologico e naturalistico; per sentieri poi si raggiungerà Isola Farnese e la Storta; qui dopo un breve (e inevitabile) tratto sulla Cassia, troveremo la nuova pista ciclabile che ci condurrà vicino al Vaticano.
Lasciato definitivamente l’ostello, andiamo a far colazione presso il bar convenzionato con il Maripara, immediatamente fuori dal centro storico. Ieri sera abbiamo pagato 15 € il pernotto e un buono per la colazione al bar; il prezzo è più che buono, anche se il voucher prevede solo una bevanda calda e un pezzo dolce, un niente rispetto alle mie pantagrueliche colazioni, specie in viaggio. Perciò trascino Francesco in un altro bar e faccio il pieno.
Mentre mangiamo nel massimo relax ci mettiamo a stilare una nostra personale classifica delle strutture in cui abbiamo pernottato durante il viaggio. Degli ostelli visitati il Sigerico è risultato il migliore, considerando la qualità della struttura, i servizi erogati e i contatti umani sia coi gestori che con gli altri pellegrini; subito dopo viene il Maripara di Formello, ultimo il Palazzo del Pellegrino di San Quirico d’Orcia, un po’ troppo anonimo. Tutte di buon livello le strutture d’accoglienza religiose: Siena, la migliore, poi Radicofani, infine Montefiascone. Delle strutture private l’unica, quella di Sutri, per la sua natura anomala, non è valutabile

Uscendo dal borgo, in virtù della mia conoscenza dei luoghi (?), assumo il comando, ma riesco solo a pasticciare un po’ con la direzione da prendere, finché Francesco impone la sua autorità. Costeggiamo da sotto il lato occidentale e meridionale del borgo e infine prendiamo per via del Rosciolo, uno stradino asfaltato solo all’inizio e invaso da frasche e foglie sui due lati. Un piccolo, elegante cippo in marmo reca, oltre al pellegrinetto stilizzato e al digramma VF, la freccia verso Roma (distanza: 33 km) e quella opposta per Canterbury. Siamo entrati nel cuore del Parco di Veio, la potente città etrusca a lungo rivale di Roma.
Il percorso, ora stretto ma asfaltato, scende per lo più dolcemente; quando la vegetazione si apre, si riesce a intuire il digradare della collina verso la pianura e il diradarsi delle zone boscose a vantaggio di spazi aperti. La stradina a tratti si allarga e dai cancelli che vi si affacciano si intravedono villette ora decorose, ora signorili, a destra si percepisce la presenza di un torrente. È tutto un alternarsi di sterrati e di asfalto, di bivi e di svolte, che senza la presenza di Komoot, di Francesco e dei segnali, mi avrebbero fatto sperdere chissà dove. L’impressione, comunque, è che questo zigzag, che in ogni modo punta verso sud, sia ridondante e pretestuoso, come se qualcuno avesse voluto allungare la strada del pellegrino per Roma.
Passiamo presso un grosso centro sportivo: tra pini, lecci, siepi e prati si intravedono costruzioni, impianti sportivi e qualche auto di grossa cilindrata; il cartello all’ingresso mi fa ricordare che questo è il nuovo centro sportivo e la sede della società calcistica Lazio. Poco dopo un cavalcavia ci porta a scavalcare la superstrada Veientana e ad addentrarci ancor più nel Parco di Veio. Imbocchiamo così un viottolo che si inoltra nel bosco, prevalentemente in discesa, anche se discontinua. Foglie secche, edera, stracciabrache e altre piante rampicanti del sottobosco contendono lo spazio alla terra bruna e umida del sentiero, mentre ogni tanto un segno bianco-rosso tracciato su un tronco ci rassicura che siamo sulla strada giusta (anche se non mi è chiaro se si tratti della Francigena o di un percorso del C.A.I.).
Il percorso è vario e gradevole: né una buca, né pietre, né radici o massi affioranti ostacolano la pedalata che procede a velocità bassa, ma costante. Discendiamo fino ad un ampio pianoro; qui l’ambiente è completamente diverso: al bosco si è sostituito uno sconfinato prato ondulato in cui in mezzo al verde delle erbe furoreggia il rosso di innumerevoli papaveri, alla ombra fresca degli alberi, la luce calda e accecante di un assolato mattino di maggio, ai bordi del viottolo, delimitati da un sottobosco irregolare, una staccionata ininterrotta che corre parallela al sentiero in terra battuta.
Un pannello avverte che ci troviamo nella località Quattro Fontanili, dove è stata rinvenuta una estesa necropoli etrusca dell’Età del Ferro: si parla di ben 650 tombe sia a incinerazione che a inumazione; in alcune di esse, scampate ai tombaroli di ogni epoca, sono stati rinvenuti ricchi corredi funebri. Siamo dunque nell’area in cui sorgeva la ricca Veio, ma mi è impossibile individuare tracce di scavi o rovine, salvo forse qualche blocco pietroso seminascosto da ciuffi di vegetazione.
Continuiamo a seguire la staccionata, fermandoci di tanto in tanto per scattare qualche foto che, oltre ai colori, non sarà purtroppo in grado di riprodurre anche gli odori della primavera. Fra sembra un cane da tartufi che fiuta, gira la testa di qua e di là, individua, distingue e riconosce quelle che a me sembrano solo macchie di colore di un bel quadro impressionista: “Quelle tra il blu e il viola sono piantine di borragine… questa bianca è una primula, quelle laggiù sono bianche anche loro, sì, ma sono margherite, le cosiddette pratoline… questi fiori gialli dallo stelo lungo sono di tarassaco… quelle macchie di rosso intenso, quasi porpora, appartengono alla sulla…”
A tratti pedaliamo in parallelo a un piccolo corso d’acqua e un paio di volte lo scavalchiamo passando su un ponticello di legno; dallo smartphone mi pare di identificarlo nel torrente Cremera. Poco dopo troviamo un secondo pannello bilingue con informazioni sull’antica città di Veio. Poi il sentiero, che si è fatto più largo, riprende a salire, ricompaiono qua e là pascoli e campi coltivati. Dopo un paio di biforcazioni segnalate dai soliti colori bianco e rosso, intravedo sulla destra, dentro un’area recintata, e segnalato da un nastro arancione, qualcosa che potrebbe essere uno scavo archeologico, ma la distanza è troppa e i reperti sono troppa vicini alla superficie per poter stabilire che si tratti dei resti di Veio.
Torna il bosco e torna il sentiero che si inerpica tortuoso e faticoso per poi discendere su un viottolo transennato e scandito a tratti da gradini di legno; qui un ponte costruito fra due alte cascate ci permette di varcare un torrente fragoroso fino giungere ai resti di un mulino.
Ci lasciamo alle spalle l’area archeologica, il bosco e lo sterrato, per rientrare nel presente e nell’asfalto con l’arrivo a Isola Farnese, o meglio a Castello Farnese, immancabilmente posto al termine di una salita breve ma “significativa” per le condizioni dei miei polpacci. La sosta più che da motivazioni estetiche (il Palazzo all’interno della Rocca non è visitabile e tutt’al più ci si può soffermare nella antistante piazza della Colonnetta all’ombra di qualche albero o casa) è dovuta al bisogno di riempire d’acqua le borracce e far riposare un po’ piedi e gambe.
Sappiamo che ormai manca davvero poco alla fine del viaggio e questo ci sprona e ci frena al tempo stesso, anche per il timore del traffico che incontreremo una volta arrivati alla periferia di Roma. Ripartiamo dunque, ma con qualche esitazione: la segnaletica della Francigena si dimostra nuovamente inadeguata, con cartelli assenti o fuori posto o nascosti; poi, come Dio vuole, raggiungiamo Isola Farnese e alla Storta sbuchiamo, brutalmente, sulla temuta Cassia. Non abbiamo trovato il modo (o forse proprio non c’è) di evitarla. Del resto, da qualche parte, bisogna pur entrare in Roma.
Seguiamo la SR 2 per 4 kilometri circa: il traffico c’è, il rumore e il caos (a cui non siamo più abituati) pure, ma, insomma va meglio di come temevo: non è assolutamente paragonabile al mio ingresso nella capitale di quattro anni fa. All’altezza della Giustiniana lasciamo la Cassia per via Trionfale che ora è stata raddoppiata ed è meno congestionata. Campagna, cavalcavia, imbocchi autostradali e ancora campagna si susseguono; noi guardiamo con attenzione ai lati della strada qualche cartello che indichi il percorso dei pellegrini o almeno qualche tratto ciclabile.
Finalmente all’altezza della stazione di Roma-Monte Mario ci imbattiamo in una ciclopedonale, la seguiamo, ma sembra interrompersi nel piazzale dove alcuni autobus fanno capolinea; dentro di me rispolvero la solita filippica sulle ciclabili a singhiozzo e male organizzate, realizzate “alla sanfasò” e solo per spillare quattrini all’Europa; ma poco dopo, quando la intercettiamo nuovamente, mi devo ricredere: il manto stradale di colore rosso-arancione non presenta per ora tracce di usura o rottura e risulta correttamente diviso nelle parti pedonale e ciclabile, entrambe sufficientemente larghe; è in sede propria e le intersezioni con la viabilità ordinaria sono eseguite in modo da ridurre al minimo rischi e disagi. Pur non potendo competere con paesaggi immersi nel verde di campagne, boschi o colline, l’ambiente urbano in cui scorre è più che decoroso, non mancano punti dove rifornirsi d’acqua, panchine, aree-giochi e spazi verdi.
Noto, inoltre, che ogni tratto è intitolato a donne che fecero parte dell’Assemblea Costituente, tra cui Teresa Noce, Lina Merlin, Rita Montagnana, Elettra Pollastrini. Non so se la realizzazione di quest’opera sia merito della sindaca Raggi o del predecessore Marino, o di entrambi; in ogni caso non si può che apprezzarne l’impegno, culturale ed economico, profuso. Senza mai lasciare la pista pedaliamo in scioltezza per cinque kilometri, sfiorando anche le stazioni Gemelli, Balduina, Appiano, buon esempio di intermodalità urbana che permette di spostarsi tra casa e luogo di lavoro utilizzando treno, mezzi pubblici, bicicletta e piedi, anziché l’auto.
Ed è appunto all’altezza della stazione Appiano che lasciamo la ciclabile e iniziamo la discesa verso il Vaticano, barcamenandoci con qualche incertezza tra strade tortuose dalle parti di Monte Ciocci; poi, galvanizzati dal Piazzale degli Eroi, che pare dedicato apposta a noi, ritroviamo la rotta e procediamo spediti verso le Mura Leonine. Io seguo l’itinerario più semplice (e che ricordo bene), raggiungendo il Colonnato di San Pietro da via della Porta Angelica, Francesco invece, non fidandosi del mio senso d’orientamento, decide di trovare un suo Passaggio a Nord-Ovest. Fatto sta che dopo qualche minuto provo a chiamarlo sul cellulare, che naturalmente è spento. Mi metto proprio in mezzo al varco che permette l’ingresso nel colonnato punto di passaggio obbligato. Finalmente lo vedo arrivare caracollante e soddisfatto, con l’aria di dire: “Oh, finalmente sei arrivato! Hai visto che la mia strada era più breve?”. Vabbè, tanto siamo alla fine del viaggio.
Sì, siamo alla fine del viaggio e anche stavolta mi piacerebbe fare una capatina in San Pietro, ma la fila è al solito troppo lunga e devo ancora apporre l’ultimo timbro sulla Credenziale, nonché ritirare il Testimonium. Provo a raggiungere la Sacrestia, ma due poderose guardie mi bloccano e mi spiegano che non è più là che viene consegnato il Testimonium, bensì in un apposito ufficio nella piazza di fronte alla basilica, piazza Papa Pio XII. Dimentico però di farmi dire come si chiami questo ufficio e a quale numero civico o da quale parte della piazza si trovi.
Non è facile individuare fra i tanti portoni quale è quello giusto, anche perché oltre a un numero incredibile di turisti, ambulanti, bancarelle, chioschi, camionette della polizia con agenti in divisa, ma pure in borghese dissimulati nella folla, non riesco a scorgere un’insegna o una targa che lasci capire qual è l’ufficio appropriato. Chiedo anche a un signore attempato e ben vestito, probabilmente un poliziotti in borghese che sta parlottando con un collega più giovane e la sua risposta è: “Testimonium? E che è?” Figuriamoci. Poi finalmente individuo sul lato destro della piazza la scritta “Opera Romana Pellegrinaggi”, mi faccio dare da Francesco, che è appena tornato da uno dei suoi giretti, la sua credenziale ed entro.
L’interno sembra quello di un comune ufficio del turismo, non solo perché si notano persone dall’idioma, dalla fisionomia e dall’abbigliamento più differenti, turisti appunto, ma perché il locale con le sue superfici tirate a lucido, i suoi faretti, che dispensano luce e calore non richiesto, e il forte brusio, hanno ben poco della sommessa e umbratile atmosfera di una sacrestia o comunque di un locale della Santa Sede. Anche la signorina a cui mi rivolgo è elegante, disinvolta e gentile; non ha bisogno delle farfugliate spiegazioni che le fornisco io e in un batter d’occhio mi riconsegna la Credenziale timbrata e firmata con il Testimonium, una simil-pergamena in carta sulla quale, sotto le immagini di san Pietro e san Paolo, il mio nome è stato inserito in un testo prestampato. Ora è vero che il mio viaggio non era propriamente devotionis causa e che certo non potevo pretendere quella bella placca in bronzo che nel Medioevo veniva data ai pellegrini perché se la cucissero sul mantello come testimonianza dell’avvenuto pellegrinaggio dopo innumerevoli giorni, pericoli e fatiche; però un A4 compilato da un PC e stampato da una laser, sarà anche al passo coi tempi e le tecnologie, ma a me continua a sembrare un po’ troppo prosaico e commerciale.
Ora che sono arrivato, dopo aver rallentato il passo in queste due ultime brevi tappe, paradossalmente non vedo l’ora di tornare a casa, dove mi aspettano impazienti dita tamburellanti e coda scodinzolante di moglie e cane. Ma non è questo il motivo che mi spinge a rientrare; il fatto è che con questo papello in mano, dal valore men che simbolico, “sento” che il viaggio è finito, perché ha raggiunto la sua meta (indipendentemente da quale essa fosse prima della partenza) e non avrebbe senso procrastinarne meccanicamente la conclusione, pernottando presso lo Spedale della Provvidenza di San Giacomo, per sostare di fronte alla tomba di Pietro, visitare devotamente San Pietro o san Giovanni in Laterano, oppure magari aggiungere a mo’ di epilogo la tappa Roma-Castel Gandolfo fino al Palazzo Pontificio. Sarebbe un’aggiunta forzata e posticcia. Francesco invece, pur essendo anche lui intenzionato a partire oggi, ha meno fretta di me e girella qua e là..
Gli orari ferroviari che ho consultato in internet individuano la possibilità di partire dalle vicine stazioni di Roma San Pietro o Roma Trastevere, anziché dover raggiungere Roma Termini; le migliori combinazioni riguardano due interregionali provvisti di vagone per le bici che partono da Roma S. Pietro alle 14.32 o alle 16.32 per arrivare a Livorno tre ore e mezzo dopo senza cambi treno. Prenderò il primo, ho quasi mezzora di tempo, ma avvertirò casa che prenderò il successivo per godermi la sorpresa dell’ arrivo inatteso. Francesco invece dice che si tratterrà a Roma per qualche ora ancora. Ci salutiamo e ci diamo appuntamento telefonico una volta arrivati ciascuno a casa propria.
Ma le cose non andranno esattamente così.

Epilogo

Costeggiando il colonnato del Bernini, attraverso l’inquietante piazza del Sant’Uffizio, seguo via Porta dei Cavalleggeri fino alla strada che mi porta direttamente alla stazione di Roma San Pietro, a distanza di poco più di un kilometro dalla basilica. Ho abbastanza tempo per sbrigare con calma le mie faccende: faccio il biglietto, acquisto un giornale (il primo dopo nove giorni!) da leggermi in viaggio, compro un mega-panino vegetariano che mi dovrà sfamare fino a casa, telefono a Gea confermandole un’ora d’arrivo posticipata rispetto a quella reale e, bici alla mano, vado al binario ad attendere il treno.
Mentre sfoglio il giornale, dall’altoparlante una voce metallica e sincopata diffonde un annuncio, ma non posso sentirlo perché arriva un ragazzo trafelato che mi chiede se è da questo marciapiede che parte il treno diretto a Civitavecchia; glielo confermo, dato che la sua meta si trova sulla mia stessa linea ferroviaria. In quel momento l’altoparlante ripete l’ annuncio del mio treno in arrivo e contemporaneamente vedo sopraggiungere il convoglio. La gente comincia a muoversi e ad assieparsi verso le porte del treno; tra loro il ragazzo di prima; io, con calma, individuato il vagone col simbolo del trasporto bici, isso su il mio bolide e lo lego ai ganci fissati alle paratie. Solo ora mi rendo conto di quanto la mia bici porti i segni dell’avventura: polvere, graffi, cavi allentati, parafanghi piegati, incrostazioni di fango che hanno imprigionato foglie e ghiaia fine…
Il locale è piuttosto piccolo e buio il pannello reggi-bici è addossato a un finestrino e la luce filtra solo dall’altro finestrino (sporco oltretutto), a cui do le spalle leggendo a fatica il mio giornale.
Il treno si mette in movimento, e io posso finalmente concentrarmi nella lettura. Prima fermata e rapida ripartenza; entra un extracomunitario impacciato e schivo che mi chiede timidamente di poter collocare la sua mtb vicino alla mia bici; quando rispondo ovviamente di sì e gli faccio posto sulla panca, si profonde in ringraziamenti. Mi chiedo quale siano state le sue recenti esperienze di rapporti umani qui in Italia e quale il suo vissuto precedente, la sua terra d’origine, la famiglia che vi ha lasciato. Con qualche banale osservazione gli faccio capire che sono disponibile a parlare, se ne ha voglia, ma col suo mezzo sorriso da cane bastonato non raccoglie l’invito.
Ancora un paio di stazioni con gente che scende, gente che sale; poi entra il controllore a chiedere i biglietti. Per un attimo temo che il mio compagno di panca non ce l’abbia e che il ferroviere possa fargli una multa, farlo scendere alla prossima stazione o comunque umiliarlo con una ramanzina ad alta voce davanti ad altri passeggeri, ma per fortuna il biglietto c’è. Poi tocca a me, gli mostro il mio e gli chiedo conferma dell’arrivo a Livorno. “Livorno? – fa lui, alzando gli occhi dal foglietto – Questo treno arriva a Roma Termini e lì deve scendere e salire sul primo treno per Livorno!”
Non ci posso credere: a Roma San Pietro, ingannato dalla confusione e dall’arrivo quasi contemporaneo ai due lati dello stesso marciapiede del treno che avrei dovuto prendere e di quello per Roma, sono finito su quest’ultimo! E mi va anche bene che il controllore non mi faccia pagare per essere sprovvisto del biglietto giusto…
Scendo precipitosamente a Roma e stavolta senza sbagliare salgo sull’interregionale per Livorno, scoprendo che è quello stesso che arriverà a casa proprio all’ora che ho annunciato a Gea. D’accordo non le farò nessuna sorpresa, ma almeno avrò limitato a due ore il tempo perso: il treno successivo sarebbe arrivato verso le 22.

Sistemata la bici, vado a cercare un posto a sedere. I vagoni sono piuttosto pieni, ma sono fortunato: trovo subito un sedile libero… accanto a Francesco: anche lui ha finito col prendere il mio stesso treno e il destino ha voluto che facessimo insieme anche il viaggio di ritorno.  Tra un dondolio e uno scossone del vagone, tracciamo un bilancio sommario dell’impresa:  da Altopascio a Roma i kilometri sono stati circa 450 in quasi 36 ore di pedalate effettive (per il tratto extra-Francigena da Livorno ad Altopascio occorre aggiungere rispettivamente altri 50 km e 2 ore). La somma dei dislivelli superati (dossi e viadotti compresi) è stata di 8760 m., in pratica l’Himalaya, anche se Francesco sogghigna rimarcando che il dato io l’ho ricavato sommando le cifre propinatemi dal “solito Komoot” … e vabbè. Quanto alle performances, anche tenendo conto della differenza d’età (i suoi quaranta contro i miei settanta), se lui non ha mai avuto problemi con la sua mtb, io, dove il fondo stradale era problematico, ho sudato le proverbiali sette camicie e la mia bici (pseudo) gravel, con tutta la buona volontà non è sempre stata all’altezza delle difficoltà incontrate, anche se il mio compare mi rincuorava nei momenti di sconforto con degli “Eccezionale! Che potenza! Che bici eroica! Meglio di una mtb…”, probabilmente solo per farsi perdonare di essersi buttato a capofitto in qualche roveto pur di non seguire le indicazioni di Komoot.   Però, diciamo la verità, come potrei negare che questa sia stata un’avventura gratificante e appassionante nonostante fatica e sudore, graffi e fango (o forse proprio grazie a loro)?   Infine, il Cammino in sé rispetto al 2014 mi è parso migliorato dal punto di vista dell’informazione, della segnaletica (con le dovute eccezioni in alcune località del Lazio), della manutenzione delle strade, dell’organizzazione e della quantità delle strutture di accoglienza, per quanto sette pernotti soltanto siano pochi per esprimere giudizi; sicuramente sono aumentati i pellegrini (sia a piedi, sia in bici e un paio perfino a dorso di asino o cavallo), prima “visibili” solo negli ultimi 100-50 kilometri.  Insomma la Via Francigena è finalmente decollata e si appresta a uguagliare e forse superare il classico Camino Francés per Santiago de Compostela (diventato forse troppo  turistico e sempre più affollato), se non nei numeri, almeno nella varietà dei paesaggi come dei cibi locali, nelle ricchezze artistiche dei centri urbani, anche di minime dimensioni, nell’offerta di silenzio e solitudine, nel contatto ravvicinato con la natura, nella spontaneità delle accoglienze.

Sistemata la bici, vado a cercare un posto a sedere. I vagoni sono piuttosto pieni, ma sono fortunato: trovo subito un sedile libero… accanto a Francesco: anche lui ha finito col prendere il mio stesso treno e il destino ha voluto che facessimo insieme anche il viaggio di ritorno.
Tra un dondolio e uno scossone del vagone, tracciamo un bilancio sommario dell’impresa: da Altopascio a Roma i kilometri sono stati circa 450 in quasi 36 ore di pedalate effettive (per il tratto extra-Francigena da Livorno ad Altopascio occorre aggiungere rispettivamente altri 50 km e 2 ore). La somma dei dislivelli superati (dossi e viadotti compresi) è stata di 8760 m., in pratica l’Himalaya, anche se Francesco sogghigna rimarcando che il dato io l’ho ricavato sommando le cifre propinatemi dal “solito Komoot” … e vabbè. Quanto alle performances, anche tenendo conto della differenza d’età (i suoi quaranta contro i miei settanta), se lui non ha mai avuto problemi con la sua mtb, io, dove il fondo stradale era problematico, ho sudato le proverbiali sette camicie e la mia bici (pseudo) gravel, con tutta la buona volontà non è sempre stata all’altezza delle difficoltà incontrate, anche se il mio compare mi rincuorava nei momenti di sconforto con degli “Eccezionale! Che potenza! Che bici eroica! Meglio di una mtb…”, probabilmente solo per farsi perdonare di essersi buttato a capofitto in qualche roveto pur di non seguire le indicazioni di Komoot.
Però, diciamo la verità, come potrei negare che questa sia stata un’avventura gratificante e appassionante nonostante fatica e sudore, graffi e fango (o forse proprio grazie a loro)?
Infine, il Cammino in sé rispetto al 2014 mi è parso migliorato dal punto di vista dell’informazione, della segnaletica (con le dovute eccezioni in alcune località del Lazio), della manutenzione delle strade, dell’organizzazione e della quantità delle strutture di accoglienza, per quanto sette pernotti soltanto siano pochi per esprimere giudizi; sicuramente sono aumentati i pellegrini (sia a piedi, sia in bici e un paio perfino a dorso di asino o cavallo), prima “visibili” solo negli ultimi 100-50 kilometri.
Insomma la Via Francigena è finalmente decollata e si appresta a uguagliare e forse superare il classico Camino Francés per Santiago de Compostela (diventato forse troppo turistico e sempre più affollato), se non nei numeri, almeno nella varietà dei paesaggi come dei cibi locali, nelle ricchezze artistiche dei centri urbani, anche di minime dimensioni, nell’offerta di silenzio e solitudine, nel contatto ravvicinato con la natura, nella spontaneità delle accoglienze.

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