Balkan Express

di Piero Maderna –
Stazione di Belgrado, 9.30 del mattino. Seduto ad un tavolino all’aperto del bar, guardo la scritta “Beograd” in cirillico sotto l’orologio della stazione mentre sorseggio un cattivo caffè.
Sono in anticipo, come spesso mi capita quando devo prendere un treno, un autobus, un aereo o qualsiasi cosa. Credo di avere qualche sindrome ansiosa che mi porta a calcolare i tempi aggiungendo sempre almeno una mezz’ora, perché non si sa mai cosa ti può capitare, che ne so… ti rapinano, perdi l’autobus (vale anche se devi fare solo un pezzo a piedi, ovviamente), c’è un terremoto catastrofico e si apre una voragine in mezzo alla strada, qualcosa del genere. E anche questa volta è così, ho ancora circa mezz’ora prima che parta il treno. Guardo distrattamente la gente che passa, leggo un pezzo di guida sempre con l’occhio all’orologio, alla fine il tempo passa. Mancano dieci minuti, il treno per Sarajevo è sul binario 1 qui davanti a me.

Mi alzo e, con fatica, mi butto lo zaino in spalla. Il treno ha decisamente l’aria di aver già macinato qualche milione di chilometri di binari, ma nei Balcani è normale. È già abbastanza pieno, ma trovo uno scompartimento semivuoto. C’è solo una coppia di mezza età, sembrano turisti. Uno dei tavolini è aperto, noto un pacchetto di sigarette e un accendino, ma al momento non ci faccio caso e mi siedo. Sarà roba loro, penso, anche se non sembrano nemmeno loro prestarvi particolare attenzione… bè, qualcuno li avrà dimenticati, succede. Passano pochi minuti, il treno comincia lentamente a muoversi. Entra un uomo con qualcosa che probabilmente è una divisa delle ferrovie serbe, ci guarda e inizia a sbraitare. Sia io che i miei due compagni di un viaggio nemmeno iniziato siamo, con tutta evidenza, stranieri. Non capiamo una parola, ma lui va avanti per parecchi secondi prima di rendersene conto. Poi si ferma e ci guarda come per dire: “Allora?”. I due sembrano imbalsamati, allora provo io a capire:
“I’m sorry, I don’t speak serbian…”.
Lui bofonchia ancora qualcosa, chiaramente infastidito. Conosco sì e no 10 parole di serbo, ma potrei scommettere che è qualcosa del tipo “ma che vengono a fare questi qui a rompere i coglioni”. Tira fuori qualche parola che sembra avere una lontana parentela con l’inglese, tra cui una che somiglia a “office”, ma soprattutto indica disperatamente il pacchetto di sigarette. Penso di intuire che quello sia il suo “ufficio” e che ce ne dobbiamo andare. Secondo lui, probabilmente, dovevamo capirlo da quel pacchetto di sigarette: sembra non capacitarsi che possiamo essere stati così stupidi da non arrivarci. Se ne potrebbe discutere, in realtà, dato che è uno scompartimento come tutti gli altri, se non fosse per quel particolare. Ma non mi sembra il caso, date le circostanze. Perciò mi alzo, seguito dalla coppia. Loro trovano posto nello scompartimento successivo, io preferisco proseguire un po’, anche per allontanarmi dal luogo del “misfatto”, non si sa mai.
Più avanti, trovo un altro scompartimento occupato solo a metà: ci sono due ragazzi e una ragazza, a occhio tutti intorno ai 30 anni. Mi siedo lì e cerco di rilassarmi ascoltando un po’ di musica in cuffia.

Per le prime forse due ore di viaggio, tutto procede molto tranquillo. Da qualche parola scambiata capisco che i due ragazzi sono spagnoli, ma come tali sono insolitamente silenziosi. Uno, un po’ più alto, magro e con i capelli a spazzola, è completamente immerso nel suo libro. L’altro, massiccio e leggermente stempiato, dorme quasi sempre, o almeno ci prova. Di tanto in tanto si sveglia, guarda fuori dal finestrino e bofonchia qualcosa, battendo insistentemente su due argomenti: il caldo e la lentezza del treno. I dialoghi sono del tipo:
“Que calor, joder! A cuanto vamos? Cuarenta?”.
“Sì”.
La risposta dell’amico è sempre a monosillabi, dopo di che lui, sbuffando, tenta di riaddormentarsi. La ragazza ha lunghi capelli rossi e ricci, ed è un po’ in sovrappeso. Anche lei legge, e a tratti dormicchia. Io alterno la musica alla lettura della guida.
Per arrivare a Sarajevo il treno fa un lungo giro: si dirige prima a ovest, attraversando un bel pezzo di Croazia, poi entra in Bosnia a Slavonski Brod e solo da lì piega verso sud, ma ancora una volta non seguendo un percorso diritto ma quasi zigzagando. Forse anche questo ha un significato in qualche modo simbolico: nei Balcani due punti che sulla carta sembrano vicini si possono congiungere solo seguendo un percorso lungo e tortuoso. Soprattutto se i due punti sono Belgrado e Sarajevo. Del resto, questa linea è stata riattivata solo da pochi mesi. A questo penso mentre seguo il percorso del treno sulla cartina della guida. Il viaggio, in totale, richiede circa 8 ore.



Alla frontiera croata i poliziotti salgono sul treno e chiedono i documenti. Controllando i passaporti degli spagnoli, la guardia chiede: “Anything to declare?”.
Silenzio, sguardi interrogativi. Il poliziotto ripete: “Anything to declare?”.
Vedendo i due ragazzi in difficoltà, decido di intervenire e spiego loro, in spagnolo, che sta chiedendo se hanno qualcosa da dichiarare. Fanno cenno di no con ampi gesti e il poliziotto passa oltre.
Mi ringraziano e quello che prima dormiva mi chiede se sono spagnolo. Rispondo di no, che sono italiano ma parlo uno spagnolo molto “basico”. Iniziamo a chiacchierare, scopro che lui si chiama Carlos ed è asturiano, di Navia, ma vive a San Sebastian, nel Paese Basco. Il suo amico, Alejandro (ma lui lo chiama Ales), è valenciano ma vive a Madrid. Gli racconto che ho viaggiato in Spagna, che conosco un pochino le Asturie, decisamente meglio il Paese Basco, e sono stato anche a Madrid. Carlos mi dice che il mio spagnolo non gli sembra tanto “basico”, anzi. Dico che può sembrare, ma in realtà ho più che altro una buona pronuncia, ho una specie di propensione naturale ad imparare le pronunce e gli accenti. La grammatica la conosco relativamente, l’ho studiata davvero poco, anche se qualcosa l’ho imparato ascoltando la gente parlare.
Confrontiamo i nostri piani di viaggio, così scopro che loro stanno facendo l’inter-rail in quella zona d’Europa, sono già stati in Romania e Bulgaria e dopo il passaggio in Bosnia sono diretti in Croazia. Dai loro zaini si capiva che erano backpackers, o “mochileros” come dicono loro. Una parola equivalente in italiano non esiste, ma potremmo dire “quelli che viaggiano con lo zaino”.
Spiego che io sono già stato in Croazia, ma ci tornerò per le ultime tappe del mio viaggio: andrò a Dubrovnik e da lì a Spalato, dove prenderò il traghetto Spalato-Ancona per rientrare in Italia. Mi chiedono indicazioni sulle sistemazioni a Zagabria, dico che io sono stato in ostello e mi sono trovato bene, è pulito e confortevole, gli do anche l’indirizzo. In Bosnia faranno due tappe, Sarajevo e Mostar, esattamente come me.
Iniziamo a confrontarci sulle guide. Carlos è molto interessato alla mia Lonely Planet, dice che ne ha sentito parlare e vorrebbe comprarsela anche lui ma in castigliano non si trova e lui l’inglese, bè, insomma, come ho potuto vedere… Non lo so, dico, ma mi sembra molto strano che le abbiano tradotte in italiano e non in spagnolo, proverei a cercare meglio. Loro hanno una guida spagnola, piena di bellissime foto ma molto povera di informazioni utili. Do un’occhiata per potergli dare un parere, ma davvero mi sembra un po’ scarna. Su ogni località ci sono pochi alberghi e altrettanto pochi posti per mangiare, nemmeno distinti per fasce di prezzo. Anche sui mezzi di trasporto poco o nulla, per viaggiare da “mochileros” non è certamente l’ideale. Infatti, nei giorni successivi, girando insieme per Sarajevo, avremmo usato sempre la mia Lonely. Per questo sono anche stato soprannominato da Carlos “chico Lonely”, con mia grande soddisfazione… per il chico, ovviamente, considerato che ho 40 anni. Ma questa è un’altra storia.
Ales segue le nostre conversazioni, ogni tanto interviene, più che altro quando Carlos lo interroga sui loro programmi di viaggio o sui posti dove sono già stati. Probabilmente la sua memoria è migliore di quella di Carlos. Ma, di suo, è sicuramente meno loquace.
La ragazza (nel frattempo ho scoperto che è australiana, si chiama Mallory) sembra interessata ma è ovviamente tagliata fuori per questioni di lingua; io ogni tanto le traduco qualcosa ma non posso farle la simultanea, diventerebbe davvero troppo complicato.

Passiamo senza intoppi anche la seconda frontiera, siamo in Bosnia. Ogni tanto mangiamo qualcosa, ci aspettano ancora diverse ore di treno. Ormai sono le prime ore del pomeriggio e il caldo comincia a essere davvero soffocante. Di aria condizionata naturalmente non se ne parla, per di più il finestrino non sta giù, ha un sistema di chiusura che lo riporta su quando tentiamo di abbassarlo. L’unica soluzione che troviamo per tenerlo aperto è legare gli zaini alla maniglia, così in effetti regge.
La velocità resta ben diversa da quella di un Eurostar, o dell’AVE che Carlos rimpiange. Cerco di fargli capire che non può pretendere, siamo nei Balcani, in fondo anche questo fa parte del viaggio, ma non sembra troppo convinto.
Attraversando diversi paesi ci hanno anche controllato più d’una volta i biglietti, ora è il momento del controllore bosniaco. Entra nello scompartimento un tipo alto, piuttosto robusto ma con un’andatura leggermente incerta. Guarda il mio biglietto e quello dell’australiana, tutto ok. Quando però vede i biglietti degli spagnoli, inizia ad avere parecchio da eccepire, anzi sembra visibilmente contrariato. Inizia a parlare in bosniaco indicando ripetutamente una parte del biglietto. Gli spagnoli hanno un biglietto dell’inter-rail, forse c’è qualcosa che non va ma finora hanno passato tutti i controlli. Cerchiamo di fargli capire che non capiamo, ma quando finalmente se ne dà per inteso ripete lo stesso discorso in tedesco, evidentemente sperando che qualcuno di noi lo capisca. Purtroppo non è così, lui non sa più che fare, nel frattempo si scalda sempre di più, diventa anche rosso in volto e parla in maniera sempre più concitata alternando bosniaco e tedesco. Gli chiedo se parla inglese ma dice di no. L’unica cosa che riusciamo a capire è che minaccia una multa di 400 marchi convertibili, la moneta tuttora in circolazione in Bosnia dai tempi della guerra. Sono circa 200 euro. La situazione si complica.
Allora gli faccio cenno di aspettare, vado nello scompartimento a fianco e chiedo se qualcuno parla inglese. Fortunatamente trovo un ragazzo del posto che sembra masticarlo abbastanza. Gli chiedo di venire di là con me e facciamo partire un giro di traduzioni. Il controllore parla a lui in bosniaco, o forse in serbo o croato. In realtà le tre lingue si differenziano solo per pochissimi particolari. Ad esempio la parola caffè si traduce kafa in croato e kava in serbo: per questo nella ex Jugoslavia circola una battuta molto amara secondo cui si sono fatti anni di guerra per stabilire come si dice caffè. Il ragazzo traduce a me in inglese, io dall’inglese traduco in castigliano per gli spagnoli.
Mi sembra un po’ di essere in un film di Totò ma alla fine funziona. Riesco a capire che, secondo il controllore, per rendere valido il biglietto dell’inter-rail è necessario scrivere da qualche parte la data, la stazione di partenza, la destinazione e il numero del treno. Lo spiego a Carlos, ma lui è sicuro che per il loro biglietto non sia così.
Mi dice: “Vedi? C’è scritto CONTINUA. Significa che non dobbiamo ogni volta scrivere tutto.”
Gli faccio notare che, date le circostanze, non mi sembra il caso di continuare la discussione, ho paura che non ne usciamo. In fondo non gli costa poi molto fare come dice lui, no?
Si convince ed inizia a scrivere, ma subito il controllore lo interrompe, ancora sbraitando. Col solito giro di traduzioni capisco che secondo lui la data è sbagliata, non è il 17 agosto. Ma lo è. Comincio a pensare che, anche se è pomeriggio, abbia già bevuto qualche bicchiere di troppo: la slijvovica (una sorta di grappa locale, la più diffusa è quella di prugne) è molto forte. Questo spiegherebbe anche la sua andatura un po’ ciondolante e la sua notevole irritabilità.
Allora tutti a fargli vedere orologi, agende, calendari sul cellulare per cercare di convincerlo. Alla fine sembra ammettere l’evidenza, ma sorge poi il problema del numero del treno. Dico al ragazzo bosniaco di chiedergli se ci può dire lui questo numero, probabilmente è scritto sul mio biglietto ma il biglietto è tutto in serbo, quindi (come se non bastasse) in cirillico, e ci sono vari numeri. Qual è quello buono? Il ragazzo, temendo che questa richiesta lo infastidisca ulteriormente, mi indica lui il numero, e così terminiamo la faticosa operazione di compilazione del biglietto.
A questo punto il controllore, finalmente, si calma, ci stringe la mano e c’è perfino qualche sorriso. Sembra sollevato per aver risolto in qualche modo la situazione, e si avvia a proseguire il giro di controllo. Anche noi, quando esce, tiriamo un sospiro di sollievo. Ringrazio il ragazzo bosniaco ma, mentre lui torna al suo scompartimento, sentiamo distintamente la voce del controllore che sta nuovamente urlando contro qualcun altro in un altro scompartimento.

Carlos è livido di rabbia. Appena uscito il controllore, ha iniziato a imprecare sulla sua maleducazione, a dire che è una cosa insopportabile e così via. Sembra molto impegnato a convincere il suo amico e me, anche se ci siamo appena conosciuti, che lui non è uno che si fa mettere i piedi in testa.
“Tengo que callarme la boca aquì porque no estoy en mi pais pero… si pasa algo asì en España te juro que me cago en su puta madre, verdad! Te lo juro! Te lo juro!”
È un’espressione spagnola che ho già sentito altre volte, di per sé non vuol dire molto ma esprime il massimo del disprezzo e della noncuranza possibile per il soggetto in questione. Lo rassicuriamo che il messaggio è passato e si calma. Certo, prima era un po’ meno coraggioso ma si può capire…
Passa ancora una mezz’ora tra altre chiacchiere di viaggi, finché entra nel nostro scompartimento un nuovo personaggio; se sul controllore si poteva nutrire qualche dubbio riguardo al tasso alcolico, in questo caso più evidente non potrebbe essere. Il tipo in questione si presenta con due bottiglie in mano: nella destra tiene una bottiglia di vino bianco, senza etichetta, nella sinistra una di acqua minerale da mezzo litro. L’andatura è alquanto incerta, e incute un certo timore anche per il fisico. Il nostro supera abbondantemente il metro e ottanta ed è abbastanza ben fornito di muscoli e di tatuaggi, che la maglietta con le maniche tagliate mette in mostra.
A turno, ci chiede se preferiamo acqua o vino. Non capiamo le parole, ma la gestualità è molto chiara. Ales prova timidamente a far capire che preferirebbe l’acqua, ma lui non sembra dell’idea e, accompagnando le parole con ampi gesti, cerca di convincerlo che il vino è decisamente meglio.
“Voda?! Ne, ne! Vino, vino!”
Tra l’altro vino è una delle (pochissime, presumo) parole che in serbocroato sono esattamente identiche all’italiano e allo spagnolo, quindi non ci possono proprio essere dubbi.
Anche se in maniera un po’ riluttante, preferiamo assecondarlo e ci facciamo, io e i due spagnoli, ciascuno un sorso di vino. Per fortuna per ora la ragazza la lascia stare e si siede, apparentemente soddisfatto.
A questo punto, però, fatte le presentazioni con un buon bicchierino, vorrebbe chiacchierare un po’ e qui ci sono le solite difficoltà. Prova a parlarci in tedesco (ma allora è un vizio!), ma il risultato è il solito. L’inglese non è il suo forte, prova ad arrabattare qualcosa ma in realtà l’unica cosa che riesce a farci capire è che è appassionato di calcio e che ha appena visto una partita del Manchester United, che pare abbia vinto 3-0, se capiamo bene.

Una volta capito da che paesi veniamo, snocciola nomi di calciatori. Sembra molto preparato sulla Spagna, forse perché ha da poco vinto i mondiali, cosicché con Carlos elenca vari nomi di peso della “Roja”: Villa, Xavi, Iniesta, Casillas, Fabregas, Piqué…
Sull’Italia ne sa un po’ meno, non fa altro che ripetere, tra grandi risate: “Aah Italia, Pippo Inzaghi! Aaah, Pippo Inzaghi, Pippo Inzaghi!”
Deduco che deve piacergli molto; in realtà non condivido più di tanto, ma non mi sembra il caso di farglielo capire, sarebbe anche complicato spiegargli i motivi, quindi annuisco, anche se forse in maniera non troppo convinta.
A questo punto siamo veramente amici, dobbiamo fare delle foto per ricordarci di questo viaggio insieme, anche perché Carlos nel frattempo ha preso la macchina fotografica.
Il nostro nuovo amico pretende che gli facciamo delle foto mentre mostra i muscoli, poi vuole una foto con ciascuno di noi. Nel mettersi in posa ci abbraccia e ci bacia con trasporto, con un alito di vino a dir poco imbarazzante, ma va così… più che altro cerchiamo di evitare, per quanto possibile, che esageri con la ragazza australiana: sembra aver improvvisamente realizzato che c’è una donna nello scompartimento e le si butta addosso con un certo compiacimento. In fin dei conti è abbastanza inoffensivo, anche lei sembra più divertita che spaventata, ma cerchiamo di distrarlo perché non la infastidisca troppo.
Siamo ormai nei dintorni di Sarajevo. Il nostro amico parte con dei discorsi per conto suo che noi capiamo relativamente, ci fa vedere una catenina con la Madonna che porta al collo e si fa il segno della croce da cattolico, dal che credo di poter dedurre che è croato. A conferma di questo, ci indica le colline intorno a Sarajevo, dove c’erano le postazioni dell’artiglieria serba che durante l’assedio sparavano sulla città. Anche qui non capiamo, ma dal tono è intuibile che quello che dice non sia lusinghiero nei confronti del popolo serbo.
Se non altro si è tranquillizzato un po’, ma sembra ormai sempre più convinto che siamo diventati amici.
Il treno sta entrando in stazione; raccogliamo le nostre cose, ci mettiamo in spalla gli zaini e scendiamo. Ci segue. Io e gli spagnoli abbiamo le prenotazioni in due ostelli diversi, ma non molto distanti. Abbiamo deciso di passare insieme due giorni a Sarajevo. Sappiamo che per raggiungere il centro della città dalla stazione dovremmo andare verso il vialone che costeggia il fiume Miljacka e prendere il tram, ma non riusciamo a scollarci di dosso l’ubriaco. Carlos propone di attuare una mossa diversiva e andare in direzione opposta, effettivamente funziona: è un po’ disorientato, cerca di farci capire che stiamo andando dalla parte sbagliata ma noi partiamo decisi e lo salutiamo, dicendo che abbiamo l’ostello da quella parte. È perplesso ma non ci segue. Solo quando non ci può più vedere svoltiamo in modo da tornare indietro verso il fiume.

Ora potremmo prendere il tram, ma Carlos dice che a questo punto tanto vale farsela a piedi.
“Ragazzi, ma da qui al centro saranno almeno 3 km” – dico io – “con lo zaino, non lo so…”
“Perché? Pensi di non farcela?”
Bè, se è una sfida allora va bene, l’accetto.
E così ci avviamo, mentre il sole inizia a calare su Sarajevo. Alla nostra destra scorre la Miljacka, in fondo intravediamo la sagoma del Ponte Latino, dove Gavrilo Princip sparò all’arciduca Franz Ferdinand, dando il via alla Grande Guerra. Ancora più in lontananza, scorgiamo i minareti delle moschee di Baš?aršija, il vecchio quartiere turco. Alcune case portano ancora i segni dei proiettili dei cecchini. Questa città mi sta già prendendo, e minaccia di non lasciarmi più.

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