Vagabondages – Quaderni dall’India

di Elda Torres –
Karachi, Pakistan, 5 ottobre
Lunga notte di sosta a Karachi, in scalo transito per Bombay.  Sala d’attesa tutta bianca, sedie scomode, bar sfornitissimo, solo acqua, aranciata e pseudocola, tre negozi di artigianato pakistano. Conto nove europei in mezzo alla folla di arabi, indiani e nepalesi.

Quasi l’alba quando le donne mussulmane, finendo di avvolgersi nei lunghi pepli neri, sciamano dalle toilettes dove hanno appena fatto le abluzioni mattutine. Mettersi in fila per essere tutti accuratamente perquisiti è cosa lunga, due belle file distinte, una per gli uomini, l’altra per le donne. Agita un metal detector la poliziotta pakistana vestita all’occidentale, con gonna al ginocchio, camicia e berretto; apre veli, palpa addosso e ispeziona ogni borsa. Per la fila degli uomini è lo stesso. Dopo la crisi del ’71, lo stato di tensione tra i due paesi, Pakistan e India, pare continuare.
Giorno fatto, già molto caldo, quando l’aereo si alza finalmente in volo e sotto la città desolata si estende in un paesaggio arido e brullo. Diretti a Bombay, degli europei siamo restati solo noi, gli altri passeggeri: qualche mussulmano dal ventre prominente col fez in testa e gilet di lana colorata, vecchi indù magrissimi vestiti di mussola bianca, e alcuni giovani indiani con camicie cucite addosso e pantaloni a zampa di elefante. Con uno sguardo ammiccante ci mostrano fieri il loro duplical, così chiamano una radio registratore di grandi dimensioni, esibito sopra la spalla, chiaro segno del cambiamento, del desiderio di ingresso nella modernità delle nuove generazioni. Di quelle almeno che si possono permettere di viaggiare in aereo.

Arrivo a Bombay
Una burocrazia lenta, in fila per ore e ore, in piedi, in attesa di far visionare passaporti e visti, mentre una folla innumerevole di visi spiaccicati sulla vetrata guarda da fuori. Dopo la dogana, ancora calca, la folla strabocca e preme alle transenne che regolano l’uscita con mille braccia e mani che si tendono verso di noi che stiamo passando in mezzo. Mi sento come un animale allo zoo, anche per un fatto estetico-iconico, ho messo per il viaggio dei pantaloni e una camicetta, ma all’improvviso mi sento totalmente estranea all’estetica del luogo.
Una ventata d’aria calda ed eccoci infine sotto il sole dell’India. Il piazzale è pieno di taxi, ma i tassisti stanno pigramente appoggiati alle vetture, scuotono la testa e indicano altrove. Nel giro di tre minuti si sono formate frotte di bimbi intorno che chiedono soldi con le piccole braccia e mani allungate verso di noi, piccoli come sono vorrebbero portare le nostre valigie, non sanno che sono pesantissime e mai permetteremmo una cosa del genere. Ecco che gesticolando e vociando contro quei ragazzini, arrivano due lunghi individui, magrissimi, cenciosi, un turbante in testa e un piccolo quadrato a scacchi per coprire il pube, due coolies come qui chiamano i facchini. Senza chiederci nulla hanno caricato i nostri bagagli sopra la testa e le spalle, subito dopo si allontanano velocemente sulle lunghe gambe rinsecchite. Non ci resta che seguirli, insieme a noi si sposta il corteo dei ragazzini che sono diventati in un quarto d’ora ancora più numerosi. Occhi neri intensi e mani tese intorno, da tutte le parti tirano i nostri vestiti e si allontanano solo dopo l’immancabile distribuzione di monetine, più volte ripetuta. Altri a gruppi stanno arrivando, mentre stiamo pagando i coolies ed entrando in taxi.
Il paesaggio ha colori sgargianti. La luce adesso sta diventando dorata, molti alberi di banani nell’orizzonte piatto ma verdissimo che sfuma lontano nella caligine. Sui prati a perdita d’occhio panni stesi ad asciugare, tutte le sfumature dell’arancione, e poi i gialli, i turchesi, i viola, mille tipi di rossi, più sanguigno, meno acceso, carminio, amaranto.
Seminascoste dagli alberi, tra la vegetazione, compaiono i primi gruppi di piccole capanne, fatte di impasto di terra e foglie di cocco, umili donne con grandi ceste in capo camminano svelte ai bordi della strada con portamento da regine. Un camion ci sorpassa strombazzando come un ossesso, dietro è pieno zeppo di giovani uomini, accatastati gli uni sugli altri, quando ci vedono cominciano a lanciare sorrisi e grida.
Man mano che ci avviciniamo alla città, il traffico aumenta. Una periferia di baracche, la maggior parte in lamiera, grandi cortili brulli dove i bimbi giocano tra caprette, polli in libertà e panni stesi. Una marea di gente formicola ovunque intenta alle occupazioni più varie: lavano, cucinano, intrecciano fili di paglia, evacuano, tutto all’aria aperta, sulla strada.
Approssimandoci al centro, il traffico diventa sempre più convulso, disordinato, caotico al massimo, rumorosissimo. Tutti strombazzano come pazzi, moto, auto, taxi, piccoli camioncini, biciclette, carri di buoi, bus stracolmi. Una follia. A ogni semaforo, subiamo l’assalto delle frotte di ragazzini che arrivano come fulmini a chiedere soldi, facendo finta di pulire il vetro. L’inquinamento dell’aria è altissimo, orribile puzza di scarichi di macchine.
La grande baraccopoli continua per chilometri e chilometri, poi cominciano a vedersi piccole case in muratura, o in legno, aperte sulla strada, tante piccole scatole una accanto all’altra dove si muove il popolo degli artigiani: falegnami, fabbri, calderai, sarti. Dietro, in seconda fila, si stanno costruendo palazzine di tre, quattro piani, che non ancora terminate, hanno i muri già mangiati dall’umidità salmastra. Interi quartieri mercato, le botteghe si aprono sulla strada, cariche di merci esposte, moltissimi gli oggetti inutili o facenti parti del superfluo, piccoli giochi, pupazzetti, mille altre cianfrusaglie. I tabac-shop sono quadrati ricavati nel muro a un metro di altezza da terra, dentro vecchi magri seduti nella posizione del loto con accanto ceste colme di foglie di menta e di betel. Le donne hanno fiori freschi nei capelli, sempre lunghi, tenuti stretti alla nuca. Sono bellissime.

REX Hotel
Arriviamo infine nel quartiere di Colaba, al nostro albergo, il Rex. Da fuori l’edificio ha un aspetto piacevole, la facciata guarda il porto e ha tanti piccoli balconi di legno intagliato e dipinto. Vicino il grand hotel Taj Mahal risplende nella luce dorata.
Abbiamo prenotato una stanza al Rex perché sulla guida è scritto acqua corrente in camera e deliziosi balconi sul porto, ma il ragazzo alla reception, in divisa verde militare con galloni dorati, saprò poi che in altro orario fa il poliziotto, dice che almeno per una notte non sono disponibili stanze con bagno né balcone. Domani forse. Dopo la notte insonne a Karachi, troppo stanchi per cercare un altro hotel. La stanzetta che ci viene data è all’ultimo piano, sotto tetto, quattro piani in ascensore e l’ultima scala è di legno a pioli, c’è una finestra minuscola che da su un muro di fronte, soffitto basso e pendente, nemmeno uno spiraglio di luce indiretta. Rischio un attacco di claustrofobia, mi stendo sul letto, chiudo gli occhi, cerco di pensare che domani andrà meglio, ma ho la mente sovraccarica di pensieri inutili e negativi. Cado nel sonno senza rendermi conto, mi sveglio alle undici e mezzo del mattino dopo, immersa in un bagno di sudore, la sensazione claustrofobica non è ancora passata, anzi è aumentata. Da fuori giungono profumi di spezie, voci e suoni. Scendo al piano di sotto per fare una doccia perché ora quello che voglio è uscire all’aria aperta. La stanza da bagno mi fa orrore per quanto è sporca, solo acqua fredda che viene a gocce, il sistema che escogito è quello di bagnare un asciugamano di lino che ho portato in valigia e faccio un bagno di frizione. Quando rientro nel sottotetto, nonostante fuori sia mattino accecante di luce, dentro nessun riverbero. Infine esco con la speranza di cambiare camera entro la giornata, se così non fosse dovrò cercare un altro hotel.



A spasso per la città
Ho appena messo piede fuori sul marciapiede che arriva ad allungare una mano verso di me un giovane senza gambe che mi guarda muto, supplichevole, ha occhi profondi, intensi, cui non resisto; cerco qualche moneta che lui prende bilanciando il peso sul braccio sinistro, all’inguine ha legato un piccolo cesto dove mette il denaro, poi si allontana camminando con le braccia. Mentre resto qualche istante a guardarlo allontanarsi, turbata dall’incontro, con la guida della città in mano, ancora indecisa sulla direzione da prendere, ecco che all’improvviso ho intorno un folto gruppo di bimbi e ragazzetti che chiedono soldi. Il mio manuale dice che per evitare questo non avrei dovuto dare niente a nessuno, mai mettere mano al portafoglio, bisogna seguire l’esempio dei bramini che vanno in giro senza mai avere nulla in mano. Ma l’errore, se di errore si tratta, l’ho già fatto. Distribuisco monetine a tutti, ecco arriva un altro gruppo, altra distribuzione, ne arrivano ancora altri che se vanno solo dopo aver visto che nel mio portamonete non ci sono più spiccioli.
In giro per la città: sono stupita del fatto che il contemporaneo si intrecci all’arcaico in maniera stupefacente, tutto mescolato, non riesco a capire come la cosa avvenga in maniera tutto sommato armonica. Folla straripante, traffico caotico in cui carri di buoi si mescolano alle auto, le apette sfiorano le bici, i bus, i camion, tutti insieme disordinatamente. Mi resta assai difficile riuscire ad attraversare la strada.
Colori forti e tanti insieme, sovrabbondanza di profumi, nenie e musiche che provengono da ogni dove. Sono colpita dalla bellezza delle donne che avvolte in shari di seta escono sorridenti dal Taj Mahal, saprò qualche giorno dopo che almeno alcune di loro sono prostitute d’alto bordo. Mi trovo lì accanto e dal momento che debbo mangiare, decido di entrare per fare una ricca prima colazione. Dentro domina il colore bianco, grandi piante, quasi alberi, crescono lussureggianti, lusso evidente ma con gusto, i clienti sono bramini vestiti di tuniche candide e sikh dai turbanti rosso vinaccio. Sono meravigliata e affascinata dalla bellezza del luogo.
Mi accomodo su un tavolo in veranda, accanto ci sono cespugli fioriti, bellissimi fiori carnosi, forse ibiskus. Ho bisogno di smaltire la notte passata nel sottotetto senza aria, ancora immersa nelle mie abitudini europee chiedo un caffé con latte, mi portano due bricchi, ma il caffé è cattivo, il latte è annacquato e sembra quello in polvere, mangio frutta piuttosto che è squisita, e poi su consiglio del cameriere bevo per la prima volta un thai che trovo buonissimo.
Con la guida sottomano faccio programmi su quanto voglio assolutamente vedere a Bombay come altrove: Mahalaxmi temple, l’isola di Elephanta, Chanderpath temple, quello di Shiva a Mangueshi, quello di Vishnoo a Mahalasa, Old Goa e a seguire… passando per Margao o Marmagao o Mormugao? forse corrispondono tutti ad uno stesso luogo?…
Dopo colazione visito l’hotel, dalla terrazza del primo piano guardo il mare, la spiaggia lunghissima e le torri dei Parsi, i seguaci di Zoroastro, dove un tempo costoro mettevano i cadaveri perché fossero divorati dagli uccelli rapaci.
C’è un dedalo di stradine a est di Colaba, mi ci inoltro attratta dal ritmo ossessivo di una musica che prevale sulle altre, mi ritrovo davanti a un piccolo tempio di Krishna aperto sulla strada. Dentro un suonatore picchia instancabile su una serie di piccole campane, su tamburi e altri metalli, mentre un giovane sacerdote dalla carnagione chiara, quasi biondo, vestito solo di un minuscolo telo come perizoma, danza convulsamente su un altare davanti ad una piccola statua del dio. L’atmosfera non è affatto mistica né meditativa, piuttosto festaiola invece. Sembra lo spaccato di una casa, da un lato un gruppo di donne sedute in modo rilassato stanno facendo chiacchiere ridendo tra loro, qualcuno arriva con corone di rose e gelsomini, qualcun altro con una piccola ciotola con dentro una banana e una noce di cocco. Festa pagana ai miei occhi, la cerimonia va avanti con l’officiante che continua a danzare con gesti vagamente froceschi, muovendo un candeliere con cinque fiammelle davanti alla serie di pitture alle pareti che penso riproducano le gesta del dio. Mi colpisce la foggia del candeliere che ricorda quella ebraica, con i bracci che giungono tutti alla stessa altezza, anche la cerimonia evoca una specie di via crucis priva di dolore.
Quando esco da lì, continuo a camminare senza troppo riflettere, le strade traboccano di gente, i marciapiedi ingombri di ceste di banane, accanto donne accoccolate a terra con in bocca grosse sigarette che assomigliano a spinelli, gridano incessantemente “dieci banane tre rupie”, sorridono mostrando denti neri. Un gruppo di vecchie vestite di stracci mi avvicinano mostrandomi sete finemente ricamate ma fragili come carta, o giocattoli che appena in mano si rompono. Ne acquisto uno come ricordo: un minuscolo uccello piumato, multicolore, che si dondola su un asticella. Lo infilo in borsa e lo ritroverò rotto senza averlo più toccato.
Le case in queste vie sono come piccole scatole, a un solo piano aperto sulla strada, case laboratorio e insieme botteghe dove dentro i sarti sono chini sulla macchina da cucire, in un’altra via lavorano il cuoio, in un’altra il ferro, in un’altra ancora sono calderai, fanno brocche di ottone e rame, strumenti musicali. Mi accorgo ad un tratto di essermi allontanata troppo, baracche di lamiera hanno preso il posto delle piccole case, sono sempre calderai quelli che le abitano, ma a un livello più basso perché costruiscono pentole. A questo punto con i miei pantaloni bermuda blu e maglietta marinara a righe mi sento totalmente fuori posto, frotte di bimbi mi circondano, tutti mi guardano con curiosità. La strada è ora uno stradellino di terra battuta dove insieme agli umani si muovono capre, galline, cani. Gli adulti, uomini e donne, sono intenti alle loro occupazioni: battono il ferro, cucinano, lavano, stendono panni, evacuano, tutto davanti casa, sulla strada che non è più una strada ma uno spazio del tutto occupato dal formicolio dell’andirivieni. Sono diventata l’attrazione del momento, mi circondano e mi parlano in una lingua per me incomprensibile, hanno occhi che brillano, sembrano febbricitanti.
È scesa improvvisa la sera, c’è poca luce, solo quella di qualche rara lampadina attaccata alla meno peggio su qualche palo, candele e torce dentro le miserevoli baracche, solo qualche stuoia sulla terra battuta. Torno velocemente sui miei passi seguita dalle frotte di bimbi nudi che non mi mollano, ho finito le monete, scopro di non avere più denaro con me, nemmeno i soldi per un taxi. Ritrovo la via che suppongo dei calderai, ma le botteghe hanno chiuso e il paesaggio è ai miei occhi del tutto mutato, non riesco più a trovare punti di riferimento, vado avanti ma non riconosco nulla, cerco di trovare i nomi delle vie ma sono in hindi, per me incomprensibili. Non c’è più nessuno per strada, deve essere tardi.
Vago senza sapere dove sto andando, cerco di chiedere informazioni. Continuo a camminare tentando di razionalizzare ma è passata quasi un’ora e non so davvero in quale parte della città io sia finita. Quando trovo un thai-shop aperto chiedo di nuovo, il mio punto di riferimento è la Porta dell’India, l’uomo mi indica una direzione e mi ci dirigo. Percorro una lunga via dove intere famiglie dormono a terra, molte biciclette, qualche auto, nessun taxi. Non riesco a rendermi conto di quanto io abbia camminato, il paesaggio mi è talmente estraneo che faccio fatica a capire quale delle tre strade che mi trovo di fronte io debba imboccare. Resto perplessa per qualche istante, vado a destra, sinistra o diritto? Intorno il brulichio della città, la folla che abita per strada sta sistemando il proprio posto sul marciapiede per passarvi la notte, anche qui c’è differenza di censo, i più ricchi tra loro hanno stuoie, altri solo cartoni, altri ancora nulla.
Rumori indistinti di sottofondo tra i quali ecco arrivarmi un lontano suono di campane. All’istante decido di seguirlo, percorro per una diecina di metri la via di destra, ma il suono è scomparso, torno indietro, imbocco la via centrale, faccio ancora qualche passo, il suono si è attutito, torno ancora indietro e prendo a sinistra, lo scampanio arriva più netto, quasi corro adesso perché l’intuizione iniziale diventa sempre più speranza concreta. Il suono delle campane di Krishna diventa infatti sempre più forte. Adesso giro intorno all’angolo e mi ritrovo davanti il piccolo tempio che avevo visitato qualche ora prima. La via qui è affollata, piena di gente, di traffico, anche di taxi, ora so da sola ritrovare la giusta direzione e infatti in nemmeno cinque minuti sbuco sul piazzale della Porta dell’India.
Resto qualche momento a guardare il mare nella notte calda della metropoli tropicale: nel cielo turchino attraverso il grande arco sul mare, detto appunto Porta dell’India, costruito in stile ibrido nel 1911 per una visita dei reali inglesi, già occhieggia il primo spicchio di luna nuova. Sotto, su grandi panche di legno, ragazzetti e giovanotti a petto nudo, scalzi, con solo un panno bianco intorno alla vita, mondano frutta e la dispongono ad arte su grandi foglie come vassoi. La mia netta sensazione, dopo la mia prima giornata qui, è di star compiendo un tuffo nel passato che invece è presente.

In compagnia di Majid
Davanti ad ogni albergo, modesto o di lusso che sia, sosta perennemente una piccola folla di questuanti che attende i turisti, in uscita e in entrata. Un modo come un altro per tentare di rimediare la giornata per certi gruppi del quartiere.
Dopo tre giorni che siamo a Bombay sembra che ci conoscano in molti. Al mattino gruppi di ragazzetti in jeans, le gambe ciondoloni dal muretto, appena ci vedono saltano agili in piedi e vorrebbero divenire nostri cavalieri serventi per qualche rupia donata, gli storpi allungano muti le mani con occhi imploranti, i tassisti offrono droghe e chiedono alcol, domandando poi il triplo del prezzo della corsa. Ogni tre passi si avvicina qualche giovane intraprendente che spiccica qualche frase anche in italiano, propongono tutti business di n’importe quoi.
Quando a sera rientro al Rex Hotel, la hall è piena di arabi, un vecchio ammantato aspetta l’ascensore circondato dal gruppo delle donne, tutte avvolte in sete nere, le più giovani abbassano lo sguardo, occhi vivaci sottolineati da kajal, subito fanno il gesto di coprirsi il viso alla vista del ragazzo dell’ascensore. Saprò il giorno dopo che sono tutti iraniani, ce ne sono molti anche fuoriusciti dall’epurazione di Komeini, ma costoro, uomini e donne, vestono all’occidentale.
A informarmi è un altro ospite, giovane ingegnere angloindiano che parla, oltre che un ottimo inglese, anche un discreto italiano. Vive abitualmente a Delhi, da quando è tornato in India dopo aver studiato e lavorato in Inghilterra, sta passando due settimane a Bombay in visita alla città, ad alcuni parenti che non incontrava da anni. È molto simpatico, mi piace molto il sincretismo personificato in lui tra oriente e occidente.
Sarà lui, Majid, ad essere nostro compagno e guida per le due settimane che restiamo in visita alla città. Due suoi amici che conosco il giorno dopo sono colti come lui, possiedono videocamera, macchina per foto, e altra strumentazione tecnologica; i cugini, che qualche giorno più tardi incontro di sfuggita nella hall dell’hotel, sono invece gente più semplice, parlano inglese con il tipico accento indiano e quando parlano con Majid usano un dialetto hindi.
Dal balcone della mia stanza, sorseggiando un thai, guardo la luce dorata che inonda il mare al tramonto, le grandi foglie di cocco si agitano al vento della sera mentre neri corvi appollaiati sui rami gracchiano instancabilmente.

Le tante anime della città
Per merito di Majid scoprirò nei giorni seguenti le tante anime di Bombay, da quella più vicina al modello occidentale a quella arcaica. Nella città la presenza della colonizzazione inglese è ancora viva nelle architetture di alcuni palazzi governativi, come quello dell’Alta Corte o del Governo.
Un’architettura spesso ibrida dove elementi gotici si mescolano a quelli locali, trovo stonate queste grandi costruzioni che mi sembrano innestate senza rispetto per l’ambiente originale, vi vedo il segno della cattiva coscienza dell’Europa. Majid è prudente, certo contrario alla colonizzazione, ma si dice felice di aver avuto la possibilità di studiare in Inghilterra.
Il giorno dopo, al molo sottostante la Porta dell’India, prendiamo un imbarcadero per fare un giro nel porto e guardare la città dal mare. Sulla barca c’è una numerosa famiglia di ricchi sikh, quattro bellissimi bimbi, i tre maschietti portano anch’essi, come gli altri uomini della famiglia, il turbante di mussola di seta, i cui colori sono raffinatissimi, dal rosa salmone ai rossi vinaccio, sotto, mi informa Majid, nascondono lunghi capelli; le loro donne non vestono il shari ma una tunica lunga sino alle ginocchia con spacchi ai lati e sotto pantaloni.
Fa un caldo insopportabile, l’umidità è altissima, un po’ di ristoro all’ombra sul ponte della barca. Un che di ovattato e fantastico, per via di una leggera foschia, ha tutto il paesaggio, forme arcaiche, un po’ sghembe quelle delle grandi barche deserte che sembrano abbandonate da secoli, avvolte da luce cinerea, come fossero state lasciate lì solo per estetica.
Al tramonto affittiamo una carrozzella a cavalli per percorrere in tutta la lunghezza Malabar-Hill, dove svettano, mescolate e a volte nascoste dai cantieri dei nuovi bulding, le alte torri dei Parsi, che dice Majid con mia grande sorpresa, ancora oggi vi pongono i propri morti. Lunga passeggiata a guardare il paesaggio urbano e la folla, la gran confusione delle vie indiane, dove tutto si mescola senza alcun ordine. Accanto agli evidenti processi di modernizzazione avviati al centro della città ad uso e consumo dei turisti e dei ricchi indiani, con negozi, alberghi e ristoranti all’occidentale, come dicono da queste parti, basta girare l’angolo di una via ed ecco grandi mucchi di escrementi di vacca, in attesa che si secchino per essere poi riciclati in qualche modo, abitudine di un’economia da sopravvivenza. Accanto, ma proprio accanto, si vendono fiori freschi, enormi ceste che emanano deliziosi profumi, le stesse venditrici ne intrecciano corone che offrono ai visitatori del tempio di Vishnu che è lì vicino, ma lo stesso succede davanti ai templi di Shiva e Ganesh che visiteremo il giorno dopo.
In fondo a Malabar-Hill è quasi sera, sulla spiaggia gruppi di vecchi, molte ragazzine con lunghe trecce e sottane coloratissime, qualche coppia, tutti seduti sulla spiaggia mentre l’ultimo sole inonda il mare di luce dorata. Molti i venditori ambulanti che pubblicizzano urlando la propria merce che è tutta in una cesta che portano sul capo, dentro spesso c’è anche un piccolo fornello a cherosene, padella, teiera, bricco d’acqua per fare il thai. L’India mi appare come un popolo multicolore e fluttuante che porta con sé, in una cesta sul capo, tutto, compresa una stuoia per dormire. Di venditori ambulanti è piena non solo Bombay ma tutta l’India, come scoprirò durante i miei sei mesi di vagabondaggio dal centro al sud, poi ritornando a nord
“Essere ambulanti, commenta Majid, è un modo per risolvere la propria sopravvivenza senza essere in fondo alla scala sociale perché proprio in tantissimi stanno molto peggio di loro, hanno vita da poveri, è vero, rispetto al modello occidentale, ma hanno una dignità”.

Il testo completo di “Vagabondages – Racconti dall’India” di Elda Torres, con foto di Paolo Pobbiati, e’ disponibile in formato Adobe Pdf all’indirizzo http://osper.org/vulgo/india.pdf

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