Grand Taxi Collectif

di Piero Maderna –
Il sole implacabile di agosto accende le mura rosate di mattoni di fango di Marrakech. Ho appena, faticosamente, trovato un’uscita dalla medina nei pressi di Bab Doukkala.
Non è facile non perdersi nei vari souq che riempiono le stradine in salita che, dalla grande spianata della Djemaa el Fna, portano fin qui alle mura. Sebbene non sia presto, i souq ancora un po’ sonnecchiano, ma non bisogna dimenticare che siamo in pieno Ramadan: tutte le attività vanno un po’ a rilento, se si può mangiare (e bere) solo dal tramonto all’alba. Purtroppo ci ho messo più tempo del previsto ad arrivare qui, così ora sono quasi le dieci.
Bab in arabo significa porta: Bab Doukkala è appunto una delle antiche porte della medina, da cui di tanto in tanto passa ancora qualche carretto trainato da un asino, ma in prevalenza ora sono i motorini a sfrecciare.

Qui c’è anche la Gare Routiere, la grande stazione degli autobus di Marrakech. Nel parcheggio polveroso di fronte alla stazione, sostano i Grand Taxi.
Il Grand Taxi è un mezzo di trasporto, forse potremmo dire un’istituzione, tipicamente marocchina.
Sì, perché in Marocco esistono i Petit Taxi, che sono i taxi “classici”, simili almeno nel concetto generale a quelli che girano nelle nostre città europee. Nel concetto perché le macchine sono, naturalmente, un po’ più vecchie. Sono quasi tutte piccole o medie macchine francesi, Renault o Peugeot, in genere con almeno una ventina d’anni nelle ruote. In ogni città i Petit Taxi sono di un colore diverso: A Casablanca (ma anche a Fes, per la verità) sono rossi, a Rabat sono azzurri, qui a Marrakech sono beige, color sabbia, potremmo dire. Se non fosse per l’età, la mancanza di aria condizionata e parecchi ammennicoli appesi al retrovisore interno, potrebbero essere come i “nostri” taxi. Il tassametro c’è e lo fanno sempre funzionare, contrariamente a quanto si potrebbe pensare. Probabilmente i controlli di polizia ci sono e non sono uno scherzo, i tassisti sanno che con uno straniero è meglio non sgarrare. I prezzi, comparati ai nostri, sono davvero ridicoli, con l’equivalente di pochi euro si attraversa la città.

Ma, appunto, se si resta in città. Se si esce dalla città tutto cambia, bisogna prendere il Grand Taxi. Ed è davvero un altro mondo.
Il Grand Taxi è una macchina più grande ma ancora più vecchia, di solito una Mercedes o una BMW, di quelle vecchie ammiraglie ormai pronte per la pensione, che in Europa erano destinate a diventare un mucchio di rottami e che invece a volte incontrano una nuova vita qui, in Africa, a solcare strade polverose caricate all’impossibile. Già, perché il Grand Taxi serve a collegare città, o piccoli villaggi, quando non esiste un altro mezzo. La rete ferroviaria marocchina è abbastanza estesa ed efficiente, per l’Africa, ma raggiunge quasi solo le città principali. Gli autobus ci sono, ma anche questi dappertutto non arrivano e non sono né molto frequenti né particolarmente veloci. E così si ricorre al Grand Taxi, che per i marocchini, quasi sempre, è un Grand Taxi Collectif. Cioè ci si sale in diversi, diretti tutti più o meno nello stesso posto, e si divide la spesa. Ma quando dico diversi, questo non necessariamente ha come limite la capacità di carico teorica della macchina. Anzi, molte volte, come nel mio caso che sto per raccontare, il Grand Taxi si considera pieno quando ci sono sei persone più l’autista, così disposte: due al posto del passeggero e quattro dietro. E, il più delle volte, finché non è pieno non parte. Il che vuol dire che non ci sono orari, si va al parcheggio e non si sa quando si parte, né tantomeno quando si arriva.
Certo, non è una vita comoda, né per le macchine né per le persone, ma in entrambi i casi non c’è scelta. E, per quanto riguarda le macchine, a me piace pensare che, se davvero hanno un’anima, innanzitutto preferiscano campare ancora qualche anno, sia pure andando incontro ad una vecchiaia tutt’altro che agiata, che finire schiacciate da una pressa; e poi, chissà, forse qualcuna potrebbe trovare questa vita più divertente, e senz’altro più movimentata, che fare sempre lo stesso tragitto casa-ufficio, tutta lustrata e imbellettata da un solerte autista.
Esiste anche, in realtà, il Grand Taxi Individuel: significa che, contrattando, puoi comprare tutti i posti e viaggiare da solo, da signore insomma, o quasi. Potrei farlo: per un qualunque europeo, se si può permettere di venire fin qui, in fondo non è una gran spesa. Ma io, consapevolmente, ho scelto il Grand Taxi Collectif. Altrimenti, mi sembrerebbe non solo di ostentare i miei soldi, per quanto pochini in assoluto, che è una cosa che odio. Ma anche di togliere il posto a qualcuno, o almeno costringere ad aspettare il prossimo giro qualcuno che sicuramente ha motivi più importanti dei miei per fare questo viaggio. Insomma, mi dà proprio la sensazione di una cosa che non si fa. Non mi farei degli amici, probabilmente, ma non è tanto questo che mi preoccupa. È che, oltre a quello che ho già detto, facendo così sicuramente capirei del Marocco ancora meno del qualcosa che, un po’ immodestamente, penso di poterne capire in poco più di due settimane. E quindi tra l’altro, cosa non trascurabile, se l’avessi fatto ora probabilmente non sarei qui a scriverne.

Contrattare si contratta in ogni caso: il tassametro qui non c’è, ma si decide il prezzo prima di partire. Può succedere che, se sei straniero, paghi un po’ di più, ma in fondo ci sta.
So come funziona perché ho già usato questo mezzo una volta, per andare da Meknes alle rovine romane di Volubilis. Quella volta da solo, lo confesso, ma non c’erano in quel momento altre persone interessate alle rovine. E, se ci fosse stato qualcuno, difficilmente sarebbe stato un marocchino: loro, giustamente, tendono più a pensare alla loro vita di tutti i giorni, che già non è sempre facilissima.



Funziona così: trovato il parcheggio, bisogna cercare il “capo”, un personaggio che di solito non è molto difficile localizzare. In genere ha una pettorina o un giubbotto catarifrangente, un segno distintivo insomma, e scribacchia nervosamente su un foglio nomi, prezzi e destinazioni. Non leggo l’arabo, ma presumo. È inutile andare dal singolo tassista, ti manderebbero comunque da lui. Nessuno si muove se lui non dà l’ordine. Vai da lui, gli dici dove vuoi andare e lui ti dice dove aspettare che la macchina per la tua destinazione si riempia e chi sono le persone (se già ce ne sono) che verranno con te. A meno che tu non voglia andare da solo ma, come ho già spiegato, non è il mio caso. Anche il prezzo si contratta con lui, l’autista guida soltanto.
A questo punto, se hai fortuna, come me oggi, hai almeno una panchina sotto una pensilina per non aspettare sotto il sole cocente.
Io oggi voglio andare alle cascate di Ouzoud, o almeno fino ad Azilal, che è la città più vicina. Da lì, poi, sono convinto che non avrò difficoltà a trovare un altro mezzo di trasporto. Però, sapendo che è un posto dove vanno anche parecchi turisti, provo a chiedere se c’è la possibilità di essere portati fin lì. Il capo, in un inglese stentato che vira quasi subito al francese (che per fortuna un po’ capisco), mi conferma che no, è meglio andare ad Azilal, per cui ci sono già altre tre persone in coda. Poi, da lì, troverò facilmente un altro taxi. Va bene, dico io, e mi fa cenno di sedermi vicino a tre marocchini, due ragazzi sui vent’anni e un altro tipo un po’ più vecchio: potrebbe avere più o meno la mia età, circa quarant’anni, diciamo. Io mi siedo proprio accanto a lui, che subito mi chiede di dove sono. Rispondo che sono italiano e subito lui, in un buon italiano, mi dice che attualmente vive proprio in Italia, a L’Aquila, si trova qui solo per le vacanze. Il suo nome è Hassan. Gli domando, per fare un po’ di conversazione, che fa a L’Aquila e come vanno le cose a due anni dal terremoto. Dice che ha un’attività, ma sta molto sul vago, intuisco che preferisce non approfondire. Allora gli chiedo se pensa che l’attesa sarà lunga. Chi lo sa, risponde, non si può dire. Mi conferma, però, che dobbiamo aspettare ancora almeno una persona, meglio ancora se ne arrivano due. Allora si parte sicuramente. Deduco che la capienza massima prevista è proprio di sette persone.

Intanto, tutti gli autisti che hanno già una destinazione assegnata, compreso il nostro, sono impazienti di partire. Certo, penso, probabilmente sono pagati solo per i viaggi che fanno e sperano di tornare presto per poter fare un altro viaggio. Ognuno di loro, allora, si mette in cerca di clienti per completare la sua macchina. L’azione di marketing consiste nel camminare avanti e indietro per il parcheggio urlando la loro destinazione. Per cui il parcheggio è tutto un sovrapporsi di voci che ripetono:
“Azilal, Azilal, Azilal!”
“Taroudannt, Taroudannt, Taroudannt!”
“Ouarzazate, Ouarzazate, Ouarzazate!”
Quei nomi e quelle voci hanno un suono antico, mi chiedo se era così anche quando le carovane si fermavano a Marrakech per fare provviste prima di attraversare il deserto.
Guardo l’orologio e improvvisamente mi rendo conto che è quasi un’ora che stiamo aspettando. Sarei quasi tentato di andare dal capo e dirgli che pago io i due posti vuoti, purché ci muoviamo, ma decido di aspettare ancora dieci minuti.
Poco dopo ecco arrivare, come per incanto, la soluzione al mio dilemma. Si presentano due persone quasi contemporaneamente, anche se credo di capire che non si conoscano: un altro ragazzo marocchino, molto giovane, e una ragazza magra, con i capelli rossi e la pelle bianchissima appena colorita dal sole. Parla arabo, ma con uno strano accento che riconosco come inglese, ne sono quasi certo. O forse potrebbe essere irlandese, non lo so; dovrei sentirla parlare in inglese per capirlo.
Ma non c’è tempo per le presentazioni, ora ci siamo tutti e dobbiamo salire in macchina, si parte. La macchina è un Mercedes, non saprei dire quale modello, ma per fortuna sembra in buone condizioni. L’altro Grand Taxi che ho preso era messo molto peggio.
Ci sistemiamo; il mio amico “aquilano” sembra aver preso in qualche modo il controllo della situazione, tra l’altro sembra conoscere il capo, anche se è solo una sensazione. Fatto sta che decide lui i posti. I due ragazzi più magri li fa mettere, quasi uno sopra l’altro, al posto del passeggero. Io finisco dietro, dove, da sinistra a destra, ci disponiamo così: la ragazza, lui, io e l’altro ragazzo.
Ci muoviamo. All’inizio la posizione, tutto sommato, non è neanche troppo scomoda, la macchina è spaziosa. Purtroppo però mi accorgo ben presto che, gradualmente, Hassan sta spingendo sempre più in là me e l’altro, probabilmente nell’intento di fare più spazio per la ragazza. Sì, perché ora parlotta continuamente con lei, che gli risponde sempre in quel suo arabo con accento inglese. Probabilmente è qui per studiare l’arabo, mi dico. Certo l’impressione che ho, nettamente, è che lui ci stia un po’ provando, o almeno stia facendo un po’ il cascamorto, come dire. Lei in realtà non è una gran bellezza, nel suo paese non è sicuramente una per cui gli uomini si girano per strada. Ma qui, per la ben nota legge del contrasto, i suoi capelli rossi, i suoi occhi azzurri e la sua carnagione lattea sono quanto di più “esotico” ci possa essere. Infatti Hassan, che pure un po’ di mondo l’ha visto, non resiste e non le stacca gli occhi di dosso.
Il risultato è che, in pratica, lei occupa il suo posto stando anche larga, lui si prende comunque il suo e per me e l’altro tapino ne resta a malapena uno in due. Fortunatamente nessuno di noi due è largo di fianchi, così in qualche modo ci stiamo, ma è scomodissimo: io sto stretto, praticamente non mi posso muovere, ma riesco ad appoggiare la schiena; lui nemmeno quello, perciò sta tutto curvo in avanti. Deve essere veramente una tortura.

Così attraversiamo la lunga piana che porta fino a Demnate, da dove si inizia a salire sui monti dell’Alto Atlante.
Chiedo al mio amico Hassan se questo modo di viaggiare, in sette in macchina, è legale qui o è soltanto tollerato. Propendo più per la seconda ipotesi, perché mi sembra difficile che possa essere in qualche modo legalizzata una situazione diversa da quella per cui la macchina è stata costruita. La mia è soltanto curiosità, ma lui sembra non prenderla tanto bene. Non mi dà una risposta precisa, sembra anzi infastidito, probabilmente la prende come un voler evidenziare le differenze di cultura e stile di vita tra l’Europa e l’Africa, quasi con un sottinteso razzismo. La mia intenzione non era affatto questa, ma capisco che la mia frase possa essere mal interpretata, per cui taglio corto: gli spiego che era una curiosità, ma in fondo non importa, lasciamo perdere.
Tenere i finestrini abbassati è l’unico modo di sopravvivere al caldo, ma appena l’autista schiaccia un po’ sul pedale ci arrivano dei getti d’aria non proprio piacevoli. Chiedo di alzare un po’ il finestrino, ma ottengo solo qualche centimetro, che non cambia sostanzialmente la situazione.
Dopo due ore e mezza di viaggio, senza fermate, siamo finalmente nei pressi di Azilal. Hassan mi spiega che mi conviene scendere al bivio dove inizia la strada per le cascate, perché entrando in città allungherei inutilmente il percorso.
“Va bene” – dico io – “ma qui troverò un altro taxi per le cascate?”.
“Lo troverai senza problemi” mi rassicura.
Informa anche l’autista, così ci fermiamo. Scendo solo io, tutti gli altri proseguono per Azilal. Un saluto veloce ai miei compagni di viaggio e la macchina riparte.
Appena sceso mi sento tutto anchilosato, faccio fatica a muovermi. Sto ancora cercando di riattivare la circolazione nelle mie povere membra, quando mi si avvicina un uomo non molto alto, tarchiatello, con i capelli neri tagliati corti e due baffetti molto curati. Indossa una camicia a colori vivaci. Mi sorride e mi chiede, in inglese, se ho bisogno di aiuto e dove sto andando. Rispondo che voglio andare alle cascate di Ouzoud e cerco un passaggio per poterci arrivare. Si offre di farmi lui da guida, naturalmente mi troverà il passaggio e poi mi accompagnerà a piedi fino alle cascate.

Ho letto che il sentiero per le cascate è ben segnalato, quindi potrei anche non avere bisogno di una guida, ma per arrivare a prenderlo? Non so quanti chilometri ci siano da qui, ma non è fattibile a piedi, sicuramente non a quest’ora.
Decido di accettare, non è il caso di perdere altro tempo.
Concluso con una stretta di mano il contratto, la mia nuova guida si presenta: il suo nome è Salah. Telefona e in pochi minuti arriva una macchina. Naturalmente non è un taxi “ufficiale”, del resto anche lui non è certo una guida ufficiale.
È una delle cosiddette “Faux Guides”, che sono diffusissime in Marocco. Sono un numero assolutamente non paragonabile a quello delle guide “vere”. Non sono necessariamente truffatori, anche se è possibile trovarne anche di quelli, che si fanno pagare e non ti fanno vedere niente; e anche se a volte possono essere un po’ esosi, per il tipo di servizio che offrono. Il più delle volte sono semplicemente persone che si arrangiano per raggranellare qualche soldo con cui sbarcare più facilmente il lunario. Si trovano ovunque, ma il loro regno è la medina, la parte antica, delle grandi città. Qui spesso l’ignaro straniero, una volta entrato, ha serie difficoltà anche solo ad uscirne senza il loro aiuto. Non è facile districarsi in un dedalo di vicoli, tutti senza nome o con il nome scritto solo in arabo. E non esiste alcuna mappa che possa essere realmente di qualche utilità. Mi è già capitato varie volte. Fa parte del gioco, direi. Quello che, alla lunga, può diventare stressante è che, sì, se va bene ti portano dove vuoi andare, anche se non è per nulla scontato. È anche possibile che non conoscano quel posto e ti portino in un altro, che per loro vale comunque assolutamente la pena. Ma, ovunque ti portino, per arrivarci, invariabilmente, devi prima passare per i negozi dei loro fratelli, zii, cognati e cugini fino al terzo grado. Uno vende spezie, un altro tappeti, un altro babbucce, un altro gioielli artigianali e così via. Tutti ti invitano a comprare molto amabilmente, nessuno ti forza, puoi anche finire il giro senza spendere un solo Dirham. Ma il tempo passa tra trattative e bicchieri di tè. Il che, personalmente, posso trovarlo piacevole per qualche giorno ma alla lunga mi stanca. E poi, troppo tè diventa eccitante!
Mentre ci dirigiamo alle cascate, Salah mi racconta che lui gestisce un piccolo bar proprio lì al bivio, una specie di punto di ristoro. Ma in questi giorni, per il Ramadan, è costretto a chiudere. Evidentemente non gli conviene tenere aperto solo per i pochi turisti che arrivano qui come me, o sperando che qualcuno dei locali venga a bersi una cosa dopo il tramonto. Perciò in questi giorni fa la guida a tempo pieno, di solito invece lo fa solo per arrotondare. Probabilmente gli affari non vanno benissimo neanche negli altri mesi.
Il suo inglese è elementare e la pronuncia non è proprio quella che sentireste da un anchorman della BBC, ma ci capiamo.
In un quarto d’ora arriviamo ad un piccolo villaggio, dove si imbocca il sentiero per le cascate. Mentre ci incamminiamo voglio mettere in chiaro una cosa, ammaestrato dalle precedenti esperienze.
“Ascolta, Salah, io non ho molto tempo. Stasera devo tornare a dormire a Marrakech, sono già le due e il viaggio non è breve. Perciò, per favore, te lo dico subito: non voglio comprare niente. Ho già comprato tutto quello che potevo comprare. Portami alle cascate e basta, ok?”
“Ok, my friend. Qui c’è un piccolo bazar, ma se non vuoi non ci fermeremo”.
Infatti ci passiamo, saluta tutti ma tira dritto.
In un’oretta di facile cammino raggiungiamo le cascate. Intanto, Salah mi racconta di sé e della sua famiglia: è berbero, ha una moglie e due bambine. Quasi sempre, qui in Marocco, i berberi dichiarano per prima cosa la loro identità. Dal punto di vista etnico, la popolazione è divisa all’incirca a metà tra berberi e arabi; dopo oltre un millennio di convivenza sono ovviamente anche molto mescolati, ma le due comunità mantengono una certa separazione. Non mi è mai successo, tuttavia, di sentire un arabo qualificarsi come tale. Evidentemente non ne sentono il bisogno, facendo parte del popolo che esprime la cultura e la lingua tuttora dominanti in questo paese. Per i berberi invece, che sono un popolo che ha una lingua, una cultura, una bandiera, ma non ha mai avuto uno stato, il bisogno di rivendicare un’identità che in passato è stata molto repressa è forte.
Salah vorrebbe ospitarmi a casa sua per la notte e farmi conoscere la sua famiglia, poi domani potremmo fare altri giri, mi dice, ma gli spiego che ho già altri programmi e ribadisco che preferisco tornare a Marrakech.
La vista delle cascate è davvero mozzafiato. Sono cascate imponenti, a tre salti, alte almeno un centinaio di metri. Il fiume precipita con fragore tra le rocce rosse coperte di vegetazione. La luce del sole, attraversando la nebbia di goccioline, forma un bellissimo arcobaleno. Alla base c’è una piscina naturale dove la gente si bagna. Insomma, è esattamente come si immagina una grande cascata in Africa. Uno spettacolo naturale stupendo.

Lungo il sentiero ci sono diversi punti di osservazione, dove ci fermiamo prima di arrivare alla base delle cascate. Mi accorgo che sto facendo foto in maniera compulsiva, stasera ne avrò a decine tutte uguali. Io non sono certo un grande fotografo e la mia macchina è una modesta compatta, ma in un posto del genere è difficile trattenersi. Ci fermiamo un po’, sia per riposarci sia perché mi voglio gustare lo spettacolo anche un po’ con gli occhi, non solo attraverso l’obiettivo.
Purtroppo però il tempo non è molto, dobbiamo ripartire. Scendiamo e Salah richiama il suo amico, che ci riporta al bivio. Io chiedo come fare per prendere un altro Grand Taxi che mi riporti a Marrakech, ma Salah mi informa che esiste anche un autobus e che passerà tra circa un’ora. Resto sorpreso, la guida non ne parlava e anche le mie ricerche su internet erano state infruttuose… meglio così, naturalmente. Mi colpisce l’onestà di Salah: in fondo avrebbe benissimo potuto non dirmi niente e chiamare qualche altro “taxista” suo amico o conoscente, che senz’altro gli avrebbe dato qualcosa. Purtroppo siamo abituati male, l’onestà ci sorprende sempre, in qualunque posto ci troviamo.
Per evitare di aspettare un’ora sotto il sole, Salah apre apposta per noi il suo bar. È molto piccolo, ma ci consente almeno di stare all’ombra e bere qualcosa nell’attesa. Naturalmente bevo solo io, lui fino al tramonto non può.
Tra una chiacchiera e l’altra, mi chiede come mai viaggio da solo: non è la prima volta che mi capita, qui è vista un po’ come una stranezza. Vuole sapere della mia famiglia. Rispondo che non ho né moglie né figli, e nemmeno fratelli o sorelle; dei miei genitori è rimasto solo mio padre, che è troppo anziano per viaggiare e, a dir la verità, non ne ha mai avuto molta voglia. Ci pensa un attimo, poi esclama, indicando sé stesso:
“Allora adesso hai un fratello, qui, in Marocco!”.
Lo ringrazio sorridendo, forse è un po’ prematuro ma qui la gente è fatta così, tende a enfatizzare questo genere di relazioni.
A questo punto attacca a chiamarmi “my brother” e non più “my friend”. Strappa un pezzo della carta di una stecca di sigarette ed inizia a scarabocchiarci sopra. È un itinerario che mi sta proponendo, naturalmente con lui come guida, tra le più belle valli dell’Alto Atlante e fino a Merzouga, alle porte del Sahara. Scrive diversi nomi di città o villaggi e li collega con dei tratti di penna fino a disegnare una specie di cerchio. Alcuni di quei nomi li ho sentiti, altri mi sono totalmente sconosciuti. Ma lui sembra sapere il fatto suo, per quanto, certo, la grafica dell’improvvisata cartina turistica non sia eccezionale.

Gli ripeto ancora una volta che ora non ho tempo per un giro così lungo ma mi piacerebbe, davvero, magari un altr’anno… così ci scambiamo indirizzi e numeri di telefono.
Gli chiedo anche quanto gli devo, non voglio dover saldare il conto in fretta mentre arriva l’autobus. Mi chiede 70 Dirham. Al tassista ho già dato i suoi soldi, è ovvio, ma è comunque una cifra onestissima. Mi è successo di sentirmene chiedere 200 solo per uscire dalla medina. Gliene do 100, non di più perché non vorrei offenderlo.
Arriva un vecchietto che ha visto il bar aperto ed è venuto a curiosare per capire come mai. Salah me lo presenta, il suo nome è Rashid. Salah gli spiega chi sono e cosa stiamo facendo, almeno così immagino. Lui non parla inglese, ma mi fa dei grandi sorrisi sdentati. Dico a Salah di chiedergli se non gli dispiace che gli faccia una foto; ho scoperto che nel Marocco rurale molte persone, soprattutto anziane, non lo gradiscono. Risponde che va bene e così, per avere un ricordo, faccio una foto a lui e a Salah sotto il cartello turistico delle cascate di Ouzoud.
Ormai è ora, ci mettiamo ad aspettare l’autobus tutti insieme e. dopo pochi minuti, vediamo un vecchio pullman in avvicinamento. Ai nostri cenni, accosta sollevando una nuvola di polvere. È il momento dei saluti, poi salgo in fretta e mi cerco un posto. A colpo d’occhio, potrei essere il solo europeo ma non è la prima volta, poco male.
Il pullman parte. Il motore è molto rumoroso ma dopo un po’ il suo rombo costante concilia il sonno. Gli occhi un po’ mi si chiudono, ma vorrei vedere ancora qualche scorcio di questo paesaggio. Mi torna in mente l’itinerario: tiro fuori dalla tasca il pezzo di carta ripiegato, lo apro e provo a cercare tutti i nomi sulla guida.
Questo è un mio grande classico. Quando un viaggio sta finendo mi viene quasi sempre voglia di progettarne subito un altro, forse per placare la sensazione che questo, ormai, è andato. Mi rigiro il pezzo di carta tra le mani e penso che non so quando ma si potrebbe fare, sì, forse si potrebbe fare…

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