La strana messa

di Camillo Vittici –  
Eppure sembra lì a portata di mano; alzi gli occhi e pensi d’arrivarci in pochi minuti.
Gli arti son duri e pesanti, l’acido lattico è come ruggine che ti blocca i muscoli e le articolazioni sembrano ingrippate.
Allora raccogli nuovamente le forze e ti rimetti in cammino.
Sarebbe facile camminare se questa salita fosse in tutt’altro luogo.
Mancano soltanto trecento metri alla cima di questa dannata montagna e pare vi sia un muro invisibile che t’impedisca d’avvicinarti e che la difenda, quasi proteggesse la purezza del verde che cangia a tratti col bianco diamantato della neve o vietasse che passi forestieri calpestino i piccoli fiori rosa che occhieggiano a tratti sul pendio.
Di nuovo il respiro si fa profondo e frequente, il cuore batte in petto come un maglio che sfonda il torace, le vene del capo pulsano in una danza ritmica e sfrenata, le gambe si fanno ancor più dure.
Dieci passi e ti ricurvi su te stesso in un arco assurdo e la mani si posano sulle ginocchia per sostenere il corpo sempre più greve.
Solo una decina di passi che sembrano miglia.
Lo zaino pare pieno di piombo, gli scarponi incollati al terreno.
Rimpiango di non aver frequentato palestre o corsi d’allenamento prima di salire quassù.
Il pensiero corre a Lacedelli, a Compagnoni nella corsa al K2, a Mesner coi suoi otto ottomila.
Mi sono prefissato soltanto i cinquemilacinquecento, ma capisco di non aver la stoffa dell’arrampicatore.
Eppure non mi arrendo.
La concentrazione di ossigeno, a questa altezza, è del cinquanta per cento rispetto al piano.
Dopo un’ora, tuttavia, mi trovo sulla cima.
Mi siedo, tolgo il peso che mi opprime le spalle e prendo fiato.
Ho lasciato Sante cento metri sotto che si sta riposando e intuisco che non voglia proseguire.
La giornata non è eccessivamente fredda e, a dire il vero, la giacca a vento accentua il caldo del corpo sudato.
Vedo sotto di me il passo da cui abbiamo intrapreso la salita e, dietro la colata del ghiacciaio, la “gip” (poco più d’un trabiccolo) che ci ha condotto fin quassù.
E’ stato un interminabile ballo di San Vito che ci ha sballottati per chilometri su strade sterrate e a malapena tracciate e vistosamente solcate dai pneumatici consunti e logori dei convogli dell’Esercito cinese.


Mulattiere d’infiniti tornanti a strapiombo sulla stretta vallata dove le buche profonde sembravano fatte apposta per catapultarti dal veicolo e i massi rotolati dalle alture circostanti ci bloccavano con frequenza ossessionante.
L’incrocio con i pochi (per fortuna!) camions militari obbligava a manovre da far rizzare i capelli.
Poi, finalmente, si giungeva al passo.
Era come liberarsi da un incubo, come svegliarsi da un sogno in cui la Signora della falce ti stesse tragicamente inseguendo, come il primo giorno di benessere dopo un’acuta malattia che presagisca la prognosi più severa.
Il passo, come ogni passo in Tibet, è un tripudio di colori: una miriade di fazzoletti d’ogni tinta e d’ogni foggia sventolano all’aria frizzante appesi a lunghi fili saldati a legni picchettati nell’erba.
Son preghiere che trasportate dal vento giungeranno al cielo, qui più vicino che mai.
Qua e là cumuli di pietre, strane piramidi innalzate da mani devote ad esaltare il Buddha.
Negli anfratti artificiali bruciano erbe dal profumo acre e il fumo grigio verrà portato dalla brezza , incensando il Dio.
E’ un luogo di sosta per i pochi che portano i loro faticosi passi su queste strade alte e remote.
Da questa cima lo sguardo può spaziare a trecentosessanta gradi.
Provo una stupenda e totale sensazione di libertà: è come se il mondo che è sotto di me ormai non m’appartenga più, quasi che il mio corpo si fosse scisso dalla realtà che ho troppe volte e a lungo vissuto, come se il fardello delle membra fosse rimasto nelle vallate lontane, come se l’aria pulita e incontaminata mi penetrasse e mi purificasse, come si mi svestissi della carcassa logorata e mi addentrassi nudo e bambino nel mondo vergine di una metafisica sublime e incorrotta.
Il rumore del silenzio gioca con l’aria fredda che accarezza il volto e nella solitudine dorata mi ritrovo con le mille sfaccettature del mio essere, del vivere passato, delle emozioni troppe volte represse e troppo a lungo incatenate, delle sensazioni azzime che qui colgono il sapore d’una vita finalmente appagata, dei mille sogni interrotti da repentini risvegli alla luce d’un giorno nuovo e già vissuto, del desiderio di volare, novello Icaro, che, finalmente, volge le ali verso il cielo più alto e diafano per non planare mai.
Pare, perfino, di riuscire a penetrare e leggere l’inconscio celato sinora dalla dura scorza delle emozioni e dei fisiologici vincoli con il mondo dei giorni passati in un’artificiosa atmosfera di benessere.
Poi volgo lo sguardo verso l’alto e miro una visione mozzafiato.
La catena delle vette più alte dell’Himalaia si snoda in un fantastico ventaglio e pare m’abbracci.
I giganti di ghiaccio e le cime che avevo conosciuto solo nei racconti degli eroi delle scalate sono qui davanti a me, fra i miei occhi e i loro ghiacciai dal sapore di eternità esiste soltanto un pezzo di cielo terso.


Le vette si stagliano a circa tremila metri dalla mia postazione e questa vicinanza le rende quasi mie, solo mie.
S’ammantano di nebbie e di nubi, quasi volessero celare e rivestire di mistero i loro ghiacci estremi, quasi volessero proteggere l’inviolabilità da pochi profanata e troppe volte vendicata.
Mi sento totalmente bloccato, estremamente avvinto dalla maestosità degli elementi che s’impongono violenti e possenti in questo pezzo di mondo che si confonde al cielo e si confronta con l’immenso.
Ora il respiro s’è fatto più quieto e le vene hanno assopito la danza forsennata dell’ascesa.
Un venticello freddo sospinge sulle falde del monte una nebbiolina fastidiosa che mi sfiora come una carezza gelida per poi riversarsi sulla costa opposta per poi lambire il passo.
Solo ora mi ricordo di aver lasciato Sante ad attendermi e, sia pure a malincuore, riprendo la via del ritorno.
I passi sono più leggeri, le ginocchia, tuttavia, sono indebolite e avverto che le articolazioni sembrano cedere ad ogni movimento.
A poco a poco la sequenza delle vette si nasconde oltre la cima; pare che un sipario verde si alzi lentamente e nasconda, come accade al termine d’ogni spettacolo, la scena alla quale mi ero fantasticamente avvezzo.
Il tenue fischio del venticello ora scompare e risento ritmico e insistente il “tum tum” del cuore.
Dietro una balza ritrovo Sante disteso sul dorso che respira in modo aspro e faticoso e un rantolo intenso gli serra la gola.
Le labbra sono cianotiche e il suo sguardo lascia trasparire con tragica evidenza il bisogno d’aiuto.
A queste altezze la pressione circolatoria può giocare dei brutti scherzi ed elevarsi a valori patologici.
Quasi inconsciamente e meccanicamente mi slego la stringa di uno scarpone e la lego stretta al suo braccio nell’intento di supplire ad un laccio emostatico.
Mi tolgo la cintura e con il ferro della cerniera buco (non senza fatica per l’estremità per nulla appuntita) la vena della parte interna del gomito.
Il sangue scuro schizza con sorprendente violenza a due
metri di distanza e lo lascio scorrere per un paio di minuti.
Col fazzoletto gli tampono la ferita e lo invito a mantenerlo in posizione.
Scendo a lunghi passi la china sino al passo e afferro il sacco di tela cerata dell’ossigeno.
E’ d’uso, in questi luoghi, tenerne sempre uno in dotazione.
Si tratta di un contenitore grande come una fodera di cuscino con un tubicino attraverso il quale si immette il gas e si tiene, poi, chiuso con una piccola ghiera di metallo.
Risalgo per la stessa via (mi sembra di morire per lo sforzo e per l’intensa dispnea che mi coglie a mezza costa) cercando di resistere oltre ogni mia capacità e giungo nuovamente da Sante.
Gli infilo il tubo in una narice e lascio che l’ossigeno si espanda nei polmoni.
A poco a poco le labbra tornano d’un color rosa intenso e il respiro si normalizza.
Lo accompagno a brevi passi verso la “gip”.




Ora la grande paura è passata e i sorrisi si sprecano mentre riprendiamo la stessa strada scoscesa con le grandi buche e con i soliti sassi che ostruiscono l’orribile percorso.
Un tipo davvero strano e simpatico, Sante.
Non ho mai saputo cosa facesse nella vita: aveva sempre risposto in modo vago e, subito dopo, cambiava completamente discorso.
Non insistevo più di tanto, ma, proprio per questo, mi incuriosiva.
Non molto alto, sulla sessantina, pancetta piuttosto pronunciata, capelli corti e neri e uno sguardo vivo e brillante.
Non si tirava mai indietro all’eventualità di fare qualche camminata più lunga e impegnativa del solito e le gambe, piuttosto corte, si muovevano con l’agilità di un ragazzo.
L’avevo conosciuto a Lhasa, la capitale.
Una città da non paragonare certo alle europee.
Innanzitutto si deve premettere che ci troviamo ad una quota di 3.700 metri sul livello del mare.
Il sole, quando picchia, si fa sentire davvero e, se non fosse per la brezza che gioca sempre fra i monti, potrebbe anche dar fastidio.
Le strade sono sterrate e le case sono basse abitazioni senza pretese architettoniche dal tetto piatto a terrazza. Tuttavia si respira un’atmosfera sacrale, c’è un non so che di spirituale che aleggia dappertutto, sarà per le schiere dei pellegrini che giungono ogni giorno dai villaggi del Paese, sarà per quel vago profumo di erbe aromatiche che vengono bruciate a mo’ d’incenso.
Sante l’ho trovato per caso nel piazzale antistante il Jokhang, il tempio più importante e cuore del Tibet.
L’ho notato sbucare, quasi fuggire, da un gruppo di ragazzini che lo stavano assalendo.
M’accorsi che dalle sue tasche ancora gonfie stavano ancora cadendo delle caramelle che aveva tentato di distribuire, ma la ressa che s’era creata lo aveva messo in seria difficoltà.
Intervenni per far allontanare lo sciame vociante che reclamava una nuova distribuzione dei dolci tanto appetibili ed apprezzati e mi pareva d’essere una massaia che, con larghi movimenti delle braccia e delle mani, cercava di far rientrare le galline nel pollaio.
Poi, dopo le reciproche presentazioni, scoprimmo di abitare entrambi all’Hotel Lhasa.
Non che fosse una grande scoperta, poiché è l’unico Albergo decente della città.
Le camere sono pulite, i mobili semplici, c’è anche la televisione in bianco e nero, una vasta e luminosa sala ristorante e, nel piano interrato, una discoteca, uno stanzone piuttosto squallido con tanto di orchestrina e luci colorate.
E’ il ritrovo dei giovani che da queste parti non troverebbero sicuramente altro da fare in tema di divertimenti e di rapporti sociali.
Sono ben vestiti al limite di una certa eleganza e non pochi sfoggiano indumenti dal vago sapore occidentale.
Un po’ per non annoiarmi, un po’ per mettere alla prova il cuore e la respirazione è qui che mi sono rifugiato la sera stessa del mio arrivo a Lhasa. Mi avevano ossessionato con le raccomandazioni di muovermi con cautela le prime ore di permanenza ad alta quota, ma volevo verificare io stesso quali fossero i miei limiti di risposta all’altitudine. O forse era anche per non sentirmi vittima dei miei cinquantasette anni, per ribellarmi all’evoluzione dell’età che porta ad un evitabile limitazioni delle funzionalità fisiologiche sopratutto cardiache e respiratorie, per sentirmi vivo nell’estrema voglia di vita, per un provino proiettato verso un’avventura e uno spettacolo più grande di un film di C. de Mille, fantastico come le vette bianche che s’intravvedono lontane addormentate al sole, fantasioso come la mente che si libera dal vecchio involucro e che diviene farfalla fra mille fiori d’arcobaleno. Il rumore degli altoparlanti è rintronante e i giovani si muovono al ritmo della musica occidentale in lunghe file e con movenze sincrone e regolari. Mi aggiungo al gruppo ballando a modo mio, come, del resto, si usa fare del noi, con movimenti liberi e istintivi. Contagio, così, poco per volta tutta la sala e poco dopo la confusione è enorme e l’allegria al cielo. Respiro a fatica, ma ce la faccio. So, tuttavia, che in caso di ipossia basterà che ritorni in camera per usare la bombola dell’ossigeno in dotazione fissa di ogni stanza.
Sante ed io diveniamo, così, inseparabili e ogni giorno stiliamo un programma comune alla scoperta di questo mitico e favoloso paese.
Riprendiamo assieme la visita al Jokhang, dato che Sante non lo aveva potuto fare per l’assalto dei ragazzini ed io per il conseguente mio intervento liberatorio.
Non è facile superare i folti gruppi dei pellegrini che a lunghe file si prostrano con una serie continua e infinita di inchini davanti al tempio, cantilenando in continuazione le loro preghiere.
Sono giunti a gruppi dalle strade impervie e disastrate, poco più di mulattiere, che s’innestano da ogni direzione nelle vie poco più larghe della città.
Indossano vestiti colorati.
Le donne hanno il capo adorno di foulards di lana d’un intenso azzurro e i capelli acconciati in vistose trecce raccolte come corone attorno al capo, arricchite da bande di tessuto ornato da pietre ove spicca più evidente il verde dei turchesi.
Grossi medaglioni di metallo pendono da catene di ambra e di perle di fiume che vengono riesumate dai cassetti del “tesoro” di famiglia per le grandi occasioni.
L’abito scuro mette in risalto un drappo di strisce
colorate a mo’ di grembiule.
Le casacche degli uomini sono più sobrie, ma , tuttavia, il tutto viene vivacizzato da giri di pietruzze attorno al collo.
Nubi d’incenso d’un profumo acre e penetrante si levano da tutto il piazzale ed il tutto è sopraffatto dal suono dei corni che giungono dall’interno.
Poi, come ci si inoltra nel vasto cortile, sembra di entrare in un film in tecnicolor e cinemascope: una schiera di monaci dai caratteristici mantelli rosso scuro danno periodicamente fiato a lunghe trombe di metallo lucente che emettono un lungo suono che fa vibrare le pareti di legno del tempio cesellate di figure d’ogni colore, alternando lunghe orazioni cantilenanti in un coro declamato ad alta voce.
“Om Mani Pedme Hum”.
La preghiera dai mille e incerti significati che mette la volontà umana in contatto con l’energia pura del Dio, l’essere che si è purificato e svestito di ogni difetto sino ad ottenere una mente illuminata da perfetto amore,
compassione e saggezza.
Il tempio è rivestito di migliaia di immagini sacre d’ogni dimensione, dipinti straordinariamente ricchi di forme e di colori in cui si mostrano le tante divinità che personificano il perfetto compimento di particolari qualità innate in ciascun genere umano, dall’Amore alla Saggezza, dal Coraggio all’Energia illuminata.
Infine la statua grande del Buddha che occupa la Sala centrale.
La fila dei fedeli sembra non finire mai; davanti al Dio depongono e monete e fiori e aggiungono grasso di Yack agli innumerevoli contenitori dei lumi che ornano l’altare a scopo votivo.
L’odore del grasso aleggia in tutto il tempio con intensità tale da procurare una profonda nausea, ogni legno e le scale ne sono impregnate e gli abiti ne portano il “segno” anche dopo molte lavature.


Oggi è Domenica.
Me ne accorgo solo perché, appena sveglio, ho l’abitudine di stilare sull’agenda il breve programma della giornata.
In questi miei viaggi mi sono sempre riproposto di ignorare totalmente lo scorrere del calendario e non m’importa molto sapere anche quale sia il mese in corso poiché basta guardare il cielo per accorgersi spontaneamente dell’avvicendarsi delle stagioni.
Questa mattina, dopo la solita colazione con caffè, latte e pane tostato, con la stessa semplicità con cui mi può chiedere di passargli lo zucchero, Sante mi chiede se desidero andare a Messa.
Il cucchiaio si arresta fra le labbra come se di botto mi si fosse paralizzato il braccio.
Lo guardo sinceramente preoccupato.
So che la scarsa concentrazione di ossigeno può causare dei disturbi al circolo cerebrale, ma questo mi sembra davvero assurdo.
In pieno Tibet, nella sua Capitale, in un regime comunista laico dove, seppur a fatica, è tollerato a malapena solo il Buddismo quale locale religione millenaria, dove sono stati distrutti dalle guardie rosse più di mille Templi, Sante mi chiede se desidero andare alla Messa.
E questo qui a Lhasa? Qui dove è sostanzialmente impossibile muoversi in libertà dato che le autorità cinesi esigono un programma dettagliato al momento del rilascio del visto e passano ai raggi X la tua identità? Per quel che ne so non esiste nemmeno l’ombra di una Chiesa cattolica e trovare un Cristiano da queste parti sarebbe come trovare una pianta di datteri sull’Himalaya.
Gli chiedo con fare conciliante e comprensivo se in questi ultimi tempi avesse avuto delle visioni particolari o episodi di vertigine oppure delle crisi di cefalea.
Lui, stranamente, insiste.
Voglio stare al gioco e gli rispondo affermativamente.
Mi da appuntamento a dopo un quarto d’ora in camera sua.
Scuoto ancora la testa nel salire la scala, ma la curiosità, questa volta, è più intensa dello stupore.
Busso alla porta e subito la maniglia gira nella toppa dopo un deciso doppio giro di chiave.
Me lo ritrovo lì, in piedi davanti a me, vestito di tutto punto come un prete che si appresta a celebrare.
La cotta, la pianeta, la stola e… un sorriso.
Vuoi vedere che ora sono io ad aver le traveggole e a denunciare un deciso credito di ossigeno da parte del mio cervello da troppo tempo in vacanza ad alte quote? Eppure la cosa è seria o, meglio, è vera.
Scopro che Sante è un sacerdote cattolico che, sia pure in incognito, ha raggiunto, chissà come, questi luoghi per soddisfare la sua insaziabile sete di conoscenza.
Sul comò è posato un asciugamano bianco e il bicchiere che è normalmente in dotazione della camera.
Dal fondo dello zaino spunta una boccetta metallica dalla quale versa nel “calice” improvvisato poche gocce di vino.
Una piccola croce di legno è posta accanto ad una candela accesa.
Se ne trovano in ogni stanza poiché frequentemente il generatore di corrente dell’Hotel va in avaria.
Il “messale” è un piccolo libretto rivestito dalla copertina rossa dei “Pensieri di Mao”.
Non so se arrabbiarmi annusando il pericolo che corriamo celebrando una funzione cattolica sotto il naso della Polizia cinese o mettermi a ridere per l’assurdità dell’evento.
Sante non si scompone: richiude la porta con doppia mandata e subito inizia la Messa con tanto di “Kirie eleison”.
Ha, almeno, l’accortezza di sussurrare a voce bassa i suoi “oremus”, mentre io stacco con circospezione i quadri e smonto il lampadario per scoprire eventuali e rischiose micro-spie.
Ed ha anche il tempo e la faccia tosta di pronunciare il sermone! Dice che Dio è in ogni luogo e, quindi, anche qui.
Se in questo istante volgesse la Sua attenzione verso il Tibet noterebbe una piccola luce accesa fra queste montagne e vedrebbe sicuramente noi due che, sia pure barricati in una stanza con le persiane chiuse, Lo testimoniamo.
Fra queste vette Gli siamo ancora più vicini e, se stiamo un attimo in silenzio, possiamo sentire la Sua voce nel vento che soffia dolcemente dai monti e ci dice che non siamo soli.
Quasi mi commuove Sante nella sua semplicità e nella sua fede profonda.
Lo vedo, per un attimo, come se fosse un tramite fra me e il cielo, come se con una mano tenesse la mia e l’altra toccasse Dio, proprio come il particolare del “Giudizio” della Cappella Sistina.
L’atmosfera spirituale del momento viene violentemente interrotta da decisi colpi alla porta.
Un “Ite Missa est” frettoloso e l’occultamento repentino di tutta l’attrezzatura rimette, in men che non si dica, le cose apposto.
E’ solo l’uomo del piano che ci porta la biancheria stirata.
Esclamiamo assieme un “Deo gratia” liberatorio.
Mi devo guardare da quello che ogni poco combina questo mio nuovo amico, anzi, a volte devo prevenire certe sue azioni non proprio ortodosse.


Anche oggi ci siamo trovati un una situazione alquanto incresciosa.
Saliamo sulla rampa che conduce al “Potala”, il grande Tempio che fu la residenza del Dalai Lama, il capo spirituale del Tibet.
E’ un imponente costruzione che s’erge colossale nel centro della città.
E’ impossibile non notarla nei suoi diciassette piani.
Maestosa, solenne, mero miracolo di antica architettura.
I passaggi sono mirabilmente affrescati e colorati; anche qui ristagna l’odore del grasso di Yak che brucia nelle ciotole dei mille altarini.
Si passa da un piano all’altro salendo ripide e strette scalette buie che solo con l’aiuto delle provvidenziali torce elettriche che ci siamo portati si riescono a trovare.
Schiere di pellegrini fanno interminabili file per sostare davanti alle statue delle divinità.
Attendono diligentemente e pazientemente il loro turno, senza affrettarsi o accalcarsi tenendo in braccio i bambini o sorreggendo i più anziani.
E’ un dedalo di corridoi e di stanze in cui è probabile, o meglio, è sicuro perdersi senza una guida esperta.
La nostra, al contrario, è rappresentata solamente da un
libretto affidatoci all’hotel e, per di più, scritto a caratteri cinesi.
Ci fidiamo dell’istinto che non tarda a tradirci.
Infatti al quarto piano perdo le tracce di Sante.
Continuo da solo, seguendo la teoria dei pellegrini.
Sono guardato come si guarda una strano animale allo zoo: il mio abbigliamento non è certo quello delle grandi occasioni.
Semplicemente un paio di blue jeans e un pullover rosso.
Quello che attira maggiormente la loro attenzione è la catena che porto al collo con un medaglione d’oro che racchiude un grosso topazio giallo.
Molto probabilmente, ai loro occhi, deve rappresentare uno strano e misterioso amuleto vista la curiosità e l’interesse con il quale lo toccano, come fosse un feticcio capace di chissà quali prodigi o stregonerie.
Ne approfitto per superare le lunghe file che sostano davanti agli altari e rendere, così, più spedita la mia visita che ormai si protrae ben oltre il previsto e per cercare di trovare Sante che ho perso da ormai un paio d’ore.
Un po’ per concedermi una pausa in questo itinerario da un piano all’altro, un po’ per togliermi dalle narici l’odore nauseabondo del grasso di Yak, giungo, finalmente, su una balconata.
In un cortiletto sottostante scorgo con gioia Sante che è attorniato, quasi subissato, da un gruppo di monaci.
E’ difficile non notare il suo vestito nero fra la nuvola di mantelli rossi che gli fanno corona.
Scendo frettolosamente la scaletta ripida, evitando con non poca difficoltà la teoria dei pellegrini, e mi ritrovo, finalmente, accanto a lui.
Solo ora comprendo l’animazione che provoca la sua presenza: incurante di ogni precauzione ed eccitato dall’intervento che sta attuando in piena buona fede sta distribuendo, quasi con gesti cerimoniali, foto del Dalai Lama.
I monaci le ricevono come una preziosa reliquia, le baciano con emozione e commozione profonda che traspare dallo sguardo commosso e dall’espressione intensa del viso che traspare il turbamento di vedere l’aspetto e i tratti dolci del viso del loro capo spirituale.
Nascondono rapidamente le immagini nel saio come volessero proteggere un tesoro inaspettato.
Poi, uno ad uno, si allontanano ringraziando con inchini profondi e riconoscenti.
Potrebbe essere una cosa normale se non fosse severamente vietato importare in Tibet le fotografie del Lama.
E’ la prima cosa che ti chiedono in frontiera e nel caso ne trovassero anche solo una non verrebbe rilasciato il visto di entrata.
Se, poi, si venisse scoperti a possederne nel territorio cinese, la prigione sarebbe decisamente assicurata.
Aggredisco Sante senza profferire parola e gli sottraggo le immagini che ancora tiene fra le mani.
Le nascondo negli slip e, in parte, le infilo nel suo cappellaccio e lo trascino all’interno delle stanze dove il fumo dell’incenso e la penombra ci può nascondere da sguardi indiscreti.
Da un balconcino scorgo che nel cortiletto dove ci trovavamo alcuni minuti fa’ si aggirano inquieti alcuni uomini in divisa.
Tengo Sante per le spalle e lo guido nei piani bassi del Potala.
Gli infilo, per mimetizzarlo e per non farlo individuare, un impermeabile di plastica bianca che mi porto sempre per non essere sorpreso dai frequenti acquazzoni.
Guadagniamo miracolosamente l’uscita di questo dedalo e, rasentando i muri delle case, raggiungiamo lestamente il nostro Hotel.
Che dire a colui che mi guarda con un’espressione serafica e con l’espressione di chi si crede convinto di aver fatto solamente una buona azione? Guardo il cielo riconoscente e sussurro in silenzio una breve preghiera: “Padre, perdona a lui, che non sa quello che si fa!”.
Le strade che snoccioliamo con la gip scassata che abbiamo noleggiato all’agenzia statale sono tutto fuorché strade.
E’ una pista mal sagomata di sassi fra sassi.
Il tracciato può variare di giorno in giorno a seconda delle condizioni meteorologiche che qui son mutevoli di continuo.
Ci capita a volte di fermare la nostra corsa di fronte ad un torrente che scende furioso dalla montagna trascinando con rabbia sabbia e sassi verso valle.
Dietro di noi si va formando una teoria di autoveicoli, quasi tutti militari, e camion che trasportano gente che va al lavoro chissà dove.
Sui prati scoscesi, incuranti della pioggia, gli yak brucano l’erba bassa e la campana del collare del capomandria canta una monotona canzone.
Può darsi che passino ore prima che la furia dell’acqua si plachi e che permetta il guado.
A volte la notte ci artiglia in luoghi isolati e ci dobbiamo sistemare alla bell’e meglio sull’auto per passare la notte.
Questa sera stiamo attendendo che questo maledetto torrente si decida a sfogare la sua forza, ma le nostre attese vengono infrante da un nuovo acquazzone.
Alcuni abitanti di un villaggio vicino ci consigliano, sia pure a gesti, di seguirli nelle loro abitazioni nell’estenuante sit in forzato.
Al di là di un muretto di pietra a secco un cortiletto dove affondiamo i piedi sino alla caviglia e poche costruzioni.
Non posso chiamarle case poiché sono quattro muri di argilla con un tetto ricoperto di zolle d’erba dove
spiccano alcuni stracci colorati che, nei tempi di sole e di vento, garriscono al vento le preghiere al Buddha.
Il pavimento è in terra battuta, ad una delle pareti un tavolaccio di legno e al suolo vari pagliericci posati senza alcuna simmetria.
Siamo circondati da una nuvola di bimbi felici della nostra presenza e le caramelle di Sante fanno il loro effetto.
Non so da dove le tragga, ma penso che le sue tasche ne rappresentino una riserva infinita.
Ha una particolare attenzione per i piccoli: lascia che gli infilino le mani nello zaino, li fotografa in ogni posa, li invita a guardare attraverso le lenti del suo binocolo, fa loro le boccacce facendoli ridere di gusto.
Ormai la sera ha ghermito gli ultimi bagliori del giorno e le ombre si sono allungate sino a nascondere il muretto e il cortile.
Solo la lampada ad olio di yak proietta le sagome sui muri scuri frastagliandone i profili.
Qualcuno ci porta due ciotole dove fumano minestroni bollenti.
Riusciamo a comunicare a malapena con un ragazzo che conosce scampoli d’inglese con cui riusciamo a fraternizzare.
Ci racconta di lunghi inverni freddi dove il bianco ossessiona la mente, dove la neve e la bufera chiude tutti in guscio troppo angusto e limitativo di ogni attività, di stufe rudimentali ingozzate da sterco secco raccolto in tempi estivi che scalda a malapena, del fumo che sbuffa nero dal comignolo stretto e fa ritrovare la via di casa, di impossibili nevicate che mordono i tuguri sino a fagocitarli, di abiti d’ogni tipo di tessuto che non si spogliano mai, di lavacri che non sfiorano mai i corpi sudati, di donne che in periodo mestruale si tamponano con zolle di muschio.
Più tardi ci sdraiamo vestiti sui pagliericci.
Il mattino presto ci desta un raggio di sole che riesce a penetrate attraverso l’unica finestrella.
Due tazze di latte di yak sono una gustosa colazione.
Le banconote le nascondiamo sotto la stampa e ripartiamo superando, questa volta con facilità, il torrente ormai in secca che ieri sera ci aveva bloccati.
Noto che Sante si sta grattando il cuoio capelluto con frequenza e con vigore e nello stesso tempo avverto una strano prurito sul tronco e sulle gambe.
Piccole macchioline s’intravvedono sugli avambracci ed è facile desumere che qualche colonia di pulci e pidocchi ci hanno da poco colonizzato.
Evidentemente mostrano di gradire la carne occidentale e stanno banchettando avidamente.
Sostiamo in un prato e ci cospargiamo abbondantemente di “Mom”, un antiparassitario che prudentemente ci eravamo portati da casa.
Ci guardiamo e scoppiamo in una istintiva risata: sembriamo due mugnai appena usciti da un deposito di farina.
Costeggiamo il lago Yamdrok superando greggi di yac che si snodano lenti sull’acciottolato della pista. Fermiamo il motore e ci sediamo sui ciuffi d’erba della riva. Il suono del campanaccio giunge nitido e ritmico dalla mandria che pascola sull’altra sponda; l’acqua limpida e quieta fa rispecchia le cime più alte; il salto di un pesce lo increspa e confonde i colori; i raggi del sole malato si infrangono in mille stelline di diamante; il tuono di una valanga che rotola chissà dove si smorza in un eco ripetitivo sulle falde del monte dietro di noi. Afferro il braccio di Sante che armeggia nella borsa plastificata della macchina fotografica: non potremmo mai fermare quest’attimo sulla patina di una pellicola; sarebbe troppo limitativo e faremmo grande offesa allo spazio che solo gli occhi possono abbracciare. Assorbiamo e penetriamo le immagini e i suoni nella camera oscura del nostro cervello nel tentativo, sia pure egoistico, di tenere solo per noi questo sprazzo di paradiso. La lunga corsa nella pietraia si alterna a passaggi in un suolo di fango dove le ruote si affondano e il motore si rifiuta di continuare il suo canto. I camion militari che di volta in volta incrociamo ci rimettono in strada con corde d’acciaio e di villaggio in villaggio, di passo in passo arriviamo all’estremo ovest del paese. Lasciamo la gip in un’officina a disposizione di altri viandanti che intraprenderanno il percorso inverso. Affidiamo il nostro bagaglio agli sherpa, i portatori che per pochi dollari ci guidano sui sentieri appena accennati. Percorriamo a piedi i venticinque chilometri che scendono fra le balze del monte a più modesta altitudine. Ci inoltriamo nel folto della vegetazione tropicale e ci immergiamo in un nuovo mondo fatto di verde, di richiami di uccelli, di fiori d’arcobaleno. Dopo le pulci e i pidocchi dell’altopiano ci accorgiamo di essere aggrediti da altri ospiti indesiderati. Le notiamo quasi per caso: grosse sanguisughe stanno lautamente banchettando sul collo e sulle gambe. Sembra che per loro non faccia alcuna differenza il gruppo ematico, visto che non disdegnano affatto il sapore del sangue di Sante e mio. L’unico modo di staccarle dall’odioso abbraccio (sono i portatori che ce lo consigliano) è avvicinare il mozzicone acceso della sigaretta ai loro corpi che si stanno gonfiando a nostre spese. Ad una ad una si staccano e ci lasciano ben visibile l’impronta della loro vigliacca aggressione. Dopo alcune ore attraversiamo il Ponte della Pace che ci riporta in Nepal. Un pullman antidiluviano ci scarica a Katmandu. Volgiamo gli sguardi verso l’alto, verso le vette bianche che dialogano con le nubi e con il cielo.

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