India Discovery

di Irene Marcarelli –
TWO roads diverged in a yellow wood,
And sorry I could not travel both
And be one traveller, long I stood
And looked down one as far as I could
To where it bent in the undergrowth. 

INDIA DISCOVERY
(Chai coffee chai)

Gruppo Braccosvaldo (Show)
agosto 2007

Interpreti (in ordine alfabetico inverso)

Zumbina
Zampa
William
Paoletta Chowmein
Moskino Bacillo
Martina Ermione
Guru
Er mutanda (Nnam’a’stè)
Catarì
Calcolo cazzo
Brigida
Biondina
Beretta
Andreone Shantaram
Adder
Armigera professoré

Irene Marcarelli

TWO roads diverged in a yellow wood,
And sorry I could not travel both
And be one traveller, long I stood
And looked down one as far as I could
To where it bent in the undergrowth.

9 Agosto 2007 giovedì
In realtà per me è l’8 agosto notte perché sto sveglia da stamani e la giornata non è finita ancora all’alba delle 3; ho chiuso gli occhi un’oretta mentre Andrea è al mio pc ad ingannare il tempo. Ma i milanesi dicono che è il 9 mattina e allora mi arrendo ma non sono convinta. Alle 3 circa arriva pure Stefano, il terzo romano che già avevo conosciuto perché doveva convincermi ad iscrivermi a questo viaggio. La sua faccia mi aveva fatto sorridere dato che si era definito un “tipo losco” e a me era parso buono come un pezzo di pane.
Carini tutti e due gli uomini romani a venire a casa mia per prendere il taxi da lì alle 3.30. Sono completamente rintronata, mi vesto e fa ancora un caldo boia, chissà quando passa, ho la testa altrove dopo un pomeriggio movimentato da un incontro inaspettato e sconvolgente (in farmacia, poi!!!) ed una breve passeggiata nel parco ma il mio viaggio sta per cominciare, non posso farmi distrarre ancora! Diamine sto partendo, sono quasi in aeroporto e devo dimenticare la traduzione, Roma, il Convitto…e invece……..ecco lo sapevo, cominciamo: ho dimenticato la felpa a casa, bella ripiegata sul letto! Accidenti!!!! Mauro me l’aveva ripetuto mille volte, portati la felpa col cappuccio, vedrai che mi ringrazierai, io l’ho scelta, l’ho lavata, ricucita e poi l’ho lasciata sul letto…al gatto!!! Grrrrrrr!
Alle 4 in punto siamo in aeroporto ma Adriana, la quarta partecipante in partenza da Roma e in arrivo da Barcellona non c’è ancora…… Prendo io il suo passaporto dall’addetto di Avventure ma ecco che compare questa piccoletta dal viso simpatico: ci piacciamo subito e vai, ho trovato una compagna di viaggio tanto per cominciare.
Sono agitata-a agitata-a e ho sonno ma più che altro non mi pare vero che sto partendo per l’India. Ancora non lo realizzo. L’India di cui Mau e Iaia mi hanno parlato all’infinito, l’India dei Baba e dei santoni sul Gange, della spiritualità e della reincarnazione, degli elefanti per strada, l’India dove bruciano i morti ma non li piangono, dove la vita ha un altro valore, dove la morte ha un diverso significato, l’India dove imparerò a guardare al tutto da una prospettiva nuova, forse migliore……..
In effetti ci vuol tempo per raggiungerla: il primo volo ci porta a Francoforte e lì dobbiamo attendere 7 ore prima della partenza del volo per Delhi. Faccio un giro e penso che ero in questo aeroporto solo 5 mesi fa in gita coi ragazzi del Convitto, diretti a Berlino; prendo un Earl Grey (hai visto mai quando lo ribevo) e compro una maglietta rossa per sostituire la felpa dimenticata. Sento una specie di filodiffusione, sì è musica, italiana, è bassa bassa ma si sente dovunque io vada, al bagno, al bar, mi fa così strano…al bagno sento addirittura i Negroamaro, ma come è possibile??? A Francoforte!!! E poi la mia lentissima ricognizione mentale mi porta a capire il mistero: c’ho l’mp3 acceso nel marsupio da ore!!! Ok. Tutto sotto controllo! 🙂
Dormo un po’ su delle comodissime poltrone e si fanno le 13, ora dell’incontro col resto del gruppo in arrivo da Milano. Mi sembra di conoscerli ma non è così. Tutte le battute e le risate delle mail che ci siamo scritti per un mese prendono forma all’improvviso e sono finalmente associate a dei visi: eccola lì Vale, la siciliana con cui ho già fatto amicizia, ci abbracciamo come ci conoscessimo da sempre, e Adder con cui il rapporto epistolare è stato serratissimo, Stefania, Raffaella, Fabrizio cervello fugato (e sciroppato, dice lui) che scambio per Andrea non so perché, Andrea che prendo per Fabrizio, Daniela che mi dice: “finalmente ecco Ireneee” 🙂 – carina – Fabio ciuffo, Martina la piccola, MARCOOOO il mitico coord dalla faccia simpatica come me l’aspettavo, e poi qualcun altro che non sapevo nemmeno esistesse perché non aveva mai partecipato allo scambio di mail, id est Paola e Massimiliano. Mi viene da sorridere…ci guardiamo un po’ disorientati ma basta poco e ci mettiamo a parlare, a domandarci, a ridere mentre arriva la notizia di un ritardo di 7 ore del nostro volo. Partiremo in serata, dopo cena, ci danno i voucher e ci lasciano sbollire. Menomale che abbiamo molto da dirci ma per me è sempre l’8 e sta giornata mi pare stia durando un po’ troppo. Sono contenta, mi sembrano tutti davvero carini. Forse lo scambio di mail ci ha aiutati a ridurre i tempi di rottura del ghiaccio visto che abbiamo già argomenti in comune e ci sappiamo pure prendere in giro!
Si fanno le 22 con l’aiuto di una bottiglietta di Cabernet e si parte finalmente…finisco seduta tra Fabrizio e Andrea che mi fan morire dal ridere, non è possibile, sono dei personaggi! Fabri mangia qualunque cosa gli si porti e io e Andre lo prendiamo in giro. Lui non fa una piega. Il viaggio è tosto, non c’è aria condizionata e si suda da morire ma il sonno la vince e la nottata passa.

Sometimes I feel I’ve got to run away
I’ve got to get away
From the pain you drive into the hearth of me
The love we share
Seems to go nowhere………

10 Agosto 2007 venerdì
Atterraggio. Siamo sul suolo indiano, a New Delhi. Il primo impatto è con l’aeroporto, quindi ancora aria condizionata, gli indiani mi danno il benvenuto mentre esco in ricognizione in cerca di Mauro ma non lo vedo. Il gruppo attende i bagagli che arrivano tutti (e pensare che il mio me lo son portato in spalla per tutti i due giorni di viaggio), cambiamo gli euro in rupie (ci danno una quantità di lenzuola di carta che non entrano nel portafogli) e andiamo verso l’uscita: non è poi così male…cielo coperto e una sensazione di freddo su tutto il corpo….sì, freddo e ho capito solo dopo che era perché stavo iniziando ad evaporare! L’afa è talmente forte che annaspo. Ci attende un pulmino scassato ma sempre meglio delle aspettative perché ero preparata al peggio. Ventilatori sul tetto, madida di sudore guardo lungo la strada che conduce al nostro albergo a vecchia Delhi. Si trova in una stradina stretta, sporca, affollata, confusionaria, mille occhi che ci osservano e più di mezzora per capire a quali camere siamo destinati. Un’occhiata ed io e Adri decidiamo di diventare compagne di stanza. Sono sfranta, saranno una cinquantina di ore che funziono senza sosta, voglio solo dormire. La stanza fa pena, il water è incrostato non so di cosa e nemmeno Mastro Lindo ce la farebbe, puzza e le lenzuola sono chiazzate ma c’è l’aria condizionata e l’acqua corrente, mica male, in Africa questi lussi non me li sognavo nemmeno. Le pale sotto il soffitto girano senza sosta, l’aria condizionata è troppo forte e ci rinunciamo. Mi stendo pochi minuti e sento la voce di Andre che urla Ireeeeeeee: c’è Mauro al telefono e dopo mezzora me lo ritrovo giù con un sorriso a tutto tondo, in vesti indiane manco fosse un indigeno, che mi abbraccia ed esclama “La Marcarelli!!!” solo che io non capisco molto, sono mezza scioccata. È con lui che faccio il battesimo dell’India. Ne avrò un bellissimo ricordo. In tuktuk e poi in risciò mi porta in giro a vedere le cose più importanti di Delhi, Gate of India, la moschea, Red Fort, Connaught Place, Main Bazar, poi mi porta alla sua guest house e mi dà i regalini tra cui il diario in cuoio con i petali sui fogli che userò per tutto il viaggio. Cerca di convincermi a bere un banana lassi ma ne faccio solo un sorso e mangio un toast con marmellata, convinta di non toccare altro per il resto della vacanza… illusa.
Tutti girano in risciò o a piedi, trasportano cose sui carretti, vanno in tutte le direzioni, guidano come i pazzi, si urlano contro dai tuktuk e suonano i clacson all’impazzata come mi aveva detto Danilo. Ci hanno praticamente mollato a terra almeno tre volte dicendo che il posto dove dovevamo andare era troppo lontano. Non se ne fregano nulla di nessuno, l’ho già capito. Qui la sopravvivenza è la sola priorità. Ed ecco i primi contrasti: Nuova Delhi è fiorita di giardini curati, grandi alberghi, strade larghe, macchine nuove. Una bambina secca come un chiodo e il visino sporco di nero fa le contorsioni in mezzo al traffico e ci guarda con immensi occhi tristi: è bellissima. Old Delhi invece è un dedalo infernale di viuzze piene zeppe di gente che va in tutte le direzioni senza alcun ordine apparente, uomini, bambini, donne, vecchi, mucche, capre, il tutto è assordante, ti disorienta, ti fa venir voglia di urlare basta e ti tappi le orecchie, lo smog è asfissiante, la gente varia e colorata, tutti sono in movimento perenne ma non ti perdono d’occhio, ti fissano senza discrezione. I sensi sono anestetizzati: la vista dal viavai incessante, l’olfatto dal fortissimo olezzo di merda, spezie e frittura, l’udito dal folle clacsonare e dal vociare di centinaia di esseri, la bocca impastata dall’umidità e dalla polvere. Le case a vecchia Delhi sono fatiscenti, coperte da un groviglio inestricabile di decine e decine di fili del telefono, della corrente, dell’illuminazione stradale e chissà cosa altro. I bazar sono un’esplosione di colori e odori di spezie e incenso.
È come stare in una sauna, sono di nuovo fradicia e mi rituffo sotto la doccia dell’albergo. Mauro mi saluta ed io mi sento un po’ spersa. Sono contenta di averlo visto ma non voglio perdermi il gruppo. La cena all’Ajanti mi rifocilla: veg thali, riso bianco, dhal e roba piccantissima che mi fa lacrimare. Ma ho fame!!! Mi piego dalle risate con Andre e Filippo poi finita la cena troviamo la forza di raggiungere Mauro alla sua guest house per farci una fumatina. A ritorno scansiamo la gente che dorme in terra per strada e crolliamo in albergo non senza due chiacchie con Adri. Ho resistito 60 ore senza dormire: sono un mito!

Oh Signore dell’Universo ascolta questo figlio disperso
Che ha perso il filo e che non sa dov’è e che non sa nemmeno più parlare con te
Ho un Cristo che pende sopra al mio cuscino
E un Buddha sereno sopra il comodino
Conosco a memoria il cantico delle creature
E ho massimo rispetto delle mille sure del Corano
C’ho pure un talismano che me l’ha regalato il mio fratello africano
ed io lo so che tu da qualche parte ti riveli
che non sei solamente chiuso dietro ai cieli….

11 Agosto 2007 sabato
Ho dormito circa 9 ore, mi sento un’altra. Colazione europea e poi si affronta Delhi. Il gruppo già si scinde, io resto con Andre e Adriana e ce ne andiamo al mercatino di Dilli Haat. Carino, tranquillo e ordinato, un’oasi nel caldo atroce cui prima o poi ci abitueremo…è quello che continuo a ripetermi. Questione di abitudine. Io bevo, bevo e bevo, qualunque cosa. Ma non facciamo mai pipì, la sudiamo tutta!!!! Ad un certo punto ci ritroviamo con una buona parte del gruppo e insieme andiamo al museo di Gandhi. Andre prende a litigare coi tipi dei risciò e dei tuktuk, ne ha fatto oramai una questione di principio. Mi pare di conoscerli da sempre questi compagni di viaggio ma ci sto insieme solo da tre giorni…come si spiega questa cosa? Dal museo andiamo alla Moschea, saliamo sulla torre per ammirare Delhi dall’alto…eh sì, non c’è che dire, è davvero un labirinto infinito di case e strade e gente. Camminiamo poi per ore fino a tornare all’albergo e prima di andare a cena dove sta Mauro ho la visione di Andre e Marco in mutande. Chi ben comincia…. 🙂
A cena da Mau aspettiamo due ore, ho una fame che non ci vedo e ad un certo punto propongo al cameriere di aiutarlo a servire! Prendo l’acqua e la porto in tavola ma per il cibo non c’è speranza, i polli che abbiamo ordinato saranno andati a recuperarli ancora vivi e i tempi indiani sono decisamente più lenti di quelli africani, cosa da non credere. Il perché è semplice, questione di velocità di apprendimento e logica….la dico tutta?? Intanto si chiacchiera e si ride, Adriana e io ascoltiamo gli uomini parlare di oriente, Thailandia e sto famoso body massage e poi passeremo la serata a ridere di questi maschi occidentali finti innamorati dell’oriente che litigano con gli autisti dei tuktuk per 50 rupie e poi vanno a dare 100 dollari a delle prostitute con la scusa di aiutarle a guadagnarsi da vivere. È evidente che c’è “qualcosa” di cortocircuitante e commovente nelle massaggiatrici piuttosto che nei biciclettari…
Dopo circa due ore arriva la cena: riso, lemon chicken, chapati in quantità, nan, verdure. Degli avanzi abbiamo fatto fare doggy bags e li abbiam portati in strada alle persone che dormivano sui gradini. Non mi sembravano però molto affamate……poi dicono che faccio sempre il paragone con l’Africa… Nanna per la seconda volta sotto la pala che gira, su un letto rovente. E’ notte. Ma in India non fa la differenza.

12 Agosto 2007 domenica
Sveglia ore 5.30, risciò per la stazione e partenza per Amritsar. 485 km per 7 ore. C’è anche Mauro con noi ma in un’altra carrozza. Ogni tanto fa capolino. Il treno è comodo, aria condizionata a palla, ci servono la colazione e il tè in un termos cui Adriana fa fare un triplo salto mortale con nostro grande terrore ma l’ustione è evitata! Io e Andre ci appisoliamo ascoltando i Negroamaro con le cuffiette e il viaggio vola. Andiamo verso nord, al confine con Pakistan, uno pensa vabbè farà meno caldo….macché. Scesi dal treno l’afa ci riassale, anche peggio di quella di Delhi. Pare un incubo. Tutto sotto controllo! Mi ripeto.
L’albergo qui però è più bello, ci portano in giro in un macchinone e abbiamo anche internet ma non riesco a spedire nulla. Il tempo di lavare qualche maglietta che si asciugherà al getto di air conditioning e si parte in jeep per Waghah al confine col Pakistan per assistere alla cerimonia del cambio della guardia. C’è un’indicibile quantità di gente che all’apertura dei cancelli, dopo un’ora di attesa sotto un sole cocente, si lancia in una corsa sfrenata che noi non comprendiamo. Cominciamo a correre trascinati dalla massa ma poi rallentiamo pensando ma dove cazz corriamo? Che ce frega, qua si muore ma tu guarda questi! Ci separano, gli uomini da una parte e le donne dall’altra, sono tutte vestite bene, sari coloratissimi, bracciali, terzo occhio che non ricordo mai come si chiama, ah sì, tika, l’occhio della mente….mah! Ci lasciano in attesa ancora mezz’oretta e l’umidità è così forte che abbiamo i vestiti zuppi, si possono strizzare, io e Stefi ci sentiamo venire meno e abbiamo la sensazione di volerci addormentare. Non si respira, siamo in mezzo a centinaia di persone, uno addosso all’altra, è un incubo. Finalmente inizia la cerimonia, dei bambini corrono con le bandiere in mano, altri ballano, il presentatore urla in continuazione Industan! e il pubblico risponde qualcosa di incomprensibile a voce sempre più alta allora io guardo Stefi e faccio Industan??? Lei mi risponde Indaram!!!! Napoli e Torino hanno stabilito il gemellaggio. Così iniziamo a ridere e la smetteremo praticamente a fine viaggio dopo un mese, ripensando a questi pazzi che si esaltano per nulla. Il confine con il Pakistan è segnato da una cancellata presidiata da soldati armatissimi, lanciamo un’occhiata e finalmente ce ne andiamo, dopo l’esperienza più sfiancante di tutto il viaggio in India! In jeep cambio la maglietta fradicia e si va direttamente a visitare il Golden Temple.
Oramai il sole è tramontato ma il tempio è tutto d’oro e illuminato, in mezzo ad uno specchio d’acqua, uno spettacolo mozzafiato. Incontro Mauro che ci aspettava dal pomeriggio, mi dice che è bellissimo, che ha fatto tutta la fila per entrare e a breve partirà in bus verso il Ladak. Mi dice di coprirmi la testa e togliere le scarpe, poi mi saluta con un sorriso ripetendo che lì in India non ci si può abbracciare né baciare e anche qui avrei da ridire – tipo che se si può cagare in pubblico che male c’è nello scambiarsi un abbraccio?? – ma l’energia è scarsa (qui nessuno mi abbraccia) e mi serve per sopravvivere fino all’albergo. Rinuncio alla fila per entrare al tempio, lo ammiro alla luce del tramonto e della luna ma nemmeno qui riesco ad immedesimarmi nel misticismo indiano, così con Andre, compagno di stanchezza e chiacchiere, ce ne torniamo a fare pappa e nanna.

Il viaggiare in treno o in nave, su grandi distanze, mi ha ridato il senso della vastità del mondo e soprattutto mi ha fatto riscoprire un’umanità, quella dei più, quella di cui uno, a forza di volare, dimentica quasi l’esistenza: l’umanità che si sposta carica di pacchi e bambini, quella cui gli aerei e tutto il resto passano in ogni senso sopra la testa……d’un tratto sono costretto a riguardare il mondo come a un intreccio complicato di paesi divisi da bracci di mare che vanno attraversati, da fiumi che vanno superati, da frontiere per ognuna delle quali occorre un visto…spostarsi non è più questione di ore ma di giorni, di settimane……il treno, con i suoi agi di tempo e di spazio, rimette addosso la curiosità per i particolari, affina l’attenzione per quel che si ha intorno, per quel che scorre fuori del finestrino….sui treni l’umanità con cui si spartiscono i giorni, i pasti, la noia, non la si incontrerebbe altrimenti e certi personaggi restano indimenticabili……un paese è anche tutta una sua diversità e uno deve pure avere il tempo di prepararsi all’incontro, deve pur far fatica per godere della conquista… (Tiziano Terzani)



13 Agosto 2007 lunedì
Ore 8.15 treno di ritorno a Delhi. Più di otto ore nel nostro primo vero treno indiano…Senza aria condizionata, con i ventilatori a manetta sul soffitto, un puzzo indecente e un caldo appiccicoso che non ci ha mai dato tregua. I treni hanno la prima e la seconda classe, la differenza è un po’ quella che c’era sul Titanic: la prima classe costa mille lire, la seconda cento, la terza dolore e spavento…. Poi ci sono i vagoni letto che costano un po’ in più e prevedono la prenotazione dei posti con nome, cognome ed età. Al momento di salire sul treno, vedrete un foglio di carta fissato su ogni carrozza che riporta i dati dei passeggeri e a fianco di ciascuno il numero di “cuccetta” che gli è stato assegnato!
Il viaggio è movimentato dai primi vis-a-vis per incomprensioni a causa di Cirano e Cristiano. A me Cristiano non è mai stato antipatico anche se l’idea di trovare un Cirano poetico, tormentato ed intelligente mi alletta decisamente di più…anyway l’incomprensione è chiarita e gli animi si placano. Da oggi avrò, forse, un amico in più. Così il viaggio passa con i due compagni di stanza più strani che potevano essere creati dalla contingenza: Guru, con la sua estrema pazienza e comprensione (è per questo che gli ho dato tale soprannome), e il silenzioso ma inflessibile Adder.
Arrivati a Delhi siamo stremati, prendiamo due stanze all’Amax Inn per una doccia veloce e poi torniamo a cena all’Ajanta dove mangio un ottimo e tenero pollo al limone. Ho provato una sensazione davvero inaspettata: stavolta, nonostante l’afa, Delhi mi sembra familiare ed accogliente, già “casa”…dopo cena vado da sola in albergo e quella strada affollata e rumorosa non mi fa più paura, anzi sorrido alla gente che mi guarda e mi saluta mentre io rispondo namastè col ghigno soddisfatto di chi si sorprende di se stesso! È bellissimo. Ci resterei un altro giorno invece ci attende il treno notturno per Jodhpur: 623 km in 12 ore. La corsa alla stazione di Old Delhi è spettacolare, il tassista per poco non ci manda al creatore e i ragazzi sull’altro tuktuk bucano e arrivano pelo pelo. Siamo stranamente tutti pieni di adrenalina ma sul treno crolliamo ed io dormo incredibilmente dopo essermi sistemata il sacco lenzuolo e il cuscinetto gonfiabile. Non ho nemmeno sentito Adriana che è stata con male alla pancia nè Andre che le prestava soccorso.

14 Agosto 2007 martedì
Io comincio a star male al mattino presto. Accidenti, mi ha preso il virus maledetto. L’arrivo a Jodhpur sarebbe stupendo senza questi crampi che mi tormentano. Avevo letto sulla Lonely che il Rajasthan è un posto dove non piove mai, per questo non c’è umidità. Una brezza tiepida ci accoglie appena scesi dal treno e non ci pare vero: si respira!!! L’albergo è bellissimo, tipico stile rajasthani, tappeti, tende, copriletto in tinte calde, finestra tutta arzighirigorata, con pendagli e specchietti, bagno grande, pulito, tutto arancione per i miei primi sofferti e interminabili attacchi di diarrea indiani. 🙂 C’è pure la carta igienica, ho tutto ciò che mi serve e le prime 3 ore a Jodhpur me le passo così. Sia ringraziato Ganesh per il venticello, però! Tutti escono mentre io e Adri ci aspettiamo. Lei sta un po’ meglio, io mi riprendo e ce ne andiamo al centro. La città vecchia è un luogo incantato con stretti vicoli, antiche magioni di ricchi commercianti e medievali cisterne per l’acqua. Le case sono colorate di azzurro, una volta erano le case dei bramini le sole ad essere azzurre, le stradine sono piccole, c’è poca gente e qualche mucca, l’atmosfera è decisamente più rilassante di quella di Delhi e possiamo girare in gruppi ma ci ribecchiamo sempre. Le affollate botteghe del Sadar bazar nei pressi della Torre dell’Orologio vendono il meglio dell’artigianato locale, tra cui stoffe e bracciali in vetro. Acquistiamo pashmine, copricuscini, tessuti, decine di bracciali. Alle 14.30 abbiamo appuntamento per andare alla fortezza. Massi ha la febbre alta ma non rinuncia e Andreone pure, io e Adri ci trasciniamo. Siamo i primi del gruppo a subire i colpi della maledizione indiana ma non dimentichiamo ciò che ha detto il coord all’inizio del viaggio: “I morti non si lasciano indietro, devono seguire il gruppo!” e decidiamo di raggiungere il forte Meherangarh ma in tuktuk con Massi.
È un palazzo molto bello, panoramico sulla città azzurra a 122 metri di altezza, le sue mura quattrocentesche sono intatte, intervallate da porte massicce e cortili collegati tra loro. Ci inerpichiamo, passiamo da un cortile all’altro, ammiriamo antiche portantine ed oggetti vari esposti nelle sale. La debolezza spinge me ed Adri a tornare in albergo e lì ci concediamo un sacrosanto massaggio ajurvedico di circa un’ora. Le foto che Paoletta scatta mentre io e Adri siamo stese sul letto sono oggetto di qualunque tipo di offerta ma la nostra reputazione non è mai stata messa a repentaglio! 🙂
A cena sulla terrazza siamo accompagnati da musica e danza per festeggiare l’indipendenza indiana. Sto lì ed osservo la bambinetta ballare. Avrà 10 anni e si muove come una donna. Qui è tutto diverso da come me l’aspettavo. Questo è un viaggio di persone più che di luoghi. Sono le persone qui che mi attirano: sono troppe. Le folle predominano, coprono il resto, il rumore assordante mi impedisce di concentrarmi sugli aspetti nascosti, i forti e spesso malsani odori misti all’afa mi stordiscono e non mi permettono di rallentare il mio ritmo, tutto è molto affannoso…

15 Agosto 2007 mercoledì
Ore 7.30 sveglia e partenza per Pushkar con bus pubblico, 230 km per circa 5 ore. La pancia va meglio a parte qualche crampo. Un indiano si siede vicino ad Andre, ha tutto lo spazio ma gli si avvicina sempre più, in maniera incredibilmente comica, praticamente gli si spalma addosso, allora Andre si gira e gli urla: ONE SEAT, ONE PERSON! Alla faccia della filantropia! Ma c’ha ragione, cazzo! Possibile che questi indiani ti si spiaccichino addosso senza alcun pudore?? E su!!!! Il viaggio è abbastanza tranquillo e folkloristico, chiacchiero con Valeria che è un po’ insofferente e ci fermiamo in posti polverosi, tra caldo e puzzo, dove le persone cercano di venderci roba da mangiare, fritture, frutta, anacardi. Oramai sogniamo gli spaghetti al pomodoro e abbiamo le “allucinazioni gastronomiche”!
Arriviamo a Pushkar alle 15 circa, sembra un posto di campagna, la strada è sterrata, ci sono solo vacche e carretti, niente automobili, né risciò perché è praticamente un morso, un paio di stradine e tanti negozietti. Fa caldino, l’hotel è molto alla buona, ma le stanze danno tutte su un giardino e poi è arioso e ci siamo solo noi. Facciamo subito un giro al lago sacro per gli Indù, consacrato al dio Brama, creatore del mondo. Qui si viene in pellegrinaggio per morire o rinascere, vediamo i primi ghat (scalinate) e assistiamo alle preghiere e alle abluzioni. C’è un’infinità di cacca di mucca sui gradini ma loro ti impongono di toglierti le scarpe, prendere una manciata di fiori e scendere sulle rive dove dei falsi bramini ti fanno una specie di benedizione. Ci sono anche le scimmie, che saltano dovunque, vorrei fermarmi ad osservare la gente ma il gruppo riparte a piè veloce per visitare il resto del paesino. Non ce la faccio, stavolta ho bisogno dei miei tempi. Stiamo facendo le corse ed io non riesco a sentire e a respirare l’atmosfera dei posti, tutto quello che mi sta rimanendo impresso sono i treni e i bus! Eh no, così non va bene. Rallento il passo e resto indietro, da sola. Finalmente. Cammino con lentezza guardandomi intorno e fermandomi ad ogni metro: la prima sosta è per un chai, il primo preso per strada; il tizio lo prepara davanti ai miei occhi, fa bollire l’acqua poi ci versa delle foglioline di tè e continua a far bollire, mi chiede se ci voglio il latte ed io gli rispondo che lo voglio black, ci mette un po’ di zucchero e me lo serve in un bicchierino alto si e no 3 dita (in orizzontale!) ma davvero cocente e profumato! Me lo gusto camminando, parlo coi mercanti di argento per capire il prezzo dei gioielli, guardo i vestiti e le gonne lunghe, arrivo al tempio Indù tutto colorato e ne visito le stanze sotterranee. Me la godo, ho bisogno dei miei tempi, non trovo facile sottostare a tutti gli orari e alle corse, vorrei tanto che tutto fosse più rallentato, più riflessivo…trovo un internet point e per la prima volta scrivo a casa. C’è una mail di Mau, dice che è al confine col Pakistan e che lì l’atmosfera è tesa. Mi dice che è stato felice di vedermi a Delhi….beh, pure io. Per quanto ho potuto. Mi fermo in una “boutique” e acquisto diverse gonne e casacche, qualche sciarpa e una borsetta. Mi vestirò all’indiana da oggi in poi. Magari riuscirò a sentirmi più vicina alla loro mentalità e cultura…vediamo. Però come puzzano sti vestiti…ma che è??? Ok, puzzerò pure io, forse già puzzo da tanto e non lo sento. Puzza comune mezzo gaudio.
Ceniamo su una terrazza con panorama sulla piazzetta della frutta e verdura, mangiamo benino e ci scambiamo le pietanze per provarle tutte (scambiandoci anche i bacilli!). Dopo cena altro giro per il paesino e sul lago. Io, Andre e Adri troviamo un “santone”, a petto nudo, magro e dal pelo bianco. Ci dice che ha 82 anni e che lui è sempre vissuto lì, a Pushkar. Ad un certo punto tira qualcosa fuori dalla borsetta a tracolla, da mostrarci: è un cellulare, di cui va orgoglioso. Eh sì, anche il santone ha bisogno di contattare qualcuno ogni tanto, magari scrive gli sms a qualche reincarnato. Ma non è un fatto isolato. Qui vestono di stracci, mangiano solo riso ma tutti hanno almeno un cellulare e sempre all’orecchio, ogni minuto, che ti chiedi con chi cavolo hanno da parlare e di cosa!!! Sì. Lo so, anch’essi avranno le loro cose da risolvere, per carità, ma giuro che i contrasti e le dissonanze nella loro vita, o meglio, in come la loro vita ci appare, sono davvero eclatanti.
Torniamo all’albergo e ci mettiamo in giardino a pianificare la giornata di domani. Il gruppo si scinde per la prima volta: Guru, Adder e Stefania andranno a Jaipur in mattinata mentre il resto li raggiungerà a sera. Io ovviamente nemmeno ci penso a partire, anzi, resterei un altro giorno qui, più che volentieri! Intanto ci facciamo due risate con Stefano che pulisce il chilum e Andreone che si preoccupa per la cenere “che qua poi pensano che gli abbiamo ammazzato il nonno!” Adriana sfotte Andre che dice di volersi “integrare” tra gli indiani ma poi in bus si mette col cuscino per il collo, l’mp3 nelle orecchie e proclama il “one seat, one person”. Ci ammazziamo dalle risate e poi andiamo a nanna. Buonanotte con Imodium.

16 Agosto 2007 giovedì
Risveglio lento. Prima colazione in giardino con tè e biscotti e seconda colazione in un localino con Raffaella e Valeria. Giro un po’ con loro e compriamo degli oggetti in argento. Non li vendono certo a poco prezzo o forse noi non siamo brave a contattare ma sono belli, specie i ciondoli e gli anelli. Camminando mi imbatto in una donna con un bambino piccolissimo in una sacca a tracolla. Mi dice che ha 26 anni e che quello è il suo quinto figlio. Le chiedo se è felice per i suoi figli, io non ne ho nemmeno uno, e lei mi dice di sì, che ha una bella famiglia ma ha fame…..mi prende sottobraccio e mi porta verso una di quelle bancarelle che vendono del cibo che io non ho mai saputo identificare. Arrivano altre tre o quattro donne. A quel punto mi sento in imabarazzo, bianca riccona, le lascio una bella banconota e la saluto dicendole di comprarsi ciò che vuole. Mi allontano pensierosa…non saprò mai cosa davvero pensa e prova una donna indiana in quelle condizioni. Ma non riesco a non invidiarla, per essere madre.
Pranzo al Baba con riso e limone. Giuro che non ne posso più. Partenza ore 15 per Jaipur, in bus, circa tre ore, in “autostrada”, con tanto di sosta ad un “area di servizio” (mi viene da ridere ma giuro che non so come definirla) e dietro ai camion che ci superano lungo il tragitto noto che c’è scritto HORN PLEASE. Suonare per favore. Clacsonare. Questi sono pazzi! Continuo a ripetermelo: sono matti. C’è un inquinamento acustico che fa concorrenza ad un girone dell’inferno dantesco, unito allo smog e ai fumi che ti si appiccicano addosso al punto che ogni qualvolta io e Stefi ci passiamo una salviettina umidificata su viso e braccia (ogni dieci minuti :)) si fa nera, ma dico nera, puntualmente. Chissà cosa hanno nella testa questi indiani, che meccanismi mentali per ritenere regola fondamentale della strada quella di suonare tutto il tempo per avvertire della loro presenza? Mi sforzo ma più li guardo e meno li capisco. Ma poi, è necessario che io li capisca? E soprattutto: è possibile???
Arriviamo a Jaipur e la scena muta completamente: ci sono i vigili, i semafori, strade larghe ma si clacsona lo stesso! Ritroviamo gli altri all’hotel dove depositiamo i bagagli e prendiamo un tè divorati dalle zanzare, mentre i pionieri ci raccontano di quello che hanno visto di Jaipur. Coi tuktuk andiamo a cena in un ristorante turistico fighetto dove mi piego dalle risate con Guru e Massi; ci dirigiamo poi in stazione in attesa del treno per Agra che arriva con un paio di ore di ritardo, ore da incubo. Sarà per il mal di pancia che si acuisce sempre più ma non credo di aver mai visto in via mia posto più lurido della stazione di Jaipur. La puzza è insopportabile, il caldo appiccicoso, la gente dorme in terra tra merda e sputi, i topi sono decine, scorazzano tra i binari e poi si avventurano in mezzo ai viaggiatori e alle valigie poggiate in terra. Sono stanca e disgustata e quando il treno arriva crollo per tre ore per essere svegliata da Massi alle 6.30 alla stazione di Agra. Chai coffee chai! Chai coffee chai! È il primo suono che si sente al riaprire degli occhi quando ti svegliano in un treno in indiano….tacci loro.

17 agosto 2007 venerdì
Ore 7 tuktuk per l’albergo di Agra. Sto male, Andre e Massi mi aiutano con lo zainone ma oramai sono a pezzi, fisicamente e psicologicamente. Mi decido e inizio l’antibiotico. Mangio due biscotti col tè seduta al tavolino nel giardino dell’albergo, c’è una afa tremenda, mi butto sul letto, piango un po’ e mi addormento maledicendo l’India, gli indiani e le persone che mi hanno detto bene di questo paese assurdo. Ma che cacchio gli diceva la testa? Al risveglio mi sento meglio e sono più calma. Evidentemente l’antibiotico ha già fatto effetto e per la prima volta dopo giorni non ho i crampi allo stomaco.
Qui c’è anche il laundry service così ci facciamo lavare un po’ di magliette e pantaloni che ormai camminano da soli. Sorrido ad Andre e mi preparo per andare con gli altri a Vrindavan: un’ora e mezza di viaggio in un bus pubblico, seduta con Stefi su uno strapuntino accanto all’autista che strombazzava senza pietà tanto che ho dovuto placare le palesi tentazioni omicide di Stefi. Grondavamo sudore a secchiate ma alla fine di una specie di autostrada attraversata da mucche ( a volte invece sono stese sulla carreggiata a farsi un riposino) arriviamo al tempio delle vedove. Queste sciagurate, per la sola colpa di essere sopravvissute ai loro mariti, vengono ripudiate dalle famiglie e costrette a vivere di preghiere ed elemosina, ai margini della società. Sono tutte sedute in terra e cantano, ricoperte da veli bianchi, avvolte in sari bianchi anch’essi, sono davvero tante, private di ogni dignità e qualsivoglia diritto. Il tempio è bello ma non riusciamo a capire cosa faccia la gente, il significato dei loro gesti ci è oscuro. Una mucca ruba la banana ad una scimmia che resta interdetta ed anche un pelo spaventata. C’è un tizio con un serpente nel cappello, è il primo che vedo e appena lui lo punta verso di me inizio a fuggire, come la scimmia dalla mucca! 🙂 Mi sento meglio, gli altri se ne accorgono e mi fanno battutine e sorrisi. Son contenta, per colpa della mia devastazione fisica non ero ancora riuscita ad estrinsecarmi. Ce la farò?
Torniamo ad Agra al nostro hotel Sheela dove ci riuniamo al resto del gruppo per la cena, la divoriamo e poi vado in stanza di Fabri e Filippo, con Stefano e Stefi per due risate e un fumino. Poi a nanna nella stanza sauna dove Andre è già a pancia all’aria.

Per molti giorni, per molte miglia,
con molte spese, per molti paesi,
sono andato a vedere i monti,
sono andato a vedere il mare.
Ma a due passi da casa,
quando ho aperto gli occhi,
non ho visto
una goccia di rugiada
sopra una spiga di grano. (Tagore)

18 agosto 2007 sabato
Ore 5.30 sveglia per andare al Taj Mahal. Alba, brezzolina, antibiotico. Sono di buonissimo umore, 3 minuti a piedi dal nostro hotel e siamo all’ingresso del Taj Mahal. È bellissimo, maestoso, mi dico che sì, ora vale la pena esser venuti fin qui, anche solo per questo e Fabrizio mi legge nel pensiero. Gli intarsi nel marmo bianco, i ricami di fiori, le incisioni, tutto spinto verso il cielo, sempre da guardare a testa alzata. C’è poca gente, ce lo giriamo tutto in un paio d’ore, i giardini e le fontane in cui si rispecchia il tempio sono bellissimi, lo fotografo da ogni angolo, con le nuvole, col sole, riflesso nell’acqua, poi ci sediamo a terra a riposare, guardando il fiume e ci sentiamo leggeri…..non abbiamo bisogno di parole, siamo tutti lì, uno accanto all’altro, e stiamo bene…insieme. Sarà perché è un monumento all’amore, perché è imponente ma fa effetto. Per la prima volta sono emozionata. E per la prima volta sento il gruppo unito.
Torniamo allo Sheela per una lauta colazione e poi prendiamo i risciò per l’Agra Fort. Si tratta di un insieme di residenze reali dentro le mura, molto belle, fotografo una fanciulla bellissima, vestita di nero e argento, che cammina a passi leggeri come se fosse lì lì per salire sul tappeto volante del suo principe. Un’oretta e anche il Forte è nostro, visitato, divorato, adesso abbiamo fame di altro e decidiamo per il piccolo Taj Mahal, dall’altra parte del fiume. Prendiamo i tuktuk stavolta, abbandonando i romantici fantastici risciò, e passiamo sul ponte di ferro che unisce le due parti della città di Agra. Su di noi passava un treno merci con un assordante rumore di ferraglia, i nostri tuktuk si incrociavano, tra la polvere, con moto, carretti trainati da buoi, gente a piedi, risciò, e tutti addosso a tutti, in un tripudio di vita senza riposo per occhi ed orecchie. Bellissimo. Eccitante.
Il piccolo Taj Mahal è una piccola meraviglia di marmi intarsiati, cupolette, finestre ricamate con motivi arabeggianti da cui filtra la luce, che tanto mi affascinano e mi fanno pensare alla tristezza degli occhi che potevano gettare uno sguardo sul mondo solo attraverso quei fori.
Altro tuktuk, si riattraversa il ponte della meraviglia e ci si rimette in viaggio. Alla stazione di Agra facciamo volare dei palloncini e vediamo alzarsi in salti e sorrisi anche i bimbi fino a poco tempo prima seduti sui binari. Il treno per Jansi ha l’aria condizionata e si viaggia da Dio, ops da Shiva. Arrivati a Jansi due jeep ci raccolgono per portarci all’albergo di Orcha. Un’oasi in mezzo al verde, vicino ad un fiumiciattolo, ma non hanno stanze e siamo costretti a prendere delle multiple così finalmente finisco in stanza con le femminucce, nella fattispecie Daniela, Stefi e Paoletta…apriti cielo! Abbiamo riso e spettegolato per ore sugli uomini del gruppo prima di crollare dal sonno.

19 agosto 2007 domenica
Sveglia ore 8, colazione e giro per Orcha tranne Zumbina che ha la febbre alta. Orcha è immersa in una fittissima vegetazione, l’affollamento di Delhi e Agra è lontano anni luce. Il palazzo reale è un dedalo di stanze, cunicoli, scale che salgono e scendono tra i vari livelli, da una guglia all’altra, mi sembra di essere, anzi sì, sono in una litografia di Escher, è davvero incredibile, lo percorro in ogni anfratto per scoprire altre vie, è enorme, Guru dice di andare a visitare anche l’altra ala ma io credevo fosse un albergo e invece no, il palazzo continua, Fabri dice che io dò ragione ai matti e allora penso che se sento di essere in un disegno di Escher non posso che essere matta.
Nella piazzetta di Orcha ci sono tanti vecchietti figli dei fiori 🙂 con abiti coloratissimi, seduti in terra che fumano e suonano, cantano e chiedono la carità. C’è molta umidità, si respira a fatica. Lo so, non è una novità. Torniamo all’hotel e alle 15, dopo aver tirato Adriana febbricitante e vomitante giù dal letto, arrivano le jeep che devono portarci a Khajuraho. 5 ore e mezza di viaggio per 290 km con tanto di foratura di gomma ma è stato davvero piacevole, ho finalmente provato la sensazione del viaggio dello spirito, del silenzio ( a parte il mio mp3 nelle orecchie). La strada è un sentiero nel verde, il cielo è grigio piombo, le nuvole, nere e veloci, sono cariche di pioggia che inizia a venir giù proprio quando ci fermiamo su di un ponte a guardare un’enorme diga sul fiume. Giù, sotto il ponte, qualche centinaio di metri sotto di noi, ci sono due ragazzini che camminano lungo il greto del fiume. Ci guardano e sorridono. Ci rimettiamo in jeep giusto in tempo per evitare il nostro primo monsone. E pensare che prima di partire questa parola mi faceva così paura! È pioggia, viene giù fitta e violenta ma è solo pioggia, che al riparo puoi osservare con serenità, perché ha un suo fascino intenso, è bella la pioggia quando ti avvicina il cielo che si abbassa sempre più.
Ma poi smette. E noi buchiamo, un’altra volta. Ci fermiamo, facciamo la riparazione. Mancano 33 km a Khajuraho, quando la jeep che ci precede frena di colpo e qualcuno si accorge che è volato giù un bagaglio. Indovina? Era il mio zaino!!! Caz, se Andre non se ne fosse accorto avrei passato il resto della mia vacanza con le stesse mutande. Sai che strizza! 🙂 Invece anche questa è superata. Tutto sotto controllo!
Ore 21 arriviamo al Payal Hotel, Adri ha la febbre alta, Stefano sta maluccio, faccio la spola tra ristorante e camere, arriva il medico, mangio qualcosa e spero di crollare ma siamo immersi nella campagna e delle stramaledettissime zanzare, assieme a degli strani animaletti neri (ne sono migliaia) mi fanno passare una tremenda nottata in bianco. E la chiamano vacanza!!!!

20 agosto 2007 lunedì
Ore 7.30 colazione e alle 9 appuntamento con la guida per visitare i templi di Khajuraho in una specie di Valle dei Templi agrigentina. Stamattina fa davvero troppo caldo, la pioggia di ieri ha creato un’umidità estrema, abbiamo k-way e ombrello e invece spunta un fortissimo sole che ci abbrustolisce tutti! Massi ha la calotta spelacchiata, io il viso bordeaux, anche Raffa è bruciacchiata. Ma resistiamo ammirando le sculture dei templi indiani. Quanto me li sono immaginati, anzi ci pensavo ma non riuscivo ad immaginarmeli, conoscevo quelli tibetani ma mai e poi mai avrei potuto pensare che non ci fossero altro che rappresentazioni del Kamasutra! La guida tutta compresa nel suo ruolo ci descrive ogni singola posizione, parlando di coniugare il piacere fisico e il nirvana, spiegandoci dei vari dei e delle loro caratteristiche ma non riusciamo a restare seri molto a lungo, è inevitabile che scatti la serie di battutine e risate sotto questo sole nefasto, in cerca della tanto anelata spiritualità indiana. E scusateci ma proprio non se ne può più! Diciamocela tutta. Qui di spirituale c’è davvero poco ed io continuo a pensare a quando Mau mi diceva che non ci si può abbracciare. Eccerto!!! Hanno i templi con tutte le statuine in fila indiana (ecco perché si dice così!!!!) capre, tori, uomini, eunuchi, donne, elefanti, cani e chi più ne ha più ne metta, tutti uniti l’uno all’altro, in qualche modo, senza soluzione di continuità. Mi sono spiegata??? Se non altro realizzo che c’è sempre da imparare, che lo yoga serve e che posso essere sulla buona strada per raggiungere il Nirvana. 🙂
A pranzo diventiamo un po’ più materialisti e al Mediterraneo (che non abbandoneremo mai per tutti e tre i giorni a Khajuraho) mangio farfalle al burro, limone e pepe e uno strepitoso strudel di pasta frolla, uvetta, mandorle e mele che mi fa rinascere, sorridere, godere, sognare. Riprende a piovere, mi fermo all’internet point e poi torno in hotel con un risciò di un vecchietto secco secco, senza forze, denutrito. Mi prega di accompagnarmi ed io penso che meglio me, leggerina, pur se dopo quella magnata, che qualcun altro. Zampa invece se la sta facendo a piedi e nel vedermi passare mi dice che sembro la principessa Sissi. Io oggi ho deciso di trattarmi bene. In albergo, assieme a Valeria, Paoletta e Adri, mi concedo un massaggio rigenerante. L’albergo offre il servizio massaggiatore, peccato che il tipo non sia altri che il giardiniere, il facchino, il factotum dell’hotel. Che vuoi fare, rinunci al massaggio e fai il difficile? Ma no. Loro si arrangiano per vivere e te glielo fai fare.
Fine serata a giocare a scopone scientifico con Fabri, Adder e Massi. Io e Fabri recuperiamo un 14 a 3 ma poi la rivincita la perdiamo. Sorso di pessimo rhum e nanna.

21 agosto 2007 martedì
Ho dormito come un ghiro, finalmente. Colazione e sistemazione bagaglio e via! Io, Stefania, Stefano, Bacillo, Guru e Paoletta prendiamo le bici e partiamo alla scoperta del villaggio e delle campagne di Khajuraho. Era così tanto che desideravo andare in bici e questo giro è bellissimo: piccoli sentieri dissestati, capre, donne con vasi in testa, bimbi che ti inseguono, insidiose piramidi di letame di vacca, pozzanghere di liquami vari, ragazzi che ti tormentano per farti entrare nelle loro botteghe, ponticelli improvvisati su corsi d’acqua. Dopo un’oretta inizio ad accusare il colpo. Fa caldo, non ho fiato e mi fanno male le gambe, ma loro vanno, vanno, accidenti son vecchia e fracica io o cosa? Ma reggo, mi piace troppo, un’altra ora fino a che non scoviamo altri templi e ricomincia a piovere.
Torniamo in albergo per la doccia, il tempo di chiudere lo zaino e corro al Mediterraneo per la pappa italiana: fettuccine al limone e nan al prosciutto. Fuori c’è il solito vecchietto che mi aspetta, ieri gli ho dato un bel po’ di rupie e lui mi ricorda. Bene, mi porta in hotel giusto in tempo per scansarmi un sonoro temporale. Gli lascio 100 rupie (una corsa ne costa 10 o 20) e lui mi chiede qualche moneta di euro per sua moglie che fa la collezione (mah), poi mi saluta con un inchino e un sorriso. Che la pace sia con te, caro vecchio canuto.
Ore 15 bus per Satna, da dove prenderemo il treno per Varanasi. Piove di nuovo che Shiva la manda. Alla bus station si vedono scene di disperazione di alcune donne per la partenza di un’amica, per poco non si strappano i capelli, urlano, si battono il petto ma appena la tipa sale sul bus tutto si placa, di punto in bianco. Ci guardiamo esterrefatti. Evidentemente è una forma di saluto per mostrare dispiacere. Sempre tacci loro.
Gli uomini, invece, caricano sacchi e casse sui tetti dei bus, e anche i nostri bagagli. Io trepido ogni volta e prego che li leghino bene e li coprano coi teloni, in difesa dal monsone.
In bus mi siedo vicino a Guru e passiamo tutto il tempo a guardar fuori e a chiacchierare del viaggio e delle nostre sensazioni. A volte è così facile comunicare e così le 5 ore volano. Arriviamo a Satna in ritardo ma siamo bravissimi, montiamo sui tuktuk con una capacità di organizzazione ed una velocità da giochi senza frontiere e in 10 minuti siamo alla stazione dove scopriamo che il nostro treno è in ritardo di un’ora. Ma poi arriva.
480 km per 9 ore. Lurido come sempre, sono rassegnata, preparo la mia cuccetta (si fa per dire) e scrivo il diario mentre Zumbina sclera e dice che avrà bisogno di un anno di terapia per dimenticare tutta questa merda! Ci pieghiamo in due dalle risate, io ho le lacrime agli occhi e quando torna dal bagno e urla: “Ma come cazzo ci è salita la mucca qui sopra???” rischio di morire per un attacco di riso insieme a Paola e Calcolo!! Ha ragione, accidenti! Come si può cagare in queste quantità inaudite? Santo cielo, viene spontaneo chiedersi se è umano o no! Intanto è arrivato il momento di iniziare il malarone: io, Adri e Stefi prendiamo il pillolone marrone in tono col colore predominante in India e incrociamo le dita. Stefi dice malarOne, sembra più siciliana che torinese, la prenderemo in giro tutto il tempo!
Dormo quasi nulla, un paio d’ore, la schiena fa male. Chai coffee chai! Chai coffee chai! Sogno Napoli, la costiera, ma non trovo mai chi e cosa cerco, pure nei sogni.

22 Agosto 2007 mercoledì
Arrivo a Varanasi ore 8 circa. Abbiamo di quelle facce che nemmeno voglio parlarne. Io prima o poi muoio. Tutto sommato mi posso pure appaciare, siamo arrivati nella città sacra, ho già intravisto il Gange dal treno, la gente viene qui apposta per morirci, dunque sono in mano all’arte. Magari ci crepo ma poi rinasco figa e ricca a Miami beach. Che ne sai.
L’impatto con la stazione è quello di sempre: scendi dal treno e non respiri dall’afa, c’è un sacco di gente in terra ma qui c’è la novità che brucia qualcosa, sembra carbone. I tuktuk fanno la solita ressa per caricarci ed io li ammazzerei. Non sono la sola a sentire la voglia di prenderli a mazzate. Il nostro hotel è carino, affaccia su un ghat da dove ammiriamo un bellissimo scorcio di Varanasi sul Ganga River e iniziamo e vedere la gente fare le famose abluzioni e la puja.
Conosciuta come Benares, il nome che porta è un ritorno al suo antico appellativo di “città tra due fiumi”, il Varauana e l’Asi. La Madre Ganga si incurva a mezzaluna quando passa per Benares. Lungo le gradinate scendono milioni di aspiranti ad una morte che liberi dal ciclo delle reincarnazioni. È un tripudio di colori, suoni, contrasti.
Mi aspetto molto da questa città, mi aspetto di trovar qui tutto quello che cercavo in India ma visto come mi sento direi che cominciamo male. L’Alka hotel è carino, nuovo, direttamente sul ghat. Arrivano quasi gli schizzi dei tuffi nel Ganga. Col cavolo che gli dò i miei vestiti per il laundry service!!! 🙂 Aspettiamo più di 3 ore per avere le stanze ed io mi faccio un primo giro in solitaria per i vicoli. Gli odori sono forti, rigagnoli di scolo portano con se’ di tutto, coppette del chai, stracci, scarti di cibo, qualche ratto morto, per poi infilarsi, sempre più prepotenti, nella madre Ganga. Alle 14.30 arriva il bramino che ci farà da guida e passiamo quattro ore con lui alla scoperta di Benares: templi, stradine piene di gente, letame e vacche, buoi che a volte corrono all’impazzata e per poco non ti travolgono. Il bramino ci spiega i riti indu, ci porta in un negozio ad acquistare tessuti in seta, ci fa passeggiare giù per i ghat dove sfioriamo il Gange fino a sentirne l’odore: il sole è quasi tramontato, c’è qualcuno che lava i vestiti, chi trasporta un morto verso le pire, il fumo sale ma lo vedo solo da lontano e preferisco così. L’idea di veder bruciare un cristiano qualunque (si fa per dire) non mi alletta affatto, già mi intristisce così, figurati a vederlo. La morte dicono faccia parte della vita: è quasi una festa perché loro credono nella reincarnazione….mah, io so solo che quando uno se ne va poi non torna mai più, non lo rivedrai più e questo mi fa male.
C’è un’umidità che ammazza, snerva, sono costantemente grondante di sudore. A cena mi sparo un piatto di patate fritte per scacciare il pensiero della morte e godere appieno della vita, poi cerco un posto tranquillo per scrivere e pensare ma non c’è nulla da fare, arrivano tutti sul terrazzino panoramico e allora mi allontano, stasera sono asociale e cerco solitudine, sotto le stelle. Scendo giù al giardino e mi metto seduta davanti al Gange. Non è la sacralità di questo fiume che mi colpisce…è la sua leggenda, la sua storia, il suo fluire così carico di vita e di morte.
L’acqua ha sempre un forte potere su di me. Un fiume, il mare, il cambiamento continuo nel suo restare uguale a sé, sempre. Perciò stasera sto bene. C’è finalmente il fiume. L’acqua trova da sola la via al mare.

L’aria cosparsa di fumi soffoca spiriti, fiacca anime e dona la vita. Uno storpio deforme contende la sua cena a bastardi randagi. Una coppia di amanti si corteggia incurante del mondo, del suo significato e della sua fine. Un fiume, gigante d’acqua imperturbabile, trasporta silenzioso il suo carico di morte e di rinascita. Speranza che corre, speranza che si consuma. Solcando campagne buie costeggia roghi infernali, ne raccoglie le ceneri e i canti di dolore. (Guru)

23 agosto 2007 giovedì
Il secondo giorno a Varanasi è molto intenso. Sveglia alle 5 per andare, in barca, a vedere l’alba sul Gange e la puja. Costeggiamo i ghat lungo i quali la città, al suono delle campane, prende vita, una vita frenetica sin dalle prime luci dell’alba. La corrente del Gange causa un’immane fatica ai rematori quando risalgono il fiume ma al ritorno invece è il fiume stesso a riportarci indietro per ridarci quel che ci aveva tolto. Tutti scendono a riva, un popolo colorato e rumoroso, si spogliano, lavano gli indumenti e poi si insaponano, si lavano i denti con estrema cura, pregano (o pujano, come dice Zampa) insomma, nella loro paradossale situazione questi indiani sono davvero puliti!
I ghat sono un tripudio di abiti colorati, il giallo e l’arancio risaltano, sari che fasciano donne affaticate nel lavarsi tra i veli, canti, preci, fumo, barche. Alle 10 siamo in hotel, Andre è sparito e resto senza chiavi così Filippo e Fabri mi danno la loro stanza. Mi butto sul letto e mi addormento così profondamente che Guru deve bussare a lungo prima che io gli apra. Che strano, stavo sognando proprio lui trasformato in baba, pieno di tatuaggi e che mi parlava hindi mentre io ero disperata! Chissà cosa vorrà dire. Sarà perchè con lui ho parlato più che con chiunque altro in questo viaggio, del viaggio, finora. Mi sento molto debole ma mi unisco agli altri nel pomeriggio per andare a Sarnath a visitare i templi tibetani e un piccolo zoo con Prakash, il figlio del bramino. Mi è piaciuto questo tour: preferisco Buddha a Shiva e al suo lingham!
Da lì ci dirigiamo alla zona araba della città con fabbriche tessili in cui sono rintanati bambini che ci lavorano 12 ore al giorno per una misera paga (circa 40 euro al mese!). Il rumore che fanno i telai è assordante già dalla strada, dentro è l’inferno. Tessono stoffe e ricamano broccati, ti sorridono e salutano. Mi si stringe il cuore ma è inutile anche dirlo.
La giornata prosegue con corsa alla guest house Shanti per la lezione di Yoga delle ore 8. Siamo sfiniti ma la terrazza panoramica ci offre un bellissimo scorcio di Varanasi al tramonto e il silenzio della lontananza dalla folla anche se le scimmie sono arrivate fin lassù per spiarci. In realtà lo spettacolo è esilarante. Provo a spiegare ai ragazzi che devono respirare solo con la pancia e fare movimenti lenti senza forzare. Ma appena il maestro ci fa fare la meditazione con la frase “Ooooh nama shiva” non ce la facciamo a restare seri e al momento di saltellare si sentono le risate soffocate di qualcuno, che per poco non si strozza nel guardare Zumbina e Brigida zompettare. Guru pure si impegna e Bacillo si immedesima, il nama shiva gli è piaciuto un casino e si sente solo la sua voce, secondo me tra poco levita, io cerco di restare seria ma nonostante la stanchezza trovo che questa sia una delle cose più divertenti fatte finora! 🙂 Che personaggi che siamo!!!
E non finisce qui la nostra giornata. Il bramino torna per portarci a vedere le cremazioni al ghat. Ridiscendi, c’ho le gambe a pezzettoni, vorrei tornarmene all’albergo ma è buio e a Varanasi non puoi girare da solo, è un labirinto senza uscita. Accidenti, mi toccano le pire. Ce ne sono quattro o più, il fumo riempie l’aria della notte, dall’odore acre, e le scintille delle fiamme saltellano sullo sfondo del cielo scuro mentre le campane suonano e un gruppo di soli uomini circonda la pira, in attesa di veder svanire tra le fiamme i loro morti. Alle donne non è permesso partecipare. Ho guardato e ho visto i resti di un corpo in fiamme e due piedi penzoloni che bruciavano e lì mi sono arresa, ho cercato rifugio sulle scale del ghat rivolta verso il Gange con un sapore di lacrime e sudore. Lo “spettacolo” della morte resta sempre una prima visione, per quanto ci si sia abituati è sempre una sorpresa, stordisce, aliena.
E poi siamo andati a mangiare del cibo pessimo dopo una lunga attesa. Marco litiga con i ristoratori per il suo pollo “already consumed by other people” tra le risate generali. Io sto male. Faccio a fatica le scale e in albergo mi butto sul letto rovente mentre la febbre sale a 39, ho freddo, mi copro con qualunque cosa trovo ma non ce la faccio proprio più. Tutto sotto controllo!

Why worry
there should be laughter after pain
There should be sunshine after rain
So why worry now….why worry now…

24 agosto 2007 venerdì
La febbre è alta e non ho forze. Fortuna che viene a piovere così l’aria si rinfresca. Sono stesa, in tutti i sensi, con la pala che gira senza tregua sul soffitto. Ascolto i Negroamaro e mi sento triste perché sono stanca e vorrei tornare a casa ma poi penso che a Roma avrò solo 5 giorni e me ne andrò per sempre. Ah già, “per sempre” non esiste… Carla mi scrive che vuol passare tutto il tempo con me e Rossella che non vede l’ora che io torni. Luci non l’ho più sentita e mi manca. Le mie amiche di Roma mi mancheranno tanto, loro sanno cosa ho vissuto, superato, imparato, loro sono parte della Irene della vita vera, da sola a Roma, loro mi hanno aiutata a risorgere dalle ceneri. La chiusura di questo capitolo di 7 anni mi fa sentire forte malinconia e già nostalgia…possibile? Sono ancora in India e già penso a Napoli… O meglio a chi lascerò a Roma…
Resto a letto fino alle 16, Bacillo, Daniela e Paoletta mi vengono a fare un saluto, menomale, ne avevo bisogno, oggi sono sotto un treno ma prendiamola così. Poi trovo la forza di alzarmi e scendere: l’aria è più fresca, c’è venticello e sul terrazzino ci sono tutti; mangiano, ridono e scherzano e mi fanno bene, mi fa stare talmente bene vederli così! Paoletta ride, Stefi propone itinerari, Guru silenzioso si aggiusta i capelli dietro l’orecchio, Andre si sistema la bandana, Massi scatta ancora foto, Vale ordina da mangiare, Marco si domanda cosa consigliare ad Avventure riguardo Varanasi, Adder guarda l’orologio, Dani cerca lo Zampa con lo sguardo, Andreone legge qualche altra pagina di Shantaram… Non posso che fare da spettatrice silenziosa, respiro la loro allegria e cerco di catturare un po’ della loro energia. Si riparte, Marco trasporta il mio zaino oramai troppo pesante ed io il suo, sulle gambe tremule. Tuktuk e stazione, forse il treno è in ritardo, sbotto, qualcuno mi fa una carezza. Questa è una dose di energia insperata. Chi me ne trasmette tanta è Stefania, dura e tenera al contempo, un vulcano sempre pronto ad esplodere e sorprenderti, con un sorriso, una battuta, uno sfogo. E quando mi ricorda di prendere il Malaròne è sempre una risata!
Il treno invece non è in ritardo!!! Evvai!!! 🙂 Ci aspettano 15 ore di viaggio (780 km) per raggiungere Calcutta. La febbre è alta, ho freddo e poi sudo, ascolto e guardo gli altri chiacchierare, il tempo non passa mai ma poi la notte finisce. E anche Benares diventa un ricordo. “Ooooh nama shivaaaa”.

…Sotto un cielo d’Africa
Vado dove capita
E quando il cuore è in viaggio
Io non mi domando mai
Di che colore è un miraggio
Verde rosso e blu
Speranza voglia di amore tranquillità……

25 agosto 2007 sabato
Ore 9 circa arriviamo a Calcutta. Chai coffee chaaai! Chaaai coffeee chai! Le poche forze che ho le concentro tutte sul percorso per arrivare al taxi. Fuori della stazione ci sono lunghe code di taxi gialli, incolonnati in un ingorgo senza soluzione di continuità! Non vedo risciò, niente tuk tuk, che strano siamo arrivati in un posto completamente diverso da quelli visti finora. Al Garib Nawaz le stanze fanno davvero pena ed una ha un grande cagatone nel mezzo di un letto matrimoniale. Ovvio, la prima cosa che pensiamo è: come diamine ci è arrivata una mucca in questa stanza???? 🙂
Prendo camera con Paoletta, mi faccio fare puntura da Dani e poi me ne resto in stanza tutto il giorno a riposare e guardare tv mentre gli altri vanno in esplorazione di Calcutta. Io la visiterò al ritorno dall’Orissa, tanto ci fermeremo qui quasi tre giorni. Paola rientra e mi racconta del giro, della metro, dei templi. La metro!!!! Calcutta è esattamente l’opposto di ciò che ci aspettavamo. Quasi una città occidentale, una boccata d’aria, persino rilassante a momenti. Tutto quello cui ci eravamo disabituati qui ritorna: strade ampie, asfaltate, vigili, niente mucche né capre per strada, niente tuktuk ma qualche risciò tirato da omini a piedi, palazzi alti, nuovi, classica città post-coloniale, che beneficia ancora di ciò che i signori invasori hanno lasciato della loro cultura occidentale. Hanno addirittura il loro bridge sul Gange, tutto in ferro, molto più imponente della Tour Eiffel e di cui i calcuttesi (?) vanno orgogliosissimi. E la metro, recente, pulita, alquanto efficiente. La stazione è ampia, pavimentata. Ci ritroviamo lì alle 21 per ripartire, dopo solo 12 ore di tregua. Il treno delle 22.30 ci porterà a Bhubaneshwar. 390 km da percorrere in 8 ore.

26 agosto 2007 domenica
Chai coffee chai! Ore 6 arrivo a Bhuba giusto il tempo di una doccia e colazione e arriva il pulmino che ci porterà in Orissa. Si gronda dal caldo, siamo in mezzo al verde, l’umidità è pluviale. Si parte alle 10 per Baliguda, altro trasferimento bello tosto, 350 km, ci metteremo più di 7 ore in tutto. Dopo le prime 4 ore di bus facciamo una sosta per mangiare mentre piove a dirotto. Ho mal di pancia (ancora!!!) e chiedo del bagno alla nostra guida, un antropologo di nome Srikant, e lui mi dà un ombrello, mi indica il retro della baracca e mi dice: “Bush Toilet!” Dopo un attimo di smarrimento e voglia di urlare, gli sorrido e depongo le armi. Ha ragione lui, perché disperarsi? La bush toilet è più pulita dei bagni comuni e non puzza! Chiamo i rinforzi: ho la gonna larga e lunga, Valeria mi tiene l’ombrello, Stefi fa da palo e la pioggia da bidet….tutto sommato comodo! 🙂
Il pasto ci viene servito su piatti di foglie giganti intrecciate ed è buonissimo: riso, verdure fritte, puré, anelli di pesce fritto e birra. Poi altre 4 ore di jeep, chiacchiere e il tempo passa fino all’arrivo al nostro campo con dei bungalows in mezzo alla campagna: sono bellissimi! Sono in camera con Martina, i letti hanno le zanzariere e i materassi colorati nuovi, aiuole curate all’esterno e la sala per pranzare, “dinning room” come hanno scritto loro, dove troviamo l’altro gruppo di avventure già incrociato e Bhuba. La cena è deliziosa, siamo affidati a questo travel club che si prenderà cura di noi in questi 5 giorni in Orissa. Mi sento molto meglio, l’atmosfera è rilassante, dopo cena ci mettiamo sui gradini tutti insieme finalmente, a ridere e scherzare e fare foto, non c’è altro da fare e da andare per cui siamo costretti a stare lì e questa secondo me è una cosa molto buona. Poi nanna in un letto comodo per un rigenerante sonno.

27 agosto 2007 lunedì
Partenza ore 8 per i villaggi. Ripeto FINALMENTE! Nonostante la fatica sono nel posto che più mi è piaciuto in tutto il viaggio. Natura e basta (vorrei dire incontaminata ma non so se per l’inquinamento dell’India questo aggettivo sia adeguato), il verde ha mille sfumature, alture, risaie, corsi d’acqua, villaggi di capanne con le donne dal viso tatuato della tribù dei Konda, bimbi sorridenti che ci inseguono e giocano con me e Adri, agnellini, caprette e donne che trasportano acqua sulla testa con una postura così eretta che sembrano non facciano alcuno sforzo, vestite di verde come a mimetizzarsi con questa natura così benevola e avvolgente, silenziosa, paziente. Bellissimo. Respiro e mi riempio gli occhi e l’anima di tutta questa pace. Srikant è molto colto e ci spiega tante cose. È un piacere ascoltarlo. L’autista della jeep ci tormenta con una cassetta di musica indiana alquanto lamentevole che a Massi piace tanto, continua a cantarla manco conoscesse le parole e ogni tanto ci rinfresca la memoria con il suo “Ooooh nama shivaaaa”. Cavoli, c’è la prima canzone della cassetta lato A che dura tipo 50 minuti! E ripete sempre la stessa strofa!!! Aiutoooooo!!!!
Nel pomeriggio visitiamo una scuola, i bimbi sono seduti in terra e le loro sacche di tela servono da piano per poggiare i quaderni, hanno i grembiulini azzurri e i piedi scalzi. Vorrei farli vedere ai miei alunni che si lamentano quando nell’aula manca l’attaccapanni!
Giro per Baliguda con Guru in cerca delle birre e di un po’ di whiskey e alle 19 di nuovo tutti al camp per cena e chiacchiera. E di nuova nanna serena nel mio bungalow colorato.

Là dove cielo e terra s’incontrano, nuvole danzano avvinghiate agli spiriti della foresta. Rocce di un nero mortale emergono dal mantello verde della dea terra mentre frammenti di montagne vengono cancellati da un creatore beffardo. Ed io gioco in questo scenario. Volteggio tra le cime, mi bagno della rugiada degli alberi. Sorrido al sole scherzoso ed accarezzo l’inconsistenza di fantasmi alati. Una campagna lussureggiante, come ancella di proibiti misteri, finalmente toglie i veli che nascondono il suo tesoro. Respiro acqua e trasudo melodie ma improbabili guardiani controllano il fluire della vita. Legno umido, foglie traslucide, fiumi come di cioccolato e disegni di vite vissute in altri tempi compaiono da più punti lasciando intravedere scorci proibiti. Come poter non gioire di questa danza ultraterrena? Se degli insetti modellano la terra per innalzare colonne al cielo, se vene d’acqua corrono precipitosamente, se alberi differenti sopravvivono in simbiosi in un amplesso intricato di rami e linfe, se spicchi di cielo adornano il suolo umido, io non posso e non devo rimanere spettatore. Devo entrare come attore in tale rappresentazione: spero di essere degno dell’opera perché in essa risiede parte della mia gioia d’essere. (Guru)

28 agosto 2007 martedì
Ore 7 partenza per Ragayada. 280 km. Giro in un mercatino di spezie e pesce, verdure e frittelle, io e Massi facciamo un casino di foto, ci perdiamo Zumbina ma poi la ritroviamo e ci rimettiamo in viaggio verso altri villaggi in cima ad una montagna. Dunque, la jeep ci lascia e noi ci incamminiamo per il trekking con una guida che si perde un paio di volte e intanto inizia a piovere, tiriamo fuori i kway ma dio come piove! L’avevo desiderato il monsone, volevo bagnarmi fino alle ossa, l’avevo detto, per sentirmi parte del tutto, ebbene così è stato. L’acqua scende copiosa, le gocce penetrano tra le cuciture del kway, il cielo è grigio, il verde è intenso ma velato da questo fitto sipario di acqua sempre più abbondante. Sento i vestiti bagnarsi velocemente, la strada è in salita, resto ultima come sempre ma c’è Guru che butta un occhio, poi rallenta per tenere il mio passo. Amico.
Ad un guado ci fermiamo. L’acqua viene giù violenta e la guida è incerta sul cosa fare. Io preferirei tornare indietro ma il villaggio è vicinissimo, appena al di là dell’ostacolo. Così facciamo catena e attraversiamo il torrente camminando con l’acqua alle ginocchia. Oramai, bagnato per bagnato. Ed ecco il villaggio, gli altri sono già riparati con gli indigeni sotto le basse capanne di paglia, gli uomini hanno i capelli lunghi e le donne gli orecchini al naso e dei gioielli nei capelli. Vogliono a tutti i costi venderci i loro manufatti, dovunque andiamo siamo tormentati. Non so che darei per vedere una tribù intenta alla sua vita quotidiana piuttosto che questi gruppi già preparati a ricevere i turisti per recitare una parte e poi spillargli money. Ma chi non lo farebbe? Sono infreddolita da morire, non sentivo il freddo da tanto! Di nuovo giù per i sentieri e di nuovo jeep verso l’albergo. Gonna lunga e maglia a maniche lunghe per recuperare calore. Cena e notte di lotta con le maledette zanzare.

29 agosto 2007 mercoledì
Partenza ore 7 per Gopalpur-on-sea. 320 km in 9 ore, il trasferimento è estenuante, siamo stanchi e 10 ore in quella jeep snerverebbero pure un Santone che ha raggiunto il Nirvana! Vediamo il mare alle sei di sera che non ci pare vero! Corro sulla sabbia, mi levo le scarpe, metto i piedi nell’acqua calda, scura e mossa. Io, Stefi, Adder, Guru e Massi ci facciamo foto al faro e ci rilassiamo. La spiaggia non è granché ma lo sapevamo che questo non era propriamente un luogo turistico per fare vacanza di mare. Fa nulla ci accontentiamo. Cena di pesce, giro notturno in spiaggia e finalmente sento il rumore del mare.

30 agosto 2007 giovedì
Mi alzo con calma, faccio doccia e colazione e vado in spiaggia ma il mare se l’è mangiata tutta e così mi siedo sulle scale ma fa già un caldo insopportabile e sono solo le 8.30 del mattino! Stefi arriva anche lei per farsi bagnare dalla risacca, qualche barchetta con la tipica vela quadrata indiana taglia l’orizzonte e gli schizzi della battigia mi bagnano il viso di salsedine. In lontananza un gruppo di bimbi gioca tra le onde, sembra una colonia. Arrivano Fabio e Adri, ci sono delle donne che iniziano a spalare e caricare pietre in una specie di betoniera…che lavoro tosto, ed io che mi lamento per il caldo!
Il nostro viaggio è ancora una volta estenuante. Arriviamo a Konark nel pomeriggio, fa troppo caldo, possibile che il discovery continui a fare le sue escursioni alle 3 del pomeriggio?
Visitiamo la Pagoda Nera e la guida ci spiega le solite statue e immagini del kamasutra, è incredibile, anche qui come Khajuraho!!! Ci pieghiamo dalle risate, la guida fa la corte a Catarì ma ha una camicia che ci avrà mangiato su e ci si sarò pure pulito il fondoschiena, con rispetto parlando, come dicono le nonne! 🙂 I suoi denti poi appartenevano a qualche mummia, mi sa…
Ritorno a Bhuba al ristorante e poi treno notturno per Calcutta. 670 km….lurido, pieno zeppo ma ero cotta, ho dormito e l’ultima notte in treno è passata!

31 agosto 2007 venerdì
Ore 6 arrivo a Calcutta. Chai coffee chai! Chaaai coffee chai!
Garib Nawaz non ci dà le stanze e io e Marco andiamo a cercare un altro albergo. Lo troviamo, ci sistemiamo e poi io, Stefi e Adri andiamo con Martina a fare colazione da Flurys, in un posto fighissimo, con aria condizionata, croissant, tè Earl grey, musica internazionale di sottofondo e bagno pulito e profumato con la carta igienica ed i fazzolettini!!! Ok, siamo banalmente occidentali oggi, cerchiamo le comodità e ci abbiamo passato più di due ore, pensando addirittura di restarci per gli interi due giorni di permanenza a Calcutta! Non ne possiamo più! Evviva la civiltà. 🙂
Calcutta è un’invenzione degli inglesi, forse per questo mi sta simpatica. È all’inizio del ‘700 che risale la sua storia quando la East India Company trasformò un piccolo porto stretto tra il fiume e le paludi in una grandiosa città portuale che divenne poi la capitale amministrativa dell’India dell’Impero britannico.
Io e Stefi ci siamo fatte un bel giro. Con Adri siamo andate alla casa di Madre Teresa ed è stato molto emozionante. Abbiamo lasciato una donazione, chiesto se potevamo essere di aiuto ma erano al completo e poi abbiamo seguito un bimbo che ci ha portati in un posto dove gli abbiamo comprato del latte in polvere, su sua esplicita ed insistente richiesta. Poi io e Stefi siamo andate a visitare il Marble Palace, un palazzo di un tizio che ha collezionato oggetti d’arte e di antiquariato da tutta l’Europa, molto kitch ma carino. E poi siamo tornate da Flurys per il pranzo, poi libreria e New Market dove abbiamo fatto sera a vagare tra le decine di bancarelle della frutta, argenterie e botteghe varie. Si è fatto buio e di corsa siamo tornate in albergo per andare a cena con gli altri. Solo che poi ci siamo perse e Guru e Adder sono venuti a recuperarci. La cena era sulla terrazza di un grattacielo, si è mangiato bene ma quando sono andata al bagno era occupato da un topolone di città che non faceva complimenti. Pure al 30esimo piano??? Mah! Quest’India non finirà mai di stupirmi. Ritorno all’hotel e nanna in stanza con Stefi per l’ultima notte della nostra vacanza.

Homeward bound
I wish I was
Homeward bound
Home, where my thought’s escaping
Home, where my music’s playing
Home, where my love lies waiting
Silently for me

1 settembre 2007 sabato
Risveglio in un lago di sudore, colazione con Earl Grey e apple cake al Barista poi con Fabri e Stefano al Museo Indiano a vedere pietre e fossili, adatto ai bimbi delle scuole elementari. Ore 13.30 si parte! Taxi per l’aeroporto di Calcutta, la metà di noi resta bloccata per più di due ore nel traffico a causa di un corteo di manifestanti. Per fortuna arrivano in tempo per il check-in ma un po’ provati. Il volo per Bombay è in orario e alle 21 siamo lì. Abbiamo tutta la notte davanti, ci sistemiamo in terra coi bagagli, non riesco a dormire perché fa freddo e in terra le ossa fanno male. Però è bello non sudare più, siamo ancora in India ma del suo clima non ci resta che l’aria condizionata degli aeroporti e la cosa mi sembra un sogno.
Il viaggio di ritorno è sempre più pieno e carico di quello dell’andata. Il tempo di attesa, la sosta in aeroporto, le ore di volo devono passare lentamente per darmi la possibilità di risettare la mente, cioè riportarla pian piano alla realtà della quotidianità che mi aspetta.
Questo tempo tra Calcutta e Roma è come una trasposizione di materia, il mio corpo tra poco sarà in un’altra dimensione ma la mente e il cuore non saranno più quelli di prima e devo capire cosa gli è successo mentre ero altrove per un po’. Il viaggio è sempre una fuga verso l’ignoto. Tornare invece richiede il coraggio di affrontare quello che conosciamo già, nel bene e nel male.
Io torno a casa. Torno per andarmene. Arrivo, respiro profondamente e poi chiudo la porta. Niente più casa, di nuovo viaggio. Ho messo apposta l’India tra Roma e Napoli, tra il passato e il futuro, perché stemperasse le differenze, perché attenuasse la nostalgia e la voglia di restare… Tornare alle radici è tornare indietro ma con una ritrovata consapevolezza: quella che le radici non le metti in un luogo o in una terra ma nel cuore delle persone, dove non inaridiranno mai.

2 settembre 2007 domenica
Alle 5 del mattino ci dicono che il nostro volo per Londra è stato cancellato. Dopo ben 6 ore ci imbarcano sul Bombay – Delhi! Insomma, alle 13 atterriamo a Delhi, dunque dopo 24 ore di viaggio siamo ancora in India! Siamo sfranti, ci controllano i passaporti per la ventesima volta e finalmente saliamo sul Delhi – Londra. Volo lungo dieci ore, arriviamo a Londra Heathrow alle 20 perdendo la coincidenza per Roma. Stavolta ci danno cena e albergo per 4 ore di sonno.
Ho l’adrenalina a mille, se qualcuno mi accompagnasse prenderei un taxi e mi farei portare al Big Ben e a Piccadilly. Ma nessuno ce la fa e hanno ragione. Londra mi aspetterà ancora un po’.

3 settembre 2007 lunedì
Ore 6 volo per Roma. Agli imbarchi, io, Adri, Stefano e Andreone ci dobbiamo separare dal resto del gruppo che va a Milano. Qualcuno ha gli occhi lucidi, è strano separarsi. Non mi volto perché già piango, l’avventura ci ha uniti, volenti o nolenti. Lo so che nessuno mai potrà capirmi quando parlerò di questo viaggio se non loro, i miei compagni di questo mese itinerante.
Ora che sono quasi a casa inizio a guardare indietro con occhi diversi e riprovo la solita vecchia sensazione riguardo il viaggio: pienezza, soddisfazione, ricchezza, nostalgia. Il VIAGGIO è sempre un’esperienza unica, emozionante, incredibile, favolosa. Il viaggio è sempre il VIAGGIO, lo rifaresti mille volte pur con l’afa e le mille difficoltà, perché le cose che vedi e le persone che conosci ti restano dentro per la vita. Per sempre. Perché “per sempre” esiste.
Si decolla e alle 10.30 tocchiamo terra italiana, con un giorno di ritardo rispetto al previsto. Il viaggio perfetto è circolare: la gioia della partenza, la gioia del ritorno. Baci e abbracci con Adri, esco e c’è il sole e un aria pulita e fresca. C’è Roma mia.

I shall be telling this with a sigh
Somewhere ages and ages hence:
Two roads diverged in a wood, and I—
I took the one less travelled by
And that has made all the difference.

Questa storia racconterò con un sospiro
Chissà dove tra molto tempo:
divergevano due strade in un bosco e io…
io presi quella meno battuta
e questo ha fatto la differenza.

Il Viaggio Fai da Te – Hotel consigliati in India

 

 
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