Diario di un cicloviaggio a Santiago

di Pierluigi Cortesi –

1 giorno – Martedì 26 Aprile    LIVORNO – GENOVA
È arrivato il gran giorno, preceduto da una notte resa agitata dalle incognite del viaggio alle quali si cerca istintivamente, irrazionalmente, di dare risposta attraverso presagi degni dell’arte divinatoria di auguri e aruspici. E i presagi non mancano: a colazione un dente si scheggia; poco dopo inizia a cadere una pioggerella fine da un cielo uniformemente grigio; non riesco a trovare una cartina del percorso che mi ero faticosamente predisposta; anche se la decisione è stata comunque presa già da tempo e questi segni non sono certo sufficienti a cambiarla, una certa sensazione di disagio non si dilegua neppure quando il cielo schiarisce e si apre a uno sbiadito azzurro. 
La partenza alla volta di un pellegrinaggio religioso per il credente-praticante prevedeva un tempo (ma anche oggi, credo) una serie di atti preparatori, incontri e rituali, nella concezione che il distacco sia quasi un rito di iniziazione (o, meglio, di passaggio) funzionale alla morte simbolica del vecchio e, una volta raggiunta la meta, ad un arricchimento interiore e a una rinascita di un uomo nuovo. Tutto ciò nel mio caso è, ovviamente, assente, anzi la solitudine che mi si prospetta – almeno nella prima parte del viaggio – accentua quel senso di separazione, lontananza, assenza che ogni partenza comunque implica, senza però contropartite finalistiche ovvero aspettative di tipo religioso. Eppure, se affermassi di non attendermi da questo viaggio alcuna forma di cambiamento, di non provare alcuna ansia di indefinibile rinnovamento, non sarei sincero. La motivazione ufficiale del viaggio è stata quella dell’impresa sportiva, quasi una bravata per riaffermare la piena efficienza fisica e mascherare l’avanzare degli anni, ma la motivazione reale, rimane inespressa, perché risiede in un grumo inestricato di pulsioni profonde (la sensazione struggente di avere a disposizione solo una “picciola vigilia d’ i nostri sensi” e insieme l’ aspirazione a trovare del tempo unicamente per me stesso per riflettere e tirare qualche somma, la necessità di solitudine e di silenzio materiali, ma anche di pace interiore, il bisogno, vago ma profondo, di cercare un “qualcosa”, che è tanto più introvabile quanto più è indefinito…) che faccio fatica a riportare a una piena consapevolezza e che si somatizza in una sottile forma di apprensione, sfiducia o pessimismo.
Finalmente, dopo le foto di rito, le raccomandazioni, gli abbracci e gli addii, la tensione si scioglie nella partenza e prende quota l’entusiasmo. Una curva, un semaforo, un rettilineo, non faccio in tempo a prendere velocità che un colpo, un sibilo e la ruota posteriore a terra mi costringono alla sosta dopo appena 900 m.! Questo terzo presagio funesto e ormai inaspettato è deleterio per il morale, di colpo riaffiorano tutti i dubbi e i timori che hanno caratterizzato le ultime due settimane, arrivo a chiedermi se non farei meglio a lasciar perdere tutto, ora che sono solo all’inizio, ed archiviare questa impresa che non ha probabilmente nessuna concreta e solida motivazione. Mi soccorre Arianna che, da brava figlia, non avendo fatto in tempo a salutarmi a casa, mi raggiunge sul marciapiede dove cerco svogliatamente di riparare la camera d’aria, mi conforta e incoraggia. Moderatamente rincuorato, riparto, cercando di reagire razionalmente all’accaduto; la foratura, complice anche il bordo sporgente di un tombino, può essere fatta verosimilmente risalire ad una duplice origine: pressione troppo bassa della camera d’aria e peso eccessivo dei bagagli. Perciò, raggiunta Pisa con una prudenza perfino eccessiva, a casa di Alice, l’altra mia figlia, decido di sostituire o rinunciare a una parte dell’ equipaggiamento: qualche indumento, un asciugamano troppo grosso, una decina di bustine di sali, tazza e posatine (peraltro leggerissime), due mini-dizionari, una mela etc. Il risultato è un risparmio di un paio di kg; non è molto, ma insieme allo spostamento di alcuni oggetti più pesanti sulla borsa anteriore, tutto serve per alleggerire il peso dietro. Riparto, non senza la solita nevrotica pantomima: per mezzora cerco disperatamente dappertutto la pompa che non si è mai mossa dal posto in cui doveva essere.
Il traffico è intenso (siamo in pieno rientro post-pasquale), ma scorrevole, nonostante qualche TIR che ti sfiora rombando.
Non mancano gruppi di ciclisti iperaddobbati e ipercompetitivi che, quando ti sorpassano, non c’è pericolo che ti salutino e, se sei tu a superarli, pare lo considerino un affronto a cui rimediare con un pronto contro-sorpasso. Sarà il diverso abbigliamento che genera una sorta di complesso di superiorità da parte di chi ha magliette sponsorizzate nei confronti di chi veste alla “bracalona” (o addirittura pedala a torso nudo)? Anche la bici fa la differenza: c’è quella lustra e immacolata, di marca, ultimissima edizione, ultraleggera (tanto da rendere al momento dell’acquisto, ultraleggero anche il portafogli) e c’è quella “cialtrona”, che magari sarà stata anche di marca, ma parecchi anni prima, e che nelle macchie, nelle incrostazioni e nei punti di ruggine dimostra tutta la colpevole trascuratezza del proprietario. Però quello che più fa arricciare il naso ai puristi del pedale è sicuramente l’insieme di modifiche non ortodosse apportate a una bicicletta da corsa: luci, catarifrangenti, specchietto, tromba, borse e borsotti di varia dimensione, che ai loro occhi la declassano al rango di bici da garzone di bottega; ma – quel che è peggio – la vista di spaghi, elastici, parti di camere d’aria, nastro adesivo, imbottiture di gommapiuma, bottiglie di plastica tagliate a metà e infilate nel porta borraccia per fare da contenitore multifunzionale. Una volta un ciclista serio e ben vestito mi si avvicinò per chiedermi dove avessi comprato quell’originale portaoggetti e quanto l’avessi pagato; quando gli risposi che me l’ero fatto da me, semplicemente tagliando una bottiglia vuota di Pepsi, ci rimase quasi male e si allontanò in silenzio.
Dopo aver malignato sui ciclisti DOC, debbo però confessare che quando ho visto un gruppetto procedere spedito davanti a me, l’ho raggiunto per chiacchierare un po’ e magari sfruttarne la scia. Non l’avessi mai fatto: come ricchi parvenu che vedono avvicinarsi un parente povero in atteggiamento da questuante, hanno immediatamente accelerato e ho dovuto desistere per non sprecare inutilmente energie delle quali avrei avuto bisogno più avanti (specialmente per la salita del Bracco).
Il meteo è comunque il meglio che si possa desiderare: tiepido, ventilato, con un’alternanza di sole e nubi.
A Torre del Lago scarto l’idea di attraversare il paese e opto per l’Aurelia a quattro corsie che mi permette di tenere un’andatura più veloce e costante: mi tengo infatti insperatamente sui 27 km/h abbondanti.
A Viareggio iniziano le dolenti note, perché decido di fare da subito il lungomare, ma è uno stillicidio di semafori un continuo “stop & go” tra auto e moto impazienti, che ad ogni ripartenza appestano l’aria con i loro scarichi e mal sopportano di dover ogni volta superare un cicloturista lento e ingombrante.
Sarà così fino a Marina di Carrara; ma la giornata è bella, le gambe girano e l’ansia per l’eccessivo peso e per la presunta inadeguatezza di gomma e copertone posteriore cede un po’ alla volta il passo ad un cauto ottimismo, tanto più considerando la “scrematura” dei bagagli effettuata a Pisa.
Al bivio per Ameglia/Sarzana qualche incertezza e l’incalzare delle auto dietro di me mi inducono a prendere frettolosamente per Sarzana. Ho modo di pentirmene – ma troppo tardi – mezz’ora dopo quando un intasamento del centro città costringe a un’andatura a passo d’uomo mezzi a quattro e due ruote, imparzialmente. La medesima situazione, causata stavolta dal rifacimento del manto stradale e da un incidente, si ripete pochi km dopo S. Stefano Magra, quando, saltata per disattenzione la svolta a sinistra sul ponte, ci si ritrova tutti bloccati in una coda chilometrica in entrambi i sensi, che non permette nemmeno a una bici di districarsi e procedere. L’attraversamento del fiume e il ritorno sulla retta via avviene solo dopo Padivarma, con un costo ridotto in km, ma salatissimo in termini di tempo (un’ora e mezzo) e di stress.
Un acquazzone improvviso, preceduto da un cielo plumbeo e da un’ondata di vento afoso e carico di elettricità, interrompe la pedalata; mi riparo sotto il tendone di una merceria e ne approfitto per saggiare l’efficienza del mio sistema anti-pioggia: tiro fuori le ghette, il poncho rosa di mia moglie Gea (col quale ho sostituito la vecchia mantellona gialla; vabbè, sarà poco mascolino, però è ultraleggero) e, per proteggere la borsa anteriore e il marsupio, due cuffiette lilla da doccia; queste, il colore dell’impermeabile e il fatto di essere piazzato davanti a una vetrina di mutandine tutte pizzi e merletti creano un effetto un po’ equivoco, che attira l’attenzione di qualche passante, ma lo scopo è raggiunto. Quando finalmente la vestizione è terminata è anche smesso di piovere, però l’esercitazione è servita a saggiare le mie reazioni e migliorare alcuni aspetti organizzativi.
La strada in leggera salita conduce fino a Borghetto Vara, dove, per spezzare il viaggio e prepararmi al Bracco, decido di concedermi una breve sosta e mangiare un boccone. Il gestore del bar mi spiega che per raggiungere il paese di Carrodano, alla base della salita, sono due le strade possibili: una contempla l’impegnativo “Piccolo Bracco” con una dura salita poi annullata da un’altrettanto ripida discesa, l’altra una salita costante ma moderata (“praticamente pianeggiante” dice lui col ghigno del ciclista navigato). Inutile dire che scelgo quest’ultima, raggiungendo Carrodano ansante e sbuffante per il caldo in quasi mezz’ora. Già alle prime rampe il Bracco si rivela per quello che è; a renderlo peggiore di come lo ricordo contribuiscono eccellentemente gli 8 anni di età in più rispetto alla scalata precedente. Sta di fatto che nonostante il rapporto più agile (39/28), i kg e il caldo del sole, che ora picchia deciso, si fanno sentire. A un ragazzo che incontro chiedo quanto ancora mi resta da fare prima del valico: “Più o meno, ” – risponde lui -“un paio di km”, che invece si riveleranno poi 7-8, come avrei dovuto ricordare. E, a proposito di cose da non dimenticare, mai pedalare in salita con la borraccia vuota! Dopo un paio di km duri (forse al 10%, o così mi fa credere la fatica) la pendenza si ammorbidisce un po’, ma i battiti restano al limite e l’unico modo per riprendere fiato è fermarsi ogni tanto, magari con la scusa di scattare foto che so già scadenti a causa di foschie e riflessi. Poco prima del passo un cartello e un tubo di gomma da cui scorre un filo d’acqua annunciano che la tortura della sete è terminata. Infine, dopo 133 km e quasi 6 ore di pedalata, ecco il valico; qualche foto al paesaggio, purtroppo offuscato dalla calura e poi via, giù per la discesa, ma con juicio, dato che il timore per la gomma posteriore non si è ancora dissolto.
La piazza centrale di Sestri Levante è raggiunta dopo quasi 20 km e da qui una serie interminabile di saliscendi, spesso impegnativi, mi porta fino a Recco, non risparmiando code e rallentamenti dovuti al traffico del rientro dalle vacanze pasquali o alla “scarificazione” del manto stradale in alcune gallerie (è la prima volta che trovo questo termine associato all’asfalto anziché alla pelle umana) con relativi timori, rivelatisi poi esagerati, per le mie gomme.
Il ricordo del raid a Genova di 8 anni fa e dei crampi che poco dopo Recco mi costrinsero a una sosta prolungata, mi inducono a bere molto e a non forzare, soprattutto in salita; perciò nei saliscendi da Chiavari in poi risparmio energie, dedicandone una parte al paesaggio che, quando non è eccessivamente cementificato e avvelenato dai gas di scarico, merita attenzione. Ricevo una serie di telefonate premurose da parte di mio fratello, il quale da Genova si offre più volte di venirmi a prendere in macchina, preoccupato dal ricordo di 8 anni fa, quando, novello samaritano, raccolse non un fratello ma un ecce homo al termine di una via crucis di stanchezza e disidratazione. Ma tutte le volte declino l’offerta, perché, a dispetto di ogni previsione, non solo non ho crampi, ma mi sento discretamente in forma (merito, oltre che della mia prudenza, anche delle misteriose pastiglie di sali e amminoacidi che Gea si è fatta dare dall’erborista?)
Raggiungo Brignole, che il sole sta ormai declinando, il che è un bene, perché all’ abbassarsi della temperatura sento nuova energia affluire nelle gambe, anzi quando incontro mio fratello, che non ce l’ha fatta a non venirmi incontro in scooter per verificare se davvero non avevo bisogno di assistenza, rifiuto sdegnosamente ogni forma di aiuto, anzi quasi gareggio con lui in velocità e a sgusciare nel traffico genovese fino a Sestri Ponente, per affrontare infine energicamente l’ultima ripida salita di viale Canepa che porta fino alla zona dell’ospedale, nella quale lui abita. E qui infine, mi concedo una doccia, una cena e un riposo più che meritati.

Percorsi 213 km in 9 h:30’ di pedalate effettive a quasi 22 km/h

  2 giorno _ Giovedì 28 Aprile GENOVA – VENTIMIGLIA
Ieri, cedendo senza eccessiva resistenza alle richieste di fratello e cognata, non sono ripartito, decidendo di prolungare ulteriormente di un giorno intero la sosta a Genova per visitare la città. Stamani, dopo un giorno intero di riposo, in cui peraltro non ho avvertito nemmeno i classici indolenzimenti da accumulo di stanchezza, riparto non molto di buon’ora (le 9 e mezzo), ma sicuramente di buon umore: anche stamani le gambe girano bene e non presentano segni di stanchezza, nonostante l’esordio abbia registrato per due volte la discesa e la ripida salita di viale Canepa, per recuperare delle cose che avevo dimenticato. Raggiungo di slancio il bivio del Turchino, quindi supero Savona e il bivio per Cadibona, estremo limite della Liguria nord-occidentale da me ciclisticamente conosciuta; qui il traffico diminuisce sensibilmente e il viaggio assume un’andatura più regolare e ariosa.
La Riviera è senz’altro bellissima e tutto sommato il caldo e la fatica fisica sono risultati inferiori alla passata esperienza, ma immagino cosa sarebbero questi luoghi senza le congestioni, i rumori e i gas di scarico del traffico intenso o addirittura senza mezzi a motore.
Ancora un improvviso temporale di tipo estivo, accompagnato però dalla luce del sole, svuota le strade dai passanti e mi fornisce un buon pretesto per infilarmi in una pasticceria. Quando esco non piove più e posso riprendere la marcia con la pancia un po’ più piena e il cuore più leggero, mentre un bel sole esalta il verde il bianco il rosso e il blu delle piante, spontanee e non, che costeggiano la strada. È davvero un trionfo della primavera che il cielo grigio di prima in parte nascondeva.
Verso Laigueglia, scorgo un ciclista affaccendato sulla sua bici stesa a terra: sembra in difficoltà, perciò torno indietro per dargli una mano, ma sta solo pulendo la bici; ne approfitto comunque per fare una chiacchierata (mi chiedo se non sto inconsapevolmente cercando conferme e sostegno al mio cammino), visto che da stamani non ho quasi mai aperto bocca; mi rendo conto che questo bisogno frustrato di comunicare è forse il principale aspetto negativo del viaggiare solo.
Ancora dei bei tratti di costa, oltretutto con il raro privilegio di essere quasi totalmente privi di traffico, si snodano su un’Aurelia ben ombreggiata e così stretta, tra un costone di roccia a destra e alberi di pino o leccio a sinistra, a picco sul mare, che potrebbe essere benissimo una magnifica pista ciclabile. La ciclabile vera e propria si incontra a Sanremo ed è ben organizzata e scorrevole, nonostante gli stop ad ogni incrocio. Vi incontro altri due ciclisti del luogo, i quali, oltre all’opportunità di scambiare due chiacchiere e di confrontare le reciproche esperienze cicloturistiche, mi dànno utili consigli sul percorso di domani in Costa Azzurra.
Man mano che mi avvicino a Ventimiglia, tappa finale di questo secondo giorno di viaggio, il traffico si infittisce, fino a bloccarsi del tutto già alla periferia della città, come se fosse in corso una sagra paesana che riversa per strada un fiume di persone che circondano e assediano auto, moto e biciclette. Non si passa nemmeno sui marciapiedi, perciò mi rassegno a farmi trascinare lentamente dalla marea umano-meccanica che non si capisce dove sia diretta. Dalle parti della stazione mi svincolo dalla morsa e alla mia domanda sull’accaduto mi sento rispondere che quella, lì a Ventimiglia, è la regola quotidiana, dovuta al “normale” traffico frontaliero d’ogni giorno.
Di fronte alla stazione chiedo informazioni sull’indirizzo del B & B a cui sono diretto ad un agente di polizia, ma lui stringendosi nelle spalle mi spiega che non ne sa nulla: è appena stato mandato lì da Genova insieme ad un centinaio di altri suoi colleghi per fronteggiare il problema dei Tunisini che in massa cercano di varcare la frontiera con la Francia, pagando di persona lo scotto dell’assurda contrapposizione tra governo italiano, che gli ha concesso l’autorizzazione a spostarsi tra i Paesi della UE, e il governo francese, che invece gliela nega. In effetti in fondo al piazzale, oltre la barriera costituita da una massa umana in movimento lento, scorgo un buon numero di blindati della P.S. e i relativi agenti appostati come le sentinelle della Fortezza Bastiani in atteggiamento di vigile attesa di non si sa quale invasione di Tartari; o meglio, i Tartari ci sono già, sono i nord-africani che in un angolo lontano della stazione individuo in un mucchio colorato e indistinto di stracci e di esseri umani, anche loro immobili e in attesa di chissà cosa da parte di chissà chi. Sono tranquilli, silenziosi e pensosi, perlopiù seduti sui talloni o a gambe incrociate, immobili tra i fagotti delle loro cose e dei loro ricordi; ben diversi dalla rappresentazione chiassosa, caotica, contestatrice o piagnucolosa che di solito la televisione ama darne; piuttosto mi richiamano alla mente l’ immagine degli spauriti emigranti italiani d’inizio Novecento stivati sui bastimenti o in attesa dell’ispezione a Ellis Island.
Sono la dimostrazione in corpore vivi di come spesso tra le questioni politiche spesso astratte, fumose, velleitarie e le persone in carne e ossa che vi sono coinvolte ci sia un abisso praticamente invalicabile, che dà la misura del vero grado di civiltà di un popolo, ben più dei dati sul possesso di automobili, o di iPad e iPod. Che grande esercitazione di umanità si potrebbe realizzare se tutti noi – a cominciare dai politici – riuscissimo a chiederci sinceramente: “Se al posto di uno di questi nord-africani con i suoi dubbi, timori, speranze, bisogni ci fossi io o mio fratello o mia figlia con gli stessi dubbi, timori, speranze, bisogni… ”.
È con un certo disagio che lascio il piazzale della stazione e mi avvio su verso la città vecchia di Ventimiglia, alla ricerca del mio B & B, “La terrazza dei Pelargoni”. Durante la salita mi lambicco il cervello per individuare il riferimento mitologico di questo nome così inconsueto (forse i discendenti di uno degli eroi delle Argonautiche? Uno dei popoli, tipo Ciconi o Lestrigoni, contro cui combatté Odisseo? O il personaggio di una commedia plautina?); ma mi basta raggiungere la meta per risolvere il mistero e ricordare di colpo che Pelargonium è il nome scientifico della famiglia dei gerani: l’intera terrazza su cui si affaccia il B & B è una magnifica giungla di ogni tipo di gerani, alcuni anche rari, che incornicia il suggestivo panorama dei tetti di una Ventimiglia rosso-bruna per il tramonto.
Percorsi 177 km (tot.: 389) in 6 h:15’ di pedalate effettive (tot. 15h:45’)
  3 giorno _ Venerdì 29 Aprile  VENTIMIGLIA – VIDAUBAN
Durante la notte è piovuto un po’, ma al mattino la terrazza è praticabile e in questo incantevole scenario viene servita la colazione. Tra una crostata e una torta fatte in casa faccio conoscenza con Francis, un americano di lontana origine italiana che ha scelto Ventimiglia come punto di partenza per fare trekking tra Francia e soprattutto Italia, di cui è un grande estimatore nonostante ne conosca bene le vicissitudini attuali e le poco gloriose gesta del nostro premier, sulle quali preferisce stendere un velo pietoso.
La chiacchierata si prolunga oltre misura: sono le 11 passate quando mi rimetto in marcia; pazienza, vuol dire che oggi farò meno kilometri: è vero che la prima parte del viaggio era stata pensata come un rapido trasferimento fino ai Pirenei, dove sarebbe dovuto cominciare il Camino vero e proprio, ma non è detto che debba diventare una lotta da incubo contro lo spazio e il tempo.
Lascio la Ventimiglia medioevale uscendo da Porta a Nizza in direzione di Latte e del confine, senza dover ripassare dalla città bassa e ben presto la strada comincia a scendere verso il mare. A Latte mi fermo per le ultime telefonate dal suolo natio: più che un anticipo di nostalgia per la patria non ancora lontana, a spingermi è la consapevolezza che le chiamate nazionali costano meno di quelle internazionali; moglie e figlie si prodigano in raccomandazioni, incoraggiamenti e abbracci telefonici; da Alberto (l’ amico che avrebbe voluto essere con me, ma non ha potuto), da Luigi (che avrebbe potuto, ma non ha voluto), da Max e dagli altri amici e parenti (che non hanno né voluto né potuto) ricevo attestati di ammirazione, incitamento, fiducia, preoccupazione, disapprovazione; infine dal dentista (che ho voluto chiamare soprattutto per farlo sentire un po’ in colpa per l’attuale precarietà della mia dentatura) consigli e indicazioni mediche.
Al bivio subito dopo l’abitato sto per ripartire, quando un gruppetto mi si avvicina per chiedere in un italiano stentato qual è la via migliore per la Francia ed è legittimo il sospetto che per migliore non intendano quella meglio asfaltata o la più panoramica, bensì quella in cui hanno maggiori probabilità di varcare la frontiera. Farfuglio che non lo so, ma la delusione rassegnata su quei volti tirati la dice lunga sulle loro traversie. Pochi kilometri dopo, in prossimità del confine, ritorna il contrasto tra due mondi incomunicabili: alla fonda nel mare sottostante lussuosi yacht, per strada un altro gruppo di extracomunitari, evidentemente respinto dai gendarmi francesi, che sta tornando indietro parlottando concitatamente. Ci riproveranno alla prossima occasione.
Oltrepasso il confine senza che le guardie nemmeno alzino la testa verso di me (chissà – penso – se i profughi potessero disporre di una bicicletta…) e scendo su Mentone, proseguendo senza fermarmi per RoqueBrune e oltre.
L’alto livello di ricchezza, pulizia, efficienza ci fanno capire che siamo nel Principato di Monaco, ma le manifestazioni di gentilezza lasciano piuttosto a desiderare: le uniche informazioni non sbrigative me le dà un immigrato di colore; poco dopo chiedo acqua da bere con la borraccia in mano al gestore di un distributore e lui mi indica un autolavaggio.
Faccio confusione tra le corniches, e il percorso per la Costa Azzurra diventa un arabesco di saliscendi, quando recupero la strada giusta, constato che è tardissimo: sono già le 14:30 e non ho ancora raggiunto Nizza. Tardi per tardi, mi metto a mangiare i resti delle cibarie portate dall’Italia: in fondo al borsetto scovo tre baccelli che uniti a due fette di pane integrale mi sembrano eccezionalmente gustosi. Incredibile come la necessità (la fame, in questo caso) faccia apparire eccellenti le cose più umili; in un mondo teso al raggiungimento del massimo si tende a identificare il meglio con ciò che è oltremodo raffinato, complesso, raro, costoso, elitario, quasi che la garanzia della sua conquista risieda nella sua inaccessibilità per gli altri.
Finalmente Nizza! La Promenade des Anglais è davvero notevole e, mescolato all’odore di mare mi regala incredibili effluvi di lavanda e violette di cui non riesco a individuare la provenienza. C’è anche un’ efficiente pista ciclabile che alterno alla strada principale, quando il traffico intenso o i semafori bloccano la lunga coda in direzione di Cannes.
Anche oggi soffia un deciso vento di tramontana, il quale lotta contro le nubi cariche di pioggia che a tratti coprono il cielo; l’aria è fresca (anche troppo), però per tutto il pomeriggio il vento non soffia mai contro ma, semmai a favore. All’arrivo a Cannes, perciò, ho recuperato un po’ del ritardo, alzando anche la media generale. Il consiglio datomi ieri a Sanremo era di raggiungere Cannet de Maure, la prossima tappa programmata, passando per Fréjus lungo costa, anziché tagliando il massiccio dell’Esterel, ma io opto testardamente per quest’ultimo, perché la Route Nationale, anche tenendo conto dei rilievi da superare, mi sembra più rapida. Al primo bivio giro a destra e chiedo conferma ad un benzinaio che frettoloso mi risponde qualcosa di incomprensibile con un sorrisetto beffardo. Punto sul vivo da quella che interpreto come una meschina considerazione dei miei mezzi, affronto lanciato la salita. Dopo un po’ chiedo ad un altro se va bene per Cannet; anche lui farfuglia qualcosa del tipo “Vai, vai… ”. Mi ci vuole una buona mezzora, e una più attenta lettura dei cartelli, per rendermi conto che il Cannet a cui mi sto dirigendo non è il Cannet des Maures in Provenza, bensì una frazione collinare (molto collinare) di Cannes stessa. Rabbiosa marcia indietro. Al primo Office du Tourisme che incontro una signora stavolta disponibilissima e lentissima mi spiega quale via prendere e perde tempo a cercarmi cartine che non mi saranno di nessuna utilità. Finalmente giungo in vista del mare, ma dev’essere probabilmente l’ora dell’uscita dagli uffici, perché mi trovo trascinato passivamente da un fiume di auto e finisco bloccato in un budello in discesa fra due torpedoni; quando infine riesco a raggiungere la passeggiata a mare, constato che ho perso inutilmente un’ora buona.
Il percorso verso St. Raphael e Fréjus è ondulato, ma davvero bello, come mi aveva preannunciato all’Office du Tourisme, e nemmeno così trafficato come mi aspettavo. Ci sono, anzi, molti ciclisti in gruppo o da soli che hanno scelto questo tratto come tipico percorso per allenamento (così, almeno, mi viene spiegato). Il sole è in fase discendente e il tempo stringe, ma non posso fare a meno di fermarmi a scattare foto soprattutto alla costa dell’Esterel, caratterizzata da rocce di un rosso acceso che contrasta vivacemente col blu cobalto del mare e il verde della vegetazione mediterranea. Mi fermo per scattare qualche foto, ma la macchina fotografica mi scivola di mano sbattendo duramente per terra; apparentemente sembrerebbe funzionare ancora, ma mi accorgo che nelle inquadrature in cui c’è luce diffusa il risultato è un’immagine sovraesposta o del tutto illeggibile.
Mi affianco ad un francese che sta provando la sua Giant appena acquistata e ci mettiamo a parlare di bici, di viaggi, di pellegrinaggi e di attualità, con particolare riferimento alla situazione tunisina e libica e alle reazioni dei nostri rispettivi Paesi. Con molto tatto cerchiamo di non imbarazzarci l’un l’altro, anche se, quando lui accenna all’immagine dell’Italia nel mondo determinata da Berlusconi e dalla Lega, non posso fare a meno di replicare con l’allusione a Sarkozy e a Le Pen. Mi spiega poi che i km per Cannet des Maures sono ben più di quelli che avevo calcolato io e che, data l’ora, è quasi impossibile completarli; mi offre allora di guidarmi lui attraverso St. Raphael e Frejus, per non farmi perdere altro tempo. Dati i miei precedenti, accetto con gratitudine. Mentre parliamo, procedendo a tutta birra, talvolta appaiati, le rare macchine strombazzano per passare, lui si sposta, ma li saluta anche ironicamente, con la manina. Anche da noi in Italia succede lo stesso – gli dico io – tacendo però dei gestacci o parolacce che accompagnano spesso il clacson. Ci prendiamo poi una sorta di rivincita quando ritroviamo proprio uno di questi automobilisti litigare in una piazzola di sosta con un altro per essersi urtati con le rispettive macchine.
Arrivati a Frejus dove saluto il mio accompagnatore, proseguo da solo sulla N7 verso Nord. Il cielo si è di nuovo incupito, minacciando pioggia e il vento quasi freddo spira ora in senso contrario, ma non posso rallentare, mi piego in posizione più aerodinamica possibile e cerco di sfruttare almeno lateralmente lo spostamento d’aria causato da auto e camion che mi superano; il traffico infatti è intenso ma regolare e la carreggiata, più ampia di molte nostre autostrade, è provvista anche di una pista ciclabile perfettamente asfaltata.
Sono fortunato: non piove, il temporale è passato prima che arrivassi io, lasciando l’asfalto nero e lucido. Viaggio veloce, mentre il tramonto sembra incombente, ma i kilometri ancora da fare sono sempre tanti; inoltre dalle ricerche fatte a suo tempo su Internet so che in zona non risultano B & B né alberghi, salvo un paio, carissimi; ma ho troppa sete (la borraccia è vuota da un pezzo) e fame (dopo lo spuntino non ho più mangiato nulla) per poter fare a meno di fermarmi. Appena scorgo un bar-panetteria, entro e chiedo un caffè e un croissant; l’espresso è veramente pessimo, al di là di ogni luogo comune sul caffè d’oltralpe, e i croissant sono terminati, ma poi adocchio in “offerta speciale” una busta con un grosso dolce –tipo schiacciata alla fiorentina- e tre croissant ripieni che probabilmente domani non potrebbero più vendere; il tutto è mio per meno di 3 €. Riparto con la bocca piena e mezz’ora dopo un altro colpo di fortuna caratterizza positivamente la fine di questa terza giornata: a pochi kilometri da Cannet, trovo sulla Nazionale un Motel (a soli 42 € colazione compresa) con un ristorante a lato.
Percorsi 151 km (tot.: 519) in 6 h:15’ di pedalate effettive (tot.: 22 h:30’)

  4 giorno _ Sabato 30 Aprile VIDAUBAN – ARLES
Partenza non proprio mattiniera (dopo le 9.30), ma la giornata è splendida, a dispetto delle previsioni meteo. Uliveti, vigne basse e profusione di papaveri annunciano che siamo entrati in Provenza e, data anche la presenza di muretti a secco, potrebbero rammentare alcuni scorci del paesaggio pugliese, se non fosse per l’ininterrotta cintura di colline boscose. Il cielo è limpido e il sole picchia forte già alle 10, ma c’è ancora una volta vento a favore, stavolta da Est-Nord-Est (Saint Jacques ha anticipato il miracolo, evidentemente) che tempera caldo e fatica nonostante le salite. I saliscendi, infatti, sono continui e variano da un minimo di 240 metri s.l.m. (secondo il mio altimetro, che però mi sono dimenticato di tarare) a un massimo di 400 e impongono l’uso praticamente di tutti i rapporti disponibili, ottenendo velocità che da 10 km/h raggiungono i 50 con punte talvolta di oltre 60. Soltanto delle code kilometriche assurde prima di ogni centro urbano, spezzano la marcia. Per strada molti banchetti improvvisati vendono fiori, ma soprattutto mazzetti di muguet, che vengono generalmente donati il 1° maggio alla persona amata sia come augurio di buona fortuna che per festeggiare la primavera.
All’improvviso, di lontano appare la familiare silhouette della montagna St. Victoire, col suo sperone calcareo quasi abbagliante sotto il sole di mezzogiorno che sfuma i contorni e i colori dei rilievi lontani, dei vigneti vicini, del cielo, della terra e della vegetazione in brune macchie rossastre o verdastre che ricordano l’omonimo quadro di Cezanne. Mi fermo a fotografare il paesaggio, ma nonostante diversi tentativi, ottengo solo inservibili istantanee quasi completamente bianche. Deve essere saltato l’esposimetro, credo; e grande è la delusione per non poter riportare a casa immagini del viaggio da rivedere e mostrare a Gea e agli altri.
Ad Aix en Provence, per le contrastanti indicazioni di alcuni passanti (o per la mia ormai cronica incapacità a memorizzarle e seguirle fedelmente) si ripete il solito andirivieni da un viale all’altro con qualche inutile deviazione e impennata delle pendenze a cui avrei volentieri rinunciato; poi finalmente riesco ad uscire dalla città con una salita “normale” in altri tempi, ma che caldo, fatica e fame trasformano in spacca-gambe. Dato che almeno la fame la posso combattere, mi fermo in cima alla salita presso uno snack della catena Paul, attirato dalla reclame di un’insalatona mista che troneggia nel manifesto all’entrata. In realtà non sono in grado di servirmela (forse, secondo l’uso americano, sono legati a dei limiti di orario a seconda dei piatti), comunque trovo di che sostituirla e, ricaricata anche la borraccia, riparto rifocillato, affrontando qualche nuova salita e più spesso riposanti discese; il vento a favore si è esaurito, ma on marche, on marche.
Nei pressi di Salon il paesaggio cambia: ai vigneti e ai boschi si sostituiscono campi di grano o incolti e una gariga più arida e stentata, mentre ai lecci e ai pini spontanei subentrano pochi cipressi piantati lungo le strade.
Il cartello indica 42 km per Arles; la strada è ampia, con un fondo appena rifatto, diritta, pianeggiante e con pochissime auto. Oltretutto il tempo che era cambiato minacciando uno scroscio, si è improvvisamente rasserenato. Insomma ci sono tutti gli elementi per godersi magnificamente quest’ ultimo tratto. E invece no. Complici il vento contrario, un mistral (che altro in Provenza?) nemmeno tanto forte, ma caldo e umido, l’assenza di qualunque agglomerato urbano per i primi 25 km, salvo alcuni capannoni, la monotonia della strada sempre uguale a se stessa, avanzo con una fatica crescente in direzione di St. Martin de la Crau; qualche km prima mi fermo ad uno snack, dove, oltre a una banana e un cappuccino, mi prendo una buona mezz’ora di riposo, poi riparto di malavoglia per gli ultimi interminabili km. Mi rendo conto che uso spesso questo aggettivo, ma quante sono le cose interminabili della mia vita? Quante volte l’avrò detta o pensata in riferimento a cose liete o più spesso sgradevoli, banali o fondamentali… le ore in attesa per la nascita di un figlio o della conclusione di un’agonia, i momenti di sofferenza sulla sedia del dentista o di attesa dei risultati di un esame importante e chissà quanti altri. Eppure tutti quei momenti “interminabili” hanno avuto un esito, in un modo o nell’altro, sono passati, “terminati” appunto, lasciando una scia spesso flebile e transitoria nel mare della memoria, ma anche talora regalando una riflessione su quanto sia effimero il nostro comparire nel mondo, agitarci per qualche tempo e poi scomparire per sempre, destinati a concludere il nostro viaggio (poco importa quanto sia durato o a quali porti lontani ci abbia condotto) e a ritornare nel nulla, ciascuno, individualmente, non diversamente da quanto è accaduto per una specie dominante e incontrastata come quella dei dinosauri o per una misera foglia che marcisce inosservata nel sottobosco oppure per questo moscerino che senza consapevolezza si agita sul mio zainetto.
Certo, l’uomo ha il vantaggio di poter lasciare memoria di sé attraverso grandi opere o nobili gesti (anche ignobili, per la verità), ma nel migliore dei casi ad esser ricordate saranno le sue opere, non lui; esse potranno magari continuare a vivere dopo di lui, ma di vita propria e sempre più avulse e scollegate da chi le ha originate. Anche l’eredità di affetti, alla quale disperatamente ci aggrappiamo, che è il motore primario del nostro istinto di sopravvivenza come individui e come specie e che ci fa credere di eternarci in qualche modo perpetuandoci nella prole, bene, pure quella è illusoria; a quante generazioni può resistere? Una, due e poi? Chi del bisnonno, o ancora più in là, ricorda qualcosa oltre al nome (e magari nemmeno quello)? Eppure anche lui ha avuto una vita, ha provato gioie, speranze, delusioni, rabbia. E poi? Un niente, un soffio di vento, ottant’anni di vita (infinitesimi di fronte alla vita di un ulivo o, ancor più, di una roccia) tutti ugualmente dissolti nel nulla… mi fermo qui, consapevole che si tratta di concetti tutt’altro che originali o profondi, che tutti, prima o poi, arrivano a formulare, lasciando sempre irrisolta una questione che non ha soluzione. Smetto di scrivere e mi rituffo nel viaggio, anch’esso effimero e senza scopo concreto, ma, almeno, senza neppure pretese.
A pochi kilometri da Arles devio per il centro di St Martin de la Crau, per fare acquisti ad un supermercato. All’uscita chiedo ad un indigeno la via più breve per reimmettermi sulla strada per Arles; per una volta seguo scrupolosamente le sue indicazioni chiare e in equivoche, col risultato che mi trovo su una superstrada vietata alle bici; lo capisco dopo un po’ dalle ripetute strombazzate di parecchi automobilisti, ma ormai c’è poco da fare: non mi resta che sortire alla prima uscita, sperando che non succeda nulla e che non transiti qualche pattuglia. Mi va bene e dopo una mezzora di corsa forsennata sulla corsia d’emergenza ne sono fuori, ma sono già alle porte di Arles. Proseguo verso il centro alla ricerca di un B & B, dato che ormai ho saltati quelli che potevano trovarsi in periferia. Ma quando chiedo di Chambres d’Hôtes, molti sembrano non capire o mi domandano addirittura cosa siano; uno finalmente mi assicura che non gli risulta che ce ne siano ad Arles e che devo ripiegare su qualche albergo, di cui Arles invece abbonda. <<Cari?>> gli chiedo; <<No, carissimi!>> mi risponde con un sorriso di commiserazione. Non mi arrendo e continuo alla cieca la ricerca per un kilometro o due in direzione Ovest, disposto a tentar la sorte oltre Arles, finché un giovane mi dà le indicazioni per un Auberge nelle vicinanze. Lo raggiungo difilato, dato che siamo ormai all’imbrunire e mi rendo conto di quanto sono stato improvvido ad alleggerirmi dei dizionari di francese: si tratta di un Auberge de jeunesse, cioè di un Ostello della Gioventù, che non ho mai frequentato nemmeno da giovane, ora poi mi fa un po’ ridere il pensare che mi si faccia rientrare nella jeunesse, ma non sono certo nelle condizioni di fare lo schizzinoso e poi so già che in Spagna, come pellegrino, alloggerò necessariamente in strutture simili, gli Albergues del Peregrino, quindi tanto vale che cominci già da ora a far pratica con questo tipo di struttura comunitaria. Così entro, mi iscrivo e ottengo due lenzuola, una coperta e un ricovero per la bici, oltre, naturalmente a un posto in una camerata a 6 letti a castello. Gli altri 5 sono già stati visibilmente occupati, ma non c’è nessuno; così faccio tranquillamente la doccia, preparo il letto ed esco a cena.
Al mio rientro, tassativamente entro le 10.30, per le scale incontro sì molti giovani, ma anche persone di una certa età e alcuni sensibilmente più anziani di me, tutti sicuramente meno impacciati però anche meno incuriositi di come mi sento io. Al mio ingresso in camerata i letti sono tutti occupati, ma i loro abitanti dormono e non ho modo di conoscerli.
Vado a lavarmi i denti e trovo un ragazzone che se li lava, spazzolino in mano non al lavandino, ma per tutto il corridoio, girando nevroticamente per circa 10’ in un percorso a forma di 8; poi scompare improvvisamente. Tornato in camera, ritrovo proprio lui seduto a leggere in una postura piuttosto scomoda. Resta in quella posizione per un bel po’, ma l’incredibile è che –mi accorgo – non sta affatto leggendo, bensì fissando il lenzuolo davanti a sé. Poi scatta in piedi, si infila il pigiama, quindi se lo toglie per rimetterselo subito dopo e così di seguito ancora un paio di volte. Se prima, davanti a queste stranezze, avevo voglia di ridere, adesso mi fa pena e vorrei poterlo aiutare: è chiaro che soffre di una qualche forma di disagio, ma come estraneo posso fare ben poco.
È con sollievo che accolgo lo spegnimento della luce e il calo del sipario su questo piccolo dramma psicologico di cui sono l’unico testimone.

Percorsi 172 km (tot.: 690) in 6 h:49’ di pedalate effettive (tot.: 29 h:19’)

  5 giorno _ Domenica 1° Maggio ARLES – BÈZIERS
Durante la notte mi sveglio una prima volta perché mi accorgo con fastidio di essermi addormentato con gli occhiali sul naso, poi a causa di un discreto russare di sottofondo, che si interrompe appena mi faccio attento per cercare di scoprirne la provenienza, per poi riprendere qualche minuto dopo. La cosa si ripete altre tre-quattro volte, finché mi accorgo che a russare sono proprio io. Riprendo a dormire fin verso le 6 e aspetto in pieno relax che suoni la sveglia verso le 7. Quindi, rapidissimo, mentre gli altri sono ancora mezzo addormentati, mi precipito giù a fare colazione, prima che arrivi l’orda. Mi rifocillo abbondantemente, anche se la colazione è un po’ spartana, e poi su a lavarmi e a vestirmi: la camera ora è vuota, ne approfitto per fare un po’ d’ordine tra le mie cose, poi entrano i quattro compagni di stanza che ancora non avevo visto. Sono giovanissimi e sono vestiti da ciclisti, questo è un buon motivo per rompere il ghiaccio e attaccare a parlare: loro sono quattro amici che, provenendo da Londra, sono diretti in mountain bike a Montpellier come prossima tappa e successivamente a Barcellona come meta finale della loro vacanza. Quando sono pronto, li saluto e mi avvio a depositare la biancheria usata verso la sala mensa; qui, di sfuggita, ritrovo in disparte il ragazzo “strano”, ormai tutto solo, che sta fissando in silenzio la sua tazza da colazione.
Carico i bagagli sulla bici ed esco fuori, dove trovo ad aspettarmi, gentilmente, senza che ci fossimo messi d’accordo, la “banda dei quattro” ciclisti. Partiamo insieme e in men che non si dica siamo fuori da Arles. Benedico la sorte per averli trovati, perché da solo io sarei rimasto per un’ora a girovagare tra le strade della periferia.
La luce del sole è particolarmente viva e quando si esce fuori dall’ombra degli edifici o degli alberi se ne avverte in pieno l’intensità sulla pelle; decido perciò, saggiamente di tenermi la canottiera, anche perché stanotte la spalla sinistra, bruciacchiata dal sole mi ha dato un po’ di fastidio. C’è anche un vento contrario piuttosto deciso, ma quasi non me ne accorgo, perché i quattro, come angeli custodi, mi stanno davanti a turno e rallentano quando io accenno a rimanere staccato; il fatto è che sono davvero forti (oltre ad avere 40 anni meno di me) e riescono a spuntare medie di oltre 30 km/h controvento.
Arriviamo ad Aigues Mortes, affollata e turistica come Rimini in Agosto; bici alla mano l’attraversiamo per piazzarci su una panchina nella piazza centrale e qui consumiamo un lunch, neanche troppo rapido, reso più vario dagli scambi alla pari delle vettovaglie di cui ciascuno dispone: un po’ di camembert e baguette a me, due fragole a te, una fetta di dolce a lui… Anche questo (come il salutarsi tra sconosciuti che si incrociano per strada o l’offrire il proprio aiuto ad uno rimasto in panne) fa parte di quello spirito solidaristico o senso di appartenenza a una razza speciale, che contraddistingue i ciclisti in generale e i ciclo-viaggiatori in particolare. Una volta lo si riscontrava anche fra gli automobilisti, quando le auto erano molto meno e le persone rimanevano persone (anche se inscatolate in una vettura) e non aspiranti Schumacher in eterna competizione col tempo e con gli altri utenti della strada.
Ho ancora vivo il ricordo dei viaggi all’estero (ma anche in Italia) con i miei a bordo di un’imprevedibile 600: quando si incontrava un’altra auto con la targa della propria città o magari solo della stessa regione, era uno strombazzare di clacson, uno sbracciarsi dai finestrini, un fermarsi a prendere un caffè insieme al primo autogrill. Ed anche coi non concittadini il fatto di trovarsi a viaggiare insieme era occasione di saluto, di conoscenza o perfino (rammento un paio di casi: uno con una famiglia romana e l’altro con una austriaca) di amicizia… Un’ altra Italia, certo, magari più semplice e povera, ma nel portafoglio, non nel cuore.
Dopo Aigues Mortes i miei compagni sembrano aver perso il loro fiuto di navigatori: è tutto un susseguirsi di tentativi –malriusciti- di evitare le arterie stradali maggiori, costeggiando il mare, che si concludono immancabilmente su spiagge, strade chiuse o attraversamenti labirintici di piccoli borghi. A forza di andirivieni, si fanno pochi kilometri utili e molti inutili e soprattutto si perde tempo che per me è prezioso, mentre loro debbono fare solo una quindicina di kilometri per raggiungere Montpellier. Alla biforcazione delle nostre strade, infine, ci salutiamo cordialmente, scambiandoci indirizzi e auguri.
Mi avventuro nuovamente da solo e con qualche incertezza; la mancanza della loro scia si fa sentire, eccome, ma è soprattutto il bruciore della parte sinistra del corpo, rimasta troppo a lungo esposta al sole nonostante le precauzioni, a darmi fastidio.
Raggiungo non so come (dopo varie deviazioni e senza cartine di quest’area) Fabregues, dove fame, sete e stanchezza mi impongono una sosta ad uno snack bar. Il tempo per una sorta di brioche al formaggio (colesterolo allo stato puro) e via di nuovo; Bezier, la tappa di stasera non è lontana, una sessantina di kilometri (che poi –lo so- diventeranno una settantina), ma di nuovo i saliscendi (che dopo Arles avevo dimenticato) e il vento contrario mi fanno penare. Per di più adesso le raffiche mi sembrano gelide e vengo assalito da brividi che lo sforzo della pedalata non riesce a combattere.
Finalmente Bezier! Il problema dei grandi centri è che non sai minimamente dove andare a cercare un B & B, se non ne trovi (e non ne trovi) lungo la strada. Da un benzinaio a fatica (“B & B? Chambres d’Hôtes? Che roba è?”) ricevo l’indicazione dell’Hotel Mercure, in centro. Lo raggiungo e quasi svengo inorridito: 119 €, senza colazione! Poi giro l’angolo e, adiacente, trovo l’Etape Hotel a soli 42 € + 4 per il petit dejuner. È fatta! Oltretutto è un hotel raccomandato specificamente per i ciclisti, come del resto suggerisce il nome stesso, con colazione a buffet a volontà. Il buffo è che non solo è contiguo al Mercure, ma è anche comunicante e addirittura il personale è lo stesso. Mah!  S.P.Q.F., sono pazzi questi francesi!. 
In camera dopo la doccia esamino lo stato miserando delle mie scottature sul lato sinistro: persino le pieghe del gomito presentano delle nette striature violacee; il resto è un papavero umano; ma è in primo luogo il cosiddetto “soprasella” ad esser martoriato da arrossamenti e bubboni dovuti a sudore e sfregature. Chissà domani… ma domani è un altro giorno. Con questa massima originalissima spengo la luce e spero in un sonno ristoratore.

Percorsi 155 km (tot.: 846) in 6 h:05’ di pedalate effettive (tot.: 35 h:24’)

  6 giorno _ Lunedì 2 Maggio BÈZIERS – AUTERIVE
Sei ore di sonno pesante, ma, se non altro, è stata la sveglia a destarmi. All’ adunata mattiniera bubboni & arrossamenti vari risultano tutti presenti: evidentemente hanno deciso di far parte del pellegrinaggio e di accompagnarmi fino a Santiago.  P’tit dejeuner assai poco p’tit, con la consueta abbuffata no-limit (in ossequio all’esplicito invito della locandina pubblicitaria dell’hotel); l’unico limite è rappresentato dalla capienza del mio stomaco e del mio marsupio, nonché del tempo che scorre inesorabilmente: tra digestione, ozi, indugi e false partenze, sono le 10 passate quando riprendo il cammino.
Il cielo luminoso, i campi di grano e le spontanee bordure di papaveri lungo la strada costituiscono uno scenario rilassante, anche se non particolarmente nuovo, che chiede di essere immortalato da una foto, ma i vari tentativi vengono invariabilmente frustrati dal malfunzionamento della fotocamera.
La strada, finora del tutto pianeggiante, è adesso un po’ più mossa e si snoda tra morbide colline verdi e striate di vigneti che ricordano un po’ la Toscana; del resto anche la regione della Linguadoca-Rossiglione è giustamente famosa per i suoi vini DOC come testimoniano le caves e i relais des grands vins che si incontrano un po’ dovunque. I dislivelli, comunque, non sono mai troppo duri: variano da 40 a 100 m. circa e non affaticano più di tanto le gambe, che inizialmente piuttosto legnose e bisognose di un rodaggio molto lento, poi, grazie soprattutto al vento favorevole, riescono a garantire una velocità elevata. Anche il traffico modesto sembra configurare un itinerario particolarmente adatto alle biciclette. Eppure, nonostante questo e la frequenza nella regione di vari Etape Hotel, in tutta la mattinata riesco ad avvistare a malapena un paio di ciclisti soltanto.
Il km 900 (distanza equivalente, per quanto riguarda le mie passate esperienze, ai percorsi Livorno-Linz o Livorno-Francavilla o Livorno- Briançon-Livorno, solo che stavolta non sono nemmeno a metà del viaggio) mi sorprende a Puicheric, o qualcosa di simile, un villaggio molto piccolo e apparentemente privo di abitanti (salvo un paio di uomini tarchiati, massicci e squadrati anche nel viso, arrossato dal sole come tutti i bravi contadini), che però tra poco celebrerà nientemeno che la gran festa tradizionale dei Vide-Greniers, cioè “Svuota-Solai”, appuntamento annuale che permette di liberare la casa da tutto ciò che non si usa più e rivenderlo in una specie di mercato delle pulci o dell’antiquariato. Wow! Un giorno di follie, per questi paysans, poi, via a lavorare come muli per altri 364 giorni.
C’è anche un cartello prima del villaggio che avverte “Deviation”. Ne ho già incontrati in precedenza: ci sarà il solito restringimento di carreggiata per lavori stradali, capace di bloccare camion e auto, non certo una bici. Più avanti un altro cartello “strada sbarrata fra 1000 m.” e poco oltre: “Traffico ammesso solo per i locali”. Eh, lo sapevo, visto che si può passare? – mi dico – Se ci passano i locali… e poi, anch’io sono un locale visto che mi trovo, appunto, sul luogo; ah, ah! Raccontandomi simili facezie idiote, proseguo. La barriera, che blocca il transito solo per tre quarti, mi dà ragione: due ruote possono passare dove quattro sono obbligate a fermarsi. Ma per soli 3-4 km. Poi la strada finisce. Nel senso che non c’è un altro sbarramento, ma manca proprio la strada. Stanno evidentemente ampliandola da due a tre o quattro corsie. L’asfalto tagliato e frantumato ricopre il suolo con grossi blocchi neri insieme a grandi zolle di terra, smosse dagli escavatori che vedo a lato, e a sassi e sabbia. È impossibile non dico pedalare, ma anche semplicemente condurre a mano la bici. Di tornare indietro non se ne parla, perciò bici in spalla e via per un (lunghissimo e faticosissimo) kilometro fino alla “civiltà”.
La disavventura, però, mi regala una perla: al ritorno sull’asfalto vedo sulla destra uno spiazzo ombroso con una costruzione squadrata e un brusio di acqua corrente; mi trovo davanti un sistema di chiuse che regola le acque di un canale. Si tratta, scopro, del famoso Canal du Midi (o de Languedoc, come lo chiamò il Re Sole, il quale lo fece costruire per mettere in comunicazione l’Atlantico e il Mediterraneo, grandiosa opera per quei tempi, superiore secondo me ai successivi canali di Suez o di Panama). L’accesso da questo lato è vietato e impedito da una sbarra, ma io la scavalco nella speranza di riuscire a scattare una foto (e stranamente la mia macchinetta stavolta non mi tradisce); sull’altra sponda però c’è un sentiero, ombreggiato e attrezzato per cicloturisti in MTB, che da Beziers conduce verso Tolosa e oltre ed è percorribile in perfetta pace e solitudine, come mi testimonia la fugace apparizione di un biker.
Verso le 13.30 arrivo finalmente a Carcassonne e salgo su alla medioevale Cité, la scenografica cittadella fortificata, vista tante volte in foto o su Internet, ma mai di persona. Parcheggio la bici di fronte all’ingresso vicino a un’impolverata e malridotta statua di color marrone che rappresenta a grandezza naturale un soldato della II guerra mondiale, chiedendomi il perché di quella collocazione proprio lì e dopo qualche altro tentativo di foto (fallito, perché a quanto ho capito l’esposimetro permette solo di fotografare con luce scarsa e non diffusa), varco l’ingresso e mi avventuro all’interno delle mura.
Ma è una delusione che ripete le sensazioni provate ad Aigues Mortes: la massa di persone che intasa le stradine, mangia gelati, sandwich o cartocci di patatine, fa le foto, corre, parla ad alta voce, occupa gli ingressi agli edifici, chiacchiera al telefonino, togliendo così al luogo la suggestione che susciterebbe se a parlare fossero solo i monumenti (di per sé imponenti) e sparissero turisti e bancarelle. Così invece dà solo l’impressione di una Disneyland mangiasoldi.
Peraltro non ho personalmente titolo a criticare gli altri, dato che anch’io sono e faccio il turista, gironzolando qua e là, curiosando distrattamente, scattando inutili foto e cercando un ristorante dove mangiare un boccone, ma invano perché di soup o potage non c’è nemmeno l’ombra e l’unico ristorante con piatti vegetariani considera tali anche quelli a base di pesce e crostacei! Eh sì, Sono proprio Pazzi Questi Francesi!
Ritorno all’esterno, verso il monumento accanto a cui ho parcheggiata la bici, ma stranamente o questa è stata spostata più in là o è stata rimossa la statua, che ora è più distante di una decina di metri. Il mistero si risolve un attimo dopo quando con notevole sconcerto vedo la statua muoversi e fare il “presentatarm” a un gruppo di turisti che le lanciano delle monetine: si trattava solo di un mimo, peraltro molto bravo, una cosiddetta statua vivente, di quelle che ormai è frequente incontrare anche da noi, magari in fogge meno strane.
Alle 15.30 riparto un po’ seccato per la delusione provata a Carcassonne e il tempo perso. Se non altro, però, le gambe che stamattina erano fiacche e dolenti, adesso pedalano a oltre 30 km/h; il merito, tuttavia, è esclusivamente delle discese e del vento che continua a soffiare benevolmente da Est. Raggiungo perciò Castelnaudary in tempi relativamente brevi, seppure con qualche affanno, dato che, per mantenere alta la media e arrivare in anticipo all’hotel, ho un po’ forzato l’andatura. All’ Office du Tourisme ricevo informazioni poco incoraggianti sui B & B che sono in genere scarsi, fuori mano e costano quanto o addirittura più di un hotel. Proprio davanti all’O.T. incontro finalmente un nutrito gruppo di cicloturisti, mi metto a chiacchierare con loro, che stanno andando in direzione opposta alla mia, orgoglioso della mia capacità di capire e farmi capire in francese (lingua di cui sono un autodidatta assai modesto), finché, poco prima di salutarci non sento uno di loro rivolgersi alla moglie con cadenza veneta: <<Lucia, ricordate de comprar un po’ de pan!>>. Scopriamo tra le risate di aver parlato in francese per un quarto d’ora, pur essendo entrambi italiani!
In un negozio compro anch’io del pane con un po’ di frutta e verdura e, visto che pure oggi ho praticamente saltato il pranzo, mi siedo su una scalinata a mangiare e a bere l’acqua che i miei connazionali mi hanno gentilmente offerto.
Infine riparto e, sempre sospinto dal vento, raggiungo la meta prevista per la giornata, Villefranche de Lauragais a 30-40 km da Toulouse.
Per uno strano presentimento, anziché proseguire per il centro, mi fermo al primo hotel che incontro; i prezzi sono ottimi (solo 41 €), ma il gestore mi gela subito: è tutto completo; poi gentilmente mi indica un altro paio di alberghi. Ma anche qui non c’è posto. Non mi resta che anticipare di una manciata di kilometri il primo tratto del percorso di domani e tentare con gli hotel di Gardouch o, nella peggiore delle ipotesi, col rinomato Auberge du Pastel di Nailloux.
Lascio così Villefranche e la D6113 diretta a Toulouse e pianeggiante in quanto parallela al Canal du Midi, per svoltare a Ovest sulla D622 in direzione di Gardouch. Subito il terreno assume il caratteristico profilo ondulato in cui le salite, specialmente per chi è già stanco, sembrano tanto più lunghe e ripide delle discese; in realtà l’altitudine si mantiene molto modesta (mediamente 200 m. s.l.m.) con dislivelli di 40-70 metri soltanto, ma così frequenti da spezzare il ritmo della pedalata e non consentire il recupero delle energie spese. Inoltre non si riesce a trovare una struttura alberghiera libera: pare quasi che nella regione si sia verificata un’invasione massiccia di turisti, di cui nemmeno gli albergatori sanno darsi una spiegazione.
Sono del tutto stanco e indolenzito quando finalmente riesco a raggiungere Nailloux e, dopo una ripida salita, l’Auberge du Pastel: è su un colle, in posizione panoramica, anche la costruzione col suo aspetto solido e familiare ispira simpatia e anche qui il costo è altamente favorevole, non superando i 40 € (anche se in questo momento sarei completamente disposto a rinunciare alla mia tradizionale parsimonia in cambio di un buon letto), ma anche questo è al completo! Sono così demoralizzato che devo quasi consolare il gestore dell’albergo (“Desolé, desolé!” non fa che ripetermi) quando vede la mia espressione avvilita e la mia stanchezza; mi offre anzi da bere e mi consiglia di riposare un po’ nel salone, prima di ripartire; ma io ho troppa fretta di trovare un alloggio prima che dal pomeriggio inoltrato si arrivi alla sera.
Proseguo quindi con la sola forza di volontà per colli e per valli su e giù infinite volte per un’altra quindicina di impegnativi kilometri che sembrano non finire mai e prosciugano le ultime energie; mi sento svuotato anche dentro e non riesco a interessarmi né ai micro-villaggi che incontro per strada, né al paesaggio, che pure immagino vario e seducente alla luce del tramonto; mi interessano solo i kilometri e le salite che mancano al prossimo paese : calcolo che ogni 20 saliscendi con 40 m. di dislivello è come se avessi scalato un monte di 800 m.; ma la responsabilità è solo mia, per non aver economizzato le energie a suo tempo e aver valutato male distanze e fatica, preferendo un percorso collinare, solo perché più breve di una decina di kilometri appena, a uno meno impegnativo che avrebbe aggirato gran parte delle colline, deviando verso Ovest più a vicino a Toulouse.
Ad Auterive, finalmente, appena percorsi i miei primi 1000 km da Livorno, la salvezza: al primo albergo che incontro, l’hotel Delta, trovo subito una stanza accogliente, comoda e a prezzo ragionevole; da Villefranche sono trascorsi solo una settantina di minuti e 17 km, ma a me sono parsi un’eternità, per cui è con senso di sollievo e gratitudine sincera che ringrazio continuamente l’albergatore che deve ripetermi tre o quattro volte quali sono e come si usano le chiavi di camera, hotel e ripostiglio (dove ho parcheggiato il mio bolide) o che, a cena, mi spiega pazientemente, nonostante sia ormai quasi notte, tipologia e ingredienti delle varie pietanze.

Percorsi 155 km (tot.: 1001) in 6 h:15’ di pedalate effettive (tot.: 41 h:39’)

  7 giorno _ Martedì 3 Maggio AUTERIVE – TARBES
Notte agitata e sudata per i postumi della stanchezza, delle scottature e del vino che ieri sera mi sono concesso a tavola. Come la cena, anche la colazione è ottima per quantità e qualità (tra l’altro ci sono anche una squisita marmellata di rose e una inedita di violette), ma non ne approfitto più di tanto, rinunciando anche alla consueta scorta di viveri; il che è sintomo di umore depresso, anche perché stanotte è piovuto e il meteo minaccia pioggia per i prossimi tre giorni, da qui ai Pirenei. Alla reception, considerata la tappa finale di oggi, mi sconsigliano l’itinerario che ho previsto per oggi, tutto fra colline “très vallonées” e tracciamo così un nuovo itinerario che arrivi a Tarbes, passando però da Saint Sulpice, Carbonne, Cazères, Saint Gaudens, Lannemezan.
Raggiunto il villaggio di Saint Sulpice, al primo incrocio chiedo la via per Carbonne a due ragazzi in auto, provvisti di navigatore e GPS, ma per quanto si impegnino non riescono a trovarla; poi due anziani campagnard mi dànno chiaramente tutte le indicazioni necessarie (e fornite di tutti i dettagli: incroci, svolte, villaggi, salite), ricorrendo semplicemente alla loro memoria: Esperienza vs Tecnologia 1-0 ! 
Pochi metri dopo, una salita molto dura preannuncia il leit motif della mattinata: una serie continua (tre, quattro, dieci, poi non li conto più) di dislivelli in genere alti quasi un centinaio di metri e lunghi un migliaio o poco più, ma dalla pendenza durissima – o almeno così l’avverto io – dato che non riesco a fare più di 9-10 km/km in salita, mentre le discese non sono sfruttabili in velocità, perché la strada è rozzamente asfaltata, stretta, piena di curve e soprattutto bagnata. Dopo Saint Sulpice la situazione si ripete fino a ridiscendere a Marquefave dove, attraversata su un ponte la Garonna, ritrovo il terreno pianeggiante.
Proseguo per la vicina Carbonne, sotto una pioggerella intermittente, che bagna appena la strada, presto asciugata da un forte vento da Ovest che però ostacola un po’ la marcia. Poco prima di Cazères l’impalpabile pioggerella si trasforma all’improvviso in un rovescio; mi fermo sotto un albero cercando un illusorio riparo, ma fortunatamente due persone mi invitano generosamente a entrare nel loro cortile privato e a ripararmi sotto il balcone di casa loro. Un quarto d’ora dopo riparto e in meno di 500 m. raggiungo il centro di Cazères, dove l’asfalto perfettamente asciutto testimonia che l’acquazzone era stato solo un fatto privato tra me e il cielo. A riprova di ciò, le solite nubi di monsieur Fantozzì ci riprovano pochi kilometri dopo, dapprima con delicatezza, poi in maniera un po’ più brutale, alleandosi con auto e camion che sventagliano a 360 gradi masse di acqua nebulizzata.
Un kilometro prima di Boussens avvisto una trattoria vicino ad una stazione di servizio dove sono parcheggiati parecchi autotreni; stimolato dall’appetito crescente, oltre che dal colore sempre più cupo del cielo, e ricordando che di solito i ristoranti dove si trovano più camion che auto sono quelli in cui si mangia presto e bene, decido di fermarmi a consumare un pasto possibilmente ben caldo, dato che sono intirizzito.
L’interno è quello di una bettola, grossolana dal punto di vista architettonico e umano, ma non è certo la raffinatezza snob quel che vado cercando, bensì una buona zuppa di legumi o un minestrone di verdura bollente. Provo a spiegarlo ad una cameriera piuttosto perplessa davanti al mio francese molto maccheronico (ancora una volta maledico la decisione di lasciare a casa il dizionarietto di francese) mescolando consommé, légumes, végétal, soupe, potage, bouillon, haricot, minestrone o chissà che altro e precisando che sono vegetariano. Alla fine mi vedo arrivare una grossa pignatta di terracotta colma di un brodo scuro e fumante su cui galleggiano pezzetti di pomodoro, carote, sedano e altri odori; me ne riempio il piatto, prima di scorgere in fondo al tegame quattro o cinque fettine di carne. Di rimandare indietro il tutto non se ne parla: il brodo c’è (anche se accompagnato dalla carne) ed è pure bollente, un po’ di verdure ci sono… vorrà dire che mi rivolgerò mentalmente con un ringraziamento e una richiesta di perdono per questo strappo al vegetarianesimo direttamente al totem dell’animale che col suo sacrificio ha permesso di sfamarmi. Oltretutto il brodo, a cui aggiungo anche tutte le fette di pane che trovo nel vassoio, è anche buono, tanto che, richiesta un’altra razione di pane, me ne riempio una seconda scodella. Poi richiedo del formaggio e la cameriera mi porta un largo vassoio in cui campeggiano grossi pezzi di cacio di vario tipo e stagionatura che assaggio in quantità discreta. Infine, imitando gli altri avventori mi servo a buffet di un piatto misto di contorni vegetali. Prima di alzarmi barcollante dal tavolo mi faccio portare una grossa fetta di torta e un caffè; quindi vado a pagare il conto, facendo varie previsioni, che però risultano tutte sballate: la cifra che mi viene richiesta è semplicemente stupefacente: 6,50 € in tutto!
Il paesaggio, finalmente pianeggiante, è ancora cambiato e si snoda lungo la Nazionale D817 delimitata da alti alberi dalle tremule foglie (pioppi?). Quando si inizia a salire, sia pure molto dolcemente, la vista si apre su ampi prati coperti di erbe in fiore e con mucche al pascolo, o su gruppi di abitazioni dai tetti un po’ più spioventi e frequenti cataste di legna.
Ci stiamo avvicinando ai monti e forse sono proprio le prime propaggini dei Pirenei quelle ombre di color grigio scuro che sul lato sinistro della strada a malapena si intravedono sfocate per la lontananza e seminascoste dalle tipiche striature prodotte dalla pioggia fitta. D’altra parte anche davanti a me il cielo è plumbeo e gonfio d’acqua. Infatti, all’improvviso, senza neppure darmi il tempo di scendere di bici e adottare le opportune protezioni, si scarica un rovescio quasi biblico, accompagnato da piccoli chicchi di grandine. Anche se ormai bagnato, indosso la mantella e riparo alla meglio le borse, procedendo poi lentamente per un paio di kilometri.
Il diminuire della pioggia coincide con il crescere del vento che, senza infingimenti, né un attimo di tregua sembra prendermi di mira. Di questo passo sarà impossibile raggiungere il confine franco-spagnolo nei tempi previsti: rinuncerò perciò all’ipotesi di deviare domani verso l’interno e di visitare il Santuario di Lourdes, risparmiando, credo, almeno una cinquantina di km e soprattutto la scalata di qualche colle pirenaico come il Tourmalet. In fondo, mi dico, i santuari che contano sono quello di partenza e quello d’arrivo, mica tutti quelli intermedi.
Intanto la salita, da blanda che era, dapprima, verso Saint Gaudens, comincia a impennarsi in un crescendo continuo fin oltre i 600 m.; poi, dopo una discesa di parecchi kilometri a tratti mozzafiato, appena oltrepassata Lannemezan, si ritorna in quota con la consueta alternanza di saliscendi (100 m. di salita e 50 di discesa); infine si ridiscende ancora. Sulla sofferenza delle ultime salite non sto a ripetermi: basti dire che in una di queste per l’esasperazione scendo ignominiosamente dalla bici e la spingo per 500 m.
Un ultimo acquazzone conclude il battesimo di tre dei quattro elementi che la filosofia presocratica pone alla base delle energie dell’universo: Aria (il vento incontrato in Provenza), Fuoco (il sole che brucia, in Camargue), Acqua (la pioggia in Alta Garonna); spero solo che non mi tocchi anche il IV elemento, la Terra (le cadute)!
Poi, finalmente, l’ultima curva dell’ultima discesa mi schiude davanti quasi inaspettatamente la periferia di Tarbes. Per fortuna è finita! Oggi Saint Jacques non ha compiuto davvero miracoli, forse era il suo giorno libero oppure l’ha fatto per solidarietà con la sua collega di Lourdes, impermalita dalla mia decisione di rinunciare alla programmata deviazione all’omonimo santuario.
Per fortuna mi salva il riposo all’Etape Hotel della stessa catena già sperimentata a Béziers per qualità e praticità, ma a un prezzo ancora inferiore (39 €). L’ addetta alla reception è così cortese ed efficiente da procurarmi una stanza a piano terra con un secondo ingresso direttamente dal giardino per poter ricoverare in camera la bici, da ordinarmi per telefono col suo cellulare una pizza vegetariana con consegna in camera (è troppo tardi per trovare nelle vicinanze un ristorante aperto) e, ancor più importante, da recapitarmi la carta di credito che avevo dimenticato da qualche parte nell’albergo!

Percorsi 154 km (tot.: 1155) in 6 h:52’ di pedalate effettive (tot.: 48 h:31’)

   8 giorno _ Mercoledì 4 Maggio TARBES- MAULEON
Ancora una notte di sonno scarso e di scarso riposo, sento le gambe come serrate nella morsa di una gogna: non riesco evidentemente a smaltire la stanchezza accumulata. Riesco, però, a partire entro le 9 (un record!). Il cielo presenta nuvole chiare e ampie zone di sereno; fa anche piuttosto freddo, ma il vento è piuttosto blando.
Dopo alcune inutili deviazioni, lascio Tarbes ed ecco che subito affronto le prime salite e discese fino a Soumoulon; poi da 300 m. si scende a 100 m. deludendo le mie aspettative di graduale continua ascesa ai Pirenei (chissà quanto mi costerà “riacquistare” questi metri sprecati).
Il cielo è sempre più sereno con un bel sole incoraggiante; anche le salite sembrano (per ora) cessate ed il vento cala, fino a cadere quasi del tutto e a consentire una marcia molto più spedita. Senza problemi supero anche la città di Pau e dalla mia ombra proiettata sull’asfalto in direzione NW, capisco che dopo aver seguito una rotta quasi parallela alla catena pirenaica, adesso sto puntando più direttamente verso il confine franco-spagnolo.
Km 1219, siamo al completo; ieri, scherzando, dopo l’acquazzone avevo accennato all’ esperienza di tre dei quattro elementi primordiali, Aria, Fuoco, Acqua e Terra, ma non sapevo che ben presto avrei incontrato anche l’ultimo, sotto forma di caduta. Ad un rondpoint la linea bianca che delimita la pista ciclabile si trasforma inavvertitamente in un gradino in cemento dello stesso colore che io investo in pieno con la ruota anteriore, mentre con la posteriore la bici si intraversa per poi compiere un volo acrobatico al termine del quale ripiombo sul gradino battendo violentemente prima la testa (per fortuna senza nessuna conseguenza, grazie al casco che si rompe in tre punti all’altezza della tempia destra: Santo Casco!), poi la spalla (una contusione con escoriazioni), quindi il gomito (un’ abrasione maggiore che comincia immediatamente a perdere sangue e altre due o tre minori), la coscia (una seria contusione che gonfia subito e qualche leggera escoriazione) e infine l’esterno del ginocchio (qualche piccola ferita); tutto sul lato destro. Rimango steso un minuto buono, un po’ per lo stordimento del colpo un po’ per rendermi conto di quello che è successo e verificarne la gravità.
L’unica a fermarsi è una signora che si offre di portarmi al pronto soccorso: ci metto un bel po’ a rimettermi a sedere, zoppico e sanguino vistosamente. La ringrazio dicendo che è tutto a posto; lei mi guarda un po’ perplessa ma poi riparte. Nessun altro si ferma nonostante mi trovi poco oltre il ciglio della strada; addirittura un netturbino, con quel “cannoncino” ad aria compressa che si usa per ripulire i bordi dall’erba tagliata, mi gira intorno come se fossi un albero, continuando a sparare aria mescolata a terra, polvere e terra. Finisco di incerottarmi alla meglio e risalgo subito in sella per evitare che il dolore delle ferite (oltre allo shock psicologico) finisca per bloccarmi. Ma è soprattutto il morale ad essere ferito,sia perché temo che le conseguenze della caduta, ancora tutte da verificare, mi impediscano di proseguire, sia per aver avuto una ulteriore riprova – dopo una serie di piccoli incidenti negli ultimi due anni – che le mie capacità di attenzione, equilibrio e prontezza dei riflessi sono decisamente invecchiate e potrebbero costituire un pericolo per me e per gli altri.
Dopo Maurenx, la salita inizia al solito modo: 50 m. in su e 20 in giù, ancora 80 in su e così via sotto un bel sole vivo che avrei apprezzato di più in un’altra situazione. Spingo soprattutto con la gamba sinistra e col rapporto più corto, ma ogni tanto sono costretto a fermarmi, e non perché la pendenza sia particolarmente dura. Sento che il dolore sta aumentando e in queste condizioni non credo che ce la farò a continuare il viaggio; ma non è ancora questo il momento di decidere: non saprei peraltro a chi chiedere consiglio e nemmeno è il caso di telefonare a casa prima di vedere come evolve la situazione: impensierirei inutilmente Gea e Arianna.
Mi sembra inoltre strano non aver ancora incontrato alcun ciclo-viaggiatore diretto presumibilmente a Santiago; Saint Jean Pied de Port, punto di partenza ufficiale del Camino Francés, inizia solo tra poche decine di kilometri, eppure non si è visto nessun pellegrino a piedi o in bicicletta. Ieri, per la verità, dalle parti di Saint Gaudens ho sorpassato una ciclista con tanto di borsoni; era vestita di nero, esile e anziana… oddio, aveva probabilmente la mia età, ma io l’ho considerata una vecchietta: mi capita troppo spesso di paragonare alla mia l’età degli altri come se io avessi ancora una trentina di anni e non il doppio (del resto ricordo che anche mio padre, in età matura, riferendosi a un suo amico di vecchia data, lo definiva “ragazzo” e, alla stessa maniera, a me adolescente apparivano di un’altra generazione persone con pochi anni più di me). La solitaria viaggiatrice, comunque, mi ero limitato a salutarla frettolosamente e schizzare via, mentre avrei potuto parlarle, chiedere se aveva bisogno di qualcosa; adesso mi dispiace non averlo fatto, di essermi dimostrato forse egoista (avevo fretta e temevo che mi rallentasse), ma ora serve a poco.
Intanto continuo a pedalare con lentezza; come previsto, la gamba ferita viene faticosamente assecondata dall’altra in piano, ma non ce la fa assolutamente in salita. E le salite non tardano ad arrivare. Lasciata la Nazionale e preso per Maurenx, inizia una scalata che sarebbe stata dura anche in perfette condizioni: da 10 m. s.l.m. (a dar retta al mio altimetro) si arriva ai 100 m., per poi precipitarsi giù, come da copione, e risalire ancora; quando, superati i 300, credi che sia finita, ecco una nuova discesa ad annullare ogni conquista. Nell’ultimo atto di questa fatica di Sisifo, mi coglie una crisi di sconforto; mi siedo sotto uno spicchio d’ombra al bordo della strada e mangio qualcosa centellinando le ultime gocce d’acqua della borraccia.
Dopo un po’ che sto lì a rimuginare tetri pensieri, passa un arzillo ciclista locale. Riparto subito al suo inseguimento e, raggiuntolo, chiedo e ricevo importanti informazioni sul percorso da qui al confine e lui, considerate anche le mie condizioni, ha facile gioco a convincermi a sostare al prossimo paesino, Mauleon, tanto più che prima di Saint Jean pied de Port c’è un colle micidiale, mentre Mauleon è provvista di tutto, compresa una gîte per pellegrini. Accetto il consiglio e, appena entrati nel villaggio, mi accompagna da un meccanico per vedere quali danni ha prodotto la caduta e per identificare la causa di certi rumori avvertiti ultimamente; dopo aver effettuato vari test e auscultato attentamente ogni tipo di fruscio o battito, la diagnosi è concisa e tranquillizzante al tempo stesso: nessun malanno riferibile all’incidente, ma solo una grave usura di varie componenti giunte quasi al termine della loro vita lavorativa e perciò da sostituire, ma senza particolare urgenza (magari fosse possibile – penso io – anche per i “nostri” pezzi di ricambio). Ringraziato il meccanico per il tempo e la gentilezza che mi ha dedicato, oltretutto senza volere un centesimo, l’anziano ciclista mi indica anche una farmacia dove farmi dare un’occhiata e acquistare i medicinali necessari. La dottoressa, esclusi danni gravi di natura ossea, mi propone disinfettanti, cerotti e creme; però poi, dopo un più attento esame della coscia (che presenta un gonfiore sempre più evidente) e sentito anche il medico responsabile della farmacia, mi prescrive una terapia più forte e specifica.
Infine mi dirigo alla Mairie, dove chiedo con qualche imbarazzo (non disponendo ancora della Credencial e non avendo alcuna esperienza diretta sulle modalità da seguire) di poter usufruire di una gîte; ma inaspettatamente e senza problemi, mi consegnano le chiavi del Rifugio municipale. È un edificio piuttosto vecchio, probabilmente facente parte di una scuola, con due stanze più piccole, adattate ad ingresso e cucina, ed una molto più grande in grado di ospitare una quindicina o più letti a castello; inoltre questa specie di mini-appartamento, pur nel suo aspetto di vecchia e povera costruzione, è decoroso, pulito e fornito di comodità inattese: frigo, cucina a gas, forno elettrico e a micro-onde, lavatrice, asciugatrice elettrica e stendi-panni oltre al logico e indispensabile appoggia-scarpe. Sono evidenti l’intelligenza, la lungimiranza e la sensibilità degli amministratori i quali hanno voluto, in pratica a proprie spese, predisporre per turisti mossi da intenti religiosi o anche più semplicemente sportivi o turistici, una struttura d’accoglienza a prezzo zero o quasi lungo un itinerario che, seguendo da Est a Ovest attraverso tutta la Spagna il Camino di Santiago, è in grado di attirare centinaia di migliaia di pellegrini o turisti ogni anno, con una notevole ricaduta economica.
Nella camerata incontro Sibò (questa almeno è la trascrizione della pronuncia del suo nome così come io l’ho capito, ma avrebbe potuto benissimo chiamarsi Thibault o che so io), un giovanissimo e anticonformista randonneur francese diretto a piedi fino a Santiago:è il primo vero pellegrino, peraltro laico, con cui posso parlare); ci raccontiamo (e spesso condividiamo, nonostante la differenza d’età) esperienze, ideali, concezioni della vita. Dopo arrivano anche due dames, due anziane signore incaricate dal Comune dei contatti con gli ospiti della gîte e allora le chiacchiere diventano fluviali, in un francese sempre più rapido che stento a capire e a cui rispondo soprattutto con ampi sorrisi, ed infiniti Oui oui, Bien… di consenso.
Cena rapida e frugale, medicazioni e poi a dormire, per la prima volta in una gîte, tra mille perplessità e ansie per il domani. Però i timori a causa della caduta – non lo spavento (quello non ho fatto in tempo a provarlo) bensì, in seguito, il dubbio di riuscire a proseguire il viaggio – si sono un po’ attenuati.

Percorsi 111 km (tot.: 1267) in 5 h:16’ di pedalate effettive (tot.: 53 h:47’)

  9 giorno _ Giovedì 5 Maggio (I parte) MAULEON – ST. JEAN PIED DE PORT
Notte, tutto considerato, passabile: il dolore non è acuto e mi permette di dormire abbastanza, salvo quando mi appoggio sul fianco destro. La giornata bellissima, la serenità con cui Sibò si appresta ad affrontare la durezza del cammino odierno (che ormai è già “el Camino“),il riposo notturno e la capacità di muovermi con insperata scioltezza, risollevano il mio umore.
Sibò, che si è alzato prima delle 6, parte, mentre io inizio a far colazione con latte, pane e fragole acquistate ieri sera al Carrefour locale e caffè solubile, zucchero e biscotti trovati nella gîte, che – mi ha spiegato Sibò – i pellegrini prima di noi hanno lasciato per chi avesse preso il loro posto secondo l’uso dei viandanti jacobei.  Mi dispiace non poter fare altrettanto, lasciando anch’io qualcosa a chi verrà dopo di me e lo spiego in un biglietto multilingue di saluto e ringraziamento alle deux dames in cui mi scuso per le inevitabili macchie di sangue lasciate su un lenzuolo. Sul registro degli ospiti, dopo le attestazioni di gratitudine per l’ospitalità, in analogia a quanto scritto dagli altri pellegrini, che precisano quali finalità li abbiano spinti al Camino, concludo con quello che d’ora in poi sarà il motto da scrivere sul mio scudo di cavaliere errante “À chacun sa recherche”. Certo, se mi chiedessero a quale tipo di ricerca intenda riferirmi esattamente, sarei in imbarazzo, dato che io sono il primo a non averlo ancora chiaro (e non solo in relazione a questo viaggio, ma alla mia stessa esistenza, il che fa un po’ ridere alla mia veneranda età). Ma, in fondo, come per i viaggi, le ricerche più autentiche sono quelle verso l’ignoto: “Ma bella più di tutte l’Isola Non-Trovata”…
Riparto alle 9.30, fortificato nel corpo e nello spirito, da Mauleon, dopo aver fiancheggiato per l’ultima volta la piazza in cui si pratica il classico sport nazionale della pelota basca. L’altimetro misura solo 50 m., eppure mi trovo già da un bel po’ in piena regione pirenaica. Alti e bassi per qualche km, la gamba comunque tiene; in ogni caso ho deciso di non forzare. Così faccio frequenti soste che utilizzo anche per aggiornare questo diario di viaggio.
A 8 km da Mauleon inizia la salita vera e propria, ma me la prendo comoda, non superando i 9-10 km/h (ad un incrocio faccio a gara con una lucertolina, ma poi, magnanimamente la lascio vincere), anche perché il paesaggio è seducente: tra me e le vette dei Pirenei innevate e sbiadite per la lontananza – ma non abbastanza da nascondere la loro scabrosità – si levano altri rilievi minori ed un’infinità di prati fioriti e boschi con tutte le sfumature del verde che ispirano un gran senso di pace e silenzio; anche il traffico è scarsissimo e, per una volta, non interrompe l’incanto della natura. Non posso non pensare ad Alberto, mio antico compare di tante altre ciclo-scorribande.
In attesa del famigerato Col d’Osquich (ma la differente traslitterazione di questo nome geografico franco-ispano-basco rende difficile individuarne la forma grafica più esatta), finalmente dopo 5 km lo raggiungo, senza quasi accorgermene e soprattutto senza eccessivo dispendio di energie, a quota 500m. Poi giù per altri 5 km fino al villaggio di Saint Just in una corsa folle che mi costringe a frenare spesso per non superare i 50-60 km/h: ieri il meccanico di Mauleon mi ha assicurato che la bici non ha subito danni evidenti, ma io non mi sento del tutto tranquillo e raddoppio la prudenza.
A Larcevau, a 1291 km dalla partenza (30-40 km in più rispetto al previsto, a causa delle mie giravolte o deviazioni) un rondpoint mi reimmette nella Nazionale; qui le scritte, più che bilingui, sono prevalentemente in basco, com’è naturale visto che siamo nella bassa Navarra, quella parte del territorio di cultura basca situata al di qua dei Pirenei, che conserva stretti legami (si potrebbe parlare quasi di una fratellanza etnico-linguistica-culturale e, in parte, economica) con il territorio al di là dello spartiacque pirenaico e che con Navarra spagnola e i Paesi Baschi propriamente detti forma quell’entità etnica chiamata Terra Basca. Ne sono testimonianza i nomi bilingui di strade e villaggi e alcuni termini sicuramente non francesi né spagnoli che compaiono su alcune insegne, vetrine di negozi etc. Come mi hanno spiegato a Mauléon, anch’esso in territorio basco, la lingua basca, sovrastata da quella nazionale, è in lento declino soprattutto fra le nuove generazioni, anche se il suo studio viene incoraggiato per tener viva una tradizione e uno spirito di non omologazione che credo sia ancora molto vivo da queste parti; del resto che l’etnia basca sia una di quelle dal carattere forte e orgoglioso, lo ricorda la storia antica e recente; rammento di aver letto prima della partenza alcune parti del “Codex Calixtinus” o “Libro di San Giacomo”; qui l’autore, il monaco Aymerico, descrivendo, tra le altre cose, il percorso dei pellegrini verso Santiago tratteggia questo popolo con i peggiori attributi morali, ma non può disconoscerne la forza e la fierezza.
I cartelli, di aspetto diverso dal consueto, mi lasciano spesso nell’incertezza e, soprattutto quando i nomi riportati sono seguiti da cifre, rimango nel dubbio se si riferiscano alle distanze da villaggi vicini oppure al costo di vari tipi di formaggi. In questa zona, infatti, i caseifici artigianali sono frequentissimi (come è possibile rilevare dall’olfatto prima ancora che dalla vista: su tutto domina un odore intenso a metà tra il camembert e il nostro formaggio di fossa) e del resto dovunque, anche nel pratone oltre il rondpoint, pascolano moltissime pecore, stranamente disposte in separati gruppi regolari, come tanti plotoni di soldati durante un’esercitazione militare.
Ora il traffico è aumentato, ma la strada è larga e provvista di ampio spazio ciclabile. Presto incontro il primo gruppo di pellegrini in marcia e il primo segnale con la concha amarilla.
Dovrebbe mancare solo una quindicina di km a Saint Jean Pied de Port, ovvero Donibane Garazi, e sono ormai impaziente di arrivare, ma ogni tanto devo fermarmi, più per il sole che ha ripreso a bruciare sulle vecchie scottature, che non per la fatica della salita.
E, finalmente, dopo 1307 km, Saint Jean Pied de Port!
Uno stretto e ripidissimo acciottolato mi porta in Rue de la Citadelle, al n°39, dove si trova l’ accueil, cioè il centro di accoglienza per coloro che intendono partire per Santiago; mi metto in fondo alla coda che si è formata in un attimo all’apertura dell’ufficio; ne approfitto per dare un’occhiata all’ambiente e a chi lo popola: la stanza è piccola, divisa in due da un bancone che vede contrapposti gli “addetti” (che in realtà sono dei volontari di ogni nazionalità) e gli aspiranti pellegrini, affollata di manifesti, cartine e grafici, ma soprattutto persone di ogni nazione, foggia e lingua.
Quando tocca a me, col sottofondo di questo brusio babelico, mi siedo davanti a un volontario tedesco dell’ associazione “Amici del Cammino” rispondo alle sue domande, riempio un modulo con tutti i miei dati e infine ricevo la Credencial (su cui apporre i timbri degli Albergues) e la coquille de S. Jacques, insieme a materiale informativo con gli indirizzi degli Albergues, delle officine ciclistiche, alcune cartine delle tappe principali e altro ancora.
Lasciando la stanza coi miei trofei, osservo uno dei grafici appesi alla parete; si riferisce all’afflusso dei pellegrini dell’anno 2010 suddivisi per nazionalità: le prime quattro classificate sono prevedibili Spagna, Germania, Francia e Italia, ma l’incredibile è che subito dopo, con quasi 1000 pellegrini, non si collochino Paesi vicini o a forte impronta cattolica, come il Portogallo il Regno Unito il Belgio o la Polonia, bensì la Corea del Sud che stacca nettamente le nazioni successive. Ritorno infine sulla strada dove si sta formando una lunga coda di pellegrini: ieri, a quest’ora, se ne contavano ben 250, un numero davvero considerevole se si pensa che S. Jean, considerata la tappa iniziale del Camino Francés, è soltanto una delle porte d’accesso alla rete dei cammini che portano a Santiago.
Mentre mi rigiro tra le mani la conchiglia e sfoglio la Credencial ancora bianca, dico a me stesso, quasi con solennità: “Adesso sono anch’io un pellegrino”; io che credente non sono (anche se non mi ritengo neppure un ateo convinto), e ho sempre avuto in uggia ogni manifestazione superstiziosa o bigotta di madonne piangenti o di liquefazioni di sangue di santi, io che ho sempre rifiutato tessere di qualsivoglia associazione, fosse anche dell’AVIS; io che ho preferito esporre direttamente la mia faccia che non marciare all’ombra di vessilli di parte, bene, io pure sono caduto vittima di una abiura opportunistica? di una forma d’ omologazione? del bisogno di condividere un atteggiamento o un’usanza da molti spesso più ostentati che sentiti? Insomma “Santiago val bene una messa?” Non credevo che tutto questo (a partire dalla cerimonia d’investitura, un po’ burocratica, tutto sommato) mi avrebbe fatto un tale effetto. Il fatto è che, al di là di una certa retorica o di un’ enfasi forse un po’ infantile, sono – lo confesso – veramente perturbato e commosso; e non certo per l’imminenza della scalata al passo di Ibañeta. Forse è davvero uno di quei momenti in cui lontano dalle abitudini, dai luoghi o dai volti consueti e spogliati dalle maschere, dalle “divise”, dai consueti clichè protettivi e rassicuranti perché ripetitivi, ci si azzera in un’incessante ricerca di se stessi. Forse il motto che scherzosamente mi sono inventato stamattina “À chacun sa recherche” non era del tutto inadatto.
Comunque sia, il vero viaggio comincia adesso. Lego la concha al borsetto sul manubrio, accanto alle due striscette tricolori che celebrano i 150 anni dell’unità d’ Italia (e anche su questa fiammata di patriottismo nazionalista di ritorno ci sarebbe da discutere…);controllo la stabilità dei bagagli e la funzionalità del cambio, azzero il contachilometri, insomma cincischio un po’ quasi per ritardare la partenza; poi mi decido, attraverso il ponte sul fiume Nive che divide in parti disuguali S. Jean.
Sono partito !

Percorsi in Francia oggi 41 km in 1 h:50’ di pedalate effettive
Percorsi in Italia e Francia tot.: 1308 km in 55 h:40

  9 giorno _ Giovedì 5 Maggio (II parte) St. JEAN – HUARTE
In realtà i primi km sono ancora territorio francese, almeno fino ad Arneguy, poi il confine tra Spagna e Francia viene riattraversato ancora, magari inavvertitamente. Quello che sicuramente non passa inavvertito, invece, è lo sforzo della salita, che è dura fin da subito, si incarognisce poco prima di Valcarlos e, comunque, consiglia di non superare per prudenza la media di 10 km/h; il sole, poi, è così poco misericordioso che, quando si raggiunge un tornante in ombra, sembra il paradiso. Puntuale come sempre, infine, si ripresenta la maledizione di una discesa indesiderata che -metafora della vita- ricorda come i beni più preziosi richiedano molto impegno per mantenerli, mentre basta un nulla per perderli.
Per strada intravedo confusamente per gli occhi annebbiati dal sudore una macchia di colore; mi avvicino e questa un po’ alla volta si materializza in un variopinto rimorchio, simile più a un mini-carrozzone gitano che a un vero e proprio trolley: è attaccato ad una bici con tanto di bandierina tedesca ed è spinto faticosamente da un uomo di buona stazza teutonica; è un vecchio (stavolta vecchio davvero, più vicino agli 80 che ai 70) seminascosto da un’ampia barba bianca di taglio asburgico. Completa il quadretto un vispo cagnolino bianco che gli trotterella accanto. Spiega, nella sua lingua e in un italiano caricaturale, di esser partito col cane un po’ a piedi (e a zampe), un po’ pedalando, da non so che località della Francia e di voler “arrifare Santiago”, “piano piano” però. Racconta pure che nei suoi viaggi lui “stato pure in Ferona und Ficenza ”. Grato per la chiacchierata (e la sosta), lo lascio col suo cagnolino e riprendo.
Poco dopo è la volta di un pellegrino con tanto di coquille e bordone (che provo a fotografare a sua insaputa), ma ci limitiamo ad un reciproco <<Bon chemin!>>.
Ancora uno sforzo e scorgo una lunga costruzione di legno sormontata da una grande croce: con notevole anticipo sul previsto (anche perché l’altimetro segna meno di 1000 m.) sono arrivato al Col de Ibañeta, m. 1050 s.l.m. In fin dei conti non è stata poi così dura come temevo. Mi concedo comunque una sosta, anche perché il paesaggio da qui è fantastico: sotto un cielo di un azzurro brillante, mi vedo circondato da catene di montagne scoscese, ma dalla cima arrotondata e ricoperta di vegetazione che ricordano molto gli Appennini dell’Italia centrale, più che le Alpi, spaziate da morbidi rilievi minori e fondovalli in cui boschi, prati, pascoli e rare colture determinano le varie sfumature del verde. Peccato che le foto siano inservibili! 
E’ solo una parte della prima tappa del Camino, ma sarà la soddisfazione per essere riuscito a scalare i Pirenei nonostante il problema della gamba, o quest’aria fresca e tonificante nella consapevolezza che salita e fatica sono ormai alle spalle o, piuttosto, l’inebriante senso di onnipotenza che coglie l’essere umano quando in cima a una vetta vede il mondo distendersi ai suoi piedi, o, al contrario, la coscienza di sé e della propria rassicurante piccolezza rispetto alla smisurata vastità dell’universo, come quando si contempla in solitudine un nitido cielo stellato, fatto sta che per la prima volta dalla partenza, sento allentarsi tensioni ed inquietudini.
Questo continuo alternarsi, quasi ciclotimico, di depressione ed euforia è sicuramente determinato dal carattere e dalle condizioni di stress che precedevano il viaggio e che lo sforzo fisico di questi giorni ha accentuato, ma è legato anche all’esperienza stessa del viaggiare che ha sempre esercitato un’attrattiva incredibile su di me; forse non è eccessivo parlare di fascinazione dell’andare; parole come strada, partire, viaggio evocano immagini, odori e suoni legati all’infanzia: rivedo me bambino una notte d’ estate in uno dei miei lunghi viaggi al Sud, a occhi spalancati nella semioscurità violacea di uno scompartimento, persone ammucchiate come sacchi appoggiati ora a destra ora a sinistra, teste reclinate sul petto, chiusi gli occhi, socchiuse le labbra, sussultano in sincronia col vagone ad ogni scambio; svolazza con un brusio discreto la tendina, spiffero di vento caldo a scompigliare capelli e afrori; oltre lo schermo di pece del finestrino semichiuso piccole luci lontane punteggiano campagne misteriose addormentate nel buio; odore di carbone, tutùn tutùn, la nenia ininterrotta delle rotaie; vecchie valigie, pacchi, fagotti accatastati sulle retine; visi, affetti, attese, speranze, timori accatastati nell’animo…
Poco sopra di me avvisto il masso su cui è inciso il nome Roldan, a ricordo del paladino di Carlo Magno che, secondo la leggenda, qui morì affrontando i Mori. Dovrei forse dedicare qualche minuto di riflessione se non a lui come personaggio in carne ed ossa almeno a ciò che rappresenta; in fondo anche Orlando, come Prometeo o Faust, Davide o Ulisse, Sigfrido o Achille, Paolo e Francesca o  Giulietta e Romeo (e magari, domani, anche Charlot, Mata Hari o Pistorius), è diventato –al di là della sua reale esistenza- un mito simbolico della cultura occidentale, un portatore di quei valori di cui è lastricata la nostra civiltà. Del resto anche questo valico, pur nella sua modestia altimetrica, ha una sua rilevanza, legata ad una millenaria storia di transumanze umane: popoli, eserciti, pastori, mercanti, pellegrini, turisti lo hanno attraversato infinite volte, prima della mia trascurabile presenza. E a tutti come a me, all’improvviso, dev’ essersi rivelato un “al di là” che, non più celato dalla montagna, si apre ora davanti agli occhi in tutta la sua ampiezza. Così anch’io mi scopro a scrutare lontano, in cerca di qualcosa, risposte, certezze o almeno incerti segnali, ma, seppure l’orizzonte è cambiato, le domande restano immutate e la presunta “ricerca” si rivela incapace perfino di definire chiaramente il proprio oggetto. Temo che la ricarica di serenità si sia già esaurita…
Non so quanto resto fermo qui a rimuginare; mi riscuote un alito di vento più freddo del solito, insieme alla consapevolezza che il sole ha iniziato la sua parabola discendente. Davanti a me la strada che scende ripida verso Pamplona mi apre le porte della Navarra e della Spagna.
E finalmente la discesa, “a la conquista de España”! Ma mi fermo dopo nemmeno 1 km: sul lato sinistro della strada una serie di edifici costeggiati da una chiesa si annuncia come Roncisvalle; sosto giusto il tempo di applicare alla Credencial il sello (il secondo timbro dopo quello all’accueil di S. Jean) e di dare una rapida occhiata alla Collegiata, perché il pomeriggio procede a grandi passi e stanno cadendo alcune gocce di pioggia.
Mi fiondo giù a rotta di collo verso Pamplona, ma anche su questo versante i Pirenei presentano un’altalena di discese e salite, l’ultima delle quali è il più che rispettabile Alto de Erro.
Si avvicina la sera e decido di non rischiare: preferisco fermarmi presto e trovare facilmente un albergue in un piccolo centro anziché avventurarmi in una grande città. Al primo tentativo, però, non trovo posto e devo procedere fino a Huarte, poco prima di Pamplona, per aver maggior fortuna.
Raggiungo, verso le 20, il Refugio Municipal, inequivocabilmente indicato da frecce e cartelli gialli. Subito l’accueil e il sello. Gli ultimi arrivati sono tutti italiani, ma appiedati; anche qui io sono l’unico in bici della giornata. L’hospitalero, cioè colui che gestisce il Refugio –spesso un pellegrino egli stesso– è accogliente, ma non saprei dire perché, nonostante la gentilezza, non lo trovi simpatico, forse l’espressione un po’ furba e sfuggente… comunque mi spiega con chiarezza le regole dell’Albergue: alle 22 chiusura del portone e inizio del “silenzio” alle 22.30 spegnimento delle luci. Al mattino sveglia, bagno e colazione; poi tutti fuori entro le 8.30; sono misure un po’ draconiane per le mie abitudini pigre e perditempo, ma sono comprensibili se chi va a piedi deve alzarsi presto per poter percorrere 20-30 km al giorno. L’albergue è grande, attrezzato, pulito, non costoso (10 €); c’è anche la possibilità di mettere al riparo la bici, ma tutto si paga extra a cominciare dalle coperte alla lavatrice. Nel complesso, date le mie limitate esperienze, mi pare più simile all’Ostello della Gioventù di Arles che alla gîte di Mauleon.
Dopo la doccia mi rivesto in abiti “civili” e vado in cerca di un posto dove mangiare un boccone. Qui incontro il gruppo degli italiani di prima, a cui mi aggrego volentieri; ceniamo chiacchierando amabilmente (alle mie lamentele sull’obbligo di lasciare l’Albergue entro le 8.30, mi avvertono che in realtà in Spagna vige un orario ancor più restrittivo), finché ci accorgiamo che stanno per suonare le fatidiche ore 22.00 e allora, come tante novelle Biancaneve, ci precipitiamo dentro l’ Albergue, prima che il portone si chiuda inesorabilmente.
Scene comiche di inciampi, tonfi, testate, imprecazioni sommesse e gran tramestio, quando lo spegnimento delle luci coglie impreparati me e molti altri, tutti in varie faccende affaccendati, di questa strana Armata Brancaleone; ma in fondo siamo ancora dei pellegrini alle prime armi… Con il misero supporto dello schermo luminoso del mio telefonino, che resta acceso solo 15 secondi ogni volta, termino di scrivere alla meglio il mio diario quotidiano e poi provo ad addormentarmi a comando.

 Percorsi oggi in Spagna 69 km in 3 h:33’ (tot. 3h:33’)
Percorsi oggi in totale: 110 km (41 in Francia + 69 in Spagna) in 5 h:23’ di pedalate effettive (di cui 1 h:50 in Francia e 3 h:33’ in Spagna)



   10 giorno _ Venerdì 6 Maggio HUARTE-LOS ARCOS
Notte agitata: non sono capace di dormire a ore obbligate; verso le 3 mi sveglio, perché uno degli italiani ha aperto la porta per andare in bagno; poiché non mi riesce riaddormentarmi cerco almeno di rilassarmi e questo mi riesce benissimo, tanto che soprassalto sentendomi russare. Verso le 6 il movimento nella stanza comincia a farsi più sostenuto.
Alla fine mi alzo anch’io; mi muovo alla cieca, però è difficile cercare o sistemare le cose in queste condizioni. Soprassiedo e scendo giù in cucina; è ancora chiusa. Torno su, mi lavo, scendo alla bici, dove recupero una bustina di Nescafè, entro nella cucina, finalmente aperta e, con abbondante acqua ma senza zucchero, mi faccio un beverone insapore ma caldo; quindi torno su, finisco di preparare i bagagli e –sono ormai le 8. esco in cerca di un caffè aperto. Doppio caffellatte! Poi in una pasticceria provvidenziale un sacchetto di brioches. Rientro nel RM (rifugio municipale per gli amici) e saluto i partenti a piedi; quindi porto in strada la bici per sistemarvi definitivamente i bagagli e finalmente alle 9,15 parto anch’io.
Devo raggiungere l’Alto del Perdòn, un colle di 700-800 m. su cui si trova un curioso monumento in metallo dedicato ai pellegrini diretti a Santiago. Il mio tipo di bicicletta ovviamente mi costringe a una lunga deviazione imponendomi un percorso asfaltato diverso da quello breve, diretto e ben segnalato dei pellegrini appiedati.
Seguendo le indicazioni di uno del luogo, evito di infilarmi in Pamplona e raggiungo la Nazionale, una superstrada ampia e scorrevole ma non particolarmente pericolosa –almeno per chi è abituato alle strade italiane. grazie a un’ottima pista ciclabile e a un traffico modesto e ordinato. Devo lasciarla prima che si tramuti in “Autopista”, cioè autostrada a pagamento, vietata alle biciclette. Con scarso entusiasmo mi avventuro nella periferia occidentale di Pamplona, finché nell’ area universitaria incontro due pellegrini in MTB. Sembra la mia fortuna, ma non lo è. I due sono padre e figlio, due spagnoli di Madrid, forniti di cartine super aggiornate; vanno pianissimo anche in discesa e non parlano italiano, ma davanti alle mie esitazioni e alla spiegazione che una bici da corsa è inadatta a percorrere i sentieri sterrati o sassosi, mi convincono a seguirli, perché la strada è “seguramente” asfaltata. Infatti 3-4 km dopo comincia lo sterrato; 700 m. soltanto, d’accordo, ma è il primo segnale. Poi c’è un’ incomprensibile deviazione in piena campagna, una salita al 10% e infine un nuovo tratto sterrato e sassoso di imprecisata lunghezza, naturalmente “no indicado sobre el mapa”. Qui li lascio, rimpiangendo i km e il tempo che mi hanno fatto perdere. Torno indietro verso Zizur Mayor, ma finisco su una stradina interrotta alla fine dalla costruzione della nuova autostrada. Mi districo alla meglio tra le informazioni spesso contraddittorie che riesco via via ad ottenere e mi avventuro nei nascenti quartieri della Urbanización di Pamplona. Alla fine recupero l’itinerario che mi ero prefisso: Gazolaz, Paternain, Astrain, ecc.
Ormai i saliscendi sono una costante di cui non merita parlare, ma il vento combinato col caldo li rende insopportabili. Avanzo testardamente a capo chino, cercando di offrire meno resistenza aerodinamica possibile. Finirà –mi dico- DEVE finire! La testa mi sembra come infilata in un forno caldo e, anche quando il vento non è frontale, ho la sensazione che qualcuno mi diriga addosso l’aria bollente di un phon. Probabilmente sono io che –faticando oltre i limiti delle mie possibilità. sto andando fuori giri; perciò decido di diminuire lo sforzo e rallentare, ma è difficile andare a meno di 7-8 km/h.
Alla fine giungo sulla piazza vuota di un villaggio di quattro case che mi auguro sia Astrain e dopo il quale dovrei trovare il bivio per l’Alto del Perdòn di cui in effetti intravedo la sagoma caratterizzata dalla presenza di numerose torri eoliche. Mi guardo in giro, ma non c’è segno di vita; l’unico locale pubblico, il bar, è ancora chiuso. Aspetto una decina di minuti, finché non compaiono due persone che rispondono alle mie domande dandomi la mazzata finale: il bivio per Astrain è passato già da un bel pezzo, perciò devo tornare indietro di oltre 7 km o rinunciare definitivamente all’Alto del Perdòn. Tra le due possibilità scelgo la più faticosa: non posso perdermi una delle mete più caratteristiche del Camino. Perciò santa pazienza! (“In fondo è un pellegrinaggio, mi dico, se non altro il vento sarà a favore”).
Tornando indietro, recupero il bivio saltato, la Nazionale e infine la segnalazione per l’Alto del Perdòn. La stradina è stretta e dissestata, falcidiata da violente raffiche; dopo poco ritrovo anche i due madrileni in MTB che stanno scendendo e finalmente raggiungo, sul crinale che divide in due l’altura, lo spiazzo con il monumento in bronzo (o forse in rame ossidato dall’acqua e dal tempo); le sagome si stagliano tra cielo e terra come un presagio, quasi a coniugare il cammino del vento con quello delle stelle, come sta scritto su una delle sagome. Nonostante la presenza di altri pellegrini il luogo suscita una sensazione di solitudine e isolamento, acuita dal rumore del vento a cui si somma l’intenso brusio delle pale eoliche che ruotano vorticosamente su tutto il crinale
Un gentile signore forse tedesco, visti i miei inutili tentativi di fare fotografie, mi offre di scattarne con la sua fotocamera alcune che poi mi invierà per mail.
La discesa è ripida e pericolosa, non tanto per la pendenza, quanto per l’asfalto dissestato e ancor più per le raffiche rabbiose che per un paio di volte rischiano di farmi cadere. D’altra parte non si spiega diversamente la presenza del numero incredibile di torri eoliche che da quassù ora vedo punteggiare all’infinito non solo questo crinale, ma anche le alture successive, creando un reticolo metallico tra il verde in basso e l’azzurro del cielo in alto che assolve anche esteticamente questi colossi spesso bistrattati dalle nostre parti.
Riprendo la Nazionale con poche salite, per una volta, e molte discese; la prima, ripidissima, devo affrontarla con i freni tirati, dopo che una folata più forte delle altre mi fa perdere il controllo della bici, sbandando pericolosamente; riesco a non cadere, ma finisco vicino al guard-rail della corsia opposta; è una fortuna che non passino auto.
Il paesaggio si è ammorbidito: ora dominano verdi colline ondulate, coltivate per lo più a grano oppure a fieno ed altre erbe per alimentazione animale, le quali sotto la sferza del vento fanno la ola: è come se la mano di un gigante invisibile le carezzasse per incoraggiarle a crescere. Del resto siamo già a maggio e il colore del grano sta assumendo qua e là le sfumature di un verde-arancio che prelude la fase della maturazione completa di giugno.
Ritornano i saliscendi; il procedere a testa china mi porta spesso a non vedere i cartelli; mi faccio così 2 km di durissima salita fuori programma fino al borgo medioevale di Monjardin che però non riesco a gustarmi per la fatica.
Piuttosto sgarbatamente, visto che essendo straniero io non so parlare bene lo spagnolo, un tizio insiste a farmi continuare su un sentiero sterrato, mentre io desidero solo riprendere la Nazionale; per poco non ci mandiamo reciprocamente al diavolo. Ma probabilmente ciò che non va non è la gente (che sembra spesso poco disponibile verso lo straniero), né il vento, il sole o la salita; sono io che le vivo in maniera critica, probabilmente perché il momento scelto per partire non era quello più adatto o perché lo stile del viaggio (in bici, da solo, con tappe troppo pesanti in relazione alle forze) era sbagliato; o probabilmente perché la motivazione stessa del viaggio non era abbastanza forte, la motivazione reale intendo, non quella di facciata. E, del resto, qual è stata la vera motivazione? Viaggiare, cercare, fuggire? Mille altri interrogativi –dove? cosa? da cosa? perché?- si aprono e si moltiplicano come in una reazione a catena che non voglio ora innescare.
Mi concentro piuttosto sulla pedalata e raggiungo Puente la Reina, che contiene un borgo medioevale ben conservato e dove, come recitano tutte le guide, il Cammino Aragonese confluisce nel Camino Francés. Approfitto della sosta, anche se siamo nel pieno del pomeriggio, per sedermi a mangiare un boccone e ammirare al termine della Calle Mayor il bel ponte romanico che dà il nome alla città e che fu fatto costruire appunto da una regina per facilitare l’ attraversamento del fiume Arga.
Torno a reimmergermi nel caldo afoso delle vallate che separano Puente La Reina da Estella, procedendo a velocità di crociera, per risparmiare le energie. E faccio bene, perché proprio all’uscita di Estella in direzione di Ayegui trovo una salita durissima per le mie forze ormai in riserva. Salgo su sempre più lentamente, fermandomi ogni tanto a chiedere di un Albergue; incrocio a un certo punto il cartello con l’indicazione del Monastero di Santa Maria de Irache, dove -ricordo bene- si trova la famosa fontana che versa vino. In effetti ho modo di constatare che non si tratta di una leggenda metropolitana: dopo 500 m. di sterrato in buone condizioni (ormai il timore ossessivo di forature che mi assillava fin dalla partenza, ha ceduto ad un’audacia giudiziosa), raggiungo il retro della ampia costruzione d’origine benedettina che oggi assolve anche la funzione di museo enologico (d’altra parte siamo vicinissimi una regione rinomata per i suoi vini, la Rioja); a fianco, in un cortile cintato da mura, ma non chiuso, mi si presenta la fontana: da una placca metallica inserita nel muro principale fuoriescono due rubinetti con le rispettive etichette di “acqua” e “vino”; inutile dire qual è il rubinetto più frequentemente usato, come del resto stanno a dimostrare le marcate scolature rosse in basso. Ne assaggio anch’io, ma appena, poco più di una sorsata, compatibilmente col caldo e la stanchezza, anche perché il gusto è ruvido e forte; altrettanto ne verso nella borraccia, più che altro per insaporire l’acqua.
Riprendo la marcia e finalmente, una ventina di km dopo, raggiungo Los Arcos e, affacciato su un crocevia di fronte alla chiesa, il mio secondo RM in terra di Spagna. Il dormitorio è un unico stanzone a piano terra, con un congruo numero di servizi e una stanza per cucinare e mangiare, nel complesso più piccolo e rustico di quello di Huarte, ma più accogliente, grazie anche a degli hospitaleros disponibili e sorridenti. Purtroppo qui ho la conferma che negli Albergues la partenza è obbligatoriamente entro le 8 del mattino e che quella di Huarte era una benevola eccezione.
Dopo aver fatto il bucato e stesolo sui fili ad asciugare, scorgo, come in una visione un giovane, poco più che un ragazzo, entrare nel cortile de Refugio su una bici da corsa come la mia. “Allora c’è civiltà anche qui” mi dico e insieme ad altri che, evidentemente conoscendolo, lo festeggiano, anch’io mi avvicino all’angelica visione e, quando gli altri sono allontanati, scambio un po’ di chiacchiere, sperando di poter finalmente avere da domani un compagno con cui condividere l’avventura: è un belga che proviene dalla Francia ed ha scelto di viaggiare con pochi bagagli e una bici da corsa per poter andare più leggero e veloce percorrendo non più di un centinaio di km al giorno. Sono al settimo cielo e annuisco con cenni di approvazione, ma è l’ultima informazione quella che mi gela: per motivi di lavoro ha dovuto dividere il Camino in 4 tappe e oggi è il suo ultimo giorno di pedalate; dopodiché infila bici e bagagli su un’auto forse a noleggio e riparte. Avvilito e depresso, me ne vado a girellare per il paese, osservando sbadatamente qua e là, poi in un negozio alimentare di fronte alla chiesa di S. Maria, compro tra l’altro del latte UHT, un grosso filone di pane, una scatola di formaggini ed una di Nescafè in bustine per la colazione di domani. Infine, mentre in cielo le nubi scarrocciano sospinte da un vento forte e quasi freddo, rientro per togliere i panni, cenare e andare a dormire. Quando entro in camerata molti stanno già dormendo; è buio, ma non c’è bisogno di luce per constatarlo: basta ascoltare il coro aritmico dei “roncadores”, cioè di coloro che russano rumorosamente.

 Percorsi oggi km 101 in 5 h:23’ (tot. 8h:56’)

 11 giorno _ Sabato 7 Maggio_ LOS ARCOS – S.DOMINGO DE LA CALZADA
Partenza quasi all’alba (8:15)! Dopo un temporale notturno che coi suoi lampi e tuoni ininterrotti ha tenuto svegli molti di noi, illuminando a tratti il soffitto della camerata di bagliori violacei, il mattino si prospetta calmo ma cupo e presago di ulteriore pioggia; l’unica incognita è il dove e il quando. Il sole non riesce mai a bucare il fitto strato di nubi e un alone giallastro di luce diffusa circonda la cattedrale e il suo imponente campanile: sarà anche suggestivo, ma assai poco rassicurante.
Contrariamente al flusso dei pellegrini, che si dirigono verso Viana lungo un tratturo che costeggia la strada, punto direttamente su Logroño, prendendo per una strada asfaltata che si innesterà poi sulla nazionale N111.
La distesa di campi sconfinati qua brulli, là coltivati a grano è spettacolare: sotto un cielo plumbeo, quasi nero, le chiazze di verde scurissimo contrastano col rosso intenso dei papaveri fitti fitti sul ciglio della strada, come se un pittore folle si fosse ispirato un po’ a Van Gogh, un po’ a Cezanne, con la mente rivolta all’uso della luce dei fiamminghi. Di lì a poco scroscio di tuoni, ma non di acqua, salvo poche gocce. Sotto la pensilina di una fermata d’autobus mi preparo al peggio; ma il peggio, se si esclude un vento gelido e maligno, non viene; perciò mi rimetto in marcia.
Nella lunga discesa verso Logroño, ad un bivio incrocio una recumbent, cioè una di quelle biciclette in cui il pilota si trova sdraiato quasi  rasoterra tra le due ruote; in Italia sono ben più rare che in altri Paesi europei, anche perché al vantaggio di una maggior velocità in pianura contrappongono maggiori difficoltà in salita e nel traffico urbano; ma non è il mezzo ad attirare la mia attenzione, bensì il guidatore: i bagagli lo qualificano come cicloviaggiatore; la concha come pellegrino; solo che si tratta di un giovane -o almeno tale mi sembra nell’attimo in cui lo sorpasso- che pedala  con le mani, dato che è privo delle gambe; non so da dove provenga né se conti di arrivare fino a Santiago e, d’altra parte, sono consapevole delle maggiori possibilità che una forte motivazione offre nell’affrontare grandi difficoltà, ma mi chiedo come farà ad esempio a superare le montagne, a resistere indenne alla sferza violenta dei venti, al continuo stop & go nel traffico cittadino. Al suo pellegrinaggio, tanto più difficile e autentico del mio, non posso che riservare tutta la mia ammirazione; ma questa è anche la conferma del fatto che, qualunque sia l’oggetto della propria ricerca, si deve esser pronti a perseguirlo attraverso la fatica, se non il dolore.
Raggiunta la pianura, finalmente mi coglie la pioggia, dapprima a gocce grosse e rade, poi sempre più fitte. Non c’è molto da sperare: non è un temporale di breve durata, ma quel tipo di precipitazioni che promettono di durare a lungo: il cielo è uniformemente grigio ed il vento è calato, per cui non ha senso fermarsi ad aspettare.
Arrivo al centro di Logroño, città abbastanza grande e moderna e qui ho la fortuna di chiedere ad un vigile dov’è l’O.T. cioè l’ Oficina del Turismo; non solo me lo indica, ma mi ci accompagna e, siccome è chiuso, mi porta fino alla Centrale di Polizia, che è ugualmente abilitata a mettere il sello. Infine mi spiega come raggiungere Navarrete.
Riesco ciononostante a perdermi lo stesso; ma qui, secondo colpo di fortuna: mentre chiedo in giro, mi si avvicina un biker pellegrino, Augustin, che mi guida sulla strada giusta, mentre il cielo sembra acconsentire a una tregua.
Proseguiamo insieme e facciamo reciproca conoscenza. Anche lui, pur essendo più giovane di me, ha due figlie e un nipotino ed è diretto a Santiago, per sentieri, però, con una grossa MTB (adeguata alla corporatura massiccia del suo proprietario, per un peso totale di ben 150 kg, davanti a cui impallidiscono in tutta la loro pochezza i miei 80 kg scarsi).
La temperatura si è fortemente abbassata rispetto a stamattina e ora la pioggia, dopo una pausa apparente, riprende con maggior vigore e l’umidità penetra nelle ossa più del freddo; oltretutto la mantella serve solo parzialmente, perché non traspira, e, soprattutto nei tratti in salita, il sudore si accumula tra la pelle e la maglietta. Il pensiero mi torna spesso al “bicigrino” senza gambe: mi chiedo spesso dove sarà adesso e in che modo (e con quale spirito) avrà affrontato le mie stesse difficoltà.
Se non altro, però, stiamo procedendo in pianura e colline e montagne sembrano finite, almeno a quanto la scarsa luminosità lascia intravedere. D’altra parte dovremmo essere in prossimità o quasi della Meseta, il grande tavolato o altopiano che caratterizza il cuore della Spagna (a quanto mi suggeriscono i miei lontani ricordi della Geografia di II Media) e che dovrebbe essere, appunto una vasta pianura ad alta –o media- quota.
Su una collina vicina all’improvviso noto una enorme sagoma che si staglia scura in controluce: è la silhouette di un toro, che ricordo di aver già visto da qualche parte. “È una specie di stemma che indica l’ingresso in Castiglia, vero?”, chiedo ad Augustin; “Macché – risponde lui – È solo l’insegna pubblicitaria di una marca di liquore, di cui è tappezzata la campagna spagnola”…
La strada scorre uguale in un panorama umido e piatto; a salvarci dalla monotonia e dal pensiero fisso del pulviscolo acqueo che ci assedia, vale solo quel po’ di conversazione che ci permettono i momenti in cui possiamo viaggiare affiancati; la carretera, infatti, è larga e possiede una piccola corsia laterale ciclabile, ma le pozze che nascondono il fondo stradale e il traffico dei camion che, sorpassandoci, ogni volta spostano masse d’aria e acqua ci sconsigliano di pedalare appaiati.
Quando i nostri percorsi si biforcano, ci salutiamo augurandoci di rivederci a Navarrete, senza però specificare né dove né quando.
Riprendo, nonostante tutto, a pedalare di buona lena sotto la pioggia, immaginando il disagio di coloro che debbono camminare o pedalare su sentieri ridotti a fiumi di fango.
Raggiungo, finalmente, Navarrete, indolenzito dalla stanchezza e dall’umidità; l’unica cosa che vorrei è una bella scodella di minestra fumante, ma prima di cercare un ristorante devo passare a farmi timbrare la Credencial.
Con un colpo di fortuna trovo subito l’O.T. e nell’entrare sbatto contro un altro pellegrino intabarrato e grondante pioggia come me; alzo la testa e, gradita sorpresa, riconosco Augustin, appena riemerso alla civiltà dai suoi sentieri melmosi. Insieme ci infiliamo in un piccolo ristorante che lui conosce bene (è “solo” l’ ottava volta che effettua il Camino, ma è anche di gran lunga la più dura!) e si pranza con un bel piatto di pasta galleggiante in un sugo di funghi molto liquido (la pasta, secondo l’uso degli Spagnoli, è scotta, ma il gestore si scusa, perché a suo giudizio è ancora troppo dura) seguito da un’insalatona e da un bicchiere di vino.
Un po’ meno intirizziti e grati per la reciproca compagnia che ha alleviato sforzi e avversità, riprendiamo insieme il cammino e, come Virgilio con Dante (si parva licet), Augustin mi fa da guida nell’uscita tortuosa dalla città e nella bolgia di pioggia e fango che copre il primo tratto del percorso successivo; poi, giunti al punto in cui lui tenterà di riprendere il sentiero e dove incrociamo un gruppo di caminantes inzuppati e smarriti, ci separiamo nuovamente, dandoci appuntamento per stasera a S. Domingo de la Calzada, dove le nostre vie si riuniranno nuovamente. “Ojalà”, cioè “magari”, faccio io nel mio incerto castigliano e gliene chiedo conferma; lui mi spiega che lo spagnolo ojalà deriva dall’arabo “Insh Allah” (se Dio vuole).
Procedere da solo un po’ mi dispiace: mi ero abituato facilmente alla sua compagnia, ai suoi incoraggiamenti nei momenti più duri, alla sua perfetta conoscenza del percorso, in poche parole al suo aiuto, materiale e non (tra l’altro prima di ripartire ha tirato fuori da una delle sue borsone uno spray miracoloso con cui ha lubrificato catena e ingranaggi del cambio dopo averli liberati dal fango).
D’altra parte un po’ mi secca dover dipendere dagli altri o forse rivelare a me stesso il mio spirito gregario; così con una punta di malriposto orgoglio e di ragionevole titubanza, riprendo da solo il cammino.
“Caminante, sentir la presencia en la ausencia es compañia. La soledad es vacio con presencia. Que los valores alivien las soledades de tu andadura” Questa era l’iscrizione che ieri ho ricopiato dal muro di un Refugio in cui ero andato a far timbrare la Credencial. Sicuramente finora ho vissuto l’ausencia – e non solo quella di compagni di strada – Ma sono almeno riuscito ad avvertire qualche presencia oppure la soledad è rimasta solo vacio? Cerco di analizzare lucidamente lo stato d’animo che ha prevalso in questo viaggio e le sue motivazioni. Ma non riesco a procedere oltre una ovvia e già espressa conclusione: è fisiologico che in fase di stress o momenti di sforzo intenso e prolungato uno abbia di sé una percezione falsata, una visione riduttiva, centrata sull’ inadeguatezza, sul rapporto critico tra il “sé” e il “fuori da sé”. Ed è quindi altrettanto naturale che la solitudine possa spingere , in alternativa ad un’euforia di tipo “eroico”, ad uno smarrimento delle proprie ragioni d’essere: “Perché sono qui? Cosa vale, a cosa è funzionale, a chi serve ciò che sto facendo?”
Nei riti di iniziazione delle cosiddette società primitive il passaggio dall’ infanzia al ruolo di adulto è segnato dal rituale dell’allontanamento cioè della temporanea separazione forzata del bambino dalla tribù e dalla famiglia e quindi dalle sicurezze che queste gli offrono; superare la prova del distacco e dell’isolamento serve a sancire il suo reingresso nella società tribale da adulto a pieno titolo. Pensare che io mi sia imposto, magari inconsapevolmente, questo lungo e duro viaggio solitario a mo’ di rito iniziatico, è un’ipotesi estrema, anche se non del tutto peregrina ed equivarrebbe ad ammettere che non sono mai cresciuto o del tutto maturato (cosa improbabile, ma, in effetti, non impossibile).
Quello della solitudine, amata e temuta, cercata e fuggita, è in ogni caso un motivo ricorrente nei miei pensieri, tanto più in questo viaggio, ed è naturale per me associarla all’idea della separazione, della lontananza, della morte forse. C’è un’immagine ricorrente nella mia memoria infantile: salita del Sonnino fuori Livorno, anni ’50-’60, mentre l’auto arranca lentamente per la salita, scorgo lontano una vecchina, in nero con la “pezzuola” al capo come si usava nella campagna toscana, è ferma a lato del ciglio rialzato della strada, come per pregare; ma ha dei fiori in mano, lentamente li depone tra i cespugli sopra il muretto; ora che sono vicino noto che li posa accanto a una piccola lapide ben curata, evidentemente recente, bianchissima nel verde dei cespugli, con un nome, due date e la foto di un giovane; nell’ultima immagine, prima che svanisca dietro una curva, la vedo (o forse la intuisco) con la mano appoggiata sulla lapide e la testa avvicinata come a parlarle in affettuosa confidenza.
Ricordo di averla notata ancora un altro paio di volte, sempre uguale e sempre da sola; poi più nulla. Passato mezzo secolo, dopo che la vecchia è sicuramente morta (e chissà da quando) chi si prende cura della lapide? Quel giovane (il figlio, forse) quanti anni avrebbe ora? Chi si ricorda di lui? Chi lo ha fatto in questi anni? Chi mai lo farà in futuro?
Mi sono sempre chiesto perché questa immagine mi sia rimasta impressa nella memoria ed ogni volta mi ritorni in mente accorandomi, cosa (o chi) rappresenta per me quella vecchina dimessa e sola, cosa ha in comune con me. Ora penso di saperlo. Credo di aver intravisto la lapide qualche settimana fa, seminascosta dalla macchia. Al mio ritorno mi piacerebbe un giorno o l’altro andare a ricercarla.
Se non altro sta smettendo di piovere. Si torna a scendere e a risalire (alla faccia della mia personale interpretazione di Meseta), ma a discreta velocità e con una fatica relativa: evidentemente il pranzo e Augustin mi hanno fatto bene alla pancia e alla testa.
Al termine di una discesa raggiungo e saluto una anziana pellegrina in nero che mi ricorda molto da vicino quella incontrata in Francia, o forse è proprio lei; provo a scambiare due parole, ma non mostra di gradire; allora mi metto davanti a lei, visto che sembra procedere con qualche fatica, per consentirle di sfruttare la mia scia, ma lei sembra poco interessata e rallenta ulteriormente. A questo punto la saluto e allungo. Una mezzora dopo su un pendio che sto affrontando con discreto impegno, mi vedo superare senza nessuna esitazione né segno di stanchezza proprio dalla misteriosa pellegrina. Preso un po’ alla sprovvista, tardo a reagire, ma quando raggiungo il culmine della salita mi lancio giù per la discesa all’inseguimento; però lei è un punto nero ormai lontano e per quanti sforzi faccia (e sì che supero i 60 in alcuni punti), non riesco più a raggiungerla.
Intanto si apre anche qualche squarcio di azzurro e, infine, fa capolino il sole a pronosticare per domani una buona giornata. Un senso di calore, non solo fisico, e di gratitudine mi si diffonde dentro; sento quasi il bisogno di ringraziare qualcuno, ma non saprei chi, però mi piace immaginare come dovevano sentirsi i nostri progenitori pre-sapiens, quando il rischiararsi del cielo preannunciava la fine di una tempesta in cui si erano scatenate le possenti e misteriose forze della natura.
Raggiungo finalmente S. Domingo de la Calzada sotto un cielo sfolgorante di arancio per il sole al tramonto. All’ingresso in città, come ormai ho imparato a fare, vado diritto, tralasciando le strade larghe e scorrevoli che la bypassano tangenzialmente e, seguendo le indicazioni fornite dalle visibili frecce gialle, entro nel cuore della città storica; qui al termine di una via lastricata e poco ampia, su cui incombono costruzioni senza tempo e che da sola esprime il senso del passato, mi imbatto nella cattedrale, nell’O.T. e, a poca distanza nell’ Albergue del Peregrino, di cui mi aveva parlato Augustin.
Dopo aver verificato con l’hospitalero che nessun biker con quel nome sia già arrivato al rifugio, aspetto per un po’ che dal fondo della strada appaia la mole del mio compagno caracollante sulla sua MTB, ma non c’è nulla da fare; probabilmente, visto il bel tempo, avrà deciso di allungare per un’altra quindicina di km anticipandosi sulla tappa successiva. Pazienza, magari ci rincontreremo in qualche altra città, anche se ne dubito, dato che lui va a una velocità maggiore della mia.
L’ hospitalero è un tedesco piuttosto anziano, ma in grado di farsi capire in un numero incredibile di lingue: mentre sono lì, continuano ad arrivare alla spicciolata come soldati dispersi dopo una disfatta, pellegrini di ogni nazionalità, accomunati dai segni del diluvio. Ma neanche tra loro c’è Augustin. L’ Albergue è modernissimo, molto curato ed efficiente, ma la camerata è troppo piccola per tutti i letti che vi sono ammassati e lo spazio individuale sembra molto ridotto. All’interno l’attività è frenetica: metà dei pellegrini si dà da fare per lavare la propria roba, scarpe comprese, mentre fiumi di acqua scura e terrosa scorrono nei lavabi dell’ampio lavatoio; l’altra metà si è riversata all’aperto, nel cortile, per stendere i panni, accaparrandosi gli spazi meglio esposti al sole del tardo pomeriggio. Io faccio altrettanto prima ancora della doccia; dal confronto esco meglio di molti altri: i vestiti dei bagagli sono in condizioni perfette e del mio abbigliamento ciclistico solo calzini e pantaloncini risultano (moderatamente) sporchi.
Appena sono presentabile vado a fare un po’ di spesa, e ne approfitto per scattare qualche foto visto che la macchina in determinate condizioni di illuminazione ha ripreso -pare- a funzionare.
Per la spesa mi sono ormai organizzato: compro solo quello che mangerò la sera e la mattina dopo a colazione a partire dal latte (che incredibilmente vendono solo a lunga conservazione e in confezioni da un litro) e dal pane (il più saporito è la baguette, che è anche quella che posso meglio dividere in due parti, dato che anche questo non lo si vende a peso, ma a pezzi interi); legumi (per reintegrare le proteine), pomodori e/o frutta (per il necessario apporto di vitamine e fibre) e, per terminare in bellezza, un immancabile yoghurt (anche questo solo in confezione unica da 4 vasetti) come dessert.
Al rientro, ritirati i panni quasi del tutto asciutti (gran cosa i tessuti in microfibra!), grazie al microonde dell’albergue mi preparo una cena calda che elimina dal corpo gli ultimi residui di freddo e umidità e infine alle 10 e 15 vado a letto. Nonostante il basso numero di km, il bilancio della giornata è tutto sommato positivo, considerate le premesse.

Percorsi oggi km 83 in 4 h:18’ (tot. 13h:14’)

   12 giorno _ Domenica 8 Maggio S.DOMINGO d.l. CALZADA – CASTROJERIZ
Solito sonno pesante, ma almeno continuo; solita levataccia faticosa, tra la paura di riaddormentarmi e la voglia di restare a poltrire ancora qualche minuto; solita lotta per la sopravvivenza nei bagni. Colazione con latte bollente e Nescafè (zucchero gentilmente offerto dalla casa, o dai pellegrini che mi hanno preceduto), mezza baguette con marmellata e due yoghurt. Partenza alle 8,20: lascio la Rioja alla volta della Castilla y Leòn.
La luce diffusa fuori dall’ Albergue fa capire che il tempo oggi sarà bello, ma quando mi lascio alle spalle S. Domingo, l’atmosfera diventa immediatamente irreale: una nebbia incredibilmente fitta impedisce di vedere oltre 10-20 m. Devo accendere, come pure gli altri biker, le mie luci, che però già a breve distanza vengono inghiottite dalla caligine. Quei pellegrini appiedati che non camminano affiancati si tengono in contatto uditivo chiacchierando o lanciandosi richiami ogni tanto. Il tutto è ovattato in un silenzio innaturale nel quale si percepisce solo la propria presenza. Oltre il bordo della strada non si vede altro, ma per fortuna non c’è pericolo di sbagliare, dato che non ci sono altre vie da seguire.
Dopo una decina di km poco più che a passo d’uomo si alzano il sole e il vento, la visibilità perciò migliora nettamente e ci si ritrova in una dolce campagna verde, circondata da rilievi arrotondati; il sole che brilla a tutto campo scioglie la brina che –scopro. mi si era accumulata su gambe e avambracci. È proprio una giornata bellissima, anche se decisamente fredda; ci troviamo d’altra parte a circa 800 m d’altitudine alle 9 di mattina di un giorno di primavera e dopo una giornata di pioggia.
Incontro una coppia di svizzeri in tandem diretti alla mia stessa destinazione: lui, Chris, uno svizzero non più giovanissimo ma atletico, pedala energicamente per due, dato che la sua ragazza non si impegna più di tanto e il tandem è assai più duro e pesante di due biciclette messe insieme. Quando poi la forza del vento cresce, vedo che fa davvero fatica, allora mi metto eroicamente davanti a lui per tagliargli l’aria, come se per me il vento soffiasse a favore; quando poi non ce la faccio più e le parole fuoriescono a stantuffo, ansimanti, allora ritorno in coda a riprendere fiato. Andiamo avanti così, alternandoci, per un’altra dozzina di km, poi all’altezza di un villaggio loro lasciano l’asfalto per un sentiero. Ne approfitto per procurarmi un sello e infilarmi il K-way: sono sempre più infreddolito e non riesco a smettere di tremare. Raggiungo poi un altro biker, uno spagnolo, flemmatico e sussiegoso al pari di un hidalgo nel parlare come nel pedalare; poiché sembra stanco e va più lento di me, faccio come con gli svizzeri, un po’ gli taglio il vento stando davanti, un po’ mi affianco per chiacchierare; ma prima di Burgos lui si ferma, perché –dice. non ce la fa più a proseguire controvento (o forse per amor proprio perché gli secca farsi “tirare”). Però dopo una breve sosta per rifornimenti in una pasticceria, mi rivedo 200 m. più avanti questo hidalgo stanco, che evidentemente non si era fermato. Lo lascio andare per la sua strada e lo perdo nella periferia di Burgos.
Raggiungo in scioltezza e senza difficoltà d’orientamento la zona della Cattedrale. Burgos pare una bella città, pulita, aperta, facilissima da attraversare (se riesco io a non perdermi…). Queste impressioni sono confermate quando si arriva al Paseo, dove moltissima gente (oggi è anche domenica) passeggia tra gli alberi sotto lo sguardo vigile dei poliziotti. Al termine del Paseo, attraverso un arco raggiungo la piazza della cattedrale, davvero imponente e unica nel suo genere. In questo scenario, seduto in pieno sole su una comoda sedia, mi fermo volentieri a mangiare una sopa castellana, una minestra di verdure e un dolce a meno di 10 € (praticamente meno di una pizza & birra in una periferia di un’ anonima città italiana).
Riparto verso le 15 e non è difficile trovare l’uscita da Burgos. So che devo seguire le indicazioni per Leon fino a Rabé de la Calzada, ma evidentemente non sono esatte oppure non ho visto il bivio. Dopo parecchi km sulla N-120 (che mi consolida nell’errore, perché i cartelli riportano sempre il simbolo del Camino) senza incontrare anima viva, trovo un ristoratore che frettolosamente mi indica una strada che porta sì al Camino ma quello sterrato e sassoso. Mi ci vuole quasi mezzora per accorgermene; ancora una volta devo invertire la rotta e ripercorrere sotto il sole un tratto inutile che mi è costato tempo e fatica. Prenderò più avanti il bivio per Castrojeriz, che coi suoi tre rifugi, rappresenta la meta finale della giornata.
Nell’alzarmi sui pedali per superare una breve salita, forzo un po’ troppo la gamba sinistra e avverto un dolore acuto al ginocchio ad ogni affondo. Sono perciò costretto a ridurre l’impegno e a pedalare praticamente con una gamba sola da seduto; ma così il caldo, il sudore e lo sfregamento continuo della pelle sul fondo dei calzoncini aggravano la situazione mai risolta dei bubboni che mi si stanno formando e indurendo in misura crescente. Pedalare in queste condizioni diventa un supplizio. Va bene che sto in qualche modo ripercorrendo il cammino di un pellegrinaggio (che in passato era ben più duro e rischioso di questo), ma mi sembra che capitino tutte a me! In un accesso di auto-colpevolizzazione arrivo anche a ipotizzare che, se non si tratta di sfortuna o di punizione divina per chissà quale colpa commessa (e non mi sento affatto incline a tirare in ballo entità sovrannaturali), in qualche modo devo essermele volute per disattenzione o distrazione, errate valutazioni, scarsa conoscenza dei limiti; oppure, in un eccesso di vittimismo, sto esagerando dei banalissimi inconvenienti. Comunque stiano le cose, il dolore al ginocchio e al sedere sono reali, molto reali, e il sole, la mancanza di ombra e l’afa pure.
Tra mille elucubrazioni e dubbi, raggiungo Villasandino e da qui mi trascino fino a Castrojeriz, deciso a non fare neppure mezza pedalata di più.
Metto il piede a terra e quasi casco per il cedimento del ginocchio; appoggiandomi alla bici e sostando ogni 50 m., salgo fino al centro del paese (che, manco a dirlo, si trova in cima a una collina); qui, al lato di una piazza, trovo al culmine di una scalinata l’ Albergue S. Estebàn: è in splendida posizione, piccolo, ma molto carino, popolato da giovani che suonano sommessamente la chitarra e persone d’ogni età serene e sorridenti. Insomma un quadro assolutamente positivo, se non fosse per un particolare: un cartello in cima alla scalinata annuncia inequivocabilmente:”COMPLETO”. Lo scoraggiamento è intuibile, ma la reazione è pronta: bici alla mano scendo a mezza costa finché trovo il secondo rifugio. Qui uno degli ospiti, un tedesco molto premuroso, prima ancora che io raggiunga l’ingresso, leggendomi in cuore, mi avverte dispiaciuto che l’ Albergue è al completo; poi ha un guizzo di speranza, “Ein Moment!” mi dice ed entra dentro a controllare; ritorna un minuto dopo e mi spiega sconsolato che anche l’ultimo letto che ricordava libero, ora è occupato dai bagagli di un pellegrino. Non mi resta che affidarmi al terzo e ultimo rifugio. Trascino di nuovo la bici su nella piazza e vago senza successo alla sua ricerca; alla fine mi decido a chiedere informazioni a un abitante del luogo. La risposta è sconfortante: “No, quell’ albergue quest’anno è rimasto chiuso”; poi, vedendo la mia espressione assolutamente avvilita, cerca di suggerirmi un camping a una ventina di km, da qualche parte nella valle; ma io che non riuscirei a fare neppure un’ altra ventina di metri, senza considerare che il pomeriggio ormai sta cedendo alla sera, rispondo che dormirò lì ai piedi della scalinata o tutt’al più nel sottoportico della chiesa. È un momento di crisi profonda; non sono sicuro di voler continuare, lo ammetto, e non tanto per la possibilità di dover dormire all’aperto (non sarebbe la prima volta e non morirò certo per questo, anzi semmai questo dovrebbe aggiungere un pizzico di pepe all’avventura), ma perché il senso di questa impresa, in questo momento almeno, mi sfugge ed io sento il bisogno assoluto di trovare un senso per le cose che faccio, non importa se impegnative o banali, come riflesso del significato ancora più ampio e generale da dare al proprio stesso esistere.  Del resto so bene quanto siano normali e frequenti nei pellegrini del Camino gli attimi di scoramento e il dubbio se portare a termine l’impresa e questo non è il mio primo momento di crisi durante questo viaggio e non sarà l’ultimo; con analoga consapevolezza mi dico che già prima di partire avevo previsto l’effetto che in certi momenti particolari avrebbe prodotto il viaggiare da solo; ma avevo voluto mettermi ugualmente alla prova. Credo che coloro che accettano di buon grado o addirittura cercano la solitudine siano almeno altrettanto numerosi di coloro che la temono o si sforzano in tutti i modi di evitarla; si tratta probabilmente di atteggiamenti che coesistono nella medesima persona a seconda dell’età e della maturazione psicologica o delle esperienze di vita accumulate o anche della situazione contingente; ma, quale che sia la causa, l’esito è identico e comporta come conseguenza una situazione nuova: rimanere in compagnia di se stessi soltanto; poter dialogare apertamente con il proprio Io. Ho sempre ritenuto intuitivamente che ci fosse uno stretto legame tra la solitudine e l’affettività e certamente c’è, nel senso che chi è costretto a restare solo è colpito sul piano emotivo, perché soffre per la mancanza di qualcuno che non ha più vicino; penso al bambino che, anche momentaneamente, privato delle figure genitoriali, si sente indifeso, smarrito, perché gli vengono meno dei punti di riferimento, persone sul cui aiuto non può più contare. Ma l’adulto, normalmente autosufficiente, sicuro di sé, non dovrebbe aver motivo di provare sensazioni simili nel rimanere solo; invece capita che avverta un disagio profondo. D’altra parte è proprio questa condizione di isolamento, lontano da ogni interferenza o “frastuono” esterno, con la conseguente possibilità di esaminare se stessi senza distrazioni, a offrire l’ opportunità di tracciare il bilancio della propria esistenza, verificare la persistenza dei propri valori e il raggiungimento dei relativi obiettivi personali. Ed è appunto in questa operazione di messa a nudo della coscienza che si è più esposti al rischio di mettere in crisi la propria identità e di smarrire il proprio scopo di vita; tutto ciò, insomma, che il bambino ricerca senza averne la consapevolezza, nei genitori e che noi dovremmo già custodire al sicuro nella cassaforte del nostro animo dopo essercelo costruito già dai primi anni della maturità, quando in nome di una pragmatica visione della vita si supera la fase degli interrogativi angosciosi quanto sterili del “Chi siamo? Dove andiamo? Donde veniamo?” e soprattutto del “Perché esistiamo e cosa cerchiamo?”. Da ragazzi di solito (è la fase del “grande amico” dell’adolescenza) si cerca un coetaneo, in qualità di alter ego, con cui confrontarsi-identificarsi nel porsi queste domande e cercarne insieme le risposte. Poi, trovatele o meno, scatta una specie di autocensura e da adulti si ripongono tutte nei polverosi cassetti della memoria, dai quali può talvolta accadere che riemergano in particolari situazioni o periodi della propria vita.
Intorno, intanto, si è radunata un po’ di gente: chi mi dice di provare a cercare Paco, l’ hospitalero di questo rifugio, che è andato a riposare a casa (ma io non voglio svegliarlo), chi mi offre una coperta, chi una stuoia, chi con un generico ottimismo tutto latino, mi dice di non preoccuparmi, ché tanto una soluzione si troverà…, ma io resto lì, seduto sull’ultimo scalino coi gomiti sulle ginocchia e la testa appoggiata sulle mani, ad aspettare chissà quale Godot con lo sguardo nel vuoto e la mente in subbuglio. Non so ancora quando (e se) troverò da dormire stasera e sono ormai passate le 20; ma certo mi commuove la partecipazione e lo spirito di solidarietà che promanano da queste persone, per il solo fatto di vedere uno sconosciuto in difficoltà.
Mi riscuote un vigoroso “Ola!”: è Paco, evidentemente chiamato da qualcuno del paese o dei ragazzi dell’ Albergue; non faccio a tempo a spiegargli il mio caso che lui mi ferma con un gesto e con una frase che potrebbe sembrare degna di un film hollywoodiano anni ’50, ma che lui pronuncia in maniera assolutamente spontanea e non enfatica: “Paco non ha mai lasciato nessuno per la strada di notte. Finché qui ci sarò io, un posto al coperto non verrà rifiutato a nessuno Vamos !” e mi trascina su per le scale fino all’ingresso del rifugio. Si infila in uno scantinato e ne esce con un materasso; recupera poi un cuscino e ancora una coperta e dispone il tutto in uno spazio libero sul parquet tra i letti del salone. Poi mi manda a fare una doccia bollente e quando ne esco, un po’ più umano e ritemprato, mi attende con un tazzone di caffè appena preparato e della cioccolata, quindi apre gli armadietti e mi mette a disposizione tutto quel che ha con estrema semplicità e umanità. Infine mi dà la buona notte con una pacca sulle spalle, come se fossi un vecchio amico.
Prima di addormentarmi rifletto sugli eventi di questa sera e sul valore dell’ospitalità che ho ricevuto quando ormai più non ci speravo. Non so se Paco sia un cristiano convinto e praticante, ma non credo che si sia comportato così per il solo obbligo di mostrare carità cristiana; non so neppure se sia credente o meno e, tutto sommato, ha poca importanza: quel che conta, al di là delle barriere religiose, politiche, sociali, etniche, è la capacità di sentire l’altro dentro di sé, come un’entità nella quale specchiarsi, verso cui provare “sympatheia” o, se si vuole, quel sentimento a metà tra la laica fraternité dell’89 francese e la fraternitas dei primi cristiani. Ed è questo, credo, lo spirito del Camino, che finisce col contagiare anche coloro che veri pellegrini non sono.

 Percorsi oggi km 121 in 6 h:25’ (tot. 19h:40’)

  13 giorno _ Lunedì 9 Maggio CASTROJERIZ – MANSILLA DE LAS MULAS
Dopo un sonno riposante e senza troppi risvegli, mi imbandisco una colazione abbondante integrando, come gli altri pellegrini, i resti delle mie vettovaglie con un po’ di quelle offerte dal rifugio, in una sorta di parco self-service (non voglio certo abusare dell’ospitalità di Paco). Poi, lasciata una doverosa frase di ringraziamento sul registro degli ospiti e dopo ripetuti e calorosi saluti, riprendo il viaggio, rinvigorito nel corpo e, soprattutto, nello spirito.
La giornata è bellissima: sole nel cielo limpido e senza nubi né vento, aria frizzante; quando mi sono alzato all’alba la piana sottostante e le colline circostanti si mostravano soffuse di un rosa delicato. Altra sorpresa: sembrano terminati i rilievi accidentati di ieri e, salvo qualche dislivello trascurabile, si procede in piano, senza forzare, a oltre 24 km/h. Pure il ginocchio, per ora, fa il suo dovere in silenzio. Incredibilmente, anche il vento non tende a crescere col passare delle ore, come testimoniano anche le lontane torri eoliche dalle pale quasi ferme.
È straordinario come in Spagna lo scenario possa cambiare a volte bruscamente, nello spazio di poche decine di km: ora montuoso con pini e abeti, ora collinare con zone brulle e sassose dominate dal calcare che ricordano certi tratti dell’ Appennino meridionale, ora quasi mediterraneo, con macchie di ginestre, cisto, euforbia, lentisco ed altre piante xerofile o aromatiche, ora infine con un altopiano caratterizzato da colture irrigue e campi di cereali.
Prima di arrivare al ponte sul rio Pisuerga (dove si trova uno spartano albergue, il san Nicolàs, tenuto da hospitaleros italiani) e al confine tra Castiglia e provincia di Palencia, rimango disorientato davanti a due cartelli che indicano due diverse località di nome Castrillo; a caso opto per Castrillo Matajudios, che -almeno ai miei occhi frettolosi- si rivela per un villaggio privo d’interesse; ma in realtà quello che mi ha incuriosito è soprattutto il nome che non mi è nuovo (mi pare di aver incontrato già toponimi con riferimento agli ebrei); “Matajudios” rimanda a un clima di intolleranza che, se non oggi sicuramente in passato, ha afflitto l’Europa cristiana, sudditi e sovrani, papi e santi compresi, che non si sono fatti mancare nulla in tema di cattolicissime guerre, crociate, persecuzioni e jihad varie nei confronti degli infedeli di turno; cosa che è confermata anche dall’ appellativo “Matamoros” attribuito come onorificenza al santo patrono della Spagna, in quanto “sponsor” della Reconquista e difensore contro l’orda musulmana; salvo poi gratificarlo dell’analogo titolo di “Mataindios” al tempo della colonizzazione delle Indie Occidentali. Sì, quel santo è proprio San Giacomo di Compostela, lo stesso di cui sto andando in qualche modo a omaggiare il sepolcro. Per una volta, almeno nel confronto tra patroni, l’ Italia la spunta sulla Spagna con il suo San Francesco che dialoga pacificamente con lupi e sultani, senza sentire il bisogno di “esportare” con la forza la propria civiltà. D’altra parte, se ha ragione Goethe a sostenere che l’humus da cui è germogliata l’identità europea è stato preparato dai pellegrinaggi cristiani come quelli al santuario di Compostela, è pur vero che una buona parte del merito va proprio a quei Musulmani che in nome di Santiago si pretendeva (ma si pretende anche oggi) di cacciare: senza l’Islam e i Mori non sarebbe stata avvertita neanche l’esigenza, per contrapposizione, di un Santiago Matamoros.
Dalle parti di Itero del Castillo vedo ferma ed esitante ad un incrocio una coppia molto anziana (lui sembra aver superato l’ottantina, lei poco meno), eppure sono su due MTB cariche di bagagli e con l’immancabile concha de Santiago. Vorrei dirgli che stanno procedendo nelle direzione sbagliata, ma loro mi anticipano, spiegando che non stanno andando, ma tornando da Santiago, perché che intendono compiere l’intero viaggio di andata e ritorno casa-Santiago-casa in bici. Quando gli chiedo di che nazione sono, “Nederland!” mi rispondono con un pizzico di orgoglio. Hanno un che di sereno e quasi infantilmente gioioso che fa tenerezza, tanto più che, mentre parlano, si guardano affettuosamente e si tengono per mano come due giovani innamorati. Poi sono loro a chiedere (a me!) la strada per Hontanas ed io, incredibilmente, riesco a indicargliela correttamente.
Proseguo per Boadilla, Fròmista (dove mi soffermo presso la pregevole chiesa romanica), Villarmentero, Carriòn, con la massima scorrevolezza, anche se il ginocchio ha ripreso un po’ a dolere, ma non si fa fatica e l’unico vento, per così dire, contrario è l’aria spostata dal mio avanzare. Anche il caldo moderato e il sole inducono a procedere con la sola canottiera sulle spalle. Dopo una breve sosta “mangereccia” a Ledigos (e consueta chiacchierata con dei pellegrini canadesi) riparto per Sahagùn e da qui in direzione di Leòn, ma naturalmente mi fermerò prima di questa città.
Infatti, a meno di 20 km da Leòn, raggiungo Mansilla de las Mulas; potrei anche fare qualche altro km, magari raggiungere Leòn, visto che le forze mi sorreggono e non è tardi, ma l’esperienza di ieri sera mi ha insegnato qualcosa e non voglio correre rischi inutili.
In fondo le condizioni meteo ideali (vento quasi assente o semmai leggermente a favore nell’ultimo tratto) e la mancanza di vere salite mi hanno consentito una buona andatura (con velocità di quasi 30 km/h e una media all’arrivo risalita a oltre 20 km/h) senza particolare stanchezza né problemi fisici ed anche l’umore ne ha risentito positivamente, accantonando a data da destinarsi la scelta se continuare o meno, tanto più nella soddisfazione di aver senz’altro superato oggi la metà del percorso in terra di Spagna.
Il paese è piccolo e non sa di molto. Dopo qualche giro qua e là e un po’ di spesa per la cena, rientro e a tavola faccio conoscenza con Cleto, un camminatore, o meglio un maratoneta di Benevento, capace di fare oltre 40 km al giorno a piedi. Parliamo a lungo, di tutto: politica, società, viaggi, tradizioni paesane e naturalmente di quello che ci aspettavamo dal Camino e di quello che il Camino ci ha dato. Nel complesso Cleto mi pare poco incline all’ agiografia, anzi quasi annoiato e deluso dall’esperienza, che esamina con spirito alquanto critico; ma sospetto che buona parte del suo scontento derivi dal fatto che viaggia da solo e non ha legato con nessun compagno di strada. Eppure l’Albergue, più piccolo di altri già visti, si presenta pieno di giovani e vivacizzato da suono di chitarre, risate, movimento, allegria diffusa.
A piano terra al centro fa mostra di sé un cortile che funge da locale di ritrovo, da stanza da pranzo e da … stenditoio, con intorno cucina, ufficio e servizi; e al piano superiore dormitori in locali piuttosto affollati e con scarso spazio individuale.
Mi dicono di trovarmi un letto ed io adocchio un angolino vicino alle scale con 4 letti ancora disabitati; quindi con la vil menzogna di essere un formidabile roncador che non vuole disturbare gli altri ottengo tutto per me questo fantastico monolocale privato in cui posso anche ricoverare la mia bici. Peccato, poi, che in serata arrivino altri sei biker che trasformano il mio monolocale in un garage.

Percorsi oggi km 140 in 5 h:58’ (tot. 25h:38’)

 14 giorno _ Martedì 10 Maggio MANSILLA DE LAS MULAS- PONFERRADA
La notte trascorre tranquilla, grazie anche all’ escamotage del roncador: mi sono svegliato solo quando gli andirivieni sono diventati frenetici e i primi biker sono scesi a preparare i loro mezzi. Alla partenza (ore 8,20) la giornata si presenta calma e soleggiata come ieri. Pochi km più avanti incontro Cleto, che ha ormai decisamente staccato tutti gli altri camminanti. Dopo uno scambio di saluti, nella consapevolezza che difficilmente ci rivedremo ancora, riprendiamo ciascuno il suo cammino.
L’andatura è abbastanza fluida, ma il solito ginocchio mi impone presto di rallentare, tanto più che stanno ricominciando ad alternarsi subidas e bajadas. Con un po’ di fatica raggiungo Leòn. Come a Burgos, anche qui la periferia è molto estesa e ricorda quella di qualunque città europea: cemento, aree incolte, capannoni, svincoli, zone industriali, centri commerciali etc. ma questo è probabilmente il prezzo da pagare per poter essere una città ricca e disporre di un centro elegante e ben tenuto come quello di Leòn e, prima, Quello di Burgos, le quali ricordano più le luminose e dinamiche città europee del centro-nord, che non l’immagine un po’ stanca e polverosa che io mi ero fatto della Spagna anni fa.
Dopo una doverosa sosta davanti alla cattedrale, mi avvio lungo i viali, quand’ecco mi sento chiamare dall’altra parte della strada: ”Pierluigi! Pierluigi!” sono i due svizzeri in tandem incontrati domenica: sono arrivati ieri sera a Leòn e fra un po’ ripartiranno anche loro alla volta di Ponferrada, dove hanno intenzione di pernottare. Il buffo è che mi dicono: “Lo sai? In tutto il cammino si parla di te che da solo sei partito dall’Italia per Santiago. Ieri, per esempio, abbiamo trovato uno che ti ha conosciuto qualche giorno fa e con cui hai viaggiato sotto la pioggia…” “Augustin!” lo interrompo io “Sì, lui. Durante il tratto che abbiamo fatto insieme ti ha descritto tanto bene che non ho fatto fatica a riconoscerti. Dovrebbero esserti fischiate le orecchie”. Com’è piccolo il mondo, davvero! Inutile dire quanto la notizia mi faccia piacere.
È naturale che in certe condizioni (caratterizzate da una forte carica emotiva: solitudine, incertezza, avventura nell’ignoto, stress) incontrare una persona anche solo per poche ore e condividere con lei esperienze o momenti significativi, te la faccia sentire come un vecchio amico di sempre (salvo poi farla tornare estranea o lontana appena quelle condizioni vengono meno) ed ogni volta che ci si rincontra si ritrova il medesimo senso di condivisione
Chris insiste perché prenda un po’ delle ciliegie che ha appena comprato. Ci salutiamo con calore e ci diamo tutti appuntamento a Ponferrada.
Risalgo in sella. La strada monotona, il caldo intenso e, tanto per cambiare, le salite costituiscono una realtà ripetitiva a cui mi sono abituato. Quando poi il ginocchio minaccia di bloccarsi, mi concedo una sosta lungo la nazionale: un sentiero in mezzo alla macchia porta a una casa abbandonata, distrutta dall’incuria, dal tempo e dai vandali; tutt’intorno una desolazione di colture inselvatichite e ammalate, tra cui moltissimi ciliegi carichi di frutti rachitici che non arriveranno mai a maturazione. L’atmosfera è di tale squallore che mi passa persino la voglia di mangiare.
Dopo varie altre piccole soste (tra cui una in cui mi rifornisco di pane e di cioccolata direttamente alla fabbrica “Alonso”), raggiungo Astorga. Salgo alla Cattedrale, vicino alla quale si trova il Museo del Pellegrino jacobeo. È una costruzione strana, in stile gotico – disneyano; anche se porta la firma del grande Gaudì, decido che non mi piace, tuttavia non disdegno di fermarmi all’ombra degli alberi del suo parco, per consumare un pasto già troppo a lungo rimandato.
Ma proprio mentre addento il primo boccone, stando seminascosto alla vista del custode che non mi guarda di buon occhio, scende da un pullman una chiassosa comitiva di italiani ai quali una guida illustra le particolarità del luogo. Uno di loro, fiorentino, guarda la mia bici e, dalla targhetta del Pandaciclista, scopre che sono di Livorno; va ad avvertire gli altri che in un attimo si assiepano tutti davanti a me (con la bocca ancora piena) e giù a fare domande e foto e complimenti, nonostante i richiami avviliti della guida rimasta sola in un angolo. Verso le 14, rifocillato nel corpo dal panino e nello spirito da quel quarto d’ ora di celebrità, vado alla ricerca di un po’ d’acqua (mai scordare di riempire almeno una borraccia) e poi riparto.
All’uscita della città, mi consigliano di prendere la Carretera Nacional. Ma mi avvertono che c’è da superare un valico di 1225 m. però Astorga si trova a poco più di 300 m. più in basso e poi, anche volendo fare il percorso dei camminanti, dovrei affrontare altitudini anche maggiori come la famigerata Cruz de Hierro, a parte i consueti problemi di sterrato. Di buona lena e attento a non strafare, mi avvio per la salita.
Il nastro stradale è largo e riflette il sole in modo accecante. Anche se la pendenza è solo del 2-3%, si suda parecchio. Arrivato in cima mi illudo che il passo sia quello, macché, è solo un primo assaggio: la strada ripiomba impietosamente in basso, per poi riprendere a salire. Ora la strada è infossata tra due alte pareti di terra, evidentemente ricca di ossidi di ferro, che le conferiscono un colore rosso acceso, simile a quello di certi canyon americani o del Colorado provenzale. Il colore, unitamente all’asfalto trasmette una sensazione di caldo che l’assenza totale di vento rende intollerabile. Non c’è un albero né un cespuglio sotto cui ripararsi; mi andrebbero bene anche i cartelli stradali, se non fossero disposti di taglio rispetto ai raggi solari. Con davanti uno o due km di asfalto baluginante, immagino cosa debba essere percorrere questo tratto del Camino in pieno Agosto anziché all’inizio di Maggio.
Finalmente, in cima, lo spazio più aperto regala qualche refolo di brezza, ma un cartello avverte: “Puerto Manzanal 6 km”! Una pensilina Bus dismessa mi salva dalla disperazione e mi permette di aggiornare all’ombra il diario di viaggio. Gli ultimi interminabili km di salita mi portano infine al Puerto Manzanal (siamo a quota 1225, anche se il mio altimetro, influenzato anche dal variare nel tempo della pressione atmosferica, ne segna solo 1090). Tutt’intorno le pale delle torri eoliche girano pigramente.
Ora mi attende una lunga discesa e poi un’ultima (speriamo) salita di 3 km, prima di raggiungere Ponferrada. Ironia della sorte, appena raggiunto il valico, si rannuvola, inizia a spirare un vento gelido e cadono due o tre grosse gocce di pioggia. La discesa è comunque particolarmente ripida e lunga: oltre 17 km in cui sono costretto spesso a frenare per mantenermi sotto i 60 orari, specialmente quando il vento spinge da dietro o fa pericolosamente ondeggiare la bici, se laterale. La salita dall’altro versante mi era sembrata dura soprattutto a causa del caldo e della stanchezza, ma mi pare che da questo lato si sarebbe rivelata quasi impossibile per la pendenza e la lunghezza. Non meno estenuante dev’essere l’altro percorso, quello dei camminanti e della maggior parte dei bikers, che deve vedersela con il superamento della Cruz de Hierro. Mi sento (quasi) in colpa per aver scelto la via più facile (?) e ignorata dai veri pellegrini, che infatti da Astorga non ho più visto
Raggiunta la pianura mi tocca un’ultima ascesa, che è davvero l’ultima e nemmeno particolarmente dura, se non per chi è già arrostito dal sole e dalla fatica.
Mentre raggiungo il rifugio San Nicolas, ancora più in basso rispetto alla città, intravedo di lontano dei rilievi che suppongo essere quelli della Galizia, tra i quali il famigerato Cebreiro che dovrò affrontare domani.
La città mi pare insignificante, almeno per la parte che io attraverso (non vedo infatti né la Cattedrale né il famoso Castello dei Templari); il rifugio, per la prima volta, si trova in zona periferica vicino ad una cappella romanica da cui prende il nome; è comunque di buon livello sia per gli ampi spazi disponibili che per le attrezzature: però la cosa più gradita ai pellegrini accaldati sopravvissuti alla Cruz de Hierro, mi pare l’ampia vasca quadrata a mo’ di impluvium romano, che li accoglie davanti all’ingresso e in cui molti di loro tengono a mollo gambe gonfie e piedi doloranti. Io, troppo stanco per mettermi alla ricerca di un ristorante, ho limitato la spesa serale a un kg di pomodori (oltre al solito pane e latte) e me li sono mangiati tutti a cena (ho perfino trovato olio e peperoncino in dispensa) insieme a un po’ della cioccolata che avevo comprato ad Astorga per regalarla ad Arianna; ma lei capirà…

Percorsi oggi km 131 in 5 h:51’ (tot. 31h:29’)

   15 giorno _ Mercoledì 11 Maggio PONFERRADA – PORTOMARIN
Alla partenza (ore 8,15) la giornata si presenta luminosa come quella di ieri, ma un po’ meno calda (speriamo). Ieri sera, poi, non sono arrivati né Augustin, né Chris con la sua ragazza: o hanno trovato anche loro troppo caldo e fatica –e magari si sono fermati prima di Ponferrada. o hanno preferito alloggiare in un più comodo hotel. Vedremo oggi o domani se ci sarà dato di ritrovarci nuovamente. Certo che è curiosa questa mia innegabile dipendenza dall’ altrui compagnia.
Già negli ultimi due giorni i pellegrini si sono tanto infittiti che il loro numero fa impressione. Li trovi dovunque, non solo nei luoghi canonici della città (chiese, piazza della cattedrale, O.T., Calle Mayor…), ma soprattutto per la strada, anche in aperta campagna; li vedi, ad esempio, sulla stradina che per lunghi tratti costeggia la Nazionale, formare una processione senza soluzione di continuità: isolati, a coppie o a gruppetti, distano tra loro 50 m. al massimo e, col passaparola, l’ultimo potrebbe comunicare col primo a 10 km di distanza. Quando si incontrano o quando li supero io, è tutta una sagra di “Buen Camino”, “Ola”, “Bon Chemin”, “Ultreya” etc. di cui anch’io sono prodigo; i più stanchi, che avanzano a passi lenti e strascicati, si limitano a un cenno della testa o della mano. Ma c’è un che di rituale, quasi di iniziatico, in questi saluti: è una parola d’ordine, una forma convenzionale ma esclusiva di riconoscimento, che si dà non solo per cortesia o spirito di corpo, ma soprattutto per rafforzare, nel riconoscere l’identità altrui, la propria identità: “Se tu esisti come persona, in quanto pellegrino, allora esisto anch’io” e questo indipendentemente dalle proprie convinzioni religiose.
Ogni tanto, specialmente guardando i più giovani, avverto quasi la sensazione che tutti partecipiamo a un grande gioco di cui siamo, chi più chi meno consapevolmente, spettatori, attori, aiuto.registi, o addirittura mi affiora il sospetto che dietro questa gigantesca rappresentazione corale si nasconda un grosso business. Intendiamoci, gli hospitaleros, come categoria, salve restando le possibili eccezioni individuali, sono persone nobili, sincere e insospettabili di interessi economici, se non altro perché sono volontari non retribuiti che donano al Camino gran parte del loro tempo libero, ma lo Stato, per non parlare di bar, ristoranti, negozi etc. da cui passa ogni giorno una fiumana di persone, ne trae indubbi vantaggi d’ordine economico e d’immagine. Non si spiegano altrimenti le ingenti risorse economiche e umane impiegate per offrire strutture d’accoglienza (dai R.M. agli alberghi a più stelle), strutture informative (basti pensare alle centinaia di O.T. diffusi anche nei centri minori), strutture viarie (non solo nuove Autovias e Autopistas, ma anche manutenzione, rifacimento o riposizionamento dei sentieri originali del Camino) e ancora tutto il materiale, cartaceo e non, funzionale a pubblicizzare e a far conoscere fin nei dettagli tutte le iniziative legate all’ “operazione Santiago”. Per non parlare della funzione di richiamo e traino anche per l’altro turismo.
Da questo punto di vista stride il contrasto tra quanto si fa in Spagna (e, seppure in misura minore, in Francia) e quanto non viene fatto in Italia, che pure, tra vie francigene e romee, avrebbe di che rivaleggiare con Spagna e Francia. Oltretutto, non si può nemmeno attribuire questo ritardo (anzi questa assoluta mancanza di valorizzazione in chiave turistica dei “percorsi sacri”) a una purezza di sentimenti di governanti che non vogliono mescolare il sacro della religione al profano del business.
Lascio la N-VI (la Nacional che arriva fino a Vigo) per raggiungere Villafranca del Bierzo. Qui cerco l’O.T. per farmi mettere un sello sulla Credencial, ma aprirà dopo le 10! Mi abbasso allora a recuperarne uno (bruttino) al bar vicino e già che ci sono, anche un paio di croissant: non so per gli altri pellegrini, ma per me quello dei timbri sulla Credencial, sta diventando come un impegno assai poco da devoto, piuttosto un gioco, una mania da collezionisti.
Il pensiero del Cebreiro mi riporta alla realtà. L’altimetro registra 340 m. s.l.m., ma dalle mie carte so che dovrebbe segnare 500 m., però ogni giorno, anche in funzione del variare della pressione atmosferica, perde qualche decina di millibar.
Vergognandomi di aver fatto un buon tratto di “comoda” Nacional, scorciando probabilmente la strada rispetto al Camino, dopo Villafranca salgo a Trabadelo che, come villaggio è una delusione e ha un fondo stradale pessimo, che mette seriamente a rischio copertoni e camere d’aria; poi è il camino stesso a innestarsi sulla N-VI e a camminarle a lato per lunghi tratti, separato dalla strada solo da un guard-rail. Qui ho occasione di incontrare e sorpassare il primo pellegrino con cavallo al seguito (o meglio, sembra sia piuttosto l’animale a voler trascinare l’uomo per la cavezza). Non so quanto gli convenga in termini di velocità e di bagagli da trasportare, anche se sul dorso dell’animale e non sul suo; ma probabilmente avrà voluto sperimentare lo stesso tipo di viaggio effettuato anticamente da tanti pellegrini a dorso di mulo, d’asino o cavallo. Inoltre, chissà dove dormirà la notte, dato che nei rifugi non sono ammessi animali.
La N-VI ha smesso di essere una superstrada e si presenta ormai in vesti assai più dimesse rispetto a prima: una sola carreggiata, nemmeno molto larga e senza pista ciclabile, che si inerpica con continue curve verso le pendici del monte. In compenso è verde, varia, ombreggiata da una fila di alberi a sinistra e da un costone, anch’esso ricco di vegetazione a destra. Dopo Las Lamas la pendenza che si era mantenuta –credo. tra il 3 e il 5%, cresce di almeno un paio di punti percentuali e il paesaggio comincia ad aprirsi sul lato sinistro: scomparsi gli alberi, si vedono ravvicinati i pendii scoscesi del colle vicino (o forse è un’articolazione dello stesso rilievo). Proprio da loro viene nascosta la vetta del Cebreiro, intravista forse ieri, durante la discesa a Ponferrada, ma so che è lì in attesa. Perciò con la scusa di far riposare il solito ginocchio e di scrivere, me la prendo con calma: faccio soste, mangio, bevo.
Dopo Castro la pendenza si addolcisce un po’ e qualche km dopo un cartello indica che stiamo entrando in Galizia. Poco dopo Piedrafita, finalmente, lascio la N-VI, puntando su Cebreiro-Samos. Calcolo che ho fatto 700 Km in Spagna, in aggiunta agli oltre 1300 fino a S. Jean Pied de Port: ho quindi superato i 2000 km pedalati! In cerca di ulteriori record strabilianti, stimo che a fine viaggio avrò compiuto oltre mezzo milione di pedalate (250 pedalate in media a km X 2200km).
L’entusiasmo vien comunque ammutolito da quanto mi preannuncia un camionista: mi aspettano 16 km (a differenza dei 4-5 che avevo calcolato io) di salita dura. E dura lo è, fin da subito. Dopo 2 km il battito cardiaco troppo frequente e il sudore che mi cola negli occhi, mi persuadono a una sosta e ne approfitto anche per ripararmi con due cenci le braccia inevitabilmente esposte al sole. Riparto e dopo un altro km abbondante ripeto la sosta per un paio di minuti. Quando riprendo, mi accorgo che in realtà sono arrivato già al Cebreiro! Quindi avevo ragione io, non il camionista! Ma la realtà è diversa, perché dopo la discesa seguente al Cebreiro, vi sono altri due valichi: l’Alto de S. Roque e (il più alto dei tre) l’Alto do Poio. Segue un falsopiano di un paio di km prima di una discesa di una buona decina di km fino a Triacastela. I cartelli parlano di 1200-1300 m. s.l.m., ma per la verità non si è trattato di ascensioni particolarmente dure: basta impostare il passo giusto e non voler strafare. La difficoltà, semmai, è data dalle loro ripetizioni ravvicinate, a cui si sommano nella stessa giornata altre 5-6 salite alcune lunghe, tutte impegnative, l’ultima delle quali culmina a Paradelo, da cui infine ci si precipita verso Portomarin. Molte discese poi –specialmente quelle dal Poio e da Paradelo. sono abbastanza lunghe e richiedono particolare attenzione e polso fermo: la pista ciclabile è troppo stretta per essere praticabile, mentre le raffiche di vento sono violente ed imprevedibili. Infatti, già dai primi valichi, ha ripreso a soffiare un vento contrario che ostacola la marcia e spesso costringe a pedalare con forza anche in discesa per mantenere una velocità accettabile; nei tratti non controvento, viceversa è difficile mantenersi sotto i 50 orari. E questo alternarsi di tratti velocissimi e lentissimi senza mezze misure, in ogni caso risulta decisamente disagevole. Oltretutto, solo ora mi rendo conto con irritazione che la fatica e la concentrazione della salita al Cebreiro mi hanno fatto continuare a testa bassa come un automa anche dopo aver raggiunto la cima, senza concedermi una sosta decente e doverosa per godermi lo spettacolo offerto dal paesaggio in uno dei tratti più caratteristici del percorso, ma non è certo il caso di tornare indietro. Anzi, a considerare il mio comportamento prevalente finora, capovolgendo a braccio una citazione –credo- di S. Agostino, mi pare di essere un viaggiatore che, anziché rivolgere la propria ammirata attenzione alla bellezza delle stelle, delle montagne o dei mari, si soffermi soprattutto su se stesso, a contemplarsi vanamente l’ombelico e non scorga la bellezza che lo circonda.
Ed eccoci a Portomarin, finalmente! Mi inerpico verso il cuore del paese (tanto per cambiare, su un poggetto: quando hanno ricostruito il paese, spostandolo dalla sede originaria oggi occupata da un invaso, hanno pensato bene di posizionarne il centro non vicino alla riva, ma su una piccola altura, sicuramente per farlo apprezzare meglio a noi pellegrini in bici e non), quindi mi infilo nel primo Albergue che trovo, senza controllare il nome o l’indirizzo, ma dal prezzo fisso di 5€ imposto dal governo locale suppongo che si tratti di un Refugio Municipal.
Per la prima volta lo trovo scadente da tutti i punti di vista; le strutture consistono in: un solo gabinetto, tre docce senza porte, con poca acqua calda e a tempo limitato, un solo lavabo per le persone e i panni e senza acqua calda, niente prese di corrente per i rasoi elettrici o per ricaricare fotocamere e telefonini, niente fuochi né locale per cucinare, un tavolaccio in corridoio come sala da pranzo e come spazio per stendere i panni … un muretto fuori dall’albergue. Ma anche questo sarebbe accettabile se non fosse per l’atteggiamento dell’hospitalero, che se ne sta tutto il tempo all’ingresso, seduto al bancone a lavorare (giocare?) col suo portatile, indifferente a tutto, non parla o risponde a monosillabi, non spegne la luce la sera, né dà la sveglia al mattino (tanto che alle 8,30 non si vede ancora); mancano inoltre le coperte, per cui mi arrangio con una maglietta in più, un giubbotto e a mo’ di coperta un asciugamano, anche perché da una finestra rotta mi arriva addosso l’aria della notte che a questa altitudine è piuttosto fredda. Sono anche andato a letto praticamente senza cena, ma dentro sono quasi euforico: ormai so che non ci sono più grandi montagne da scalare e Santiago è a portata di mano, un centinaio di km appena.
Sì, ma poi? Poi, quando il viaggio sarà finito (questo viaggio, certo, ma per quanti altri “viaggi” vale questo interrogativo?) e la meta sarà stata raggiunta? So già che scoprirò che -come l’orizzonte- il traguardo si sarà solo spostato un po’ più in là. Ma ogni elucubrazione è sterile e ripetitiva. Tanto vale cercare di scacciare il freddo del corpo e dell’animo, rannicchiandosi sotto questo improvvisato ed eterogeneo cumulo di coperte e provare a dormire.

Percorsi oggi km 127 in 6 h:47’ (tot. 38 h:16’)

   16 giorno _ Giovedì 12 Maggio PORTOMARIN – SANTIAGO
Ci svegliamo e alziamo tutti verso la stessa ora: sembra quasi che la vicinanza di Santiago abbia tolto a tutti la fretta di arrivare, anche se per me si tratterà dell’ultimo giorno di viaggio, mentre per gli appiedati saranno necessarie altre tre tappe. Ovvio al prevedibile ingorgo dei servizi, utilizzando quelli del piano superiore, che l’hospitalero aveva preferito tenere chiuso per concentrare tutti i pellegrini al piano terreno. Infine, trovata una presa di corrente a cui lasciare in ricarica il cellulare, vado in cerca di un bar per la colazione, dato che ieri sera non ho potuto fare la spesa. Due caffellatte e due croissant sono quanto di meglio riesco a racimolare in un mini-locale che sarebbe improprio chiamare bar e la cui unica particolarità consiste nel fatto che il gestore inframmezza le sue frasi in gallego stretto con frequenti “Ostrega!”, residui di una lontana discendenza veneta, come lui stesso mi spiega.
Lascio senza rimpianti Portomarin verso le 8.30 con una bella salita di una decina di km, in cui supero tutti i camminanti che sono partiti prima di me e con me condividono questo tratto del percorso, rassicurandomi tra l’altro della correttezza della direzione verso Palas de Rey.
Però mi basta una rotonda priva di indicazioni precise e di altri punti di riferimento, per sbagliare strada. Ci deve essere (anzi c’è di sicuro) qualcosa di patologico nel modo in cui riesco a perdermi laddove tutti gli altri non hanno problemi.
Mi ritrovo su una strada di recente costruzione, assolutamente priva di traffico; proseguo fino ad un’altra rotonda provvista di cartelli che non mi danno però informazioni utili; e così, quando finalmente mi imbatto in qualcuno a cui chiedere, è troppo tardi per tornare indietro. Mi trovo sulla N-640, inesistente (come peraltro molte altre strade) sulla mia modesta cartina: confidando nelle onnipresenti flechas amarillas, ho commesso l’ errore imperdonabile di utilizzare per la Spagna una vecchia cartina dei primi anni ’60, oltretutto in una scala ridottissima, buona tutt’al più per determinare la posizione delle principali città e dei confini, non certo per individuare strade secondarie o nuove, o trasformate in autovias oppure dismesse. Mi aiuta un automobilista che, pur arrivando lanciato a tutta velocità, decide gentilmente di fermarsi ai miei cenni di richiamo e mi consiglia –visto dove mi trovo- di proseguire per Monterrosa. Vi giungo dopo una lunga ed entusiasmante discesa e qui prendo a destra per Palas de Rey; alla fine avrò percorso i due lati lunghi del triangolo, anziché quello corto, allungando di una quindicina di km. Ma va bene così. La discesa continua (e quasi comincio a preoccuparmi: quanto dovrò scontarla?) scorrendo morbidamente in mezzo a pini, abeti ed eucalipti; in realtà si tratta per lo più di saliscendi dolci, piuttosto brevi e quindi poco faticosi. E inoltre il dolce serpeggiare della strada o alcune tipiche costruzioni come i caratteristici horreos, le evitano il rischio della monotonia.
A Palas de Rey ottengo il sello direttamente dal curato di un’umile chiesetta in pietra, che pare condividere col suo solitario abitante il peso degli anni.
Stamattina il tempo –nonostante le previsioni di segno opposto- prometteva pioggia, cosa del resto scontata in Galizia più che in ogni altra regione: il cielo infatti era chiuso da basse nubi grigie e nere, con una brezza tutt’altro che tiepida, anzi decisamente fredda, che però, se non altro, mi ha aiutato a non sudare troppo. Ora invece si sta aprendo e ogni tanto sull’asfalto vedo disegnata la mia ombra, sia pure molto sfumata. Verso le 11 spunta il sole vero e proprio e la giornata si trasforma: tutto acquista luce, colore e profondità: il verde dei boschi e dei pascoli si arricchisce di nuove tonalità. I centri urbani di dimensioni ridotte, l’assenza di insediamenti industriali, le costruzioni dai tetti di ardesia, le montagne sullo sfondo, le mucche e i cavalli al pascolo, tutto ispira un senso di bucolica tranquillità che ricorda a tratti la Svizzera o certe aree delle Alpi francesi. È proprio vero che la Galizia con la dolcezza e la serenità dei suoi paesaggi contrasta nettamente con le regioni spagnole che ho attraversato, per come, almeno, le ho conosciute. Anche la pioggia e il vento che mi avevano profetizzato non si sono manifestati e questo rende ancor più gradevole questa parte del viaggio, grazie anche al fatto, naturalmente, che sono in vista del traguardo finale. Infatti anche i cartelli, che prima riportavano a tre cifre le distanze da Santiago, ora si sono intensificati e indicano come sempre più vicina la meta.
Sarà forse per questo che, inconsciamente, tendo a rallentare, come se di questo viaggio che ho voluto, atteso, temuto, sofferto, desiderassi ora procrastinare la fine.
Ultime, consapevoli, lente salite e discese a rotta di collo e si arriva al punto in cui la Nazionale, per chi vuole raggiungere Santiago, si trasforma in Autovia, superstrada inaccessibile alle bici. Sulle mie carte si parla di una pista ciclabile che costeggia l’ Autovia ed effettivamente c’è, la vedo, ma non so come imboccarla dato che è divisa da un reticolato. Quando scorgo due pellegrini che la percorrono in MTB, mi faccio coraggio, inverto i ruoli prendendo la bici in braccio quasi con affetto, come dovette fare Enea col vecchio Anchise, e con qualche sgraffio il reticolato è superato. Proprio lì San Giacomo-Jacopo-Jacques-James-Jack-Iakob-Iago-Jacobus (o qualunque altro nome gli sia attribuito) mi invia il segnale della sua paterna condiscendenza: di fronte a me ci sono l’ ultima flecha amarilla e una stele che commemora il Camino, con sopra i sassolini lasciati dai viandanti secondo un’antica usanza.
Procedo in discesa, ma la strada troppo dissestata e pericolosa, mi costringe a scendere e continuare a piedi, finché, ritrovato l’asfalto e la strada principale, raggiungo la collina di Gozo che ancora nasconde Santiago ai pellegrini in arrivo e che già nel nome (“gozo” significa “gioia”) sta a esprimere il sentimento di chi al termine di un pellegrinaggio epico arriva a scorgere dall’alto il Santuario. Resto però sull’asfalto e con un ultimo sforzo salgo fino a S. Marcos ed ecco che anche a me, pellegrino sui generis, molto scettico e smagato, appare all’improvviso, un po’ offuscata dalla lontananza e dalla luce pomeridiana, la città santa; nell’entusiasmo del momento arrivo a convincermi di aver scorto anche il complesso architettonico della cattedrale, che dovrebbe svettare con la sua mole sugli altri edifici.
La discesa verso la città è ancora una volta precipitosissima, ma poi, alla “Porta do Camino” ci si ferma e si procede quasi religiosamente a piedi sull’ acciottolato grigio che da qui in poi sostituisce l’asfalto e sul quale risaltano dorate le conchiglie emblema del santo. Fa una certa impressione pensare che su queste pietre migliaia (milioni) di pellegrini di ieri come di oggi, chi a piedi nudi segnati da calli e vesciche, chi con sandali polverosi e usurati dal cammino, chi con calzature più moderne e tecnologiche, ma ugualmente sofferte, hanno concluso la loro personale ricerca. Per un attimo rivivo la stessa intensa sensazione provata a Saint Jean Pied de Port al momento di iniziare il Camino.
Dopo esser passato sotto un ultimo arco, in cui le note di una cornamusa scozzese e di un’arpa irlandese risuonano incongrue (ma neanche troppo, visti gli insistiti legami tra questa parte della penisola iberica e il mondo celtico), mi si apre davanti lo spettacolo sontuoso e barocco di Piazza do Obradeiro con i suoi palazzi e, naturalmente, la facciata della cattedrale, spettacolo al quale fa da contraltare l’elemento umano della folla apparentemente stracciona e disordinata che –ben distinta dagli occasionali turisti o dagli abitanti del luogo- bivacca al centro della piazza: si tratta dei pellegrini appena arrivati (ma altri ne stanno via via sopraggiungendo da varie direzioni) per lo più giovani che, quasi senza ritegno e con una sorta di ammiccante confidenza col santo, a piedi nudi o con i soli calzettoni, in calzoni corti e canottiera o a torso nudo, si incontrano e si abbracciano, ballano, cantano, si ricorrono, stanno sdraiati al sole, discutono animatamente, riflettono pensosi e solitari, forse pregano. È un universo incredibile e variopinto, le cui licenze sono da tutti tollerate, anzi guardate con un sorriso, proprio perché si tratta di pellegrini che dopo tanta fatica hanno raggiunto lo scopo del loro lungo vagabondare. Non credo che sarebbe possibile assistere allo stesso spettacolo in piazza S. Pietro a Roma al termine di un analogo pellegrinaggio romeo, ma, chissà, forse nel Medioevo non erano infrequenti al termine di un pellegrinaggio, oltre ai doverosi raccoglimenti in preghiere di ringraziamento, esplosioni di simile gioia.
Lasciando la piazza, che mi ripropongo di visitare con più calma in seguito, noto in fondo ad essa, presso i portici che fronteggiano la cattedrale, anche un paio di gruppetti di ciclo-pellegrini, accoccolati accanto alle loro MTB ancora cariche di bagagli. Ma non ho tempo per soffermarmi, desidero prima raggiungere l’ Oficina del Peregrino per ricevere l’ultimo sello, quello più importante, quello della cattedrale di Santiago, e soprattutto ritirare la Compostela, cioè la sudata pergamena attestante il completamento del pellegrinaggio. L’ Oficina è a due passi dalla cattedrale e, essendo anche un ufficio turistico, è gremita di gente, ma quando io raggiungo al primo piano la coda di persone in attesa, questa si apre come il Mar Rosso davanti a Mosè, forse perché con la mia barba lunga e i capelli scarruffati, la maglietta sudata e in “odore” di santità infilata alla meglio nei pantaloncini, devo aver avuto un che di biblico, o forse per repulsione, o più verosimilmente perché un cartello invita a dar la precedenza ai pellegrini; fatto sta che una gentile impiegata mi accoglie, controlla scrupolosamente la Credencial e i suoi timbri e poi i miei dati anagrafici; infine mi chiede il motivo per cui ho intrapreso il Camino: mistico, religioso, spirituale, di conoscenza, sportivo, turistico?  Da varie ricerche sul Camino fatte in Internet prima della partenza (curiosa collaborazione tra moderna tecnologia e antichi riti), risulta che i pellegrinaggi in passato venivano effettuati prevalentemente per cause riconducibili alla religione (per semplice devozione, per un voto, per penitenza), ma anche per motivi meno apprezzabili: per punizione inflitta da un tribunale civile o ecclesiastico (è il caso dei criminali olandesi del 1300-1400, ma anche di alcuni casi di giovani disadattati, ancora una volta olandesi, spinti oggi dai tribunali a cercare una riabilitazione sociale attraverso il pellegrinaggio a Santiago), per ricavarne denaro, affrontando il pellegrinaggio al posto di altri, per turismo low-cost, sfruttando i vantaggi della Credencial… Mi viene in mente la definizione del Camino che ho letto qualche giorno fa all’ingresso di un Albergue in cui ero andato a chiedere un sello: “Camino mistico, interior, de fraternidad, de sabidurìa ”; ma mi torna in mente anche l’avvertimento di mia figlia Alice, che ha già percorso la “Via de la Plata” da Siviglia a Santiago: a seconda della risposta data verrà rilasciata una simil-pergamena con tanto di fregi e un ampio attestato personalizzato e in latino, timbrato e firmato dall’arcivescovo di Santiago, oppure, viceversa un semplice foglietto attestante l’arrivo a Santiago. Preso tra i due opposti fuochi della vanità e della sincerità, opto per una gesuitica via di mezzo: rispondo che la motivazione risiede in un bisogno di ricerca interiore, rispolverando il motto che mi ero inventato a Mauleon: “à chacun sa recherche”. La risposta dev’esser stata soddisfacente, perché la ragazza annuisce seriamente, invia in un’altra stanza dell’ufficio la Credencial e alcuni fogli che ha riempito con i miei dati, mi chiede se sono contrario al fatto che domani nella funzione in chiesa venga citato il mio arrivo (“Va benissimo!” rispondo gongolante di terrena vanità, approfittando del fatto che il mio amico Alberto non lo saprà mai e non potrà accusarmi di essere diventato un bigotto baciapile). Un quarto d’ora dopo sono in strada stringendo in mano un tubo di cartone con dentro la mia semi-usurpata laurea in pellegrino di prima classe intestata al Dnus. Petrus Ludovicus.
Cerco un alloggio a buon prezzo nel centro storico; come prevedibile, i primi tre tentativi mi dànno buca: tutto completo! Al quarto, trovo un posto in una pensione tanto accettabile nel prezzo, quanto scadente nella qualità, ma ho fretta, non voglio allontanarmi dal centro, conto di trattenermi al massimo un paio di giorni e soprattutto non ho nessuna intenzione di dormire un’altra notte in un RM, tanto più che quello di Santiago mi è stato unanimemente descritto come un alveare smisurato, caotico e freddo.
Pago in anticipo, porto su la bici in camera (III piano), sistemo le mie cose e datami una ripulita, esco e gironzolo per la città vecchia. Le piazze Obradoiro, das Praterias, Immaculata, da Quintana, tutte sovrastate dalla cattedrale gigantesca e dagli altri imponenti palazzi storici, al di là della loro oggettiva bellezza (e buona conservazione) e della stupefacente ricchezza di motivi architettonici, ai miei occhi creano uno strano contrasto con il variopinto elemento umano che vi si aggira: torme di turisti con foto/telecamera, dietro guide col braccio alzato a reggere un ombrellino colorato, singoli visitatori un po’ spaesati (come forse sono anch’io), semplici passanti, operai che sistemano la pavimentazione e, naturalmente, isolati o più spesso in gruppi, pellegrini che hanno raggiunto la loro meta, più composti gli adulti, più chiassosi i giovani, alcuni dei quali organizzano vere e proprie scorribande vocianti per le viuzze del centro.
Uomini ed edifici mi sembrano estranei gli uni agli altri, due mondi distanti non solo nel tempo che rappresentano, ma anche nello spirito. È, probabilmente, solo un’impressione, determinata dal mio umore del momento, però anche i vicoli che attorniano il complesso monumentale, pur ben conservati, confermano la stessa sensazione di straniamento: dove un tempo appartenenti alla nobiltà urbana, alla borghesia e alla plebe,  operai, banchieri, commercianti e artigiani d’ogni tipo, dovevano avere le loro abitazioni, inframmezzate da bettole, banchi di cambiavalute, tende del mercato, botteghe, laboratori, officine, etc., adesso si trovano negozi di souvenir, alberghi o pensioni d’ogni livello e, soprattutto, una quantità incredibile di ristoranti che ci classifica come un’ umanità di consumatori di luoghi, oggetti, cibo e tempo, in una bulimica frenesia che toglie valore a ciò  che divoriamo.
In uno di questi vicoli incontro l’ “hidalgo stanco”, il ciclista dalla casacca gialla che avevo conosciuto dopo Los Arcos e lasciato a Burgos. Mi pare più fiacco e meno loquace di allora: “Ola”, “Amigo!”, una stretta di mano, quattro chiacchiere e poi ognuno per la sua strada, senza nemmeno conoscere il nome l’uno dell’altro. Magari glielo chiederò domani, se e quando lo rincontrerò, insieme a qualche altra vecchia conoscenza davanti alla cattedrale o durante la cerimonia del Botafumeiro.
Giro sino allo sfinimento per il centro storico e, dai e dai, mi ritrovo sempre vicino alla cattedrale, ormai in penombra e svuotata di gente; pure le strade sono più tranquille con i negozi chiusi (salvo, inspiegabilmente, le farmacie) e qualche passante rado e frettoloso. Dopo aver esaminato vetrine e menu di un numero incalcolabile di ristoranti, mi rendo conto che, se la Spagna non è un Paese ideale per vegetariani, Santiago (patria indiscussa del pulpo gallego) lo è ancora meno: dappertutto pesce o carne d’ogni tipo, ma le pietanze che non contengano parti di animali di terra, aria o acqua, si contano sulle dita di una mano sola: formaggi, uova, insalate, che, anche calcolando tutte le combinazioni possibili, non costituiscono una grande varietà di piatti. Inoltre è faticoso spiegare ogni volta a un cameriere che io sono un vegetariano che non mangia carne non solo di ovino, bovino o suino, ma neppure di pollo o altri volatili, né –udite, udite- pesce, molluschi, crostacei etc., ma viceversa accetta latticini, uova, miele… Alla fine ripiego su un pub dove oltre a crostini con pomodoro mi servono un’ insalatona con due belle uova sode che faranno felice il mio colesterolo.
Poi dopo una serie di telefonate trionfali a moglie, figlie, fratello, cugini, amici e conoscenti vari, torno nel mio tugurio con la soddisfazione però di poter dormire in un letto e senza l’assillo di dover partire prima delle otto del mattino.

Percorsi oggi km 102 in 4 h:53’ (tot. 43 h:09’)

   EPILOGO
17 giorno _ Venerdì 13 Maggio
Risveglio alle prime luci dell’alba (maledetta forza dell’abitudine!), ma mi obbligo a restare a letto finché mi riaddormento davvero. Mi risveglio col pensiero di dover organizzare il rientro in aereo e alle 9 sono già fuori. Riassaporo il piacere di girare senza bagagli per la città (Santiago antica e moderna), nonostante i sampietrini, le salite e il traffico, ma sono un po’ in ansia per i mille dubbi e interrogativi a cascata che mi pone il viaggio di ritorno: non so ancora come e quando raggiungere Santander da dove prenderò un volo per Pisa, né in che modo vada imballata la bicicletta per stivarla sia nel pullman che in aereo (tanto più che non è facilmente smontabile e rimontabile), né dove e come possa farlo. Una volta chiarito tutto questo, poi, dovrò ancora cercare e prenotare il volo. Passo perciò l’ intera giornata a cercare un ciclista cui chiedere consigli e chiarimenti, alla stazione degli autobus dove chiedere informazioni e prenotare un pullman, al telefono per chiedere ad Alice di cercarmi un volo per Pisa, prenotarlo e pagarlo, ad un Internet Point per stamparmi il biglietto. A mezzogiorno, però, stacco per recarmi nella cattedrale per la messa del pellegrino durante la quale ci sarà la cerimonia del Botafumeiro.
L’interno della cattedrale più che magnifico è fastoso, sfarzoso, ridondante di ricchezza materiale e ben lontano dallo spirito del Cristianesimo delle origini e dalle chiesette, piccole ma ricche di spiritualità, incontrate durante il cammino. Anche la predica, che segue l’elenco dei pellegrini, è di ispirazione integralista, preconciliare, con sparate contro i protestanti, gli apostati, i tiepidi di fede nella speranza che al pari di S. Paolo si convertano e recuperino una fede piena. Il tutto con una voce stentorea degna di un Pietro l’Eremita, insospettabile data l’età e l’apparente gracilità del prete. I suoi forti richiami non valgono tuttavia a scuotere dal sonno alcuni pellegrini, con addosso ancora gli scarponi e i calzoncini infangati e le magliette stropicciate del viaggio, che non lontani da me si sono addormentati a bocca aperta o con la testa reclinata sul petto, appoggiati a una colonna; altri ancora visibilmente provati dalla stanchezza stanno accovacciati a terra o seduti sui loro zaini. Anche se non credo di avvertire particolari effluvi provenire dai loro piedi o ascelle, non mi è difficile rendermi conto della poco nobile funzione originaria del Botafumeiro, l’incensiere, le cui penetranti esalazioni di incenso servivano a coprire altre “esalazioni”.
Lo scenario della chiesa stracolma, le musiche, i canti, recitati da tutti, sono comunque suggestivi, così come lo scambio dei segni di pace con cui tutti si scambiano (ci scambiamo) sorrisi, strette di mano, abbracci tutt’altro che formali.
Al momento dell’elenco dei pellegrini arrivati nelle ultime 24 ore, il brusio, la confusione sono forti; mi illudo che venga accennato anche a un pellegrino proveniente da Livorno in bicicletta, in mezzo alle centinaia di gruppi o di singoli, elencati secondo un ordine che mi sfugge, in cui italiani, tedeschi e polacchi la fanno da padrone.
L’attesa principale, comunque, almeno per me, è quella per il Botafumeiro. E quando la cerimonia inizia, la massa dei fedeli si trasforma in pubblico: tutti in piedi, spuntano fuori all’unisono telecamere e macchine fotografiche e via con le riprese in un diluvio di flash. L’incensiere, da lontano, appare come un’ enorme massa d’argento più grossa del prete che le sta vicino ed è impressionante vedere come si tende sotto il suo peso il grosso canapo che scorre su  una carrucola fissata alla volta della cupola (a oltre 20 m. d’altezza). Appena l’incenso al suo interno viene acceso, ne scaturiscono (coerentemente col nome di Botafumeiro) le prime volute di fumo che, man mano che l’incensiere viene spinto lateralmente da 6-7 addetti, descrivono spirali sempre più ampie. Ad ogni spinta, infatti, grazie anche agli strappi mirati dei manovratori, il moto pendolare innalza l’incensiere sempre più, fino a descrivere un arco di circa 180°. Quando raggiunge la massima altezza, ampiezza e velocità, sono tutti ammutoliti e fissano lassù quel pesante marchingegno volare, con un ronzio di calabrone mostruoso, sopra le loro teste da un estremo all’altro della navata, quasi col timore inespresso che possa in qualche modo precipitare giù sulla folla. Quando poi il Botafumeiro si ferma, un lungo applauso saluta la conclusione della cerimonia e le persone cominciano a sciamare fuori della cattedrale, anche se il celebrante non ha del tutto terminato la funzione religiosa. Questo esodo poco rispettoso e l’applauso (deprecabile abitudine che credevo solo italiana: non mi risulta che presso altri popoli si applauda in chiesa al funerale di un personaggio “eccellente”, o all’atterraggio dopo un volo problematico) riportano l’evento a una dimensione assai poco spirituale, quasi di happening mondano.
In contrasto con l’atmosfera chiusa e in penombra all’interno della cattedrale, il ritorno all’ aperto e il cielo terso quasi accecante per la vivida luce solare sembrano voler sottolineare che adesso l’avventura è veramente conclusa.
La gente si spande per i vicoli in cerca degli ultimi acquisti o dell’ultimo assaggio di pulpo gallego, ci sono i rincontri o gli addii, qualche pellegrino si attarda in piazza Obradoiro o presso l’ Oficina del Peregrino e anche le ultime bici pian piano si disperdono. Calato il sipario sulla grande rappresentazione collettiva, per ognuno inizia l’epilogo individuale. 
E’, probabilmente, l’effetto di una percezione molto soggettiva, ma le espressioni delle persone (quelle che, in qualche modo, mi si rivelano come pellegrini), non hanno più nulla di trionfale, euforico, lieto, come al mattino: sembrano pensosi, quasi che all’entusiasmo iniziale siano subentrate la riflessione e la valutazione conclusiva su ciò che hanno vissuto. Forse è la tristezza per la fine dell’avventura, l’addio agli amici conosciuti durante il cammino e l’inevitabile ritorno alla banalità del quotidiano, forse è la nostalgia di casa a cui, adesso che la tensione fisica e psicologica si  è allentata, possono finalmente dare spazio, forse è il senso di vuoto -quasi una depressione post partum- che coglie quando una grande impresa è compiuta, forse è la delusione per quell’ altrove a cui si sperava di approdare al termine del viaggio e che, come la linea dell’orizzonte, si è solo spostato più in là. Ed è forse proprio quest’ultima la sensazione che, per quanto mi riguarda, sento prevalere dentro, ora che la ricerca è finita e non c’è nessun Graal da riporre gelosamente nella bisaccia; a poco vale ricordare che in fondo ero ben consapevole già prima della partenza che lo scopo del viaggio non era trovare qualcosa, ma la forza di cercarlo: la vita stessa, del resto, viene spesa in una ricerca tanto ininterrotta quanto infruttuosa. Analogamente, come il Camino, non ha una meta, un fine, è essa stessa la meta; e nemmeno ha un percorso preconfezionato, il percorso lo tracciamo noi col nostro andare, arrancando o correndo, per “valles o barrancas”, avanti e ancora avanti, segnando il Cammino (ma solo il nostro, senza altra presunzione di verità) con i nostri passi e lasciando orme effimere come scie nel mare. Come non pensare a Machado e al suo “Caminante, no hay camino, se hace camino al andar”?
Ancora una volta, a dimostrazione della potenza del caso, incontro Chris con la sua ragazza; mi fa tante feste come se avesse ritrovato dopo tanti anni un fratello dato per morto e racconta che, a causa della terribile scalata alla Cruz de Hierro di due giorni fa, non ce l’ha fatta a raggiungere il rifugio di Ponferrada e che è giunto a Santiago solo ieri sera a tarda ora distrutto dalla stanchezza. Ma rimandiamo i racconti alla sera: ci accordiamo per una birra o una cena a “casa Manolo”, il tradizionale ristorante di piazza Cervantes, raccomandato ai ciclisti e agli altri pellegrini che giungono a Santiago.
Nel pomeriggio sbrigo le ultime incombenze relative al viaggio di ritorno e agli immancabili acquisti da portare a casa, puntando su oggetti di peso e dimensioni limitate, dato che l’assillo della bicicletta da smontare e dei bagagli da riunire in un’unica borsa come bagaglio a mano mi imporrà di abbandonare qualcosa (non so ancora cosa) in terra di Spagna. D’altra parte le alternative sarebbero quella di lasciare qui la bici, magari cercando di venderla in qualche officina ciclistica, oppure quella di spedirla col grosso del bagaglio tramite corriere o simile; ma la prima ipotesi mi sembrerebbe una soluzione inaccettabile sul piano affettivo (un vero e proprio tradimento), la seconda su quello economico. 
Mentre cerco un Internet Point per un ultimo collegamento coi familiari prima della partenza, in fondo a Rua Vilar in uno spiazzo davanti all’immancabile farmacia, attira la mia attenzione un gruppetto di dimostranti che stanno allestendo una sorta di Speaker’s Corner: sono tutti giovani e soprattutto giovanissimi; la modestia dei mezzi in stile “fai da te” (un banchetto scalcinato con pacchetti di volantini e fogli per le firme, qualche manifesto attaccato con lo scotch al muro), l’abbigliamento, con tanto di barba e occhialini alla John Lennon e gli slogan antigovernativi li qualificano con buona probabilità per appartenenti alla sinistra; mentre uno con la sua voce penetrante amplificata dal megafono cerca di attirare l’attenzione della folla, piuttosto rapida e distratta per la verità, e altri discutono animatamente con qualche passante, mi viene in mente che se loro sono di sinistra, lo è anche il governo Zapatero,  che sembra l’oggetto dei loro attacchi; che siano di destra, allora? Macché, se la prendono pure col precedente governo conservatore di Aznar e anche con Rajoi, l’attuale candidato dei Populares alle prossime elezioni; mi ricordano un po’ il movimento dei “Grillini”. Si accenna a una grande manifestazione o forse a uno sciopero generale da tenersi in tutte le città spagnole tra pochissimi giorni; ma confesso che non ci capisco molto e le frasi rapide e concitate che con timbro metallico escono dal megafono mi aiutano ancor meno; l’unica cosa che mi è chiara è che, al di là della posizione politica, questi giovani manifestanti se la prendono con i politici (tutti indistintamente, credo) e con i Banqueros, ai quali attribuiscono la difficile situazione economica e sociale della Spagna colpita da problemi soprattutto giovanili come disoccupazione, precariato, emarginazione, crescente disuguaglianza sociale; insomma -lingua a parte- pare di essere in Italia. A poco a poco intanto i passanti, anche i meno giovani, cominciano a farsi meno distratti, a fermarsi, ad ascoltare e in qualche caso a intervenire nella discussione. Mi piacerebbe capirne di più, ma si sta facendo tardi e non posso mancare l’appuntamento con Chris.
Raggiungo piazza Cervantes e casa Manolo, con qualche anticipo, mentre iniziano ad arrivare i primi avventori; attendo Chris e la sua ragazza a lungo, ma la coda prima si ingrossa, poi comincia a sfoltirsi, infine si dirada, ma dei due svizzeri nessuna traccia; finché, per evitare di esser chiuso fuori, entro anch’io e inizio a cenare. La scelta dei cibi è abbastanza varia e posso finalmente sbizzarrirmi con tutti i piatti vegetariani che riesco a trovare; mi gusto un caldo gallego, un brodo vegetale molto saporito, una sopa de legumes (zuppa di verdure), alubias (fagiolini) al pomodoro, pane, acqua e dessert, il tutto a meno di 10€. Mi alzo da tavola barcollante dopo un’ora ed ho ormai rinunciato a ritrovare i miei compagni: è destino che i miei appuntamenti, vengano vanificati per un motivo o per l’altro. È ancora presto per andare a dormire e mi metto a gironzolare senza una meta precisa per la città vecchia, ma c’è ormai poco di nuovo da vedere e anche la gente per le strade si è rarefatta. Decido perciò di fare ritorno alla mia tana ed ecco –incredibile!- che proprio allora mi si fanno incontro Chris & compagna; avevano dimenticato nome e indirizzo del ristorante e mi stavano cercando da due ore, battendo a tappeto tutte le viuzze della zona. Data l’ora, è troppo tardi per loro per cenare, ma per una birra va benissimo. Sovraeccitati dal fatto che il caso, ancora una volta, ci ha fatti rincontrare, entriamo in un pub e ci rilassiamo parlando di noi e delle nostre avventure passate, presenti e future, tra un brindisi, una pacca sulle spalle e una risata; e siccome Chris conosce discretamente l’italiano, mi viene risparmiato di produrmi nel mio pittoresco grammelot anglo-franco-ispanico. Lui, che appare più giovane di quando lo vidi per la prima volta, col viso contratto dalla fatica e dal vento contrario, è un giovane simpatico, cordiale e anticonformista, in grado di sovvertire ogni pregiudizio stereotipato sugli svizzeri, ma è soprattutto un iron-man che d’ inverno lavora come maestro di sci (o qualcosa del genere) e il resto dell’anno se ne va a giro per il mondo con qualunque mezzo, a piedi, in bici, in moto, a vela; a sentire le descrizioni dei suoi viaggi (dalla Nuova Zelanda alle Americhe, dalla Thailandia all’Europa, compreso il trekking tutt’ intorno al Monte Bianco) c’è da restare a bocca aperta per ore, ma lui non è uno che ama monopolizzare le serate, si interessa anche di politica e vuol saperne di più sulla nostra situazione nazionale, di cui purtroppo conosce già, come tutti gli stranieri, i fatti e i misfatti dei nostri leader politici. Per carità di patria, glisso sull’argomento e parliamo del viaggio. Tra l’altro gli racconto anche della strana “vecchietta” nerovestita incontrata in Francia e in Spagna che procedeva ora lenta ora incredibilmente veloce e Chris mi svela il mistero: l’ha incontrata anche lui e ha scoperto che procedeva su una bici elettrica di un tipo particolarmente potente e capace di superare tranquillamente i 30 km/h e oltretutto con motore e batteria facilmente dissimulabili sotto i bagagli. Mi resta il dubbio se questo espediente per fare meno fatica si dilati anche a sotterfugio per farsi accettare negli Albergues.
Parliamo anche della Compostela: mi spiega che la sua consiste in un semplice foglietto su cui è scritto semplicemente che lui ha ultimato il percorso fino a Santiago; quando io gli descrivo con abbondanza di dettagli (ingigantiti anche dalla fantasia) la ricchezza della mia, e le relative motivazioni addotte, lui fa finta di prendersela con “quei pretacci” che lo hanno voluto punire per aver detto e ripetuto che il suo viaggio rispondeva unicamente a finalità sportive, “altro che religiose!”.
Al di là delle battute conveniamo che è stata comunque una grande impresa, anche se, in realtà, soprattutto la sua lo è stata davvero, dovendo trasportare dal confine franco-svizzero fino a Santiago oltre al peso proprio (non indifferente), quello del massiccio tandem di acciaio, quello dei ridondanti bagagli di due persone e quello della sua compagna, che non era mai andata in bici prima di allora e quanto a collaborazione muscolare… Quando lei ha commentato: “Ce l’abbiamo fatta, ma che fatica!”, Chris, mi ha guardato di sottecchi, sogghignando significativamente e bisbigliandomi: “Sì, la fatica di stare sul sellino, mica di pedalare!”.
Impressioni e rievocazioni scorrono fluide, come la birra dei nostri bicchieri, alternandosi a lunghe pause con lo sguardo perso tra i riflessi sul vetro delle bottiglie e la discreta musica di sottofondo del pub. Io parlo sempre meno e lascio fluire a ruota libera i miei pensieri, consapevole che non posso rimandare all’infinito la “resa dei conti”, il bilancio finale di queste due settimane.
Il fatto è che davvero non riesco a trovare una risposta definitiva, a elaborare un giudizio complessivo su quello che ho vissuto. Molte sono le cose che ho visto, sentito e provato, molte di più quelle che mi sono perso rispetto a tanti altri pellegrini; di questo sono ben consapevole, ma non ha senso ora dolersene: il vino che ho bevuto non era il migliore, ma era quello che ho scelto e che potevo permettermi. Paragonata all’impresa di Chris, la mia è stata meno “fisica”, per quanto sicuramente al limite delle mie energie, e forse più interiore; so che mi ha permesso di riscoprire la forza dirompente della solitudine e del riaffiorare di memorie sopite, di avvertire sensazioni opposte, come esaltazione e dolore (e non solo fisico), speranza e paura, stupore “primordiale” davanti al manifestarsi della natura e frustrazione annoiata, consapevolezza dell’ immensità dell’universo e della piccolezza infinitesima del nostro essere, ma anche di  apprezzare l’energia derivante dalla solidarietà e dal senso di fratellanza tra gli uomini…
Interrompe il mio vagabondare Chris, per chiedermi quando e come farò ritorno a casa. Anche lui ripartirà domani, in aereo, ma bici e bagagli sono troppo voluminosi per portarli con sé, perciò li invierà a casa tramite una compagnia di spedizioni, anche se al costo astronomico di oltre 200 €.
Alla fine, foto di gruppo, scambio di indirizzi, promessa di risentirci, un ultimo abbraccio, come tra vecchi compagni d’arme che insieme sono scampati a mille pericoli, e addio.
E addio anche a Santiago. Il Camino è terminato, ma un altro Cammino ricomincerà domani… Ci sarà pure qualche altra “Isola Non-Trovata”…

Percorsi in tutto (Italia + Francia + Spagna) 2204 km in quasi 99 h

parte prima: in Italia e Francia

parte seconda: in Spagna

1 giorno:  LIVORNO – GENOVA

9 giorno:  SAINT JEAN PIED DE PORT – HUARTE

2 giorno:  GENOVA – VENTIMIGLIA

10 giorno:  HUARTE – LOS ARCOS

3 giorno:  VENTIMIGLIA – VIDAUBAN

11 giorno:  LOS ARCOS – S. DOMINGO DE LA CALZADA

4 giorno:  VIDAUBAN – ARLES

12 giorno:  S. DOMINGO DE LA CALZADA – CASTROJERIZ

5 giorno:   ARLES – BEZIERS

13 giorno:  CASTROJERIZ – MANSILLA DE LAS MULAS

6 giorno:   BEZIERS – AUTERIVE

14 giorno:  MANSILLA DE LAS MULAS – PONFERRADA

7 giorno:  AUTERIVE – TARBES

15 giorno:  PONFERRADA – PORTOMARIN

8 giorno:  TARBES – MAULEON

16 giorno:  PORTOMARIN – SANTIAGO

9 giorno:  MAULEON – SAINT JEAN PIED DE PORT

 17 giorno: EPILOGO

 
 

Potete vedere le foto del viaggio sul sito di Pierluigi Cortesi: http://www.webalice.it/pl.cortesi/SantiagAlbum.htm

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