di Nigel Mansell –
L’Avenue Verte, chiamata anche Greenway, è un percorso ciclabile che collega Parigi a Londra, inaugurata in occasione delle Olimpiadi di Londra, nel 2012.
Si tratta di quasi cinquecento chilometri ricavati da tratti di antiche ferrovie dismesse, strade secondarie non trafficate e sentieri di campagna che attraversano i campi. È un tragitto perlopiù pianeggiante, intervallato da leggere salite e discese.
Quando Vanessa mi ha proposto di farlo, eravamo nel dicembre dello scorso anno, (parliamo quindi del 2025), per festeggiare i suoi cinquant’anni, non sapevo di cosa stesse parlando. Quando mi ha spiegato di cosa si trattava, ho pensato che fosse improvvisamente impazzita. Poi mi sono detto: lasciamo decantare la cosa, tanto se ne dimenticherà.
Invece non è andata così… e allora eccomi qui a raccontare la nostra Avenue Verte. Questa è la cronaca dell’avventura percorsa con le nostre biciclette MTB, cariche da far paura, tra Parigi e Londra.
Non sarà un racconto puntuale del viaggio: non mi interessa! Quello che mi è importato invece, è stato di fissare, per non perderne il ricordo, le nostre sensazioni, impressioni e pensieri. Così, in ordine sparso e non puntuale, quasi in presa diretta, infatti ho messo giù a caldo, sul taccuino di viaggio che mi sono portato dietro, ciò che accadeva e più ci colpiva. Scrivevo al momento, più spesso alla sera in albergo, prima di andare a dormire o al mattino a colazione.
L’organizzazione, è imprescindibile in questi viaggi, ed è tutto merito di Vanessa. Non si può improvvisare, ogni sera devi sapere dove dormire, non puoi metterti a cercare la sistemazione al momento, è troppo rischioso. Così Vanessa ha impostato la strategia. Con interminabili previsioni e proiezioni ha calcolato le tappe e ha poi prenotato gli alberghi, il viaggio in nave e il ritorno in treno, nel tunnel sotto la Manica. Molto utile è stato scaricare il percorso su Wikiloc, in modo da avere le mappe anche off-line. L’app provvedeva ad avvisarci con un suono contrariato ogni volta che abbandonavamo il percorso e uno entusiasta ogni volta che lo ritrovavamo.
Avvicinamento – 11 agosto 2026
Questo pomeriggio di vigilia, sono a casa da solo. Con calma ho fatto la lista di cosa portarmi dietro in questo viaggio. Ho poi caricato la bici, riempiendo le due borse laterali e quella centrale sul portapacchi posteriore. Ho dovuto anche trovare una sistemazione per la sacca, ripiegata in una forma a cilindro, che sarà quella che utilizzerò quando dovrò caricare la bici sul treno, che ci porterà indietro dall’Inghilterra. Terminate le operazioni di carico ho provato a sollevare la bici, per verificare il suo peso: mi sono spaventato! Mi sono visto la bici spezzarsi in due sotto la massa del mio corpo, quasi novanta chili e quello delle borse, forse un’altra quindicina. Poi preparo una valigia per la parte di vestiti che indosseremo a Parigi e lasceremo lì all’interno della macchina, per poi recuperarli al ritorno.
A letto mi coglie una forte apprensione. Penso al viaggio in auto sino a Parigi, mi coglie la paura per tutti i possibili inconvenienti che si potrebbero abbattere su due poveri cicloturisti. E poi c’è l’incubo dei guasti meccanici e l’ansia di trovarsi magari nel pieno di una perturbazione con una pioggia torrenziale, (neanche tanto inusuale sulle coste atlantiche), una di quelle che non ti abbandona per tutto il viaggio e ti inzuppa abiti e bagagli… Ecco, la notte prima della partenza ho dormito poco e male. Alle tre di notte poi, ero definitivamente sveglio come un grillo, non mi è restato, pure io, che dedicare i miei cri cri alla luna e aspettare l’alba: partiamo prestissimo.
Viaggio lungo, lunghissimo sino a Parigi. Con il caldo record di questa estate, che è terribile, e oltre confine è anche peggio.
Anche se siamo in agosto, è sempre difficile entrare a Parigi. Ma poi una volta dentro, lasciata la tangenziale alle nostre spalle, la sorpresa: forse per il periodo festivo, anche i parigini fuggono dalla città, specie se rovente come quest’anno. Troviamo così una Parigi quasi vuota e come addormentata, con pochissime auto e tante serrande abbassate.
Non è facile azzeccare il nostro Ibis, vicino alla Gare de Lyon ce ne sono addirittura tre, e naturalmente non centriamo il nostro. Vaghiamo ramenghi sui boulevard con i nostri trolley, mentre i tanti barboni ci osservano oziosi e intontiti, dai loro giacigli ai bordi della strada. Davanti a questi due, una coppia, ci passiamo spesso sbagliando strada. Loro ci guardano impassibili con la birra in mano, mentre noi sudiamo tirando i nostri trolley avanti e indietro.
Abbiamo lasciato il nostro Dokker, con le nostre bici cariche all’interno, in un posteggio sotterraneo a pagamento.
Appena arrivati in albergo mi sono accorto di non avere gli abiti adatti per sopportare il caldo torrido che sale dalle strade assolate. Ho dovuto correre al Monoprix vicino a noi per comprarmi un’ampia e fresca camicia di lino, che tengo quasi totalmente slacciata per non soffocare.
Abbiamo camminato tantissimo dentro Parigi, nonostante ormai fosse già calata la sera. Eppure, la sensazione è quella quasi di non muoversi, di non riuscire a coprire gli enormi spazi per raggiungere i principali luoghi di interesse. Non la ricordavo così grande, il mio contapassi segna quasi diciotto chilometri, forse sarà un dato sovrastimato, ma a me e ai miei piedi sono sembrati comunque moltissimi. Il caldo, inoltre, non ci da pace, nonostante, questo sì, una piacevole brezza soffi sempre tra gli splendidi palazzi della Ville Lumière.
A giudicare dai molti annunci affissi su muri e lampioni, anche qui sono in molti a cercare il loro gatto improvvisamente scomparso. Tutti questi gattini, sembra ci sorridano dalle loro foto affisse ovunque.
La Polizia, qui molto presente e minacciosa, in perenne stato di agitazione e in tenuta antisommossa con i fucili mitragliatori bene in vista, fa i suoi show. Prima tutti sulla Rive Gauche, con macchine e furgoni che corrono a tutta velocità con le sirene spiegate: tutti verso la Tour Eiffel! Poi dopo un poco tutti indietro sulla Rive Droite. A volte sembra che Parigi sia in preda di una crisi di nervi e allora si scatena il caos, per poi, fortunatamente, tornare a una calma da cartolina turistica, con la Senna che scorre silenziosa sotto i ponti monumentali. Quando le sirene si tacciono, si alza una leggera brezza che scompiglia le foglie degli alberi e noi, da uno della decina di ponti, osserviamo i bateaux mouches scivolare sull’acqua sotto di noi.
Ma c’è ancora più pace nella Place des Vosges: così verde, così quadrata, così perfetta e parigina.
Dopo la cena nei Marais, passeggiamo al buio tra le piramidi di vetro del Louvre, mentre una soprano sfrutta la cassa armonica dei portici e si sgola per la gioia dei turisti.

Parigi -12 agosto 2026
E c’è questa Coulée Verte, l’ex tracciato della Ferrovia tra la Bastille e Vincennes, trasformato in una passeggiata sopraelevata tra i quartieri di Parigi. Camminiamo immersi nel verde, all’altezza del terzo o quarto piano dei palazzi dagli splendidi tetti spioventi in ardesia, forati da incantevoli abbaini. La strada con i suoi taxi e autobus, rimane sotto di noi, qui sopra solo gente che passeggia o al massimo corre tutta sudata.
Che qui qualche linea della metropolitana abbia le ruote come gli autobus, e non viaggi su rotaia, è proprio una cosa curiosa.
Quando dalla Place de la Concorde vedo in fondo agli Champs Elysées, l’Arc de Triomphe quasi mi commuovo per la bellezza di questa favolosa città. E mi commuovo davvero quando dalla spianata del Trocadero vedo la Tour Eiffel in tutta la sua bellezza, proprio lì sotto, pronta a farsi fotografare. Mi sovvengono le immagini di Hitler, quando appena conquistata la Ville Lumière, tronfio dei suoi successi militari, si fece fotografare qui, proprio come sto facendo io ora. Dopo ottant’anni tutto sembra ormai lontano, dimenticato e si spera superato per sempre.
Girando a random per i magnifici quartieri di questa città, facciamo cose stupide da turisti, come farci fare delle finte foto di inizio secolo, dove poi appariamo nella prima pagina di un vecchio quotidiano. Mi siedo in una di quelle invitanti sedie di metallo, che qui trovi dappertutto nei parchi. Sono nel Giardino delle Tuileries, creato dalla nostra compatriota Caterina de’ Medici: abbiamo dato tanto alla Francia, a iniziare da Napoleone. Comunque mi metto comodo, mi rilasso, allungo le gambe, osservo in lontananza la Ruota Panoramica parallela a Rue de Rivoli, che gira lentamente… e… E mi addormento, quando mi risveglio scopro che Vanessa mi ha fotografato mentre dormivo a bocca aperta.
Oggi sono più di venti i chilometri di strada fatta a piedi, anche se abbiamo sfruttato molto la metropolitana per spostarci dalla Tour a Montmartre e poi al nostro albergo che è in zona Bastille.
Per cenare andiamo in zona Saint-Germain, mentre tutti in strada guardano il cielo ammutoliti, come se aspettassero un’inevitabile fine del mondo. Con il naso all’insù e gli occhi protetti nei modi più curiosi e buffi, osservano l’eclissi lunare. Noi ce ne disinteressiamo, anche perché i media ci hanno angosciato con le loro avvertenze e ora abbiamo paura di rimanere accecati.

1° giorno Parigi-Vernon – 13 agosto 2026
Un po’ sono preoccupato, anche quest’altra notte di vigilia ho dormito male, tanti pensieri e agitazione per il nostro viaggio: ma ora si parte!
Questi sono giorni da caldo estremo nel nord-ovest della Francia, e noi andremo proprio lì e pedaleremo in questo inferno da 40-45° C.
Raggiungiamo il nostro parcheggio sotterraneo, camminando per qualche minuto, ai piedi della Coulée Verte, osservando le vetrine degli atelier degli artisti più disparati. I barboni lungo la strada sono già svegli e si sono trasferiti dalla zona notte, ricavata nelle tende della Decathlon, in quella giorno, fatta di luride coperte arruffate per terra. Da lì, indifferenti dell’avventura che stiamo affrontando, ci guardano con occhio bovino. Dall’altra parte della strada c’è una Stazione della Polizia Nazionale, con tutti i mezzi posteggiati per strada, ed è un via vai di poliziotti. Gli uomini in divisa non si curano di queste persone per terra e tanto meno loro fanno caso a tutte quelle divise. Mi chiedo come si fa a finire lì per terra, forse la perdita del lavoro, una separazione, oppure la malattia mentale, magari la droga o l’alcolismo. Mi chiedo se alla fine sono più sereni loro che non pensano e non si aspettano più o nulla o noi che corriamo sempre come dei matti, ottenendo sempre poco.
Scarichiamo le bici dalla macchina, ma per uscire dobbiamo usare il percorso dei pedoni e infilare una alla volta le bici, in verticale, nello stretto ascensore. Inavvertitamente pigiamo anche il pulsante d’allarme dell’ascensore. Una voce in francese dice di stare calmi e aspettare i soccorsi, ma noi ci allontaniamo trafelati. Al termine di tutte queste fatiche, e dopo aver lanciato mille imprecazioni con la fronte imperlata di sudore, riemergiamo con le nostre bici cariche dal sottosuolo, siamo pronti a partire. Foto di rito, azzeriamo i conta chilometri e facciamo partire i nostri sportwatch.
Pensavo che dentro Parigi ci si muovesse male con le biciclette; invece, le piste sono numerose e ben congeniate. Quando c’ero stato l’ultima volta, una ventina d’anni fa, non ce n’era neanche una. Raggiungiamo Notre Dame, che è la partenza ufficiale dell’Avenue Verte. Dovrebbe esserci una placca, una pietra di inciampo o qualcosa del genere che segna il luogo da dove inizia il percorso, ma per via degli ancora numerosi ponteggi per la ristrutturazione della cattedrale, non riusciamo a trovarla. Documentiamo la partenza con numerosi selfie e foto chieste ai numerosi turisti. Abbiamo già perso un sacco di tempo che di sicuro non recupereremo durante il tragitto.
Pedaliamo in Rue de Rivoli ormai quasi interdetta al traffico, poi gli Champs: quasi inimmaginabile solo qualche anno fa che si potesse girare liberamente in bicicletta dove una volta c’era un groviglio di auto. Poi in leggera salita si arriva all’Arco di Trionfo con la sua enorme rotonda che fatichiamo non poco ad attraversare per proseguire verso La Défense.
Scaliamo Nanterre, dove da un tornante, in uno spiazzo a sbalzo sulla pianura sottostante, vediamo tutta Parigi. La Tour non riusciamo a individuarla, ma Sacre Cœur eccolo là, in alto che veglia su quella che una volta era Lutèce gallica.
Seguendo l’itinerario dell’Avenue Verte percorriamo effettivamente soprattutto ciclabili, ex ferrovie, strade poderali e solo raramente le strade normali, comunque sempre pochissimo trafficate.
Capiamo subito che ci si può scordare le velocità medie che avevamo ipotizzato. Tra percorsi accidentati, perdita del tragitto, tratti pedonali e pause indispensabili per bere e mangiare, in un’ora riusciamo a percorrere non più di una manciata di chilometri che a stento superano la decina.
A Maisons-Lafitte ammiriamo il magnifico castello barocco. Praticamente il paese si è sviluppato intorno a questa monumentale opera, con imponenti strade che portano alle porte del castello.
Ci mangiamo un panino nei pressi di Conflans-Sainte-Honorine, al riparo di un ponte, osservando questi enormi barconi carichi di merci, solitamente con l’auto del comandante caricata in poppa, che lentamente solcano la Senna.
Appena fuori da Parigi, quella che ci fagocita è una Francia vuota, con tanto verde, campi coltivati, villaggi pressocché disabitati e incontriamo pochissima gente. Ciclisti che fanno il nostro viaggio, non ne incrociamo. Seguiamo la Senna nei suoi giri tortuosi, poi la abbandoniamo per biondi e cocenti campi di cereali per poi ritrovarla alla fine della tappa.
Sarà che è agosto, sarà che ci sono quasi cinquanta gradi sull’asfalto, ma nei centri abitati che attraversiamo, davvero non si vede un’anima per strada. Macchine posteggiate di fronte alle case ce ne sono, ma probabilmente sono tutti tappati in casa con l’aria condizionata al massimo. Sembra quasi di trovarsi a Frittole, nel quasi millecinque.
Continuiamo a perdere tantissimo e non riusciamo a spiegarci il perché. Forse è il tempo che impieghiamo nel cercare il tragitto, i cartelli non sempre sono puntuali, oppure perché ci guardiamo troppo in giro per ammirare i paesaggi e poi ci mettiamo a fare, e farci, foto lungo il percorso. Fatto sta che la media si abbassa sempre di più. Così alla fine di questa prima tappa di 114 km., partiamo alle nove di mattina e arriviamo alle nove di sera.
Il problema più grosso è trovare l’acqua e il mangiare, nelle poche località che attraversiamo non ci sono fontane e tutti i locali o sono chiusi per ferie o abbandonati da anni. Quando, al colmo di una collina che raggiungiamo pedalando su di una strada bianca e impolverata, scorgiamo finalmente una fontanella pubblica, ci buttiamo sotto. Beviamo, ci bagnamo la testa, ci laviamo i piedi, facciamo di tutto per dissetarci e abbassare la temperatura corporea.
Ma quello che ci salva, ormai a fine percorso, ormai stanchi e disillusi, è una sorta di “svoncione” come chiamiamo noi gli ambulanti che da noi vendono i panini con la porchetta nelle sagre e sui bordi delle strade trafficate. Mi appare come un miraggio, nella piazzetta della chiesa della disabitata Chaussy. Qui la cosa è però un po’ più articolata e se vogliamo raffinata. Si tratta di un pizzaiolo, francese però, con tanto di forno a legna sul furgone. Sembra che giri di paese in paese, con un giorno fisso per ogni villaggio, e infatti verso le otto, da case che parevano inanimate, iniziano tutti ad accorre per ritirare la propria pizza ordinata precedentemente. Lo assaliamo: acquistiamo bottigliette d’acqua, coca-cola e aranciata, anzi Orangina come usa qui.
Ritroviamo infine la Senna a Vernon dove scendiamo nel nostro albergo, veramente bello. Riponiamo le bici nel loro attrezzato posteggio nel seminterrato e mi faccio dare, pagando il supplemento, una camera con aria condizionata, abbiamo patito troppo caldo oggi.
Una volta docciati, ci trasciniamo al di là della piazza dove c’è una sorta di Diner di stampo americano. Mangiamo e beviamo benissimo, due belle birre ghiacciate ci fanno dimenticare la polvere dei sentieri sterrati e l’arsura della giornata.

2° giorno Vernon-Gournay en Bray – 14 agosto 2026
La giornata inizia nei migliori dei modi. È una giornata fresca e piacevole, ne approfittiamo per visitare Vernon, ieri era troppo tardi ed eravamo troppo stanchi per farlo. C’è un incantevole centro storico con un’imponente chiesa gotica, (come potrebbe essere altrimenti), e tutt’intorno le case medioevali a graticcio. Passato il fiume, in un ampio parco, c’è anche un antico mulino ad acqua. Più avanti a Giverny, sfioriamo la casa con lo stagno e le ninfee di Monet, ma non abbiamo tempo di fermarci.
Mangiamo su di una panchina del bosco, protetti da un’ampia vegetazione che fa ombra alla ciclabile.
Ma poi il caldo si fa sentire, ora il sentiero è completamente esposto al sole. Ci coglie una sorta di apatia e rassegnazione. Questa per me è una giornata difficilissima, per Vanessa lo era stato ieri. Inoltre, non riesco più a stare seduto sulla sella, il dolore è molto fastidioso. A Gisors prendiamo da bere e da mangiare in un supermercato Lidl. Dentro si sta da Dio con l’aria condizionata, ma quando usciamo, non più abituati alla temperatura, ci sembra di soffocare. È come se decine di phon ti soffiassero addosso dell’aria bollente. Del castello voluto da Guglielmo II quando qui era tutto degli inglesi, ce ne disinteressiamo, non siamo nelle condizioni di poter apprezzare l’edificio sulla sommità di un’altura che controlla l’abitato. Continuiamo a seguire il tragitto dell’Avenue che ci riporta nella campagna arroventata.
Pedaliamo proprio tra quei paesini, con le piccole chiese e i campanili neri, persi nei prati colore dell’oro, proprio quelli che vediamo quando sfrecciamo veloci sulle autoroutes françaises.
Questo viaggio è all’insegna della scoperta della più profonda provincia francese, che appare, se possibile ancora più vuota, dimenticata e abbandonata della nostra. Quando finalmente raggiungiamo un paese, troviamo sempre tutto chiuso. Negozi dalle insegne scolorite, chiusi ormai da anni, alberghi e ristoranti abbandonati chissà da quando, con la pubblicità di prodotti che ormai non sono più in commercio: è tutto molto malinconico. Per fortuna, ogni tanto troviamo qualche minimarket, che vende di tutto come gli empori dei film western: sono tutti gestiti da indiani. Dico indiani per identificarli, ma immagino siano persone originarie più ampiamente del subcontinente indiano: indiani appunto, bengalesi, pakistani e forse cingalesi. Sono loro che stanno tenendo insieme il tessuto sociale ormai disgregato, che danno un senso alle piazze di questi paesini, altrimenti desolate, dove anche le chiese sono chiuse da anni. Nei tratti in cui frequentiamo le strade, incontriamo soprattutto chiassosi e arroganti magrebini, che con rumorose e vistose auto, ci sfiorano senza rispettare le distanze, rischiando di farci rotolare nei fossi ai lati della carreggiata.
A Saint-Germer-de-Fly, dobbiamo fare l’ennesima sosta dal solito indiano, il caldo ci sta stremando. Il suo è come sempre l’unico locale che ci ospita, per il resto case dalle imposte chiuse e tanto silenzio. Ma lui non ascolta quello che gli diciamo e ci rifila quello che pare a lui. Gli faccio notare che non voglio l’acqua col limone, ma un’acqua gassata normale. Sembra capire, si illumina e dice: ci penso io. Inizia a frugare nella zona dove ha accatastato tutte le bibite. Dopo qualche secondo, riemerge trafelato dalle bottiglie e sorridente mi dice: trovata! È una bottiglietta di Perrier al limone! Non sto neanche a discutere, la prendo senza più fiatare.
Visitiamo la notevole abbazia dedicata all’omonimo santo. Molto luminosa e con splendide vetrate.
Approfitto della pausa per telefonare al nostro hotel, voglio chiedere se c’è l’aria condizionata. Chi risponde mi dice di no. Chiedo allora se si riesce a dormire con questo caldo, e lui mi risponde: non lo so, questo è un problema suo. Non iniziamo per niente bene.
Per strada la gente ci fa i complimenti quando ci vede pedalare sotto questa canicule, come la chiamano loro. Ci incoraggiano, ci dicono bon courage. I motociclisti sollevano il pollice, degli italiani invece ci dicono che ci ammirano. Apprezzano tutti la protervia con la quale affrontiamo questa estate, un’estate nordafricana non certo da Normandia. Ma poi, una vota passati, quando ci allontaniamo con le nostre bici stracariche, sicuramente tra loro si diranno: questi sono dei pazzi!
Arriviamo finalmente a Gournay, fine di questa faticosissima tappa, all’insegna delle temperature più calde che abbiamo trovato. Cerchiamo il nostro hotel che si chiama curiosamente Normandie come quello di Vernon, ma sospetto che non sarà dello stesso livello.
L’impatto è subito negativo, forse anche perché google maps ci fa entrare dal posteggio sul retro, e quindi vediamo subito la parte peggiore dell’edificio…. non è che il fronte sia tanto meglio però. Ci accoglie un indiano, che fa appunto l’indiano. Avevo già sperimentato in un viaggio nel Kerala quanto possano essere permeabili a qualsiasi domanda o richiesta tu possa porgere loro. Alla fine, con gentilezza, questo bisogna riconoscerlo, finiscono sempre per fare quello che vogliono loro. Questo che ci accoglie non fa eccezione. Chiedo se almeno c’è un ventilatore in camera, lo chiedo in francese, non lo capisce. Glie lo dico in inglese, ancora peggio. Mimo il vento che soffia sulla faccia, niente da fare. Glie lo scrivo sul telefono con translate, finalmente capisce. Ma no che non c’è mi dice. Saliamo nella camera che è caldissima. Affaccia sulla piazza dove batte un sole ancora altissimo, nonostante siano quasi le otto. Alle nostre rimostranze riguardo il caldo della stanza, l’indiano finge di non capire, non so più quale lingua usare per comunicare con lui, forse sono meglio i gesti all’italiana.
Mentre mi faccio la doccia, scopriamo che alla fine un ventilatore c’è, eccome. Lo mettiamo subito in azione. L’indiano è totalmente inaffidabile.
Quando scendiamo, provo a chiedere se c’è un cuscino in più, peggio ancora. Vorrei anche dirgli che alla fine il ventilatore c’era in camera, ma mi guarda sorridendo, con l’espressione che si riserva a un matto che farnetica. Rinuncio a comunicare. Alla fine, ottiene quello che si era probabilmente prefissato: esasperato non gli rivolgo più nessuna richiesta. Spero solo che il locale dove ci ha fatto lasciare la bici, un ex camera al pian terreno, si ricordi di chiuderlo per la notte.
Aspettando che la stanza si raffreschi con la brezza serale, ci intratteniamo a lungo per cena, seduti nel plateatico della pizzeria proprio nella piazza davanti al nostro albergo. Mangiamo e beviamo un po’ di tutto: pizza, insalata, gelato, birra e un ettolitro di acqua. Dovrebbe essere un ristorante italiano, ma il pizzaiolo è albanese e il personale tutto francese. Però la pizza la sanno fare bene, faccio i complimenti al pizzaiolo balcanico, di risposta mi fanno vedere che si sono classificati tra le migliori pizzerie di Francia.
Ci sono due minimarket in piazza, uno di fronte all’altro, che si fronteggiano come in Mezzogiorno di Fuoco. Anche questi, sono gestiti da indiani. Ne scelgo uno per prendere l’acqua da portare in camera per la notte. Nel cercare nel frigo la bottiglia più fredda, scartabellando tra quelle più in fondo solitamente ghiacciate, abbatto tutte e lattine di Perrier e Orangina facendo Strike. L’indiano rimane impassibile, ma quando usciamo corre a riordinarle e lo sento imprecare tutte le divinità indù andando a disturbarle nel loro paradiso di Indra. Allora soddisfatto realizzo che una piccola vendetta me la sono presa anche io contro questi indolenti asiatici, che continuo a trovare sulla mia strada in questo viaggio, e che mi stanno facendo impazzire.

3° giorno Gournay en Bray-Dieppe – 15 agosto 2026
Stanotte ha piovuto e tirava anche un forte vento, la camera si è raffreddata e siamo infine riusciti a dormire, neanche tanto male tutto sommato. Oggi finalmente la temperatura è accettabile, quando mi affaccio alla finestra cade una leggera pioggia, sulla piazza del paese che stenta a rianimarsi. È vero non sono mai contento, ma non mi piace per niente pedalare sotto l’acqua.
Scendiamo per fare la colazione e chi c’è che la prepara? Ma sempre il nostro amico indiano. Rimango fermo sulla mia risoluzione e non tento di comunicare con lui, prendo per buono tutto quello che, a tratti incompressibile, ci dice.
Trattengo la tovaglietta di carta che riproduce in modo stilizzato la mappa della zona, incluso il tragitto che faremo oggi sino a Dieppe. Verificherò sulla carta i progressi del nostro lento incedere sull’Avenue Verte.
Quando ci mettiamo a pedalare ha smesso di piovere, ma rimane questa piacevole aria frizzante che friziona la pelle. Pedaliamo per qualche chilometro, la strada stranamente assomiglia tantissimo a quella di ieri sera. Vanessa guarda meglio, verifica sul telefono: accidenti, stiamo tornando indietro. Inversione e si ricomincia, succede anche questo quando i nostri telefoni faticano a stabilire il contatto con il satellite e non rilevano esattamente la nostra posizione.
Siamo passati a indossare tre pantaloncini per vincere il male al sedere. Io ho anche cambiato la pedalata, a tratti sto con il sedere a sbalzo sulla sella, per variare la parte di appoggio, perché a volte il fastidio diventa insopportabile.
Passando per i villaggi di campagna rimango sempre colpito da questi cimiteri rurali, con le lapidi delle tombe che emergono dal verde, sui dorsi di collinette. Più che cimiteri orizzontali come i nostri, sembrano avere uno sviluppo verticale.
Fino a Forges Les Eaux sono dei gran su e giù, sembra di essere tra le colline del Monferrato. Ci fermiamo in una locanda in sasso, gestita da un curioso signore di origine scozzese, e non ne fa mistero, ci sono bandiere con la croce di S.Andrea ovunque. È proprio all’angolo strategico dove deviare, è impossibile ignorarla e non fermarsi.
Come ci siamo prefissati arriviamo per mezzogiorno a Forges Les Eaux, un’antica località termale. Ci rifocilliamo nel parco della Mairie, intorno a noi qualche ciclista amatoriale che sta percorrendo l’Avenue. A giudicare dai bagagli non penso interamente come noi.
Ci aspetta ora un lungo tratto ricavato da una vecchia ferrovia fino Dieppe. Questo vuol dire: strada diritta con pendenze dolci, in questo caso tutte in leggerissima discesa sino all’oceano! Sono state modellate in questo modo proprio per agevolare l’incedere del treno nella verde campagna Normanda. Ai lati ci sono ancora i vecchi caselli e le stazioni dismesse. Non deve essere molto che questa ferrovia è stata riconvertita. Pedaliamo ora veloci e spensierati, intorno a noi prati verdi, piccoli villaggi e splendidi castelli, dimora dell’antica nobiltà e nuova ricca borghesia.
Quando mancano una decina di chilometri, l’oceano inizia a farsi sentire. Soffia un vento umido che sembra appiccicoso di salsedine.
Finalmente Dieppe, la classica località balneare atlantica, con i resti dei fasti del primo turismo della Belle Époque. A sinistra la parte turistica, a destra la parte portuale. Mi ricorda Dunkerque, se non fosse per le alte scogliere bianche, tipiche della costa di qua e di là della Manica.
Questo è per noi un primo grande successo, siamo a metà del viaggio. Quando questo inverno lo guardavamo sulla mappa, sembrava quasi impossibile che saremmo riusciti ad arrivare sino a qua, con le nostre biciclette.
È la solita idea di Finis Terrae, quando raggiungi al mare e non puoi più continuare. Hai la sensazione di essere arrivato alla fine del mondo conosciuto, indietro non puoi tornare, davanti l’ignoto che non puoi vedere, solo acqua a perdita d’occhio.
Nonostante il mare non sia molto fruibile, questo chiaramente secondo il nostro gusto mediterraneo, sulla costa ci sono moltissimi locali pubblici e tanta gente che si attarda sulla spiaggia, incuranti del fatto che ormai sia calata la sera. C’è musica ad alto volume, e tanti tanti aquiloni, sospinti in alto dal vento oceanico.
Andiamo a vedere dove prenderemo la nave domani, non possiamo mancarla, è meglio prepararsi. Ne vediamo proprio adesso una che sta salpando, dallo scafo giallo con la scritta DFDS. Si allontana molto velocemente e sparisce alla nostra vista, alla volta di Newhaven, dall’altra parte della Manica.
In albergo ci avevano promesso un ricovero per le bici ma pare che non ci sia più posto. Vogliono farcela lasciare fuori contro il muro, ci opponiamo decisamente. Insistiamo, e allora ci fanno vedere il locale sul retro stipato di bici. Allora prendo le nostre, prive di borse sennò sarebbe impossibile, le sollevo sopra la testa e le sistemo in cima a degli scatoloni a un metro di altezza. L’impiegata del ricevimento mi guarda come fossi Ercole, non ha molta dimestichezza con le mountain bike, non sa che senza borse, per fortuna pesano molto poco.
Riusciamo a infilarci in uno degli affollati locali. Non è che siano solo gli italiani quelli villani e maleducati, anche qui molti francesi sembrano esserlo. Sono sciatti, mal vestiti e caciaroni. Telefono sempre in mano, e sigarette in bocca, e il fumo chissà perché arriva sempre verso di noi. Il disagio delle classi più umili, meno acculturate e vittime del consumismo, assomiglia un po’ dappertutto, e i danni sulla popolazione sono praticamente gli stessi a ogni latitudine.
Dal nostro albergo ammiriamo la larga spiaggia e poi l’oceano. Non la vediamo, ma là in fondo all’orizzonte c’è l’Inghilterra. A destra ammiriamo le splendide bianche scogliere con un imponente castello a sbalzo sulla sommità. Nel largo spiazzo che ci separa dal mare, una parte è occupata da un accampamento militare che rievoca lo Sbarco in Normandia. Ci sono vecchi mezzi militari, soldati in uniforme, tende e pure infermiere in divisa. Quando si fa buio, parte un concerto di musica rock’n roll che dura fino a notte tarda. Gli aquiloni continuano a volare, e grazie a strani effetti, sono tutti illuminati e rischiarano il cielo.

4° giorno Dieppe-Black Boys – 16 agosto 2026
I nostri amici Alleati del D-Day si svegliano presto, al suono della tromba, stonata per altro. Poi attaccano con la cornamusa.
La nostra nave parte a mezzogiorno e mezzo, ma l’ansia di perderla è tanta, così ci presentiamo all’imbarco con largo anticipo. Incontriamo qualche ciclista, come noi in viaggio: francesi, inglesi e olandesi. Poi finalmente iniziano a imbarcare. Fanno salire tutti, macchine, camion e barche; persino le moto. Noi impazienti aspettiamo sotto il sole. Poi, veramente ultimi, saliamo noi con le biciclette; ce le fanno ammassare, una sopra l’altra, contro la parete di acciaio della stiva.
Sensazione strana quella di lasciare il continente per la Gran Bretagna, dove tra l’altro non siamo mai stati. Il viaggio non dura neanche poco, qui l’Inghilterra non è così vicino come a Calais, dove dalla riva puoi vedere le bianche scogliere di Dover. Sono quattro ore di navigazione, una la recupereremo con il cambio del fuso orario.
Appena saliti ci fiondiamo alla tavola calda, il pranzo è compreso nel biglietto, anche se buona parte di quello che vorremmo, è considerato un extra.
Il tempo passa lento, per un po’ stiamo sul ponte esterno ad ammirare il mare, poi scendiamo a visitare l’area shopping, dove compriamo un altro adattatore per le prese, da non dimenticare che in Inghilterra sono completamente diverse dalle nostre. Poi ci viene a noia un po’ tutto, passiamo dalle poltrone alle sedie del bar, e infine a guardare le immagini pubblicitarie della Dieppe del Novecento che sono affisse nei corridoi.
Le bianche scogliere delle Seven Sisters ci annunciamo che siamo arrivati, finalmente l’Inghilterra!
Una volta a terra, la prima parola che rivolgo è al doganiere inglese che controlla i passaporti, ma è sbagliata. Gli dico Good Morning invece che Good Evening e mi sgrida subito. Quando scopre che siamo italiani, diventa ilare e giocoso e la sua parlata switcha nella modalità lingua italiana, diventando la classica macchietta dell’inglese che parla l’italiano. Sicuramente noi che cerchiamo di parlare inglese siamo ancora peggio. Per vari motivi, disinteresse, pigrizia, poca lungimiranza, professori non adatti, ecc., non ho mai studiato quando dovevo la lingua anglosassone e ora la mia unica fonte di apprendimento è l’esercizio quotidiano con Duolingo. Il mio livello è forzatamente bassissimo, faccio fatica a capire e tanto più a parlare. Per Vanessa è la stessa cosa: speriamo di non ficcarci nei guai.
Anche oltre la Manica l’Avenue Verte ci porta su strade secondarie e in periferia. A una prima vista la campagna qui sembra meno spopolata di quella francese. Abbiamo iniziato a pedalare molto tardi, non abbiamo calcolato che le operazioni di sbarco ci avrebbero fatto perdere un’oretta.
Le strade sono quelle tipiche inglesi, costeggiate da alte siepi che sembrano lasciate a sé stesse, ma non è così, non c’è un ramo né erba incolta che invade la strada. Sembra di essere in un episodio dell’Ispettore Barnaby.
Quando scopriamo che i cartelli ci stanno dicendo che la nostra strada è interrotta, non ce la sentiamo di tornare indietro, e andiamo avanti lo stesso. Poi degli inglesi, che incontriamo più avanti, seduti fuori da un pub, ci dicono che con le bici possiamo comunque proseguire, di non preoccuparci. Incredibile, allora qualcosa lo capiamo!
Dobbiamo comunque operare un piccolo taglio al percorso, si è fatto troppo tardi. Questo ci porta alla fine della tappa, a percorrere una strada molto stretta, con molti sali scendi e super trafficata. Un incubo, gli inglesi poi guidano peggio di noi. Dovendo tenere la sinistra, la sensazione è che siano tutti impazziti e viaggino contromano. Non mi abituerò mai ad andare dalla parte opposta e a dover guardare, per attraversare, a destra. Non parliamo delle rotonde, non sai davvero come affrontare.
Sono le otto passate quando arriviamo al nostro albergo che è una sorta di cottage con pub, mentre le nostre camere, seppur carine, si dispiegano in orizzontale come quelle del Motel di Psyco. La nostra stanza è in realtà, anche se è accostata alle altre, una piccola abitazione su due piani, davvero incantevole.
Vista l’ora il gestore ha già chiuso il pub e non può darci da mangiare, ma insieme a due belle birre ghiacciate, ci consegna un foglio con i recapiti dei vari take away che possono consegnare a domicilio. Cerchiamo di fare conversazione, ma non capiamo assolutamente niente di quello che ci dicono e quando parliamo loro ci guardano come dei curiosi animaletti che non hanno l’uso della parola.
Ci ritiriamo allora nel nostro appartamento e sconsolati guardiamo il foglio con l’elenco di chi potrebbe salvarci e portarci da mangiare. Siamo inibiti, non abbiamo il coraggio di comporre il numero per fare l’ordine telefonico, non ci capirebbero mai e noi del resto non capiremmo loro. Proviamo allora on-line, ma non riusciamo a far accettare la nostra carta di credito italiana. Io ormai sono affamatissimo e dico a Vanessa di pagare alla consegna, anche se abbiamo solo euro. Le dico: sarà un problema loro, a noi che ci frega!
Invece lei insiste e riesce, tramite la triangolazione con un altro sito italiano, a pagare on-line: e per fortuna!
Chi bussa alla nostra porta per consegnare il cibo? Ma certo, ancora un indiano! Se avessi dovuto spiegare che non avevamo le sterline per pagare, sarebbe stata un’impresa insormontabile.
Così finiamo la nostra prima giornata inglese a mangiare due insalatine e una cosa che chiamano pizza, in un ambiente finemente arredato con un raffinato stile inglese di campagna.

5° giorno Black Boys-Red Hill – 17 agosto 2026
Iniziamo con un percorso veramente difficile, un continuo sali e scendi, su e giù per le colline del sud Inghilterra. Per fortuna il clima è molto piacevole, non c’è più quel caldo che abbiamo patito nella parte continentale del viaggio. Molti tratti sono tracciati nei boschi, dove numerosissimi scoiattoli, uguali ai nostri, ma grigi e più leggiadri, saltano di qua e di là come folletti.
Finalmente abbiamo l’occasione di poter mangiare in un vero pub inglese, non vedevo l’ora. Purtroppo, siamo capitati nella giornata della pizza, e ci dobbiamo accontentare nuovamente di un qualcosa che qui chiamano pizza e che noi annaffiamo con del sidro di mele.
Nel percorso che ci ha portato a East Grinstead e in quello che ce l’ha fatta lasciare indietro, abbiamo percorso anche qui quello che sembra il tracciato di una vecchia ferrovia: le pendenze gradevoli e progressive, sono una prova inconfutabile. Deve essere passato molto tempo da quando la ferrovia è stata dismessa, il verde ha ormai invaso tutti i lati della pista, se mai fosse sopravvissuta qualche infrastruttura ferroviaria, ormai sarebbe irriconoscibile tra alberi e rovi.
Guardandomi in giro, qui in Inghilterra, in Fracia, in tutti i viaggi che ho fatto, ma anche a casa nostra, realizzo che alla fine è sempre la stessa storia, ovunque. Ci sono sempre poche persone, un’élite politica, economica, militare o dinastica che se la passa più che bene a discapito della gente ordinaria che manda avanti al paese e vive con poco. Ai margini c’è chi non ce l’ha fatta, gli sconfitti, i barboni e disagiati. Il copione, quindi, è sempre lo stesso, con una maggioranza che si arrabatta per sopravvivere, più o meno allo stesso modo, indipendentemente dalla latitudine, e poche persone che si spartiscono il meglio. Non esiste un paese giusto.
Mancano davvero una manciata di chilometri al nostro albergo, ma non riusciamo a raggiungerlo. Deve essere una collinetta qui intorno, ma non arriviamo più e continuiamo a perdere la strada. Io mi infilo in un’officina, ho appena scoperto che ho perso un bullone che sostiene il portapacchi. Ci capiamo a gesti con il meccanico, che riesce infine ad accontentarmi trovando vite e dado nel suo cilindro da prestigiatore. Nel frattempo, Vanessa non sa dove sono finito e quando la raggiungo si sta guardando in giro sconcertata.
Ci siamo stufati, questo albergo proprio non lo troviamo, allora iniziamo a cenare e poi se ne parla. Finalmente troviamo un pub come si deve, con tanto di tavoli in legno, omaccioni alticci sghignazzati, hamburger e patatine fritte. Peccato che la birra sia calda.
Finalmente arriviamo al nostro albergo, era come nascosto dietro un distributore, era così semplice imboccare la via dietro le pompe, ma proprio non riuscivamo a capirlo. Sembra sia una sorta di club per i golfisti. Quando entriamo tutti sudati e discinti, nelle nostre tenute da ciclisti, non ci vogliono accettare, sono convinti che ci stiamo sbagliando: sicuramente avremo prenotato altrove pensano, un campeggio forse, ma non di certo nel loro hotel.
Invece è proprio lì che dobbiamo dormire, l’indiana che ci riceve, (guarda a caso), deve fare buon viso a cattivo gioco. Così gli dico, nel mio inglese stentato, che comunque riesce a capire benissimo: Sorry, we come from Paris in bycicle, so we don’t have a smoking. Così, la mia maledizione indiana, si mette a ridere, si rilassa, e ci riserva un ottimo trattamento.

6° giorno Red Hill-Londra – 18 agosto 2026
E così siamo arrivati all’ultima tappa, sembrava impossibile… ma la scaramanzia non ci permette di gioire anticipatamente. È tutto il viaggio che ho paura che possa succedere qualcosa, un guasto meccanico, un inconveniente, un infortunio, un nonnulla o chissacché che ci possa fermare e che così tutto vada a monte.
Stamattina pioviggina, ma appena ci mettiamo in sella, anche questa volta smette. Per la prima volta indossiamo la mantellina, come dicono i professionisti del Giro d’Italia. Il sole non si fa vedere e così il caldo torrido della Francia è solo un ricordo.
Non siamo stanchi per il pedalare, ma per lo stare in sella tutto questo tempo, è quello che veramente ti distrugge. Abbiamo voglia di arrivare alla fine.
Da subito abbiamo da affrontare delle salite tremende per attraversare le colline che circondando Londra e immagino, per evitare le strade principali, ma senza il sole cocente sembra tutto più facile. Nell’ultima ascensione che ci porta a duecento metri di altimetria, in una sorta di ampio altopiano, vediamo in lontananza i grattacieli della City, contornati dalla campagna inglese. Poi giù a perdifiato, sino a portarci al livello del mare e piombare dentro Coulsdon. Ci fermiamo in un bar per una seconda colazione, ma essendo ormai mezzogiorno diventa un pranzo.
Ancora molta campagna, poi costeggiamo l’aeroporto di Gatwick con tutta l’area dei magazzini. Pensavo di dover attraversare quartieri periferici malfamati con situazioni degradate e potenzialmente pericolose; invece, l’Avenue Verte ci fa passare per i numerosi parchi di Londra che sono inevitabilmente tutti ingialliti per la siccità e per il caldo fuori dal comune di quest’anno.
Ma poi l’inevitabile foratura, pensavo di averla scampata questa volta!
Ci vogliono degli artigli da velociraptor per tirare fuori il grosso copertone da sterrato dal cerchio, per poi estrarre la camera d’aria bucata. Mi siedo per terra, faccio le cose con calma e alla fine in una mezzoretta possiamo ripartire, dopo aver gonfiato la nuova camera d’aria con la pompa elettrica, che ho fatto proprio bene a portarmi dietro.
Londra si fa sempre più vicina, ecco il Tamigi e finalmente Westminster con il Big Ben!
Quasi non ci crediamo: siamo andati davvero da Parigi a Londra in bicicletta! Scattiamo decine di foto, selfie, più altre numerose foto che ci facciamo fare, importunando gli altri turisti. Il momento è troppo importante, vogliamo fissare il ricordo.
È stata un’esperienza incredibile. Solo qualche mese fa sembrava una cosa impossibile, un azzardo, un qualcosa al di fuori della nostra portata, e invece ce l’abbiamo fatta!
E ora, quasi commosso, ripercorro mentalmente tutta la strada che abbiamo fatto in questi sei giorni. Per quanto possibile abbiamo seguito il percorso dell’Avenue Verte, come indicato sulla sua mappa e segnalato con un numero sufficiente di cartelli che ci hanno impedito di perderci nelle campagne francesi e inglesi. E penso a tutti chilometri che abbiamo pedalato su quelle strade secondarie, nella periferia parigina, tra le colline e pianure sconfinate della Normandia, e poi nella campagna inglese sino dentro ai parchi di Londra. E mi sovvengono quelle stradine, tra i villaggi quasi disabitati francesi, i percorsi sterrati tra i campi agricoli o dentro quegli enormi boschi. Ma anche le ripide salite e discese, nei dintorni della metropoli inglese, tra fitti alberi e terreni coltivati. Le nostre Mtb, ammortizzate frontalmente, penso siano state la scelta migliore come mezzo da utilizzare. Anche una gravel si sarebbe comportata egregiamente ma una bici da corsa sicuramente no. Se da una parte il tragitto ci ha tirato fuori dal traffico, mai piacevole quando sei in bicicletta, dall’altra non ci ha fatto visitare le località sul percorso, che abbiamo solo sfiorato. Da scordarsi poi le medie che si possono fare nei normali giri della domenica, si perde molto tempo a cercare il tragitto. Su questo Vanessa si è organizzata benissimo, con l’ausilio della mappa on-line si è orientata benissimo, e ci ha guidati in percorsi veramente articolati e tracciati in aree molto rurali. Tutto questo non ci ha mai permesso di superare la media dei quindici chilometri orari nel percorrere le sei tappe in cui abbiamo diviso l’Avenue.
Percorrendo le caotiche vie del centro nell’ora di punta della chiusura degli uffici, raggiungiamo il nostro albergo. Non ci speravamo, ma sorprendentemente si occuperanno di custodire le nostre biciclette. Ce le fanno tirare dentro dalla porta girevole principale, una di quelle imponenti e tutte vetrate, e le portiamo dietro l’elegantissima reception sempre in febbrile attività, con numerosi impiegati che si fanno in quattro per accoglierti.

Londra – 19 agosto 2026
Si scoppia di caldo nella nostra stanza del Tavistok Hotel, nonostante sia un tre stelle, non è presente l’aria condizionata, in nessuna stanza. Siccome la finestra non si può aprire del tutto, immagino per sicurezza, visto che siamo al sesto piano, Vanessa verso le tre di notte è intenzionata a scassinare il dispositivo di sicurezza per sbloccare l’apertura. Riesco a farla desistere dall’intento criminoso, e poi dormiamo di traverso nel letto, in modo da poter godere meglio della poca aria che produce il piccolo ventilatore che ci ha fornito l’Hotel.
Per Londra facciamo i soliti giti classici, quelli che poi finiscono di fare tutti, non è che puoi fare altrimenti la prima volta che visiti la capitale inglese.
A me piace tantissimo il Tower Bridge. Le immagini che avevo visto mi avevano portato a pensare che fosse tetro e grigio. In realtà la muratura è di un bel grigio luminoso e le strutture metalliche sono verniciate di un bell’azzurro o verde acqua. Il colpo d’occhio con l’immenso Tamigi che gli scorre sotto e di sfondo i grattacieli del distretto finanziario è fantastico.
Dell’inglese stereotipato che possiamo immaginare, se mai è esistito, si è persa ormai ogni traccia. Più della metà delle persone che incontriamo sono indiani, sempre loro, poi ci sono gli asiatici dagli occhi a mandorla e gli africani. Solo una piccola percentuale di persone è bionda o rossa con le lentiggini. Non sono come quelli ritratti nei libri di testo che dicevano semplici e stupide frasi, tipo the book is on the table. Che tra l’altro… non è che abbiano poi assolto molto bene lo scopo per il quale erano stati stampati, visto le mie difficoltà di comunicazione.
Ci sono talmente tante biciclette in giro, che sembra di essere nella Cina di Mao.
Da Harrods solita messa in scena di merce di lusso costosissima, del tutto inutile, ma quello sì, esclusiva, come piace ai ricchi. Quelli che comprano sono soprattutto benestanti arabi, che non hanno assolutamente un minimo di buon gusto. Così ci siamo solo noi poveri turisti ordinari, con i giovani commessi, solo apparentemente convinti del loro ruolo, che si sono accorti che l’Imperatore è nudo, ma non abbiamo il coraggio di gridarlo. Ormai in ogni città e località turistica si mette in scena questa assurda follia e spreco, questo teatrino surreale, per convincere questi ricchi spendaccioni che stanno facendo qualcosa di appunto esclusivo, che solo loro se lo possono permettere e noi grigie comparse siamo lì solo per invidiarli.
Mangiamo in zona City, proprio mentre tutti gli impiegati degli svettanti edifici lì intorno stanno facendo lo stesso. Anche qui c’è un’atmosfera multietnica. Gente tesa, poco rilassata, tutti volti verso il loro obiettivo, quello di fare carriera, per arrivare chissà dove. Spero non così lontano da arrivare a perdere sé stessi e la propria storia.
Anche qui nel centro più lussuoso questa calda estate ha colpito duro. Tutti i prati sono secchi e il colore dominante dei parchi non è più il verde della piovosa città del nord Europa, ma il giallo di una qualsiasi località del mediterraneo. Gli alberi iniziano a perdere le foglie come in autunno.
In giro c’è una sorprendente alta percentuale di giovani, tutto il contrario di quello che vediamo da noi.
Finalmente in un pub mangio questo famoso Fish and Chips, è delizioso!
Londra – 20 agosto 2026
Certamente sì, da vedere Portobello Road, un’intera via dedicata alla rivendita di abiti usati e i soliti cazzabubboli. Dai racconti che avevo sentito, probabilmente qualche anno fa doveva essere un mercatino più vivo e ruspante, ora sembra un po’ tutto finto e asettico, e soprattutto molto caro.
Lì vicino c’è il quartiere di Nothing Hill, ambientazione del noto film, che per inciso mi sono rifiutato di vedere, soprattutto per la presenza di Julia Robert, la cui mimica le consente sempre e solo la sua solita unica espressione.
E comunque, non ci sono più i punk, quelli che negli anni Ottanta tutti fotografavano o che erano rappresentati sulle cartoline che i fortunati compagni di scuola ti spedivano dalle loro vacanze.
Siamo sempre più stanchi, ci facciamo una media di quindici chilometri a piedi ogni giorno. Certamente usiamo anche la metro, tralasciando però che facciamo sempre casino con le ricariche dei biglietti, ma nonostante questo, c’è molto da camminare quando visiti una città.
Mangiamo anche oggi nella City, in uno dei tanti parchetti, con il nostro cibo da asporto comprato lì intorno, proprio come usano fare le centinaia di impiegati. Tranquilli e silenziosi si mangiano le loro foglie di insalata, prendendosi una pausa dal loro lavoro di formichine digitali, dove alimentano complessi algoritmi, che alternativamente affossano uno stato qui o fanno scoppiare una guerra là, oppure un colpo di stato ai confini del mondo. Tutti abbastanza somiglianti, pressoché intorno alla trentina, appaiono acerbi e un po’ smarriti. Si vestono senza gusto, anche se pare che si sforzino di apparire eleganti, ma non comprendono la differenza tra un paio di scarpe invernali e quelle estive, tra dei mocassini eleganti e delle sdrucite sneaker. Non parliamo poi dei vestiti, accostati e abbinati senza gusto, alternando un paio di leggeri pantaloni primaverili o un’importante gonna invernale. Sembra che nessuno faccia casa alla stagione in cui si trova, ma che apre l’armadio e indossa la prima cosa che gli si propone. Ancora meno sono quelli che riescono ad azzeccare l’acquisto di una camicia della propria taglia. Anche se qualche ragazza a prima vista sembra ben vestita, guardandola bene, ci si accorge che riesce sempre a rovinare tutto con dei dettagli fuori luogo, tipo delle scarpe da trekking con un tailleur elegante. Mediamente però mi appaiono abbastanza sereni, penso che per la maggioranza di loro un impiego nella city sia il trampolino di lancio per la loro futura posizione lavorativa. Nella piazza circolare, ricavata all’interno del parco dove sediamo su di una panchina, camminano soli o più spesso in gruppetti, facendo più giri, come in un girone dantesco.
Al centro di Londra, dove ci muoviamo noi, pare di essere in un enorme centro direzionale delle società internazionali. Non vedo i normali cittadini, i residenti che portano a spasso il cane o gli anziani che osservano le enormi gru edili che svettano nel cielo londinese, necessarie per tutti i lavori incorso che continuano a trasformare questa metropoli. Come ho osservato ci sono invece tanti giovani yuppies come si diceva una volta e studenti. Raramente si scorge qualche mega dirigente o docente, li riconosco dal portamento e dagli abiti un po’ più coerenti di quelli dei giovani.
Alla sera mangiamo nella China Town non considerando quali sarebbero state le dimensioni dei piatti, molto più abbondanti di quelle che servono in Italia. Rischiamo così di esplodere e il conto salato che ci presentano lo fa davvero. A un certo punto sbarazzano il tavolo senza chiederci se vogliamo il caffè o il gelato fritto. Ci mettono sotto il naso lo scontrino e iniziano a digitare la cifra sul Pos portatile per farci pagare immediatamente. Ah, l’intraprendenza e solerzia cinese! Un qualsiasi pizzaiolo, il Mimmo che tutti conosciamo, almeno un limoncello dopo la pizza ce l’avrebbe offerto.
Sulla strada del ritorno ci assale un vento gelido, salito improvvisamente da chissà dove. Mi devo comprare un cappello, perché la mia testa Kojac Style, si sta ibernando. Nel nostro albergo invece, impossibile da arieggiare, si continua a schiattare dal caldo.
Londra – 21 agosto 2026
Nonostante le fatiche che abbiamo passato in bicicletta, e girando a piedi Londra e Parigi, abbiamo delle belle facce rilassate. Siamo riusciti a staccare dai nostri lavori e dalla solita routine. Ma ormai la vacanza è quasi finita ed è ora di rientrare. Ci aspetta l’Eurostar che ci riporterà fino a Parigi.
Raggiungiamo la stazione di St. Pancreas spingendo a mano le nostre bici cariche di tutte le nostre proprietà, è molto vicino al nostro albergo. Percorriamo interamente il padiglione della stazione, la nostra destinazione si trova proprio nel retro. Nonostante tutte le mie remore iniziali, troviamo relativamente semplice smontare le bici per metterle nelle sacche che ci siamo portati dietro da Parigi. C’è anche un’apposita saletta dove possiamo completare le nostre operazioni con tutta calma. Carichiamo le sacche su di un rullo mobile che le consegna nelle mani degli impiegati delle ferrovie. Salutiamo le nostre bici dalle quali ci separiamo momentaneamente.
Sei giorni per arrivare a Londra in bicicletta e due ore e un quarto con l’Eurostar per tornare a Parigi: frustrante.
Ho guardato dai finestrini pensando di intravedere il momento esatto in cui ci saremmo immersi nel tunnel sotto la Manica, ma percorriamo un sacco di gallerie, e così non riesco a coglierlo.
Scendiamo alla Gare du Nord, dove ci aspetta il caos rispetto a Londra. Rimontiamo le bici praticamente tra i binari e poi le carichiamo di tutti i nostri bagagli. Pedaliamo per più di sei chilometri dentro Parigi, per scendere dalla collina sino al nostro Ibis. Prendiamo anche una bella lavata perché ci sorprende un acquazzone estivo. Ci stavamo quasi abituando alla circolazione a destra e ora si torna al sistema di circolazione napoleonico: che confusione.
Parigi è Parigi però. Forse Parigi la scegli con il cuore e Londra con la testa.
Riportiamo le bici nel garage sotterraneo e le carichiamo nel nostro Dokker, anzi, nel Dokker di Vanessa. Non molto femminile come auto, ma a lei piace così e non ha tutti i torti.
I barboni che avevamo lasciato una settimana fa, sono sempre accampati qua fuori. C’è sempre la loro tenda della Decathlon, la loro camera da letto, e il salotto diffuso che si allarga sul marciapiedi. Si concedono il lusso di vecchie sedie girevoli, un tavolino e un vecchio sofà. Alle loro spalle un ammasso enorme di immondizia e rottami, penso rappresenti la loro ricchezza e sicurezza per affrontare il futuro. Non so come possano organizzarsi quando piove. Lei è in sedia rotelle, hanno sempre qualche lattina di birra scadente tra le mani e un aspetto assonnato. Per loro il tempo non è passato, è rimasto tutto come lo avevamo lasciato.
In Francia ci sono molti barboni, scarti del nostro mondo, noccioli che la bellissima Parigi ha comunque sputato ai margini dei suoi bei boulevards.
E tutti si fa finta di non vederli, perché non è poi così difficile finire lì al loro posto. Dispiace vedere tutta questa gente, di ogni sesso ed età, nel sozzume dei marciapiedi.
Ripensandoci, non so dove invece dove si potessero nascondere a Londra: lì di clochard noi non me abbiamo visti.
Una settimana fa qui a Parigi si moriva di caldo, me ne rammento guardando i vestiti che avevo lasciato nella valigia. Ora invece è freddo, mi devo coprire con una giacca e mettere qualcosa sulla testa. A tratti piove. Forse una dell’estati più calde che si ricordi sta per finire e mollare finalmente la presa.
Sarà… ma io mi trovo comunque meglio a Parigi, la sento un po’ casa mia.
Parigi – 22 agosto 2026
Adesso è davvero finita.
Lasciamo il nostro Ibis per raggiungere la macchina che per tutto questo nostro viaggio ci ha aspettato nel posteggio sotterraneo. All’interno le bici che abbiamo caricato ieri.
Passiamo nuovamente davanti alla solita coppia di barboni, oggi c’è solo lui. Di lei nessuna traccia, è rimasta lì solo la sua sedia a rotelle.
È sabato, un sabato di agosto: la città è vuota. Ci mettiamo pochissimo a uscire dal centro. Tornati a casa ritroviamo il nostro Lago Maggiore in uno stato quasi autunnale, lo avevamo lasciato nel mezzo di un’estate equatoriale.
Conclusioni
Non c’è dubbio, è stata una magnifica avventura. Abbiamo visitato le due capitali d’Europa, percorrendo quasi 480 chilometri, che poi sono diventati 500, contando la strada fatta dentro Londra e Parigi da e per le stazioni.
Il percorso dell’Avenue Verte è stato veramente interessante, molto variegato e mai noioso. Il tragitto è stato tracciato con l’intento di tenerti il più possibile lontano dal traffico automobilistico. Quindi strade poderali che hanno attraversato i campi coltivati a cereali, o con i covoni appena composti dopo il taglio del fieno, ex ferrovie dismesse, alcune relativamente in tempo recente altre da talmente tanto tempo che la natura se ne è quasi riappropriata ed è difficile immaginare che il treno potesse passare di lì.
Abbiamo subito preso coscienza che la percorrenza non è quella del ciclista sportivo, non si riesce ad andare oltre i quindici chilometri all’ora.
L’Avenue l’abbiamo percorsa sicuramente nell’estate più calda di sempre. Se da una parte questo ci ha veramente spossato, dall’altra ci ha permesso di non pedalare mai sotto la pioggia o con il vento contrario.
Abbiamo potuto confrontare Parigi con Londra. Da un lato la capitale francese, romantica, bellissima, dolcemente malinconica, sognante nei suoi scorci indimenticabili, ma sempre grande e aristocratica, nonostante tutte le nobili teste che ha fatto rotolare nel paniere. Dall’altro quella inglese, moderna, giovane e operosa, proiettata a tutta velocità verso il futuro, che non dimentica il suo passato quando era a capo di uno degli imperi più vasti che il mondo abbia mai visto, e che è tuttora governata dalla casa regnante più conosciuta del mondo, con tutte le implicazioni, positive e negative che ne conseguono.
Ancora non riusciamo bene a metabolizzare quello che abbiamo fatto in questi sei giorni in bicicletta, che sono sembrati smisuratamente lunghi. Tante le cose viste e sentite, i paesaggi, le strade la gente, le lingue. Tutte sensazioni che ci sono entrate sotto la pelle, che ora non riusciamo a spiegare ma che piano piano verranno fuori con i loro prepotenti ricordi.
E quando eravamo ormai alla fine ci dicevamo: sì bello è bello, ma per un po’ basta con queste fatiche e questa continua apprensione di non farcela, con la paura di possibili problemi, con l’ansia di non arrivare in tempo… Ma poi il giorno dopo si era già subito a progettare quale sarà la prossima avventura… forse il Danubio, magari il Nord Europa, oppure l’Atlantico o la penisola scandinava.