Speed breaker

di Stefano –

India, un viaggio che ho sempre saputo di dover compiere prima o poi. Ancora non so cosa mi abbia attirato in quel luogo dalla cultura così diversa e lontana dalla nostra, a tre giorni dal mio arrivo ancora mi chiedevo cosa mi dovesse affascinare e non trovavo la risposta. Più che per la vera voglia di viaggiare ero partito per la paura del rimpianto di non averlo fatto.
Mumbai (una volta Bombay) mi ha stordito appena ci ho messo piede, per la strada che portava dall’aeroporto in città vivevano migliaia di diseredati, praticamente una fila continua di accampati ai margini della carreggiata, misere tende, letti, cani e bambini randagi. Esplodevano milioni di petardi per la festa del “Diwali”, il capodanno locale, e una nube di fumo e polvere confondeva tutto. In questa grande confusione il taxi mi ha lasciato sotto l’albergo insieme ad una coppia di Americani, immediatamente si è avvicinato un poliziotto insieme ad un ragazzino con un bel pezzo di odoroso “charas” in mano. Me lo voleva vendere ma gli ho fatto notare che se avessi solo toccato quel tocco di “fumo” mi sarei fatto almeno dieci anni di carcere, così sentenzia l’attuale legge indiana. Lui ha cercato di tranquillizzarmi, e così pure lo sbirro, mi dicevano che era legale e che me lo avrebbero pure regalato come segno di benvenuto. Sono salito fino alla reception dell’hotel con la strana coppia sbirro-spacciatore che mi inseguiva e io che li scalciavo per le scale.

L’albergo era orrendo, e ho capito subito che qui non si può risparmiare più di tanto sull’alloggio. Per rinfrescare la camera di sei metri quadrati c’era un’aria condizionata degli anni ’70 grande e rumorosa come una locomotiva. Spegnerla significava annaspare nella calura e poi morire, accendendola la temperatura andava sotto zero in un fracasso infernale. Ci pareva di essere nella sala macchine di un rompighiaccio al polo nord.

Mumbay 29. 10. 1999

Durante la notte ho avuto la mia prima intossicazione alimentare, e meno male che la sera precedente avevamo deciso di mangiare in un ristorante che sembrava un po’ più pulito di altri… Per fortuna avevo con me alcune medicine che le esperienze passate mi avevano insegnato a portare, quindi me la sono cavata con una notte in bianco e qualche fiotto di vomito. La giornata l’ho passata girando moribondo e disidratato per le stazioni dei treni e cercando di prenotare un viaggio che mi allontanasse da quella confusione ben poco pittoresca. Per sei giorni non era possibile trovare un posto libero per qualsiasi delle destinazioni che avevo previsto, così ho scelto il modo più semplice e pericoloso per muoversi in India: l’autobus.

Il giorno dopo partivo per Ahmedabad, la città della polvere (non intesa come droga). Sono arrivato esausto dopo quattordici ore, e sono subito ripartito dopo una sfuggente occhiata alla città che di lì a un anno sarebbe stata sconquassata da un tremendo terremoto.

La meta era Bhavnagar, località marina sul lato nord-ovest dell’India, relativamente vicina ad Alang. Lì c’è il più grande “sfasciacarrozze” navale del mondo: ventimila operai lavorano per demolire i vecchi natanti provenienti da ovunque, a prezzi stracciati. Credo questo sia possibile grazie ai bassi costi di manodopera e delle quasi nulle accortezze per lo smaltimento di amianto e altri veleni. C’è chi dice che questa sia stata l’esperienza più affascinante del proprio viaggio, le immagini che pensavo di ricavarne già mi entusiasmavano.

Bhavnagar 30. 10. 1999

Ho passato la giornata sbattendo ripetutamente contro i muri della burocrazia indiana, vanto di parecchi impiegati ministeriali. Come prima cosa sono andato nel posto dove avrei avuto il permesso di fare le fotografie, ma lì il capitano del porto mi ha detto di andare direttamente ad Alang, dove c’era il responsabile degli ingressi. Così sono partito con un bus locale, per poi passare ad un motocarro a tre ruote ricavato da una moto Enfield su cui il conducente ha lasciato salire una dozzina di operai. Guardavo le rifiniture del mezzo in stile anglosassone anni ’50 e la trovavo stupenda.

APERTURA DI UNA PICCOLA PARENTESI MOTORISTICA

Le Enfield vengono ancora prodotte qui, ed è possibile comprarne una nuova per una manciata di rupie, e poi farsela spedire a casa per altre due manciate. A meno che non si abbia la voglia e il coraggio di cavalcarla fino a destinazione. Per i veri risparmiatori c’e’ anche la versione diesel… Altra chicca della produzione indiana sono le nostrane Vespe modello dopoguerra, quelle con la coda a punta e i due sellini tipo bicicletta. Ora le esportano anche in Italia con un altro nome e fanno tanto commuovere i vecchi vespisti che su quei sellini hanno vissuto i loro primi amori (e sui quali qualcuno di noi è stato pure concepito).

Altro scarto industriale finito qui sono le vecchie e brutte Fiat 1100 degli anni ’50, dipinte di giallo e nero sono il taxi ufficiale di Mumbay.

Chiusa la parentesi, si torna ad Alang e al motocarro. Eravamo diretti al cantiere di demolizione che tanto volevo visitare (a me attira tutto ciò che è archeologia industriale, ferraglia e discariche), e lungo la via passavamo tra centinaia di depositi in cui si vedevano i pezzi recuperati dalle navi smontate. Arredamenti, bagni, oblò, enormi lampade fulminate e non, eliche e giganteschi motori elettrici. C’era una catena con degli anelli che non sarei riuscito ad abbracciare, immaginavo l’ancora che ci stava appesa… Insomma, tanto di quel materiale da poterci arredare la casa più bella e strana del mondo. Per non parlare dei mucchi di pezzi metallici nei quali mi sarei tuffato con la mia saldatrice per creare un mostro metallico tipo Mazinga, con cui avrei sicuramente salvato il pianeta.

Questo delirio d’onnipotenza è finito quando l’autista mi ha scaricato all’ingresso. la guardia mi ha chiesto il “pass” e gli ho detto che mi avevano assicurato che l’avrei potuto fare lì. Mi ha rispedito dal capitano a Bhavnagar, ma poi tirando fuori una cartapecora ingiallita si è corretto: i permessi si rilasciano ad Ahmedabad, da dove ero partito il giorno prima. Mantenendo una calma che non riconoscevo come mia ho tirato fuori un sorriso commerciale da venditore di auto usate e mille rupie che sventolavo sotto il suo naso, chiedendogli di aiutarmi a trovare una soluzione più facile. Non me la sentivo proprio di perdere chissà quanti giorni appresso ad un pezzo di carta. “Strickly forbidden!” ha risposto l’unico incorruttibile impiegato che come un padre geloso nei film indiani mi teneva lontano dal mio amore. Ero incazzato e deluso, e sulla mesta via del ritorno pensavo al tempo e ai soldi buttati per questo viaggio inutile, visto che la zona non offre molto altro. Una forte emozione l’ho avuta quando un motociclista fermo sul lato della strada ha deciso di compiere un inversione a “U” proprio quando la vecchia auto su cui viaggiavo era a pochi metri da lui. L’aspirante suicida portava con sè tutta la famiglia e quando si è accorto del probabile danno che ne avrebbe avuto si è fermato di traverso in mezzo alla strada. Dalla parte opposta arrivavano due camion che stavano sorpassando un risciò, parecchi passanti guardavano la scena divertiti e incoscienti. La marmellata era garantita, ma senza che nessuno frenasse ci siamo sfiorati in un incrocio di traiettorie da far invidia ai cervelloni della Nasa. Il motociclista poi è ripartito tranquillo come se gli capitasse ogni giorno. Una mia curiosa ma verosimile sensazione mi ha convinto che le magiche strade dell’India siano elastiche e si possano allargare a seconda di quanti mezzi si stiano incrociando. Più volte durante i sorpassi folli degli autisti degli autobus ho dovuto chiudere gli occhi e ritrovare la fede per quei pochi istanti necessari a far allargare la carreggiata o far inchiodare gli impavidi autisti. La seconda possibilità non si avvera quasi mai: l’uso dei freni è riservato al parcheggio per la sosta finale. Specialmente sui motorisciò, che svicolano tra vacche e pedoni con manovre acrobatiche sfiorandosi a vicenda. Ad Ahmedabad ero su uno di questi, guidato da un ragazzo vestito di bianco, giainista e barbuto (i giainisti sono i seguaci di quella religione secondo la quale è possibile reincarnarsi in qualsiasi essere vivente, per cui non mangiano carne, uova, formaggio, ecc, inoltre spazzano la strada dove passano per non calpestare gli insetti). Insomma questo ragazzo mi aveva proposto un prezzo per la corsa, ma a metà strada si è accorto che il tassametro che non aveva voluto usare segnava già un prezzo superiore, quindi ha iniziato a disperarsi facendo smorfie e battendosi la testa con il palmo della mano mentre si girava verso di me per avere conforto. L’ho rassicurato dicendogli che gli avrei dato quello che voleva, basta che guardava la strada. Non ho finito la frase che ha tamponato un’altro risciò che frenava.

Anche se non ci sono stati danni l’altro conducente non si è rallegrato dell’ accaduto, gesticolando come si fa in tutto il mondo in queste occasioni.

Finalmente sono partito per Udaipur, dove finalmente ho trovato un posto ospitale con un palazzo strepitoso: era di un marajà…

Ora è stato trasformato in un museo e hotel, ma io non pernotterò qui. Il lago sottostante ne fa un paradiso per innamorati, e su un’isoletta di fronte alla costa c’è un altro albergo da mille e una notte, dove hanno girato alcune scene di “Octopussy”, una delle avventure dell’agente segreto che si gode la vita alle spalle di sua maestà.

Io certamente non pernotterò nemmeno qui…

Però ho preso un appuntamento con il manager dell’ albergo per avere il permesso di scattare delle fotografie. Nel paese ho rivisto i primi turisti dopo giorni di isolamento, vivendo con gli indiani e le loro quotidianità.

Udaipur 1. 11. 1999

Sono andato all’appuntamento con i miei vestiti migliori, e appena arrivato nella sfarzosa reception il portiere in divisa bianca mi ha guardato dalla testa alle scarpe che forse erano da spazzolare. Poi mi ha messo in contatto telefonico con il manager che mi ha rivelato che i permessi si rilasciavano nientemeno che a Mumbay, distante parecchi palmi sulla cartina geografica. In un precisato ufficio mi avrebbero rilasciato le carte, i bolli e tutto il resto. Pensare di farlo via fax o magari via internet era impensabile, e a nulla è servito dirgli che la pubblicazione delle fotografie su una rivista di turismo sarebbero state un’ ottima pubblicità, mi ha risposto che avevano prenotazioni per anni ed anni. Eventuali tentativi di corruzione al telefono non si sarebbero adattati all’etichetta…

Quindi costretto a fare il turista, da una terrazza sul lago guardavo la sagoma sontuosa dell’ albergo che mi ha rifiutato. Si rifletteva con migliaia di luci sotto la luna che era un taglio in un cielo di pece. Pensavo alle scopate che James Bond si era fatto lì dentro, e con un velo di invidia ho deciso di partire.

PRIMO BREVE E SUPERFICIALE SGUARDO AGLI INDIANI

Gli indiani non sono poi malvagi, un po’ cazzoni spesso, ma quando si impegnano (o meglio, quando li schiavizzano) i risultati si fanno vedere. Il loro problema è la voglia di fare. E’ come se non avessero vissuto parte della loro infanzia, e questa scappa fuori appena può. Gli piace mischiare tutti i colori, sentire la radio al massimo volume, quando la musica diventa solo distorsione, i clacson sono tenuti premuti costantemente. Gli Indiani sono curiosi, se ti fermi per la strada a leggere la guida o la cartina quando alzi gli occhi ti ritrovi circondato da persone con la testa inclinata che tentano di leggere. Chiedono sempre: “Hallò, which country you belong?”, poi (solo alle donne): “Are you married?”, e a tutti:”what’s your name?” e via via nel loro ampolloso inglese: “which is the proposal of your stayng in India?”. Una coppia di viaggiatori mi ha raccontato che una volta erano in una sala d’aspetto e lei parlava con un Indiano. Poco dopo lui le chiedeva indicando il compagno: “Che relazione esiste tra lei e quell’uomo?”. Tutti gli Indiani hanno un amico in Italia che gli ha insegnato a dire: “comesstai? Tuttobono!”. Poi ti portano a visitare il negozio di tessuti molto belli che non comprerai.

Gli Indiani guidano come pazzi: fanno i sorpassi in curva e non frenano mai. Portano i capelli lunghetti, con la riga da una parte, le camicie a linee verticali e le ciabattine di plastica colorate. Alla stazione, di fronte allo sportello della biglietteria si infilano tutti per vedere sullo schermo del computer dove vai. Quando si tira fuori la macchina fotografica vengono tutti a guardarti e a mettersi davanti all’obiettivo. Non chiedono neanche di spedirgli le foto, vogliono solo che li porterai a casa.

Jodhpur 2. 11. 1999

La città è proprio azzurra come dicono, sembrava di essere su un’isola greca e invece stavo quasi nel deserto del Thar. Le costruzioni monocrome sono sormontate da un forte che svetta sopra i fregi approssimativi delle facciate; lo vedevo dalla camera dell’albergo mentre si arrostiva sotto un sole metallico. Ho scattato addirittura un paio di foto. Ho provato a recarmi in un’altro albergo per marajà cercando di proseguire, o meglio iniziare, il mio lavoro. Come da copione il portiere mi ha scrutato, mi ha mandato dal direttore che mi ha spedito dall’incaricato che non c’era ma sarebbe tornato l’indomani. E comunque sarebbero serviti almeno tre giorni per espletare le pratiche, quindi era meglio se lasciavo stare.

La sera, tornato nel mio misero albergo da “backpacker” ho conosciuto un gruppo di viaggiatori di Roma. Paco, uno di loro abitava a pochi metri da casa mia. Claudia, la compagna, studiava antropologia e stava immergendosi nella cultura Indiana. Sicuramente è stata Livia quella che nel gruppo ha attirato di più la mia attenzione. Mi ha subito ricordato mia cugina, oltre che per l’inequivocabile somiglianza fisica anche perché portava lo stesso nome. Altra cosa curiosa è che anche la mia cuginetta (pecora nera della famiglia e mio inconfessabile mito adolescenziale) quindici anni prima se ne andava a spasso per l’India in compagnia dei fricchettoni, facendo sparlare le frange più perbeniste del parentado. Livia parlava poco, aveva lo sguardo vispo, e si muoveva con una cortese timidezza asiatica. Sapeva di muschio e di bosco, e la sua freschezza contrastava con l’aria tiepida e molle della sera.

Jodhpur 3. 11. 1999

Ero riuscito a finire la prima pellicola strappando qualche fotografia al forte e per le azzurre vie della città. Fisicamente stavo uno schifo: mezzo influenzato, dolori alle ossa, diarrea, con un mal di gola che mi strozzava, e gli antibiotici e l’antimalarica che mi tritavano il fegato.

Jaisalmer 4. 11. 1999

Insieme a Paco, Livia e Claudia ho viaggiato in pullman fino a Jaisalmer. Per la strada si susseguivano pali della luce, sparuti cespugli, tracce nella sabbia. Poi altri pali, altri cespugli, mezzi militari infrattati. Traversavamo nell’aria calda e secca, mentre gli abiti delle indiane si facevano più colorati…

La guida consigliava di fare attenzione alle persone che aggredivano i turisti alla stazione per portarli in alberghi dove sarebbero stati costretti a fare un safari col cammello. Infatti come quattro polli ci siamo caduti; un’autista di taxi ci ha promesso di portarci in un albergo dove eravamo liberi di prendere anche solo la camera. Così ci hanno assegnato le stanze ad un prezzo stracciato. Più tardi, quando stavamo uscendo è saltato fuori il “Boss”, con pantaloni a zampa d’elefante e la camicia quasi tutta sbottonata. Un bastardino strafottente che con fare scontroso e autoritario ci ha fatto sedere nel suo ufficio e ci ha detto subito: “O prenotate un safari oppure: OUT!” accompagnando la frase al classico movimento del dorso della mano che batte sul palmo dell’altra, che ho trovato tanto volgare quanto internazionale. Io e Claudia eravamo incazzati come due belve, solo Paco nel suo apparente distacco da molte cose della vita terrena ha saputo mantenere una conversazione amichevole col viscido individuo, ed è riuscito a prendere tempo. Intanto il “boss” per convincerci ha cominciato ad elencarci le bellezze, le sensazioni forti e indimenticabili che solo il deserto può dare, tra le quali: “…under the stars, smoking big joint…” e ha mimato una lunga tirata a due mani da un ipotetico cannone… Poi compiaciuto dal gesto ci ha detto di andare pure a controllare i prezzi della concorrenza. Abbiamo scoperto da altri turisti che qui tutti gli alberghi economici costringono gli ospiti al safari, quindi o lo facevamo dal mafioso che ci aveva sequestrato o dovevamo spendere moltissimo per avere solo la camera. Così abbiamo accettato, e lui quando ha visto i soldi ha cambiato immediatamente tono, diventando un modello di cortesia orientale. Però la fiducia che riponevamo in lui non era molta, gli abbiamo dato solo la metà dei soldi, il resto al ritorno, se fossimo rimasti contenti e vivi.

Poi la sera abbiamo provato il Bhang Lassi, uno yogurt con una specie di canapa dentro: moooooolto rilassante…

Jaisalmer 5. 11. 1999

La mattina avevo regolato la sveglia all’alba, ma prima che suonasse gli inservienti-schiavi dell’albergo che dormivano ammassati nel cortile davanti alle nostre camere già facevano un baccano infernale.

Sono andato a scattare alcune foto alla periferia di Jaisalmer, sembrava di essere in Messico: le casine di fango avevano gli spigoli arrotondati ed erano verniciate di colori terrosi, con semplici ma raffinate pitture geometriche sui muri, tutto aveva un aroma centroamericano e sapeva di caffè. Ad un certo punto, quando ero già circondato da una marea di ragazzini che mi accompagnavano festanti, mi è passata accanto una bambina di circa quattro anni vestita con uno straccetto a fiori bisunto, correva con un grande “chillom” (la nota pipa di terracotta o pietra) tra le manine. Le sostanze in possesso del gruppo italiano erano state perdute durante il viaggio per raggiungere questa città, dove sembrava che il “fumo” non esistesse; quindi ho inseguito l’infante che sembrava sapesse bene dove andare. Sempre con lo sciame di bambini che mi circondavano e volevano essere fotografati, la piccola ha raggiunto il nonno che l’aspettava seduto su un copertone di camion per la fumata del mattino. Purtroppo egli non mi ha saputo aiutare nelle mie ricerche tossiche, mi ha detto di andare da un “baba” di sua conoscenza e forse ci sarebbe stato un pezzo di “Charas” per me. In albergo ho incontrato Livia, e siamo andati in un bar a bere un “Tchai” ed intrattenere una piacevole conversazione sul futuro della musica e dell’uomo. Mi incantava lo scintillio dei suoi occhi vispi, mi perdevo nei minimi movimenti delle sue labbra e tra le sfumature della sua sessualità non ancora del tutto compiuta. In pomeriggio io e Paco guidati dal nostro fiuto da trovatori siamo finiti dal “baba” in cerca del “charas”. L’ottuagenario barbuto era assai poco loquace, fumava un “chillom” con attaccato un tubo di plastica per tirare, e ci ha messo in mano un tocco di resina scura e secca grande come un pugno chiuso. “Opium!” ha aggiunto. Il ragazzo che ci ha accompagnato ci ha detto che qui si trova solo quello, e che ci dovevamo accontentare. Abbiamo accettato solo per non ritornare a mani vuote, abbiamo dato cinque dollari al “baba” e uno al ragazzino, e la sera, ben organizzati con le pipette e tutto il resto ci siamo messi a fumare quella cosa strana e caramellosa che si liquefaceva al calore della fiamma ed otturava il cannello dello strumento. Così siamo passati ad altri metodi: prima bruciandolo su un cucchiaio e aspirando il fumo tramite un cono di carta, poi inzuppandoci dentro le sigarette che uscivano nere come se fossero state asfaltate. Non ci ha fatto assolutamente nulla, e non si può certo dire che non avevamo voglia di fumare…

In quella scena d’altri tempi, seduti sul letto di un albergo indiano con le immagini sacre sulle pareti, Livia era la piacevole allucinazione che la droga non mi dava. Era illuminata dalla luce di una candela che aveva la fortuna di poterla accarezzare. Nei suoi abiti hippy, con la sua carica di acerba e inconsapevole sensualità.



Jaisalmer 6. 11. 1999

Io e Paco siamo tornati dal “baba” per protestare dell’oppio che ci aveva venduto, o almeno per farci spiegare come si usava. Lui era sempre di fronte al suo tempietto con in mano il suo antico “chillom”. Una famiglia indiana sedeva nel cortile intorno all’aura del “baba”. Il capofamiglia aveva il turbante verde pistacchio ed i baffoni lunghi e neri. Intorno aveva un grappolo di infanti e donne di passaggio. Il “baba” nel mezzo fumava il suo curioso tubone e parlava niente. Gli abbiamo chiesto dove avevamo sbagliato e lui ha pontificato:”Eating!”. Con il sospetto di aver preso la nostra fregatura indiana ce ne siamo andati certi che nessuno avrebbe avuto il coraggio di ingerirlo. In compenso abbiamo trovato un’alternativa divertente e legale: i biscottini al “bhang”. Sembrano i biscotti dietetici alla crusca, e lasciano un sapore di fieno in bocca, ma dopo un paio d’ore l’effetto è assicurato…

Paco è un fumetto vivente, è un essere caduto su questo pianeta per puro caso, come tutti d’altra parte, ma lui non se ne è ancora accorto. Non sembra mai presente, ma dà spesso prova del contrario. Forse vive in un’altra dimensione che si incrocia alla nostra solo per brevi istanti. Spesso a qualche sua affermazione Claudia lo riprende con amore: “Paco, tesoro, ma che cazzo stai a dì ?!” e lui si zittisce per un po’ e torna nella sua dimensione parallela. A me dispiace, io lo capisco sempre, forse perché è un po’ cazzone e io pure.

Deserto del Thar 7. 11. 1999

Siamo partiti per il deserto accompagnati dal “boss” in fuoristrada, ci ha scaricati al parcheggio dei cammelli. Lì dove un vecchio cammelliere inzuppava un sacchetto d’oppio in una scodellina avremmo dovuto verificare la presenza di tutto quello che il “boss” ci aveva scritto sulla lista, poi firmata col proprio sangue. Visto che ormai si era fatto tardi e che i cammelli erano già carichi ci siamo fidati, e al tramonto eravamo già alle dune. Io mi sentivo uno schifo, l’influenza che mi era esplosa mi ha fatto viaggiare in uno stato pietoso. Inoltre il calore manifestato da Livia era misteriosamente scomparso, la sera precedente alla partenza, al peggiorare del mio stato si era presentata in camera mia con un miracoloso intruglio indiano che guariva tutti i mali. Infatti, poco dopo stavo già meglio e per ore abbiamo parlato e ci siamo strofinati teneramente…

Questa sua apertura mi aveva fatto salire al settimo cielo, mi sentivo come un quattordicenne a primavera, ed il suo odore mi rimase nelle narici per tutta la notte. Dalla mattina dopo, non ancora ne capisco il perché, mi ha ignorato completamente, come se fossi invisibile. Dice che mi aveva avvertito: lei era strana…

Mi ritrovavo dunque a dover passare tre giorni nel deserto con una lunatica ed una coppia di piccioncini; più la strada si allontanava e più pensavo che stavo facendo una cazzata. Mi venne in mente una storia che parlava di peli e di carri…

La carovana era ferma a mangiare tra i cespugli, i beduini preparavano il pranzo ed io preferivo non guardare. L’unico modo per gustarsi qualsiasi pietanza in India comporta il non seguire le fasi della preparazione, le poche volte che mi è caduto l’occhio sono rimasto abbastanza schifato, e lo stomaco si è chiuso immediatamente…

I pasti che ci hanno somministrato fino ad allora i cammellieri erano stati abbastanza insipidi e soprattutto non sapevano fare nemmeno il “chapati”, specie di piadine cotte sulla brace. Per fortuna Claudia ha preso l’iniziativa e si è messa a impastarle lei, con risultati molto migliori.

Ancora pensavo se avevo sbagliato qualcosa con Livia, o se è andata così perché c’è la luna piena e le signorine diventano bizzarre. Per fortuna fisicamente andava meglio, abbiamo visto le dune di un piccolo deserto del Sahara, dove ci siamo fatti una foto con l’autoscatto, con il teschio di un animale cornuto in primo piano. Accanto a me i cammellieri pulivano le pentole e i piatti con sabbia e merda di cammello, sulla quale ogni tanto sputavano. L’importante è non guardare…

Abbiamo continuato la traversata sui cammelli, strafatti di biscottini al “bhang”. Cavalcavamo nel deserto su tante nuvolette rosa, io ogni tanto ridevo da solo. Anche uno dei cammellieri era un “baba”, anzi di più: un “desert baba”. Quando ha visto i biscotti ne ha staccato un pezzo con l’unghione nero e se lo è calato ridendo.

Deserto del Thar 10. 11. 1999

Terzo giorno di navigazione, io continuavo ad essere preso dalle scariche di diarrea che mi accompagnavano dalla partenza e che mi rendevano le notti sotto le stelle assai movimentate. Ci stavamo abituando alla presenza della sabbia, che accompagnava qualsiasi nostra azione in questo ambiente. Sulla sabbia si camminava, ci si dormiva e ci si facevano i bisogni, si respirava nel vento e si mangiava nel pranzo. Ho scoperto che aggiungendo parecchio sale grosso si riusciva a mascherare i granelli di sabbia sotto i denti. In ogni posto dove andavamo a mangiare c’erano ad attenderci diversi personaggi che si invitavano a pranzo e che sembravano apprezzare più di noi gli insipidi e arenosi manicaretti che il “desert baba” ci preparava con tanto amore. La sera prima, dopo cena, eravamo tutti davanti al fuoco a guardare le stelle come fricchettoni, il “baba” e le due guide hanno tirato fuori una bottiglia di “arak”, il micidiale distillato fatto in casa, che ogni anno provoca in India migliaia di morti e di ciechi per l’alta presenza di metanolo. Ne hanno bevuto un bicchierino per uno e si sono immediatamente ubriacati a bestia. Uno di loro è partito per la savana urlando a squarciagola, il “baba” si è sdraiato davanti al falò ed ha iniziato a intonare un canto dal sapore antico. Io non mi ero nemmeno accorto di quello che faceva, tanto la sua vocina strozzata e lontana nella sua gola si intonava col silenzio del deserto. L’ennesimo biscotto al “bhang” dava i suoi effetti, e le fiamme che ci rapivano gli sguardi erano il miglior cinematografo. Nella notte ho avuto la visione del “desert baba” proiettato a Roma col suo cammello in mezzo al traffico di viale Marconi, manteneva la sua aria serena e sorrideva senza suonare il clacson. Ci ha detto che aveva cinquantacinque anni, ma sembrava averne almeno il doppio. Magro e scuro come un ramo bruciato, non trovavo l’ombra di un muscolo sotto la sua scorza rugosa, dal suo sguardo sembrava sapere tutto di chi aveva davanti, stillava carisma da tutti i pori. Col suo turbante, la camicia che lo ha accompagnato per buona parte della vita e le scarpe deformate dai rattoppi…

Il “baba” vestiva i colori del deserto, ne era una molecola silenziosa.

La sera, quando siamo andati all’appuntamento col “boss” per tornare in albergo, questi ci aspettava di spalle, pantaloni bianchi e capello impomatato. Era in mezzo ad uno spiazzo ventoso, pisciando platealmente per segnare il territorio.

Col suo look da mafiosetto d’oriente e la faccia che non faceva pensar nulla di buono della madre ci ha accolto tendendo la mano e chiamandoci “Amici !”. Alle nostre guide dava dodici dollari al mese…

GLI INDIANI 2

L’indiano tipo non è ben nutrito, ma spesso è alto con i muscoletti che non ostenta, dato che sono certo il frutto di un lavoro duro. Con gli Indiani si chiacchiera volentieri, sembra che non abbiano molto da fare. Stanno per strada a perdere tempo con gli amici, sono amichevoli e simpatici. A volte capitano quelli che vengono a fare amicizia tentando poi di attirarti nel loro negozio, alcuni hanno una parlantina che permette poche repliche: ti rincoglioniscono di parole e salamelecchi finché ti ritrovi nel retrobottega ricoperto di tappeti e collane da comprare. Una volta ero stato quasi coinvolto in un business di import-export intercontinentale.

Pushkar 11. 11. 1999

La mattina all’alba prima della partenza mi sono rivisto allo specchio dopo tre giorni; ci sono passato davanti distrattamente e quasi non mi sono riconosciuto: dimagrito, barba incolta, il viso bruciato dal sole e consumato dalla diarrea. Mi sono trovato bello come mai prima.

Alla fermata degli autobus di Jaisalmer bevevo un “tchai”, quando è venuto un Indiano a sedersi vicino, non mi era nuovo, e infatti mi ha salutato. Poi mi ha ricordato ingenuamente che era stato lui ad accompagnarci all’hotel quando siamo arrivati, o meglio ad indirizzarci con l’inganno alla trappola in cui siamo caduti. “Yes, I remember, you fucked me!”, gli ho detto scherzando, e lui: “Yes, yes, I fucked you!”. Poi mi ha chiesto se gli offrivo un “tchai”…

Dopo tredici ore d’autobus con i brividi gelati lungo la schiena e lo stomaco che minacciava esplosioni improvvise, sono arrivato a Pushkar, giusto un giorno dopo la fine della famosissima fiera dei cammelli. Informazioni sbagliate mi avevano fatto perdere uno dei più importanti appuntamenti del calendario indiano. Livia col suo fare lunatico era sparita dalla mia mente come se coperta dalla nebbia, di lei mi rimaneva un sapore amaro in bocca e alcune immagini su due rullini che, pensavo, non sarebbero stati sviluppati mai.

Pushkar 12. 11. 1999

In paese stavano smontando le ultime bancarelle della fiera del cammello, contemplavo il lago quando tutto d’un tratto mi chiedevo: “Ma che cazzo ci sto a fare io qui?!”. Il paese era abbastanza turistico, e c’era grande fermento per la fine della fiera e per i soldi guadagnati. Si respirava aria di misticismo, gli importanti tempi di Pushkar attirano i più strani pellegrini, che si vanno a bagnare sui “ghat”, i gradini in pietra che danno sul lago. In questi luoghi è vietato fotografare. Avevo il nome di un amico di Paco e Claudia che viveva lì da un pò di tempo, ma non sapevo in quale hotel, cercarlo poteva essere un piacevole passatempo per la giornata. Già mi avevano proposto di acquistare del “fumo”, ma avevo rifiutato per la paura (quasi certezza) di essere venduto alla polizia. La sensazione di essere una merce preziosa e commercializzabile non è per niente bella.

Jaipur 13. 11. 1999

Ero arrivato a Jaipur insieme ad un ragazzo austriaco. Portava i lunghi lacci delle scarpe sempre sciolti che strisciavano per terra, credevo che volesse insaporirli di tutta l’India. Siamo arrivati in un hotel frequentato da fricchettoni che si aggiravano per il cortile erboso. Mentre entravo con i bagagli un “fratello” mi ha portato uno spinellone acceso. Era uno dei famosi “uomini chillom”, dediti esclusivamente all’adorazione della propria pipa. Pareva un personaggio dei fumetti underground degli anni ’70, e lui in quegli anni era arrivato lì dalla Francia e ci era rimasto, vendendo il “fumo” a prezzi altissimi. Philippe lo faceva per campare, ma la sua era anche una missione della quale andava orgoglioso: come una farfallina impollinava gli hippy ed i viaggiatori di passaggio altrimenti prede degli infidi trafficanti indiani…

Jaipur 14. 11. 1999

Ho scattato alcune fotografie mediocri e ho fatto alcuni acquisti, non è stato facile perché in città c’è una miriade di negozi, e non appena si acquista qualcosa subito si pensa di aver preso la “sòla” (la fregatura come si dice a Roma, che coincide col “pacco” milanese), perché il negozio accanto poi sembra sempre migliore. L’albergo dove vivevo era pieno di commercianti di pietre, di stoffe e di trafficanti sulla cinquantina molto simili a Philippe. Per l’import-export arrivano dall’Europa a frotte, con i portafogli gonfi e le carte di credito cromate e dorate, nei negozi si maneggiano grappoli di collane di pietre come se fosse baccalà. Sembrava che i miei dolori fisici fossero in fase terminale, dopo due settimane di diarrea, febbrine ed altri malori era un giorno che sopravvivevo senza ingurgitare pasticca alcuna, ma il mio aspetto non era dei migliori: dimagrito parecchio, disidratato, e di colorito beige.

GL’ INDIANI 3

Ti fissano e ti chiedi a cosa pensano. Sono intelligenti ma non sempre lo dimostrano, è perché sono anche molto furbi. A me a volte mi fregano facendo gli Indiani.

Jaipur 15. 11. 1999

Fino ad allora l’India che avevo visto non mi era piaciuta granché. Forse era quel vivere lasciando andare tutto al proprio destino, la sensazione continua di processo di putrefazione inarrestabile. Quello che le strade riflettono dà l’impressione di una totale noncuranza di loro stessi e dei luoghi dove vivono, non capivo come potessero accettare il fatto che esistessero categorie diseredate la cui vita, sofferenza o morte non cambiasse nulla per nessuno, neanche per i diseredati stessi. Avevo visto casi di rassegnata disperazione e malattia che non avrei dimenticato facilmente. Ma forse non era altro che uno sterile scontro culturale.

Le vacche sacre non sono erbivore, mangiano di tutto, sopratutto spazzatura, cartoni e camere d’aria. Sanno che possono fare qualunque cosa, ne ho viste che dormivano di traverso in mezzo alla strada, entrare nei mercati e divorare la verdura sui banchi, e addirittura una che girovagava tra pile di vasi di ceramica in mostra davanti un negozio; il proprietario le correva intorno spostando la sua merce molto affannato ma senza scacciarla…

Barathpur 16. 11. 1999

Questo posto è famoso per essere il paradiso degli ornitologi. Non avevo mai avuto contatti con appassionati di questo genere, spiriti nobili, poetici, delicati e monomaniacali. Sono classificabili in una posizione che sta tra gli ingegneri e i filatelici. Ne ho conosciuti un paio così finora, anche se poi tutti hanno l’aria di esserlo. Uno di loro, un Inglese si era portato la fidanzata e l’ha costretta a passare tre settimane in questa selva che offre solo uccelli (nel senso di volatili) di ogni specie e colore. La sera al ristorante quando lei parlava vedevo nei suoi occhi i segni dell’esaurimento, mi chiedeva come fosse l’India fuori dalla giungla, mentre cercava di convincere quell’ornitologo del fidanzato a portarcela, ma lui completamente insensibile a qualcosa che non volasse né cinguettasse, pareva deciso a fermarsi lì ancora a lungo. La giornata l’ho passata in escursione con lui, la guida e un altro appassionato; la fidanzata non è venuta. Devo confessare che li invidiavo un po’ quando andavano in visibilio davanti ad un “passero” su un ramo in lontananza. Dopo tre ore di avvistamenti ho detto alla guida che forse questa non era la mia vera passione e me ne sono andato in bicicletta nel parco per i fatti miei. Lui c’è rimasto un po’ male, ma non si può vivere stando attenti a non urtare la suscettibilità di un ornitologo.

Guardavo i volatili distesi intorno all’acquitrino, di fronte a me c’era quello che doveva essere un airone. Stava fermo immobile e a volte spalancava annoiato le ampie ali bianche. Su un albero sopra di me risiedeva un’altra specie assai interessante, di colore nero e blu elettrico, altri di colore verde si inseguivano sul davanti. Lo stagno aveva l’aria di essere molto popolato, per mangiare i ragni d’acqua sulla superficie guizzavano fuori molti pesciolini, i più sfortunati di questi alimentavano i volatili. Come andare al ristorante e venir mangiato dal cameriere.

Barathpur 17. 11. 1999

Questi ornitologi anche se sono dei fottuti maniaci sono anche molto simpatici, particolarmente uno di loro che vive la sua ossessiva passione con molta autoironia, trattandola come una piacevole condanna. Per tutta la durata della cena l’argomento principale di conversazione è stata la merda, causa del malessere di buona parte dei presenti. Ciascuno aveva da raccontare terribili esperienze vissute, a quanto pare il vero viaggiatore si riconosce dal numero di intossicazioni alimentari e dalle ore passate sul cesso. Un fotografo tedesco sembrava essere il più viaggiatore di tutti: con quarantacinque giorni di diarrea ininterrotta si stava trasformando in un “geiser”…

Gli unici due turisti finiti lì senza la passione per gli uccelli (sempre intesi come volatili) eravamo io ed un ragazzo israeliano che mi somigliava come una goccia d’acqua. Se non fosse per i suoi capelli lunghi e gli occhi verdi ci saremmo saltati addosso urlando: “Dammi indietro la mia faccia!”. Invece ci siamo stati simpatici, e la mattina siamo stati insieme ad Agra dove abbiamo visitato il Taj Maal, monumento funebre per la moglie del ricco ed innamorato Shah Jahan, che vide morire la moglie di parto. La costruzione del monumento costò il lavoro di ventimila persone per ventidue anni, e gli artigiani migliori ebbero poi i pollici amputati per non avere la possibilità di ripetere una simile opera. E’ un insieme di equilibrio di volumi e raffinatezza di stile da lasciare incantati. Shah Jahan venne poi deposto dal figlio ed imprigionato nel forte di Agra, da dove ha potuto vedere il monumento fino alla fine dei suoi giorni. Finalmente ero riuscito a scattare parecchie fotografie e ad uscire dallo stato di frustrazione in cui mi trovavo. La sera ho conosciuto Barbara, una hostess italiana con delle lentiggini che mi mettevano tanta allegria. Siamo stati insieme a cena su una terrazza dove ci siamo consolati della solitudine del viaggiatore solitario, poi siamo finiti nella mia camera, e mentre finivo di consolarmi tra le sue tette accoglienti ho realizzato che fuori della finestra, nel patio, c’erano due indiani che parlottavano. Noi eravamo con la finestra aperta e la luce accesa, quando mi sono girato loro sono scappati sghignazzando. Allora mi sono alzato per chiudere almeno la tenda, e al mio ritorno Barbara si era incazzata per questa mia interruzione, si è girata e non ha più voluto farsi sfiorare… Ah, le Italiane…

Fatehpur Sikri 18. 11. 1999

E’un’ antica città fortificata che fu abbandonata poco dopo la sua nascita. Un posto interessante, che però non mi ha stimolato fotograficamente. Poi in pomeriggio mi sono perso per i bazar convulsi alla ricerca di non so cosa. Una giornata piuttosto loffia.

Goa 21. 11. 1999

Ero planato laggiù da un giorno, forse il più spensierato da quando ero partito. Il posto era tropicale quanto basta, strascinata atmosfera da siesta perenne, mare, palme e frutta fresca. Pesce sulla spiaggia la sera. Un’India molto diversa da quella che avevo conosciuto fino ad allora, molto più serena e rilassata. Ho visto le spiagge di Benalium a sud di Goa: vaste e semideserte, un vero paradiso tropicale.

Nella zona rimangono diverse testimonianze del passato storico di questo stato, fino a poche decine di anni fa colonia portoghese. Ho visitato alcune delle case che ospitarono i coloni e gli Indiani ricchi che con loro facevano affari. Oramai sono i loro discendenti che le mantengono in piedi con non poche fatiche economiche.

In una di queste abitazioni vive un anziano fumettista indiano con sua moglie, mi hanno accolto anche se ho disturbato la quiete del loro eremo nel bosco. E’ stato molto più ospitale di altri, che quando ho bussato alla porta mi hanno detto che non ce la facevano più di turisti inopportuni e mi scacciavano malamente…

Alla fine della giornata comunque sono riuscito a contare diverse pellicole esaurite, la cosa mi ha fatto stare un po’ meglio, perché il mio grado di depressione professionale saliva ogni giorno.

Goa 22. 11. 1999

Mi sono spostato più al nord, verso l’epicentro della vita delle notte indiane. E’ un’altra India, fatta di turisti europei e sopratutto israeliani, che scorrazzano in gruppi a bordo delle loro scoppiettanti moto “Enfield”. Questa è la terra della musica techno, e specialmente di un genere che si è sviluppato qui grazie agli Indiani trapiantati in Inghilterra e poi ritornati, che hanno sviluppato un genere tutto particolare (con un nome che fa un po’ paura): la “Goa trance”. Una musica in grado di far muovere i piedi più oziosi. Io non andavo pazzo per la musica elettronica, ma mi sono ricreduto.

Le famose feste sulla spiaggia che si consumavano fino a qualche anno fa sono state limitate, ma con un po’ di discrezione si può organizzare qualcosa in alcuni locali.

La sera sotto la tettoia in riva al mare vedevo saltellare i cosiddetti “techno ravers”, figli o nipoti dei fricchettoni occidentali che negli anni sessanta colonizzarono queste sponde. Venivano periodicamente dalle montagne portando le collanine costruite d’estate e grandi pezzi di odoroso “charas” che pubblicamente consumavano nei loro “chillom”. E’ da allora che si festeggia la Luna piena o il Natale (Goa è cristiana) in pompa magna, finché la polizia ha deciso di mettere un freno all’atmosfera festaiola chiedendo delle “bakseesh” (mancette o estorsioni) di cifre spropositate agli organizzatori. Anche agli Indiani che vivono qui non piacciono tanto questi tipi strani, ma sanno che in fondo sono proprio i turisti che gli permettono di campare. E’ molto strana la frizione di culture che si è venuta a creare: in una festa c’era un deejay europeo vestito in mimetica e gilet spaziale di plastica argentata, parlava con una donna di non so quale tribù di zingari del sud, era vestita di tutti i colori, specialmente il rosso, ed era piena di specchietti e brillantini. La faccia era tappezzata di anelli ed orecchini collegati tra di loro da catene, ed io ho trovato una grande affinità con i piercing facciali dell’interlocutore. Sembrava che si fossero proprio trovati; per un attimo li ho immaginati sposati che gestivano un negozio di ferramenta. Questi due erano davanti ad una enorme scritta pubblicitaria in bianco e rosso sul muro: “Kingfisher beer”, ho pensato che mi trovavo all’incrocio culturale dove si intersecavano gli estremi di due culture che a prima vista potevano apparire opposte. Ai villici non piace molto il movimento che si è creato (e i soldi che girano), molti dicono che a loro il turismo non porta alcun beneficio, i negozianti dicono che si accontenterebbero dell’indispensabile per sopravvivere in questo continente così povero e ricco allo stesso tempo. La mancanza di iniziativa e della voglia di fare trascina qualsiasi attività agli standard indiani, ho visto molte situazioni che aspettavano solo di essere sfruttate, alberghi a cui sarebbe bastata un’imbiancata alle pareti per fargli compiere quel salto di qualità che avrebbe aiutato i proprietari e le decine dei loro figli a uscire dalla polvere. Risultato non sempre facile da raggiungere anche perché bisogna tener conto che anche nelle più piccole attività qui ci lavorano almeno cinque persone. Nei ristoranti o negli alberghi più grandi spesso ci sono più inservienti che clienti… Mi era scomparso quel senso di compassione occidentale verso questa gente, loro stanno bene così, quindi rispetto le loro decisioni: se vogliono che Goa torni ad essere un paradiso incontaminato è un loro diritto. Quello che non mi spiego è perché una cultura così antica e forte ad un certo punto della sua evoluzione si sia bloccata, e la voglia di svilupparsi e migliorarsi si sia esaurita senza cause apparenti. Sono affascinati da quello che offre l’occidente, ma prendono i modelli peggiori del nostro sviluppo, il più facile e immediato, quello più inquinante e pericoloso, quello che arricchisce pochi e mantiene le masse sfruttate. Ho conosciuto un cameriere di un ristorante che per quattordici ore di lavoro al dì riceveva diciotto dollari al mese; gli ho consigliato di andare a vendere le bibite sulle spiagge dove non c’erano bar, avrebbe guadagnato la stessa cifra in tre giorni. Lui mi ha guardato interrogativo, poi mi ha detto che preferiva stare qui a fare lo schiavo. In questo popolo c’è come un sentimento di desolata rassegnazione a quello che la vita quotidianamente gli propone, e loro non hanno la voglia né la capacità di risollevarsi. Chissà, forse nella prossima vita andrà meglio…

Goa 23. 11. 1999

Ho affittato una Enfield alquanto malandata, non la volevo prendere anche perchè non funzionavano le luci, ma il tipo le ha cambiate e quindi non ho potuto dire di no. Si guida come un trattore, il suo lento e soffocato scoppiettare accompagna le grattate del cambio ed i sinistri cigolii di ogni pezzo che la compone. Al posto del contachilometri c’è un buco che usavo per infilare la guida arrotolata. La moto era nera opaca, senza scritte né fronzoli, né freno posteriore. La cosa peggiore delle Enfield sono i comandi dei pedali e delle manopole tutti invertiti rispetto al resto delle moto in commercio; creano problemi quando ad esempio si deve fare una frenata improvvisa, e invece si mette il cambio in folle e si tira la frizione… Anche l’ordine delle marce è invertito. Unito al fatto che in India la guida è a sinistra si può immaginare che ogni viaggio è un’avventura dal non sicuro ritorno. Appena preso un minimo di confidenza col mezzo meccanico mi sono lanciato per le stradine tra le palme in riva al mare; avrò percorso una quarantina di chilometri felice solo di viaggiare su un pezzo di antiquariato e di essere capace a guidarlo. Al ritorno, in un bar sulla spiaggia, ho conosciuto un Francese e gli ho dato un passaggio fino alla spiaggia di Anjuna, ho lasciato la moto in un posto che poi avrei ritrovato con facilità. Sono tornato quando era ormai buio, e la Enfield nera opaca era stata divorata dalle tenebre. Ho così iniziato a girare per i viottoli e tra le casette chiedendo spesso se qualcuno l’avesse vista. Molto improbabile, anche passandoci accanto non si poteva scorgere. Dopo due ore ho dovuto prendere un moto taxi che mi aiutasse nelle ricerche. L’ho vista illuminata dal faro in un punto in cui ero passato già diverse volte, e finalmente ho scalciato per far girare il pistone che ha rombato assonnato. Tornando in albergo la brezza tiepida della sera mi sventolava la faccia e avevo raggiunto una velocità da brivido nel lungo e ampio rettilineo, quando mi sono ritrovato a volare. E’ comparso sotto le ruote improvviso come una pallonata sulla finestra uno dei famigerati “speed breakers”, i dossi dalle dimensioni di un trampolino olimpionico che la polizia fa apporre nei punti in cui si sa che la gente “tira”. Lievitavo ad un palmo dal sellino del carro armato che volava anche lui, sapevo in quegli istanti che il problema non è il volo, ma l’atterraggio. Uno schianto di ferraglia mi ha avvertito, poi sono arrivate le mie palline sulla sella legnosa e crudele. Prima di avvertire il dolore ho cercato di mantenere la Enfield in carreggiata, e per fortuna con la sua massa da mammut è andata dritta senza che finissimo nel fosso al lato. Nel momento in cui abbiamo toccato terra ho visto pure il fanale volare via inghiottito dalla notte, con il suo fascio di luce che prima ha disegnato la volta celeste per poi scomparire per sempre. Ero a cercarlo, quando è arrivato un ragazzo cicciotello che come tanti Indiani stanno sempre in giro per aiutare qualcuno o semplicemente per pazzeggiare. Mi ha proposto in affitto la sua moto: una Yamaha 135 cc., anch’essa nera, ma di più bell’aspetto e meglio in arnese. Ho lasciato la “Enfield” su un lato della strada con su un biglietto con un messaggio lapidario per il padrone: “Il fanale è qui in giro, le chiavi al mio albergo, non sarai pagato, tieni pure la benzina nel serbatoio. Spero di vederti presto!”. La nuova moto ha un motore due tempi ruspante e nervoso, che unito ad un’estetica essenziale degli anni ottanta ne fanno un mezzo che invoglia alla pirateria stradale. Ha pure dei tubi metallici sul davanti, una specie di scudo per le gambe, un rostro che ne tradisce ancor più la sua velleità ai duelli urbani. Con essa la mattina ho attraversato i paesini dei pescatori immortalando scene banali ma vere.

Goa 24. 11. 1999

Con la mia nuova motoretta da scippatore mi sono spinto fino a Reis Magos e ad un forte nei pressi. La grande chiesa era circondata da pali, fili elettrici ed era anche chiusa. Il forte pure. Ho aspettato una buona mezz’ora vagando nel piazzale sotto il sole fino all’ora di apertura, dentro non c’era nulla di particolare se non un bel panorama e un faro. Ho scattato n° 4 (quattro) fotografie senza infamia né lode e me ne sono andato. In albergo sotto una massa di artigianato, tessuti e vestiti che mi si sono accumulati durante il viaggio ho visto il cavalletto: pesante, fedele ed inutile compagno di quel viaggio. Me lo sono portato sempre a spasso facendomelo puntualmente sequestrare agli ingressi dei luoghi dove andava usato…

Più tardi sono stato alla spiaggia di Anjuna, la più “trendy” di Goa, è uno di quei posti in cui ci si rende conto di non avere mai il fisico né il costume giusto per starci. Ho fatto delle bellissime foto a Rami, la “metallara”che avevo visto parlare col deejay cromato un paio di giorni prima.

In fondo Goa è una pacchia, tutto costa poco e ci si può permettere di fare i signori tutto il dì. Le spiagge non sono molto popolate di turisti, ma più dai venditori di collanine, di frutta e di massaggiatori…

Goa 26. 11. 1999

Ho conosciuto Robert e Cecilia, una coppia di Svedesi in viaggio per sei mesi. Lui era la controfigura del dio Thor, con lunga chioma bionda e mascellone, i muscolazzi tatuati uscivano generosi dalla canotta. Lui era spesso sconvolto e taciturno, quando rompeva il silenzio col suo vocione strozzato da orco faceva tremare i bicchieri, con un urlo poteva spezzarti in due. Ma per fortuna si manteneva sempre molto calmo fumando la sua grossa pipa di coccio. La moglie era un cerbiatto fragile e indifeso, col fisico da danzatrice classica e un fondoschiena che era una bomboniera. Mi sembrarono una coppia perfetta…

Hampi 28. 11. 1999

Sono arrivato dopo una notte passata sullo “sleeping bus”, dove non sono mai stato così lontano dal dormire. Nell’oscurità sentivo il motore ululare in una corsa folle, poi è arrivato puntualmente uno “speed breaker”, che il guidatore aveva probabilmente dimenticato, e anche quella volta mi sono ritrovato a planare nel cubicolo dove ero sdraiato, ho sbattuto la testa al piano di sopra e poi sono ricaduto giù pesantemente. Tutti i viaggiatori hanno lanciato un lamento, ma il viaggio è proseguito allo stesso modo.

Sul bus ho conosciuto Alice, un’architetta italiana che ha deciso di venire in India per fare un’esperienza missionaria insegnando ai poverissimi bambini dei villaggi indiani. Ho conosciuto anche due Tedeschi: Carsten e Thobias, un commercialista e un dentista che hanno lasciato casa e lavoro per due anni, durante i quali vogliono fare il giro del mondo. Sono fondatori di un gruppo chiamato “Rednoses”, i “nasi rossi”. Pensano che quando ci si mette il naso da clown la gente triste ti guardi in maniera diversa. Mi hanno assicurato che basta indossarne uno, per esempio nell’autobus, per diffondere un’aura di ottimismo e simpatia. Stavano costruendo una rete di “rednoses” mondiale, gente positiva che si riconosce subito e che si vuole bene; per questo girano con gli zaini mezzi pieni di nasi con l’elastico. Io sono il socio n°39. Col mio nuovo naso rosso messo su insieme ai due buontemponi abbiamo scalato un picco che domina la pianura, di grande effetto scenico. Poi abbiamo visitato alcuni tempi dove mi sono sfumate tutte le possibilità di scattare qualche foto; le costruzioni erano fatiscenti e circondate dai fili elettrici. All’interno si susseguivano le cerimonie, ma le statue delle divinità cosparse di croste nere, olio bruciato, ed offerte di ogni tipo non erano molto fotografabili. All’interno di ogni tempio troneggiava una cassaforte in bella mostra e incessanti inviti a riempirla venivano dai solerti sacerdoti Indù. Il mio problema principale con l’India era che non è fotogenica, almeno per il genere di immagini che si pubblicano sulle riviste di turismo. Forse è un posto solo da vivere, da apprezzare sul momento con i suoi odori, le radio a tutto volume, le emozioni bellissime o terribili che solo questa terra può dare.

Hampi 29. 11. 1999

Ho passato la giornata bighellonando tra i ruderi insieme ai due “rednoses” tedeschi. Si è parlato, giocato a scacchi, conosciuto altri viaggiatori. Ci siamo gustati l’atmosfera creata dai fedeli che andavano e venivano, abbigliati e truccati nelle maniere più strane. C’era qualcuno indaffarato nel lavoro immerso in una massa di nullafacenti, bambini che giocavano, gli anziani che fumavano fissando un punto lontano. Pareva che nessuno aveva voglia di far nulla, e così noi pure. Di giorno c’era una temperatura capace di far sdraiare chiunque.

Ho subito avuto nostalgia di Goa…

I BAMBINI INDIANI

Sono ovunque, a decine, a centinaia. Ti circondano festosi e affamati, escono da qualsiasi posto impensabile in ogni momento. Trovano sempre qualcosa da venderti. Spesso mutilati o infermi delle malattie più orrende che sembrano accettare semplicemente perché sono Indiani. Sono il frutto degli istinti sfrenati alla riproduzione dei loro genitori, che non capiscono che più figli hanno e più fame patiscono. Un ragazzo di Goa mi raccontava che le nuove generazioni stanno cambiando, lui ad esempio non vuole una grande famiglia, di figli a lui ne basterebbero cinque o sei…

Vagator (Goa) 30. 11. 1999

Ero arrivato in compagnia di due Francesi e avevo subito ripreso in affitto la solita moto da delinquente. Presto sono rientrato nel vortice di spensierata indolenza che trasporta chiunque metta piede a Goa. Cominciavo a capire il perché della svogliatezza caraibica: che senso ha starsi ad affannare quando domani comunque splenderà il sole, ci sarà il rumore delle onde, ed in qualche modo il pesce arriverà al tuo tavolo, seguito da sovraccarichi cannoni di “charas”? Avevo sorpassato con rassegnazione la crisi da non lavoro, invece di rodermi l’anima o di inventarmi chissà cosa per uscire da quello stallo mi abbandonavo a quell’ultima settimana di gozzoviglie esotiche. Una sera ero in un locale a cena, ed uno strano tipo mi ha invitato al suo tavolo. Era un Francese che viveva lì dal sessantotto, vendeva collanine e si faceva chiamare “baba”. Secco e sdentato, con i capelli raccolti a cipolla sopra la testa ossuta, fumava dal suo tubone a ritmo continuo; gli ho offerto una birra, e mi ha detto: “Forse non sta scritto sulla mia faccia, MA IO – NON – BEVO – ALCOOL !”. Gli ho risposto: “Meglio per te!”, ed ha così iniziato un sermone vegetariano, cercando di impormi l’idea che la birra è impura perché proviene da un processo chimico di fermentazione, e che quindi è considerata offensiva per il popolo Indiano. Gli ho fatto notare che anche il “tchai” che stava bevendo era fermentato, per non parlare poi dei fertilizzanti e pesticidi con cui vengono copiosamente innaffiate le piante. Se poi agli Indiani non piaceva che si bevesse la birra potevano evitare di venderla. Il tizio si scaldava, aveva voglia di litigare, e di manifestare i suoi diritti di anzianità. Mi ha detto che i turisti infangano l’India portando qui i loro costumi occidentali e sbagliati; in certi casi è pure vero, ma non era certo stata la mia birra a trascinare l’India nello stato in cui si trova, casomai i rompicoglioni fondamentalisti come lui. A questo punto ha cominciato a prendersela con un suo connazionale (che aveva anche lui invitato precedentemente) che stava seduto buono e tranquillo rollandosi la sua cannetta; secondo il “baba” non aveva fumato il “chillom” seguendo il giusto rituale, e questo poteva risultare offensivo per gli Indiani. Gli ho ricordato che: primo, lui malgrado tutti i suoi sforzi non era Indiano, ma vestito così era solo un buffone; secondo, era qui a prendere soldi dai turisti che stava smerdando; terzo, ho chiesto se mi aveva invitato solo per litigare. A quel punto ci siamo mandati a fare inculo reciprocamente, lui mi ha chiesto di andar via dal suo tavolo, io ho finito la birra, gli ho ruttato in faccia e mi sono alzato. Più tardi ero con Eduardo e Arnaud, i miei compagni di camera, sulla spiaggia a guardare le stelle insieme ad un gruppo di noiose Svedesi.

Vagator 2. 12. 1999

Goa, le spiagge, il sole, i “joints”… Ci si sveglia presto, si fa colazione in spiaggia, poi si decide di vedere il forte in cima alla collina, lassù si fuma e poi ci si butta nel mare sottostante. Si beve una birra non vegetariana, si rifuma e ci si ributta nell’acqua tiepida. Finché fa sera, si guarda il tramonto che è bello tutti i giorni, e poi ci si perde nella boscaglia con le motorette alla ricerca di una qualche festa che non esiste. Ci trovavamo trascinati da questo ritmo monotono ed inarrestabile, ma molto molto piacevole… Non mi ero mai rilassato così prima d’allora, la mente sgombera da qualsiasi pensiero e dondolante al ritmo delle onde. Si cammina sulla spiaggia con i piedi sotto la sabbia tiepida, quando fa troppo caldo si fa un giro in moto tra i campi coltivati…

Vagator 4. 12. 1999

Ero con i due Francesi al solito bar nella giungletta che dà sulla spiaggia. Il “tchai” fumante e il rumore delle onde ci cullavano. Lei è apparsa nel mezzo della mattinata, quando il sole già aveva infuocato la sabbia: alta e mora, con delle curve non adatte ai deboli di cuore. Trapelava sesso da tutti i pori. Le attenzioni dei maschietti si sono concentrate su di lei, ma solo i più veloci hanno potuto avere la fortuna di invitarla al tavolo, cioè noi. Il suo atteggiamento ingenuo e simpatico, gli occhi grandi e vivaci, la voce intonata ne facevano un essere capace di appagare tutti i sensi in un colpo solo. Si chiamava Florence, era Franco – Austriaca, ed aveva solo diciotto anni che avrebbe compiuto l’indomani. Quando ci ha dichiarato la sua età nessuno ci ha creduto, visto che dimostrava di essere più matura e (ben) sviluppata per la sua età. Ho cercato in tutti i modi di manifestarle il mio interesse, anche con l’aiuto di un vecchio Indiano che ha cercato di combinare un fidanzamento ufficiale lì per lì. Lei si è fatte tante risatine, e poi si è andata a fare un bagno con un Tedesco dal fisico taurino che era appena arrivato, la sua voce sembrava provenire dal profondo dell’oltretomba.

Mentre passeggiavo sulla spiaggia ho incontrato un tipo assai strano: un Olandese sulla sessantina, sedeva all’ombra di una tenda autocostruita, intorno a lui sonnecchiavano tutti i cani randagi della zona. Il suo nome era Yoop, abbiamo chiacchierato un pò, ma io non capivo molto delle sue parole, sia per il suo marcato accento olandese che per i suoi repentini cambiamenti di umore e di tono. L’unica cosa che ha saputo sillabare chiaramente nel mezzo del discorso fu: “Du-yu-like-ex-ta-syyys?”. Non sapevo cosa rispondere, sembrava che me lo stesse chiedendo mio padre, e mai mi sarei aspettato che un tipo così stesse lì per venderle. Non ho saputo mentire, e dopo pochi minuti io e i Francesi avevamo raggruppato i pochi soldini per le cinque candide compresse che lui mi ha consegnato in mezzo alla spiaggia con fare quotidiano. Mi ha detto che si chiamavano “Superman”, e che secondo lui l’ideale era calarsi anche mezzo “trip” quando mi sarebbero salite le “extasy”. Se volevo aveva anche quelli… Mi ha salutato e si è fatto un tiro di coca sotto la tenda tra i cani randagi, poi è uscito con le cuffiette in testa e si è messo a ballare goffamente sulla spiaggia, agitando al vento un pareo psichedelico. Quando sono tornato da Edu e Arnaud loro ancora lo guardavano allibiti: “Devono essere buone!” mi hanno detto…

La sera eravamo in un bar – ristorante dove andavamo spesso. Ci aveva colpito il fatto che malgrado avessero un’ottima selezione musicale ed un impianto potente non organizzassero mai nessuna festa la sera, c’era addirittura un grande locale seminterrato dove poter fare tutto il baccano che volevamo fino a tardi. Il loro bar era sempre vuoto, così mi era venuta l’idea di organizzare una festa. Visto che qui tutti ne erano alla spasmodica ricerca, sarebbe bastato dirlo nei posti giusti ed il tam-tam dei “ravers” avrebbe fatto il resto. Il direttore del ristorante è stato molto contento dell’idea, quando gli ho chiesto perché non lo facessero mi ha risposto candidamente che non ci avevano mai pensato. Questo è stato il mio primo approccio al mondo del “business” con gli Indiani, ma non mi sono stupito più di tanto. Se un Indiano dovesse sapere che ha una miniera d’oro sotto i piedi difficilmente avrebbe l’iniziativa di armarsi di una pala e scavare, ma aspetterebbe che qualcuno (magari di accento anglosassone) lo frusti per farglielo fare.

Era la prima volta che non mi annoiavo o che non mi prendeva l’insofferenza da vita di spiaggia. In tutte le altre occasioni simili non sono mai riuscito a star fermo sotto il sole o a passare le ore nei bar. A Vagator invece mi si era spento il cervello, potevo stare un giorno intero a guardare le onde che si sdraiavano oziose sul bagnasciuga, tutte uguali e prevedibili, eppure sempre interessanti. La non operatività è interrotta solo da lunghe e rilassate passeggiate sulla riva o da qualche nuotata. La combriccola internazionale della mezza dozzina dei soliti frequentatori del bar sotto le palme ciondolava in conversazioni lievi e bonarie, le mie energie erano rivolte prevalentemente ad entrare nelle grazie di Florence e a rollare qualche canna che mi conferiva uno sguardo lattiginoso che non mi aiutava per nulla. Quando le ho annunciato della festa organizzata in suo onore ha detto: “Oh! I’ttalian…” e mi ha ricompensato con un sorriso solare.

Vagator 5. 12. 1999

La giornata è stata spesa per completare l’organizzazione della festa: in un internet cafè ho scritto al computer dei rozzi volantini che ho poi distribuito anche con l’aiuto dei due Francesi, i quali si sono molto appassionati alla costruzione di questa mia love-story tropicale.

Quando sulla spiaggia Florence ha annunciato alle sue amiche di ciò che avevo fatto per lei, loro si sono commosse e mi sono venute a saltellare intorno e a dirmi quanto ero stato carino… Un altro gradino verso Flo era stato salito, mi impegnavo totalmente in quella scalata che mi ha riempito gli ultimi giorni di nullafacenza alla quale mi stavo abbandonando di gusto. Così sono partito carico di energie e dei volantini verso altre spiagge lontane. Era quasi il tramonto, e la moto era lanciata a tutta birra per le stradine di campagna, svicolando tra mucche e bambini, ciclisti e galline. Consegnavo bigliettini a chiunque senza scendere di sella, e tutti mi chiedevano sospettosi se era una festa che sarebbe andata avanti nella notte o se alle nove sarebbero venuti gli sbirri a sbaraccare tutto. Io ero contento come un ragazzino davanti all’uovo di Pasqua, non vedevo l’ora di arrivare a Vagator per rivedere Florence. Chi si è intromesso tra di noi è stato un’altro infido e silente “speed breaker”; l’ho riconosciuto quando ero a pochi metri da lui, l’unica cosa che potevo fare era reggermi forte e l’ho fatto. Ho cercato di ricordare la posizione di chi fa motocross e si trova più o meno nella mia situazione, ma non ho fatto in tempo a metterla in pratica. L’impatto mi ha confuso l’ordine di vari organi interni, ed un istante dopo ero di nuovo a volare, di nuovo quella magnifica esperienza che a pochi è data la fortuna di provare due volte. L’esile struttura della Yamaha, oramai sospinta verso il cielo dal suo vigoroso motore non offriva certo la stabilità della moto con cui avevo fatto il volo di prova; come una zanzara è atterrata puntando verso una fila di alberi. Oramai avevo abbandonato la strada asfaltata e correvo zigzagando sul brecciolino senza ancora aver deciso se fermarmi su un albero o buttarmi nel fosso. Ho deciso di frenare, e la ruota di dietro si è inchiodata iniziando una lunga e fumosa sgommata. Sono riuscito a ritornare in carreggiata, ma contromano; un’altro motociclista ha dovuto fare una sterzata improvvisa urlandomi qualcosa. Alla fine la motoretta si è fermata, avevo voglia di scendere, fumare una sigaretta, tornare indietro (a piedi) fino a quel dosso e prenderlo a calci e sputarci sopra. Ma Florence mi aspettava e la vendetta si consuma fredda. Quando sono arrivato al locale la festa già doveva essere iniziata, ma non c’era ancora nessuno a parte Eduardo e Arnaud dietro due birre con aria incerta. Per essere previdenti ci siamo calati i “Superman”, la musica ancora non era partita, perchè gli Indiani avevano aspettato che facesse buio per montare l’impianto stereo e le luci. Dopo un’ora l’amplificazione ancora non funzionava, quello che doveva essere l’esperto di hi-fi di Vagator infilava cavi elettrici qua e là nell’oscurità più completa. Uno dei camerieri cercava di illuminare la scena con dei fiammiferi che immediatamente si spegnevano al vento. Un altro cameriere stava lì per ripararlo con le mani un altro ancora stava a guardare. Cominciava ad arrivare gente che non sentendo la musica andava via; io desolato dalla scena patetica che i “tecnici del suono” indiani mi avevano dato, sono tornato al tavolo dove erano i Francesi. In quel momento di sconforto, come un’ondata di acqua bollente ci sono salite le pasticche all’unisono. Le gambe ci si muovevano da sole, avevamo voglia di ballare e la coscienza mi imponeva di andare dagli Indiani, sgridarli e galvanizzarli, ma quando sono arrivato lì il direttore aveva dato ordine ai camerieri di preparare un tavolo ben imbandito pieno di palloncini su cui sarebbe stata servita la torta. Tale mossa strategica unita ad altri effetti chimici ha inibito la mia cattiveria, ho pensato di dirgli: “Ma cosa cazzo state facendo branco di rincoglioniti incapaci! Non vedete che non entra nessuno mentre voi attaccate i palloncini?!”, invece quello che mi è uscito è stato un sorriso stupido e pieno di commozione. A questo punto è arrivato Roman, un Olandese squadrato, dagli occhi di ghiaccio e alto due metri, noi al baretto sulla spiaggia lo chiamavamo affettuosamente “Robocop”. Si è calato anche lui una pasticca e si è messo subito al comando della sgangherata squadra di tecnici, lo vedevo impartire ordini col ditone alzato, mettendo in riga gli Indiani e facendo spostare casse acustiche e proiettori. Poco dopo, grazie alla direzione occidentale, una cascata di note si è riversata sul piazzale, le lucine colorate sfavillavano e il direttore è accorso preoccupato del frastuono. Era certo che richiamasse le guardie e così ha abbassato il volume. E’ iniziato un tira e molla tra lui e Robocop, con prove audiometriche eseguite nei dintorni, finché, raggiunto un accordo, la manopola del volume è stata bloccata con lo scotch. Finalmente il direttore ha portato il suo repertorio musicale che si riduceva a otto cassette, di cui due di John Denver, cinque di musica indiana e una indefinibile. Tra mille sorrisi imbarazzati non hanno saputo spiegarmi dove fosse finita la collezione di musica underground che sentivamo di solito in quel locale. Intanto delle tristissime note di musica country avevano ormai invaso la sala gettando tutti in un mare di malinconia. Io stavo assistendo alla scena del mio disastro, Presto Florence sarebbe arrivata trovandosi davanti questo spettacolo desolato in quello che doveva essere il suo giorno più bello. Fu allora che lo vidi: l’unico che poteva salvare la situazione ha sceso la scala nell’indifferenza generale, nessuno conosceva quel ragazzino pallido e rotondetto con la borsa a tracolla e la maglietta hi-tech. E’arrivato al nostro tavolo dove si rollavano tristi canne mentre attendevo il momento della vergogna. I due Francesi mi battevano rincuoranti pacche sulle spalle dicendomi che avevo fatto di tutto… “Hi, I’m a deejay!”, ha detto il piccolo, chiedendoci poi se era possibile suonare lì. Ci siamo ripresi dal torpore: “Comecomecome !?”. L’infante dai boccoli d’oro ha preso ai nostri occhi le sembianze di un angelo, ci ha sfoderato uno studio di registrazione miniaturizzato che teneva nello zainetto, insieme ad una miriade di mini cd. “Ma quanti anni hai?” gli ho chiesto, “Quattordici!” ha risposto…

Poco dopo la musica è partita, sotto la regia di un mini professionista il circondario è stato invaso da una tempesta di note elettroniche, e subito ha iniziato a confluire una gran massa di persone, i camerieri non abituati a tutta quella confusione erano nel panico. Il direttore si asciugava il sudore aspettando la polizia da un momento all’altro… Quando il piazzale era pieno di scatenati che ballavano è arrivata finalmente Florence, più bella di come si potesse immaginare, in un vestito giallo che le aderiva alle curve e la illuminava come una cometa sensuale. Ovunque passava tutti si giravano a guardarla, lei si lasciava dietro una scia di profumo e di passione. Si è “calata” anche lei, e ci siamo lanciati a capofitto nel vortice delle danze: guardarla muoversi era un’estasi per gli occhi e un esperienza irripetibile. Edu e Arnaud mi hanno sgomitato dicendo: “E’ tua, bel colpo Italiano!”. E’ arrivato pure Yoop col suo seguito di cani randagi, una maglietta lisergica e un cappellino da baseball; era già fatto come una pera, si è bevuto un whisky indiano ed è saltato in mezzo alla pista ululando. Dopo un po’ Florence è arrivata da me con un tizio Inglese e me lo ha presentato, era il suo fidanzato appena arrivato dagli antipodi per rovinarmi la festa. Flo allora mi annunciava che per lei si era fatta una certa, e mi salutava con un bacino sulla fronte. Io non me la sono presa troppo, per me era un piacere solo guardarla e farci lo stupido. Per consolarmi ho rimorchiato una Svedese dopo averle ballato sui piedi per tutto il resto della serata. A quel punto il direttore con aria imbarazzata è arrivato per dirmi che la polizia era giunta, e che servivano duecento dollari per continuare la festa. Gli ho detto che o li tirava fuori lui (visto che gli avevo riempito il locale) oppure tornavamo tutti a casa. Lui ha detto che quei soldi non li aveva… Solo a quel punto è riapparso Robocop che non avevo più visto, tutto sudato e su di giri. Mi ha detto: “What a fuckin’night!”, ha preso una birra ed è sparito di nuovo. Il giorno dopo saprò che è stato tutta la notte a fare la spola tra il direttore e i poliziotti, i “rickshaw wallah” (ovvero gli autisti dei mototaxi, che pare detengano un gran potere), ed i negozianti. Questo come mediatore di tanti interessi diversi. A Goa riuscire a sentire la musica fino a tardi è una questione di equilibri delicatissimi che si sostengono su una trama di amicizie e bustarelle. E’ un fatto che colpisce tutti i turisti a Goa. C’è di tutto ma manca la cosa principale: la musica. Ormai eravamo abituati a sentire bande di motociclisti che quando venivano buttati fuori dai bar andavano su e giù per le strade in cerca di qualche festa che raramente si trovava…

Invece noi abbiamo continuato fino alle tre, e ci siamo divertiti come non mai. In parecchi nei giorni seguenti mi fecero i complimenti, anche se credo il merito fu delle qualità diplomatiche di Robocop. A volte mi stupiva: il suo carattere non si rispecchiava nell’aspetto, spesso aveva dimostrato un animo sensibile e romantico, una specie di schietto cavaliere nordico del terzo millennio.

Vagator 6. 12. 1999

Robocop si era esaltato, e l’indomani voleva fare un’altra festa, ha conosciuto i pescatori che la notte ritiravano le reti in spiaggia, e voleva organizzare lì qualcosa che li coinvolgesse. Così io, i Francesi e una coppia di ragazzi canadesi nostri vicini di stanza siamo andati in giro per tutti i locali della zona, per pubblicizzare l’iniziativa e trovare un DJ (l’angioletto dell’altra sera era ripartito). Durante queste relazioni pubbliche sono quasi venuto alle mani con un Israeliano, che quando gli ho detto della festa ha cominciato a dire con la faccia schifata: “Come? Cosa? Che vuole questo qui?!”. Gli ho detto che lo stavo invitando ad una festa, e se avevo qualcosa che non andava. Una ragazza del gruppo ha cercato di mitigare la tensione, dicendo che il poverino non aveva capito, gli ho tolto il volantino dalle mani e me ne sono andato a cercare qualcuno più simpatico. Qui ho voglia di fare di tutto eccetto che litigare. Dopo aver incontrato in viaggio parecchi Israeliani solitamente miti e simpatici, mi accorgo che messi in gruppo sono una cosa assai nefasta per l’ambiente e per loro stessi. Ad Anjuna si vedono scorrazzare con le Enfield sempre in bande, hanno i loro locali dove se ci entri per sbaglio te ne accorgi subito dagli sguardi minacciosi. Sono quelli dall’abbigliamento più aggressivo, i più coatti, e i loro sorrisi non sono mai sereni. Mentre tutti gli abitanti del pianeta qui si mischiano, gli Israeliani sono sempre tra di loro, e dovunque stanno si sente la determinata presa di possesso del territorio. Sono gli unici che trattano gli Indiani come selvaggi sottosviluppati…

Più tardi abbiamo trovato un DJ italiano, che però non ne voleva sapere di discutere con la polizia, ha tentato di andarsene, ma noi l’abbiamo inseguito nella notte e l’abbiamo obbligato ad accompagnarci da un suo amico che aveva i dischi e la possibilità di farli girare. Stavolta il DJ aveva dodici anni, timido come un cucciolo cresciuto nella solitudine della sua passione. Ci ha detto che doveva chiedere il permesso per venire a suo padre. Poco dopo è tornato deluso dicendo: “Mio padre non vuole!”. E così sfumava la possibilità di fare un’altra festa.

Vagator 7. 12. 1999

Seduto accanto al proprietario del ristorante che in silenzio affettava il prezzemolo, guardavo un pescatore che trascinava un pezzo di legno sulla spiaggia. Yoop si era appena calato la pasticca del mattino e ballava con le cuffiette ed il pareo. Cominciavo ad abituarmi a quelle strane consuetudini… Ma era quasi giunto il momento degli addii, ho riconsegnato la moto e l’ho salutata, così ho fatto con gli amici della capanna sul mare, i due Francesi e i due Canadesi con le guance rosse e lo sguardo che mira lontano. Ho preso un autobus fino alla stazione dei treni insieme a Robocop che aveva deciso di girare per l’India. Era la prima volta che viaggiava da solo in un altro continente, ma con quel fisico da gladiatore e il suo carattere non avrebbe avuto alcun problema, lo rassicurai. Ci siamo scambiati le e-mail e ci siamo salutati fraternamente. Malgrado diversi tentativi non lo avrei più risentito.

 

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